Negato l'incontro con Papa Francesco

 

La Comunità Papa Giovanni XXIII conferma la richiesta di poter accompagnare Musumeci Carmelo in udienza pontificia a noi riservata il prossimo 20 dicembre 2014 con Papa Francesco. Questo evento speciale a noi riservato per l’avvio della causa di beatificazione del nostro fondatore Don Oreste Benzi, che già incontrò Musumeci nel 2007 al carcere di Spoleto, assume un’importanza ancora maggiore dopo il discorso del Papa  del 23 ottobre scorso alla delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale. (…) chiediamo di poter accompagnare Musumeci Carmelo e la sua famiglia a questo incontro.

(Fonte: Disponibilità per il Tribunale di Sorveglianza per accompagnamento e tutoraggio di Carmelo Musumeci, da parte della Comunità Papa Giovanni XXIII), Associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio).

 

 Papa Francesco, non mi è neanche arrivata la risposta della magistratura di sorveglianza. Mi sento zuppo di tristezza. E di malinconia. Non mi hanno dato dignità per una risposta. Il che è anche peggio di un no. Di un altro di no. Persino per incontrare te.

Credo di essere il primo nella storia a cui è stato rifiutato un incontro con un Pontefice.

Forse perché avevano paura che chiedessi asilo politico nella Città del Vaticano, dove hai abolito la pena dell’ergastolo.

Non ci crederai, ma mi dispiace di non averti incontrato. E mi dispiace soprattutto per il mio angelo (che mi ha lasciato Don Oreste). Devi sapere che il mio angelo (a volte anche i diavoli ne hanno uno) ci teneva tanto. Spero che adesso si rassegnerà, perché se mi hanno negato anche di uscire per incontrare te non posso fare altro che prepararmi a invecchiare nella mia tomba di ferro e cemento. Non posso fare altro, perché solo la morte mi può liberare dalle catene. E spesso penso che sarebbe meglio una vita breve con poco dolore di una vita lunga con infinita sofferenza, perché noi ergastolani non abbiamo mai anni in meno di carcere da fare,  ma sempre anni in più.

Papa Francesco, devi sapere che essere ergastolani è come essere morti prima di morire, perché la libertà per un ergastolano è come un orizzonte che non vedrà mai. E spesso mi domando:  a cosa serve e a chi serve il carcere a vita?

Si diventa non viventi, esseri totalmente e per sempre senza speranza, schiavi della pena.

L’ergastolo è solo la banalità della vendetta, perché questa terribile pena ti mangia l’anima, il corpo, il cuore e l’amore. Una pena come l’ergastolo non sarà mai in grado di fare giustizia. Un uomo, qualsiasi reato abbia commesso, non può essere annullato. Punito sì, ma non distrutto per sempre con la “Pena di morte nascosta”, come la chiami tu. E poi l’ergastolo non funziona, non è un deterrente, può solo alimentare il male, e fa sentire vittime del reato, anche se il reato è il tuo.

Molti sono contrari alla pena di morte per motivi religiosi, etici, eppure non lo sono per la pena dell’ergastolo. E non si capisce bene il perché. Le alternative sono due:  o pensano che l’ergastolo sia meno doloroso della pena di morte, o può anche essere il contrario: che con la pena di morte cessa la sofferenza della pena e quindi finisce anche la vendetta sociale.

Papa Francesco, la vita scorre ancora dentro di me,  oppure oggi mi sento un morto che respira e cammina perché sono deluso di non averti potuto abbracciare.

Lo faccio fra le sbarre. E Buon Natale.

 Carmelo Musumeci

Carcere di Padova dicembre 2014 

 La morte dura un attimo e richiede un coraggio momentaneo; l’ergastolo è un’ esistenza di sofferenza, mentre con la pena di morte cessa la sofferenza della pena.  (Diario di un ergastolano)

 


 

 

Diario dal 10 al 15 Dicembre 

10/12/2014
Continuo a scrivere il racconto “L’amore entra dentro l’Assassino dei Sogni” sulla giornata del primo dicembre 2014 sul seminario di Ristretti Orizzonti sugli affetti in carcere.
Poi riguardo mia figlia. E mi sembra di vedere il più bel panorama della mia vita. È infagottata in un corto cappotto che nasconde la sua bella figura. Per fortuna s’è messa gli stivaletti con i tacchi bassi perché sta male che le figlie sono più alte dei padri. Ahimè! Purtroppo è più alta di me lo stesso anche con le scarpe basse. Indossa un bel paio di pantaloni. Noto che però sono troppo aderenti per i miei gusti.Vedo comunque che le stanno bene. I suoi occhi mi sorridono. È contenta. Poi con una mano afferro la sua. E andiamo a sederci. Lei si mette nel mezzo. Io da una parte. Il fidanzato dall’altra.Nadia, il mio Diavolo Custode, con la sua carrozzina si mette dietro. Come al solito, mi protegge le spalle come fanno gli angeli.(…)

11/12/2014
Ho scritto alla famosa e bella, dentro e fuori, pianista e compositrice Alessandra Celletti:
(…)
Solo oggi,dopo più di un mese ho ricevuto una lettera di Nadia con la tua del 4 novembre.
Ogni tanto l’Assassino dei Sogni si divora qualche lettera forse questa la risputta perché le lettere impregnate d’affetto non gli piacciono sic!
Ieri mi hanno respinto il permesso per andare dal Papa con la motivazione “Non luogo a procedere” in attesa dell’udienza del 17 dicembre. Forse avevano paura che chiedevo asilo politico in Vaticano. Non fa nulla. Io mi sento abbastanza forte e sereno per lottare anche questo nuovo anno. E sono sicuro che tu con la tua musica e il tuo affetto mi darai una mano. (…)

12/12/2014
Mi ha scritto Tiziana e mi ha fatto tanti complimenti per i miei libri:
(…) Poi, la cosa meravigliosa dei tuoi racconti, Carmelo, è che scrivi con il cuore e del cuore. Ma non in senso sentimentalistico… in questo caso si alzerebbe solo la glicemia e sarebbe un guaio per i diabetici! Sono bellissimi i dialoghi con il tuo cuore e quelli che, segretamente, il tuo cuore stabilisce con le persone che ami e che ti amano. Sono parole che di solito non sappiamo pronunciare, ma tu ci riesci e ci regali grandi emozioni (…).

13/12/2014
Ho scritto un’altra di “L’amore entra dentro l’Assassino dei Sogni” sulla giornata del primo dicembre 2014 sul seminario di Ristretti Orizzonti sugli affetti in carcere.
(…) Il carcere è il luogo dove hai più bisogno d’amore ma sembra che i nostri governanti siano gelosi dell’amore. In carcere si vede così poco amore che quando uno ne ha un poco te lo vogliono persino portare via. Quei pochi detenuti che sono amati spesso vengono trasferiti in carceri lontani e nei colloqui ti mettono i vetri per impedirti di dare a ricevere baci e carezze ai e dai propri figli. Molti detenuti preferirebbero più amore che la libertà ed io sono uno di quelli. Quello che rimpiango non è la libertà che mi manca da ventitré anni, ma le carezze e i baci che il Ministero di giustizia mi ha rubato e negato tenendomi detenuto sempre in carceri lontani da casa e nell’isola del diavolo dell’Asinara sottoposto al regime di tortura del 41 bis. Proibire o rendere difficile i rapporti affettivi in carcere è un crimine contro l’amore e contro l’umanità. Da qualche parte ho letto che un profeta reclamava il primato dell’amore sulla legge, spero che i nostri governanti la smettano di rubare amore ai detenuti. (…)

14/12/2014
Ho studiato tutto il giorno.
Mi sono bevuto una decina di caffè ed ho fumato come un turco.
Domani ho l’esame di “Filosofia Teoretica”.
Che Dio me la mandi buona.
Sono un po’ masochista perché è l’ottavo esame che faccio quest’anno.

15/12/2014
È andato anche questo esame.
E sono contento perché è stato un combattimento all’ultimo sangue, per fortuna ad un certo punto sono venute le guardie perché i professori non se ne andavano più!
Voto: 30.

 

 


 

Anno fine coraggio: mai



Giulia Duca, studentessa univeristaria, incontra Carmelo Musumeci al polo universitario del carcere di Padova.
Dopo l'incontro Giulia scrive questa lettera, che davvero vi invitiamo a leggere!


Caro Carmelo,

mi chiamo Giulia, se ti ricordi ci siamo incontrati la settimana scorsa, quando sono venuta in visita al Polo Universitario per il mio progetto di tesi.

È' difficile spiegare cosa ho provato a conoscerti e a conoscervi. Credevo di arrivare libera da ogni pregiudizio, invece mi sono stupita del clima che ho trovato, delle piacevoli conversazioni che ho avuto, dell'acutezza e profondità delle cose che mi avete raccontato. Ti assicuro che il 70% delle conversazioni che ho qui fuori è di un livello nettamente più basso. Mentre guidavo per tornare a casa ho capito che questo mio stupore era figlio di un pregiudizio che non sapevo di avere. Non mi stupirei di passare un pomeriggio piacevole al bar con persone qualunque, perché mi devo stupire del tempo ricco e arricchente che ho passato con voi? Quindi innanzitutto ti ringrazio e vi ringrazio perché mi avete ricordato che il pericolo dello stereotipo è sempre in agguato, la nostra mente tende a semplificare il mondo che ci circonda se non la teniamo allenata a ricercare sempre la profondità e la complessità delle cose. Grazie ancora per la disponibilità con cui mi avete accolta, trovare l'apertura proprio in un carcere era l'ultima cosa che mi aspettavo. Se puoi ti prego di estendere il ringraziamento a tutti tuoi colleghi.

La seconda parte di quello che ti vorrei dire è più difficile per me da esprimere perché tocca le corde più profonde del mio cuore. Sono rimasta colpita, tra le tante cose che mi hai detto, da una tua frase: "Studiare ti fa sentire molto di più il dolore della pena". Ho pensato tanto a questa frase, è stata per me una chiave che ha aperto un mondo al quale non avevo mai dedicato la giusta attenzione. Mi ha fatto cambiare totalmente la prospettiva con la quale voglio scrivere la mia tesi, che non sarà di sicuro un trattato a livello internazionale, ma è mia, e anche se non la leggerà nessuno, voglio che tratti il tema dalla giusta prospettiva: la vostra.

La sera stessa avevo una cena con alcune mie amiche, non potevo smettere di parlare di te. Del modo in cui ti sei raccontato. Ancora una volta parlando con loro ho scoperto il pericolo del pregiudizio, attaccato, incrostato dentro di me.

Mentre mi parlavi non ho mai mai mai visto, neanche per un secondo, un criminale. Chi credevo di trovare? Hannibal Lecter? Davanti a me ho visto un papà, un nonno, una persona colta ed intelligente, un uomo dotato di grande empatia e doti comunicative. Ho visto il mio papà, che è anche nonno, e che è anche uomo intelligente, me lo hai ricordato tanto. Sarà che lui è il papà più bravo del mondo, ma in te ho rivisto il papà più bravo del mondo.

Insieme alle mie amiche quella sera abbiamo letto tante cose su di te, la tua storia, la tua famiglia, il tuo percorso. Io inizialmente non volevo sapere per quale reato fossi stato condannato. Avevo paura di poter cambiare idea su di te, di spaventarmi delle emozioni che ho provato ascoltandoti. Ho avuto paura di non riuscire più a vederti come uomo ma solo come delinquente. E invece no, conoscere la tua storia mi fa essere ancora più vicina a te come persona e alla tua causa. Anzi è proprio la tua storia a dare il vero senso alla tua lotta.

Mi indigno con te di vivere in una società che non offre un'altra possibilità ad un uomo, papà, nonno come te. E a tanti altri come te. Mi indigno di un sistema penale che mette anno di fine pena 9999, una grottesca ironia, una sadica dicitura, una presa in giro.

Mi chiedo dove sarei adesso se quando ho sbagliato nessuno mi avesse perdonato.

Ti ringrazio per il coraggio e la forza che metti nel cercare di cambiare le cose. Non solo per te, ma in nome di un senso di giustizia più grande. Forse non conterà molto, ma conoscerti, leggere ciò che scrivi, ascoltare le tue interviste, mi ha fatto cambiare idea, mi ha tenuto il pensiero e il cuore impegnati per giorni. Ho riflettuto tanto sul significato delle parole che usiamo superficialmente tutti i giorni: colpa, colpevole, criminale, pena, buoni, cattivi. Il tuo definirti "cattivo" , in contrapposizione ai " buoni" che ti condannano ad una punizione senza vie d'uscita, è un contrasto così forte che ci costringe a rimettere in discussione la nozione stessa di bene e di male. La parola "cattivo" non sta bene con i tuoi occhi, con i tuoi modi, con la tua umanità, è un po' come il calzino con i sandali dei tedeschi per capirci, non ci sta.

Ho parlato di te al mio amore, alla mia famiglia, ai miei amici e anche alla mia nipotina, che come sempre, con i suoi 4 anni ha più ragionevolezza della maggior parte degli adulti. Forse non conterà molto ma come disse Madre Teresa, se non mettessimo la nostra piccola goccia, l'oceano sarebbe un po' più vuoto. Forse non conterà molto ma se posso fare qualcosa, ci sono.

Grazie per la tua forza, per il messaggio che passi ai più giovani, per l'impegno, per non fermarti mai di dire, scrivere, raccontare. Anno fine coraggio: mai.

Ti abbraccio,

Giulia


 

UN ERGASTOLANO INVITATO

IN VATICANO DA PAPA FRANCESCO


La Comunità Papa Giovanni XXIII conferma la richiesta di poter accompagnare Musumeci Carmelo in udienza pontificia a noi riservata il prossimo 20 dicembre 2014 con Papa Francesco.
Questo evento speciale a noi riservato per l’avvio della causa di beatificazione del nostro fondatore Don Oreste Benzi, che già incontrò Musumeci nel 2007 al carcere di Spoleto, assume un’importanza ancora maggiore dopo il discorso del Papa del 23 ottobre scorso alla delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale. Poiché questa Comunità sostiene da anni a fianco di Musumeci una campagna contro la pena del carcere a vita, chiediamo di poter accompagnare Musumeci Carmelo e la sua famiglia a questo incontro.

(Fonte: Disponibilità per il Tribunale di Sorveglianza per accompagnamento e tutoraggio di Carmelo Musumeci, da parte della Comunità Papa Giovanni XXIII, Associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio).

Papa Francesco, sono entrato nel ventiquattresimo anno di “Pena di Morte Nascosta”, come la chiami tu. E quando ieri mi è arrivata la notizia che i fratelli e le sorelle della Comunità Papa Giovanni XXIII mi hanno inserito nella lista delle persone che t’incontreranno nella Città del Vaticano non ho chiuso occhio. Ho passeggiato, avanti e indietro. Su e giù. A passi lenti. Da una parte all’altra delle pareti della mia cella per tutta la notte. Ti confesso che di notte, per prendere sonno, passeggio spesso per la mia tomba. A testa bassa. E altrettanto spesso la morte cammina accanto a me. Ti confido che sono stanco di pensare. A volte troppo stanco per vivere. Pure stanco di aspettare un giorno che non verrà mai. Ti svelo che spesso ho tanta voglia di arrendermi alla vita perché penso che sia inutile continuare a vivere una vita inutile. Perduto fra la tristezza e la malinconia.

Papa Francesco, ti confesso che spesso nel mio cuore non c’è più nessuna speranza. E sono stanco di sperare e contare i giorni e le notti all’infinito. Sono pure stanco di aspettare la morte. E ti confido che certe notti provo il desiderio di andarle incontro per finire prima del tempo la mia pena. Ti svelo che nella mia vita non riesco a scorgere più nessun barlume di speranza perché la mia pena mi sembra troppo grande per vederne la fine. E penso che non mi basteranno tutti i giorni, i mesi e gli anni della mia esistenza per scontarla. Per questo a volte mi sento un cadavere senza essere ancora morto. Credo che tutte le pene dovrebbero avere un inizio e una fine. Invece a me, insieme alla libertà, hanno ucciso per sempre anche la speranza, perché con la mia condanna di morte nascosta ormai posso solo tenermi in vita.

Papa Francesco, ti confesso che spesso non mi sento né all’aldilà né all’aldiquà. Mi sento solo nel mezzo. Né vivo né morto. Mi sento solo un’ombra. Un’ombra che si trascina avanti e indietro. Un passo davanti all’altro. Indietro e avanti. E con lo sguardo fisso nel vuoto. Diretto verso il muro di fronte. Ti confido che ogni tanto mi fermo davanti alla finestra. La apro. E guardo avanti. Non vedo però nulla. Intravedo solo il muro di cinta. E mi viene voglia di fuggire dalla vita perché a volte morire mi sembra la scelta giusta. Una scelta intelligente. La scelta migliore. L’unica cosa che potrei ancora fare. Non so cosa incontrerei nell’aldilà, ma di sicuro non vivrei una vita inutile come adesso, perché amo troppo la vita per continuare a vivere senza esistere. Ti svelo che non posso più vivere senza un filo di speranza. Non posso più continuare a vivere senza la speranza di esistere.

Francesco, pensi che i giudici mi lasceranno venire da te? Io non credo proprio, ma ci spero. E in attesa di abbracciarti di persona lo faccio fra le sbarre.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, Dicembre 2014

 

 


Dialogo tra un ergastolano e Papa Francesco

Sono un “Senza Dio”. Ormai è da tanti anni che mi sono strappato di dosso Dio. Tanto tempo fa l’ho mandato via da me. E lui se n’è andato. Tu Papa Francesco lo stai facendo tornare. (Diario di un ergastolano: www.carmelomusumeci.com)

Sono un uomo ombra (così si chiamano fra loro gli ergastolani ostativi) prigioniero nell’Assassino dei Sogni (così i prigionieri chiamano il carcere) di Padova, condannato alla “Pena di Morte Viva” (così è chiamato l’ergastolo ostativo, che ti esclude qualsiasi possibilità di morire un giorno da uomo libero).
Mi hanno molto colpito alcune frasi di Papa Francesco nel suo discorso all’Associazione Internazionale di Diritto Penale del 23 ottobre 2014 ed ho deciso di scrivere alcune mie considerazioni.

Papa Francesco: Viviamo in tempi nei quali, tanto da alcuni settori della politica come da parte di alcuni mezzi di comunicazione, si incita talvolta alla violenza e alla vendetta, pubblica e privata.
Un uomo ombra:
Penso di non conoscere a fondo l’amore di Dio, ma conosco bene l’odio degli uomini che mi tengono prigioniero come un animale in gabbia.

Papa Francesco: Populismo penale, in questo contesto negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina.
Un uomo ombra:
Le prigioni, così come sono, sono fabbriche di odio ed è difficile migliorare le persone con la violenza e la sofferenza. Il carcere in questo modo ci trasforma in mostri perché qui non esiste l’amore, esistono solo i dislavori. Se siamo uomini non possiamo stare solo anni e anni chiusi in una cella, dovremmo stare insieme ad altri uomini migliori di noi.

Papa Francesco: Molti giudici e operatori del sistema penale devono svolgere la loro mansione sotto la pressione dei mezzi di comunicazione di massa, di alcuni politici senza scrupoli e delle pulsione di vendetta che serpeggiano nella società.
Un uomo ombra:
Sono fortemente convinto che perdonare è più facile di essere perdonato. Il perdono ti fa amare il mondo, la vendetta te lo fa odiare. Il perdono è la migliore vendetta che una società può dare, perché fa incredibilmente tirare fuori il senso di colpa per il male fatto. Molti non sanno amare perché non sono amati, altri hanno l’amore nel cuore e non lo sanno. Una persona che ha infranto la legge di Dio e degli uomini per essere recuperato non dovrebbe avere bisogno di sbarre, ma di essere amato come una persona libera, se non di più. E una persona perbene per smettere di essere disonesta deve imparare ad amare tutto e tutti, perché chi ama fa innanzi tutto bene a se stesso, perché solo l’amore ti fa diventare felice.

Papa Francesco: Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, io lo collego con l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa, nel Codice penale del Vaticano, non c’è più, l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte nascosta.
Un uomo ombra:
L’ergastolo è una pena di morte a gocce. È sbagliato dire che assomiglia alla pena di morte perché è molto peggio, dato che la pena di morte si sconta da morto e la pena dell’ergastolo si sconta da vivo. Con la pena di morte finisce la punizione e la vita… invece con la pena dell’ergastolo inizia un’agonia che durerà per tutta la vita. Gli ergastolani vivono distaccati ed estraniati da tutti gli altri prigionieri, nel nostro mondo di solitudine e ombra. Per noi morire è la cosa più facile, invece vivere è la cosa più difficile. Sogno spesso di avere un fine pena per avere un calendario in cella per segnare i giorni, i mesi e gli anni che passano.

Papa Francesco: La forma di tortura è a volte quella che si applica mediante la reclusione in carcere di massima sicurezza. Come dimostrano gli studi realizzati da diversi organismi di difesa dei diritti umani, la mancanza di stimoli sensoriali, la completa impossibilità di comunicazione e la mancanza di contatti con altri esseri umani, provocano sofferenze psichiche come la paranoia, l’ansietà, la depressione e la perdita di peso e incrementano sensibilmente la tendenza al suicidio.
(…) Le torture ormai non sono somministrate solamente come mezzo per ottenere un determinato fine, come la confessione o la delazione -pratiche caratteristiche della dottrina della sicurezza nazionale- ma costituiscono un autentico plus di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione.
Un uomo ombra:
Spesso sono stanco di fare battere il mio cuore fra quattro mura… prigioniero in fondo agli abissi, ferito da uomini dal cuore sporco e la fedina penale pulita. Sono stanco di essere chiuso e solo senza speranza… seguendo sogni con occhi aperti e spenti. Sono stanco di essere solo un’ ombra che vive al buio e spera nella morte ma continua a cercare la vita e la luce. Sono stanco di esistere… di ascoltare i miei lamenti… che mi penetrano… mi lacerano… mi distruggono.

Papa Francesco: Molte di tali forme di criminalità non potrebbero mai essere commesse senza la complicità, attiva od ommissiva, delle pubbliche autorità.
Un uomo ombra: La grande criminalità organizzata, finanziaria e politica non potrebbe esistere senza la complicità di una parte dei poteri forti.

Papa Francesco: Il corrotto attraversa la vita con le scorciatoie dell’opportunismo, con l’aria di chi dice: “Non sono stato io”, arrivando a interiorizzare la sua maschera di uomo onesto. La corruzione è un male più grande del peccato. La sanzione penale è selettiva. È come una rete che cattura solo i pesci piccoli, mentre lascia i grandi liberi nel mare.
Un uomo ombra:
Spesso i buoni si sentono cattivi per cercare di diventare buoni. Invece i cattivi fingono di essere buoni per cercare di diventare ancora più cattivi.

Papa Francesco: La cautela nell’applicazione della pena dev’essere il principio che regge i sistemi penali, e la piena vigenza e operatività del principio pro homine deve garantire che gli Stati non vengano abilitati, giuridicamente o in via di fatto, a subordinare il rispetto della dignità della persona umana a qualsiasi altra finalità, anche quando si riesca a raggiungere una qualche sorta di utilità sociale.
Un uomo ombra:
Il carcere è l’inferno, una terra di nessuno dove spesso sei da solo contro tutti.
Un luogo pieno di conflitti, di odio, silenzi, delatori, sofferenza e ingiustizia, ma anche di tanta umanità, forse molto di più di quella che c’è fuori o che un giorno potrai trovare in paradiso. E quando un detenuto si suicida, è un po’ come se morissi anch’io. Molti dicono che togliersi la vita è una scelta sbagliata, ma io non sarò sicuro fin quando non ci proverò. Spesso in carcere ci si toglie la vita solo per smettere di soffrire perché per molti la vita in carcere è peggiore della morte.

Papa Francesco, presto, se non l’hanno già fatto, i nostri politici, governanti e le persone con la fedina penale pulita che vanno a messa alla domenica ingannando Dio e se stessi, si dimenticheranno delle tue umane e illuminate parole, del tuo bellissimo intervento, ma non le dimenticheranno mai gli uomini ombra e i detenuti di tutto il mondo.
Papa Francesco, la Comunità Papa Giovanni XXIII mi ha inserito nella lista del gruppo di persone che il 20 dicembre 2014 nella Città del Vaticano t’incontrerà per l’inizio della causa di beatificazione di Don Oreste Benzi (che ho conosciuto personalmente nel carcere di Spoleto e mi ha lasciato un suo angelo). Non credo che mi lasceranno venire da te, ed io non credo neppure ai miracoli, ma ci spero. Intanto ti mando un abbraccio fra le sbarre.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, novembre 2014

 


 Sabato 22 Novembre 2014

ore 10.00 e 21.00 a Milano,

presso il Nuovo Teatro Ariberto, Via Daniele Crespi 9

(MM2, fermata Piazza S. Agostino)


debutta lo spettacolo "Undici ore d'amore di un uomo ombra"

messo in scena dalla Compagnia Karakorum

( http://www.karakorumteatro.it )

Liberamente tratto dall'omonimo libro di Carmelo Musumeci

Ingresso libero fino a esaurimento posti.

Info matteo@karakorumteatro.it


 


 

 

Gli ergastolani a Papa Francesco


Più volte dal carcere ci sono arrivati pensieri rivolti a questo nuovo Papa, soprattutto dopo che nel luglio dell'anno scorso ha abolito l’ergastolo nel suo Stato del Vaticano.
Così all’inizio della scorsa estate avevamo pensato di raccogliere domande che persone condannate all’ergastolo avessero voluto rivolgergli.
Gliele abbiamo spedite.
Ora che Papa Francesco con parole forti si è pronunciato non solo contro l’ergastolo ma anche contro tanti aspetti della detenzione, dagli OPG alle carceri di alta sicurezza, rendiamo pubblica la lettera e le domande che gli abbiamo mandato, avendo letto nella sua pronuncia una chiara risposta anche a tante delle nostre domande.

Caro Papa Francesco,
quelle che seguono sono le domande che tredici ergastolani hanno pensato di rivolgerle. Ergastolani “speciali”, ostativi, che in seguito a un meccanismo di leggi nate con “l’emergenza mafia” degli anni 90, vengono esclusi dall’applicazione dei benefici di legge perché non collaboratori di giustizia. Diversamente da quanto comunemente si crede, e ancora sui mezzi d’informazione spesso si dice, sono la smentita, in carne ed ossa, del fatto che “l’ergastolo in Italia non lo sconta nessuno”. Appartenuti in passato a varie organizzazioni di stampo criminale, anche solo a livello regionale, sono in carcere da decenni, molti per lunghi periodi in regime di 41 bis, e scontano una pena che, in base alle nostre leggi, non finirà mai. In questi anni molto hanno riflettuto sul proprio passato, hanno seguito percorsi di studio, continuano a lavorare su se stessi. Basti dire che fra questi c’è chi in carcere si è laureato in giurisprudenza, chi si è diplomato in un Istituto d’arte, c’è chi è prossimo alla laurea in filosofia, chi ha approfondito la storia d’Italia e le vicende del nostro Meridione… Convinti pure che “la vita, se sarai capace di non soffocarla dentro di te, ti offrirà di vedere e capire”. Ma al pentimento morale il nostro ordinamento non riconosce alcun valore giuridico. Negando loro di fatto il diritto alla riabilitazione.
Eppure “alcuni di noi sono ormai giunti ad un livello di maturità tale da non dimenticare nemmeno per un istante il dolore delle vittime”, con la certezza “che non esistano pene in grado di rafforzare l’autorevolezza della legge o tali da raggiungere l’obbiettivo di cancellare il dolore delle vittime dei reati”.

Tredici dei tanti, in Italia si calcola siano più di mille, destinati a morire reclusi. Ci hanno affidato queste domande, senza nascondere la profonda emozione di chi nello scrivere si accorge “di quanto sia difficile scegliere le parole”, o il sussulto di chi temendo di essere la persona meno adatta a porre domande al Papa chiede “scusa dell’arroganza di questo peccatore, ma la sfrontatezza è tanta”…
La sfrontatezza è tanta e tante sono state le domande, alcune simili, ma abbiamo preferito lasciarle perché emergessero le sfumature, le sottili differenze che ognuno ha portato, riflettendo sul tema della colpa, del castigo e del perdono. Con uno sguardo anche alla vita generale della Chiesa e al mondo intero, di cui pure, nonostante il sentire comune li voglia esclusi dal mondo, ciascuno di loro si sente parte.
In un momento in cui si richiede l’impegno di tutti nella lotta contro le mafie, pensiamo che non si possa essere indifferenti alla voce di chi, dopo aver sofferto e aver raggiunto un profondo intimo cambiamento, potrebbe offrire alla società la testimonianza del suo percorso.
Con una sola voce, si rivolgono a Papa Francesco nella speranza di un confronto, anche solo di un pensiero in risposta a tante domande … perché “sarebbe bello un giorno poterla incontrare”… “conoscersi serve giacché per costruire una strada occorre aiuto, e io non mi vergogno di avanzare a Sua Santità un’umile richiesta d’aiuto”…
Insomma, “Papa Francesco, aiutaci a vivere o a morire” …
Un forte abbraccio
Francesca de Carolis e Nadia Bizzotto

Francesca de Carolis, giornalista e scrittrice
Nadia Bizzotto, Comunità Papa Giovanni XXIII - email: ergastolani@apg23.org

 

Giugno 2014
Una premessa importante… Non voglio la morte del peccatore, dice il Signore, ma che egli si converta e viva (Ezechiele, 33 II). Vi è un dramma rappresentato con grande maestria nel Vangelo di Giovanni, in esso si recita: chi è di voi senza peccato scagli la prima pietra. C’è da restare senza fiato… “Chi è di voi…”! Queste sono veramente le cose essenziali. Ma non si trovano in alcun manuale di psicologia. Piuttosto si imparano in chiesa o nelle carceri. Curioso anche questo avvicinamento, no? Tra Chiesa e carcere; qualcosa come mettere insieme inferno e paradiso. Ma l’errore, il tremendo errore, sta nel credere che quelli che sono rinchiusi nel penitenziario siano dannati.
Il giudizio, per esser giusto, dovrebbe tenere conto non soltanto del male che uno ha fatto, ma anche del bene che farà, non solo della sua capacità a delinquere, ma anche della sua capacità a redimersi.

Dunque:
caro Papa Francesco,
a proposito del peccato Lei ha detto: se uno non pecca non è un uomo. Dobbiamo supporre che Dio ammette il peccato oppure che nella realtà il peccato, così come noi lo conosciamo, non esiste?

Il male e il bene di una persona è il bene di noi tutti, lo ha detto Carlo Maria Martini. Papa Francesco, pensa che Dio sia così severo da gettare un’anima all’inferno e condannarla ad essere cattiva e colpevole per sempre come accade sulla terra?

Dio perdona. Possono farlo anche gli uomini o il perdono è solo “cosa divina”? Ma se il perdono è anche umano, cosa ne pensa e cosa direbbe a quegli Stati che promuovono la pena di morte e il carcere a vita per chi ha commesso reati di sangue?

La condanna all’ergastolo senza fine è disumana. Più che una condanna fisica è una pena dell’anima, una pena che ti ruba l’amore, ti mangia vivo, ti succhia la speranza… che ti ammazza lentamente. Si passa l’esistenza a osservare il proprio passato perché non ci sono giorni davanti che ci aspettano, ed è difficile diventare buoni con una pena del diavolo da scontare. Perché i buoni cristiani, che magari vanno a messa la domenica, ci fanno questo?

Mi chiedo se dal punto di vista cristiano, umano, tale pena, così come configurata in Italia, (osta a qualsiasi beneficio di legge, quindi non dà speranza, annienta l’individuo giorno dopo giorno riducendolo a un vegetale, non più persona, ma solo corpo, svuotandola della sua essenza umana) sia priva di senso, sia compatibile con il precetto evangelico. Tenendo conto che l’Italia è definita, per antonomasia, culla del diritto, ma soprattutto è il centro della cristianità, chiedo: è accettabile questa pena disumana nel paese in cui risiede il cuore della fede cristiana?

Sapendo che per un ergastolano ostativo la pena non finirà mai, come può un uomo resistere e superare tutto questo? E dopo aver superato questa prova, può un uomo ancora considerarsi una persona normale, umana?

Santo padre, secondo lei, il fatto che in Italia non venga eseguita una vera e propria pena di morte, sostituita da un “pena di morte viva”, chiamata appunto ergastolo ostativo, permette alle nostre istituzioni di mettersi la coscienza al riparo dal senso di colpa che potrebbe procurargli la messa a morte del reo? Non crede che in questo modo, nonostante l’Italia abbia una costituzione molto chiara su ogni punto, si ha solo la mera “illusione” di essere in un paese civile e democratico?

Santo Padre, secondo lei, che differenza passa tra il vero condannato a morte e noi che, seppure non veniamo uccisi all’istante, siamo lasciati vivi in agonia tutta la vita, venendo però uccisi giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio, senza che lo Stato si sporchi le mani di sangue?

La nostra pena è senza fine perché non abbiamo fatto i nomi dei nostri ex compagni. Negli oratori siamo stati educati al motto di “chi fa la spia non è figlio di Maria” e con la figura di Giuda, che per aver tradito Gesù e averlo consegnato allo Stato romano si è impiccato. Oggi ci è chiesto di fare gli opportunisti e accusare un nostro “fratello in Cristo” per non morire in carcere. Come nelle peggiori dittature. Una condizione immorale, anche per il pensiero di un ateo. Una legge che ricatta, lede la dignità, la libertà religiosa, che è applicata anche a chi si è ravveduto o all’innocente che non può dimostrare di esserlo. Purtroppo questo ricatto, che non lascia via d’uscita, quando diventa insostenibile porta molti di noi al suicidio. Per la Chiesa è un peccato, ma non commette una corruzione più grave chi ci costringe al suicidio?

Santità, ritiene cristiana la tortura del 41 bis?

Si può essere pentiti di puro cuore pur non avendo collaborato con la giustizia. Non si sbaglia, forse, nel guardare a questo ultimo parametro come unico elemento indicatore dell’avvenuta conversione?

Non è illegittimo il trattamento a noi riservato? A noi che siamo in stragrande maggioranza meridionali… Vien da fare un paragone con quanto letto nel testo “Patrologia” di Berthold Altaner citando l’Apologeticum, dove emerge chiaramente la differenza di trattamento fra imputati cristiani e imputati accusati di altri crimini: per questi la tortura era mirata alla confessione, per i primi diretta invece ad ottenere un rinnegamento… Per noi ostativi non esiste nessuna Apologia che possa farci sperare in un futuro da uomini liberi…

Cosa deve fare e come si deve comportare una persona per essere “redenta”, per poter essere accettata dalla civiltà esterna senza essere continuamente additato come criminale?

È capitato che a persone condannate per reati connessi alla criminalità organizzata siano stati negati funerali religiosi (persone magari morte in carcere dopo 20 anni di pena), nulla sapendo se tale persona abbia convertito il suo cuore al bene dopo tanti anni. Considerando la natura di non esclusività della dottrina cristiana, non crede sia contraddittorio questo comportamento adottata in seno alla Chiesa cattolica? Giusto condannare sempre il fenomeno della criminalità organizzata, non ritiene però sbagliato condannare per sempre e comunque l’uomo?

Guai a girarsi dall’altra parte quando sono violati i diritti di qualcuno, gli orrori della storia lo insegnano: “un giorno vennero ad arrestare tutti i negri, ma io non ero un negro e non dissi nulla, il giorno dopo arrestarono gli ebrei, poi gli zingari e vagabondi. vennero di nuovo ma non c’era più nessuno e arrestarono anche me”. Nel Meridione, ieri briganti, oggi basta etichettare qualcuno come mafioso per sospendergli ogni diritto con il plauso di tutti, Chiesa inclusa. Ma la Chiesa di Gesù non avrebbe paura di ricordare pubblicamente, a questa società votata all’indifferenza, che tutti gli uomini hanno la stessa dignità ed ognuno è un caso a sé? Qualunque sia l’etichetta data da altri uomini. I.N.R.I. non dovrebbe ricordare qualcosa?

A torto o a ragione noi siamo in carcere con una condanna ( anche se non sempre con un giusto processo –v. “leggi d’emergenza”), ma le nostre madri, mogli, figli, non hanno altra colpa che di amarci. Nessuno pensa che tra le vittime ci sono anche loro. Il dolore di Maria per il figlio incarcerato e condannato, ricorda qualcosa? Condannate a “vite sospese nel dolore”, di privazioni. Nelle nostre famiglie non esiste un Natale, Pasqua o altra ricorrenza, perché il pensiero è sempre velato di tristezza per noi, rinchiusi come animali. Queste “vittime dell’amore” hanno qualche diritto?

Molte cose della fede fino ad oggi era impensabile che venissero rivoluzionate, ma ecco che arriva Papa Francesco a stupirci. Oggi ci ha stupito con il battesimo in Vaticano del bambino di una coppia sposata con il rito civile. Viene da chiedere… come mai ancora un divorziato non può avere accesso al sacramento della comunione?

Caro Papa Francesco, noi cristiani, credenti, comunità, nel professare Gesù Cristo, la nostra fede, veniamo derisi e criticati dai non credenti, e da quelli che si sono allontanati dalla fede. Le cause di tutte le continue diatribe sono: la secolarizzazione, il relativismo e principalmente l’arricchimento personale che attecchisce nella Chiesa. E’ possibile da parte sua dare un segnale ancora più forte, di concretezza, nel correggere questi comportamenti di una parte della Chiesa, che non sono più tollerabili?

Nel terzo millennio, ritiene naturale la monarchia assoluta della Chiesa? Non crede che sia giunto il momento che sia la democrazia a guidare i cattolici? Vedranno un giorno i cattolici l’abolizione dell’ordine dei cardinali e l’elezione del Papa da parte dei Vescovi di tutto il mondo?

Pensando al mondo, pensando al cuore della cristianità… Oltre l’annuncio della sua visita in Terra Santa, non sarebbe utile anche un suo discorso all’Onu per cercare di toccare il cuore marmoreo dei potenti della Terra per risolvere l’eterno scontro tra i poveri Palestinesi e Israeliani? Se si aspetta che arrivi la pace da un accordo tra quei due popoli dovremmo aspettare che inizi un’evoluzione nuova dell’umanità e un’altra volta il figlio di Dio dovrà morire sulla croce…

Sotto la sua guida il Vaticano ha abolito l’ergastolo. Lo ha fatto perché aveva perso la sua forza d’applicabilità oppure perché ritiene che condannare al carcere a vita un essere umano vada contro il senso di civiltà che ogni popolo si vanta di detenere?

La Chiesa è in prima fila per l’abolizione della pena di morte nel mondo. Interverrà il Papa in prima persona per chiedere allo Stato italiano e ai politici “cattolici” di abolire l’ergastolo ostativo, questa forma camuffata di pena di morte?

Considera possibile sostenere l’ambizione di quanti – pur patendo sulla propria pelle l’ergastolo- desiderano realizzare, nonostante tutto, il ritorno nella società attraverso gli affetti, il lavoro, l’istruzione? E come?

È ancora possibile sostenere un ergastolano ostativo, l’uomo, a credere di poter trovare una ragione per ridare i colori a un’esistenza segnata da dolore e angoscia? E come abbattere il muro dell’alterità che separa il dentro dal fuori e sviscerare in tal modo la paura del diverso che non si conosce?

Paolo Amico
Claudio Conte
Pasquale De Feo
Marcello Dell’Anna
Antonio Di Girgenti
Giovanni Farina
Domenico Ferraioli
Giovanni Lentini
Giovanni Mafrica
Carmelo Musumeci
Santo Napoli
Alfredo Sole
Mario Trudu

 


  

 

Io, ergastolano, dico grazie al Papa

 


Carmelo Musumeci, ergastolano ostativo, da 23 anni in carcere, risponde con gratitudine alle parole di papa Francesco e chiede di poter andare a dirgli grazie: "Vorrei essere io a venire a stringere la mano di un uomo giusto che ha avuto il coraggio di difendere i più cattivi del mondo".
Alberto Laggia, Famiglia Cristiana

“Caro Papa Francesco, è calata la sera dentro la mia cella come, da tanti anni, dentro il mio cuore. E’ il momento in cui mi sento più solo. La tv accesa è un rumore di sottofondo, a volte l’unico collegamento che ricorda a noi ergastolani, sepolti vivi tra sbarre e cemento, che esiste un altro mondo al di là del muro di cinta del carcere. Ma stasera è accaduto un fatto nuovo. Ho sentito le tue parole, riprese da tutti i media”:

“Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, io lo collego con l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa, nel Codice penale del Vaticano, non c’è più, l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte nascosta”.

Sono le prime, commosse parole, di commento alle frasi del papa, scritte e affidate in esclusiva a Famiglia Cristiana, da Carmelo Musumeci, ergastolano ostativo, detenuto da 23 anni, scrittore e promotore della campagna “Mai dire mai” per l’abolizione dell’ergastolo, vera e propria voce tra le sbarre dei detenuti sottoposti al “fine pena mai”, quelli, cioè, che sui certificati di detenzione portano scritto “fine pena: 31.12.9999”.

“Francesco, quasi non riesco a crederci: sono tanti anni che combatto da solo, o quasi, e sono quasi l’unico che urla invano, come solo possono fare gli uomini ombra come me, per dire le cose che oggi hai detto tu”, continua Musumeci.
“Ci sono dei giorni che mi sembra che i muri della mia cella mi stritolino il cuore e ci sono dei momenti che non mi ricordo più come si vive da uomo libero. Francesco, non riesco a capire! A cosa serve che tanti “uomini ombra” (così si chiamano fra loro gli ergastolani ostativi sicuri di morire in carcere) dopo venti, trent’ anni, alcuni molto di più, rimangano ancora chiusi in una cella?”, afferma ancora l’ergastolano.

“Io non sono mai stato vicino alla Chiesa, perché sono nato colpevole, anche se poi da grande ci ho messo del mio e ho fatto di tutto per diventarlo. Ma da piccolo ho ricevuto solo tante botte dai preti dei collegi dove sono cresciuto. Ed è forse per questo che ben presto ho messo da parte Dio nella mia vita. Anche se ora spero che lui non abbia messo da parte me. Con gli esempi che ho ricevuto è stato facile credere che Dio non esistesse, ma ultimamente tu e qualcun altro mi fate pensare che esistano degli angeli in terra”.

E conclude con una richiesta: “È per questo motivo che con gli ‘angeli’ della Comunità Papa Giovanni XXIII che tu riceverai il prossimo 20 dicembre ho chiesto il permesso straordinario di poter venire a ringraziarti di persona.

Ti avevo chiesto di venire da me, ma ora vorrei essere io a venire a stringere la mano di un uomo giusto che ha avuto il coraggio di difendere i più cattivi del mondo”.

Francesco, non so se i giudici me lo concederanno: mi hanno sempre detto di no. Anzi, mi dicono tutti che sono bravo, mi danno encomi, mi fanno laureare, mi dicono che sono meno pericoloso di una volta, ma poi quando è ora di chiedere un po’ di libertà mi dicono sempre che sono cattivo perché non metto un altro in cella al posto mio. Mi vogliono bravo ma poi mi dicono che morirò in carcere perché sono cattivo. Sai Francesco, i buoni sono proprio strani. Io proprio non li capisco. Probabilmente non li capisco perché sono cattivo davvero, ma diglielo tu che non l’ha fatto neanche Gesù. Vorrei venire da te con la mia famiglia: una compagna che mi aspetta da 23 anni e i miei figli e i miei due nipotini, che hanno l’età dei miei figli quando li ho lasciati, e il mio angelo (anche i diavoli a volte ne hanno uno). Mi hanno detto che per realizzare i sogni bisogna prima sognarli, ma gli uomini ombra non possono sognare. Possono solo sopravvivere e sopravvivere non è come vivere e non è neppure come morire.

Francesco, ti arrivi un abbraccio tra le sbarre di un’ombra che vorrebbe vivere”.

Carmelo Musumeci

tratto da "Famiglia Cristiana" n. 44/ 2 Novembre 2014

 


 

 

 

Enrico Ruggeri: L'ergastolo ostativo è una pena disumana

 

Tratto dal mensile DELITTI & MISTERI n. 5/2014

 



“In questo momento storico siamo un Paese in grosso affanno”

Qualcuno, probabilmente, troverà l’intervista a Enrico Ruggeri atipica e fuori da quelli che sono i canoni delle interviste fatte a un artista.
Nella lunga e simpatica chiacchierata-intervista con il cantautore milanese per una volta non si è parlato di musica, appena qualche riferimento storico e qualche critica piuttosto soft, ma di Giustizia. Un problema molto sentito dal cantautore, da sempre in prima linea per impegno sociale, che non ha mai disdegnato di sottolinearlo nei suoi brani e nelle sue trasmissioni televisive. Anche stavolta ha parlato a cuore aperto, senza peli sulla lingua e senza timori reverenziali. Nelle sue parole non c’è stata alcuna “strategia di auto promozione” ma un leale confronto e una leale esposizione del suo pensiero.

Enrico, intanto grazie per avere accettato un’intervista nella quale l’argomento principale non è la musica ma la Giustizia. Dallo scontro infinito magistratura-politica ai numerosi errori giudiziari, dai processi infiniti ai diritti dei cittadini troppo spesso banalmente violati fino alle continue sanzioni dell’Unione Europea, il sistema giudiziario è in pieno caos. Enrico, cosa succede…

La Giustizia è un tema al quale tengo molto e quindi è un piacere per me rispondere alle tue domande. Credo che il sistema giudiziario sia in grosso affanno e questo dipende da tanti fattori. Uno potrebbe essere il fatto che in Italia ci sono tre poteri-legislativo, esecutivo e giudiziario- e tutti questi tre poteri in qualche modo cercano di prevaricarsi e quindi il potere esecutivo con i decreti legge diventa legislativo, il potere legislativo cambia in continuazione e il potere giudiziario, inutile nascondersi dietro a un dito, troppo spesso non è in linea con il potere legislativo e cerca di prevaricarlo.
Questo è da sempre sotto gli occhi di tutti. A questo aggiungi un ordinamento della Giustizia molto simile a quello della Sanità: se ti ammali e hai i soldi sei molto più avvantaggiato di chi i soldi non li ha e si deve affidare alle strutture pubbliche. Nella Giustizia accade lo stesso. Se hai delle grane e hai i soldi allora hai anche la possibilità di avere ottimi avvocati, tirare le cause a lungo e quindi avere dei vantaggi che la maggior parte dei cittadini non può avere. Non è certo questa la Giustizia che volevano i padri costituenti.

Nel 2003 con la canzone dal titolo Nessuno Tocchi Caino, hai affrontato il tema della pena di morte. In Italia, non abbiamo la pena di morte, ma per alcuni reati dove non ci sia stato il “pentimento” e la conseguente delazione e denuncia dei propri complici,è stato introdotto l’ergastolo ostativo, una specie di pena di morte senza esecuzione. A circa duemila detenuti è stata negata anche la speranza del ravvedimento, del reinserimento nel mondo che si tramuta in una vera e propria condanna a morte che viola e stravolge la nostra costituzione…

L’ergastolo ostativo non solo è disumano ma soprattutto crea una serie di discrepanze clamorose. Mi viene in mente tutta la fase post anni di piombo nella quale sono rimasti in galera per 15 anni dei soggetti che magari avevano fatto degli espropri o resistenza alla forza pubblica e poi hanno fatto tre anni di carcere persone che hanno sparato e ucciso. Ricordo i casi di alcuni terroristi che si erano macchiati di diversi omicidi ma dopo qualche anno di galera sono stati rimessi in libertà mentre alcuni dei loro compagni denunciati da loro stessi, per reati infinitamente minori, si sono scontati dieci, quindici anni.

Che significa tutto questo?

Significa che lo Stato è debole. Solo uno Stato debole fa leggi sui pentiti come quelle che abbiamo noi, uno Stato che non riesce a fare fronte a fenomeni criminali, guarda tutti i casi di mafia, ‘ndrangheta, camorra eccetera, e quindi non riesce a fare sentire la sua presenza. Le conseguenze, purtroppo, sono queste.

Eppure, nonostante tutto, parlare di Giustizia nel nostro Paese è un tabù inviolabile…

In questo momento siamo un Paese smarrito in cui ci sono temi, ahimè, che vengono sentiti di più dalla gente. Almeno fino a quando non vengono toccati direttamente. Già, perché spesso se le cose non ti toccano da vicino non le avverti come un pericolo o un problema. Questo è un errore che la gente non deve commettere.

Un tabù che si trasforma in paura…

Il problema nasce dal fatto che i temi vengono trattati, o non trattati, a seconda degli schieramenti politici di appartenenza e su questo siamo incredibilmente ottusi. L’ala giustizialista è un po’ becera, per esempio, non ne parla e quando questo accade è perché è successo qualcosa a qualcuno. Solo allora trova lo spazio per iniziare con i proclami del prendiamoli tutti, delle leggi speciali, ecc. L’area libertaria, che poi diventa l’area buonista e cattocomunista, non ne parla perché crea imbarazzo anche a loro. Questo perché ogni cosa, in questo Paese, è subordinata al dibattito politico: non c’è nessuno che dice quello che pensa ma solo quello che pensa il suo schieramento.

In più ci si mettono certe trasmissioni televisive che, invece di analizzare i fenomeni criminali, mettono alla gogna mediatica il malcapitato di turno solo perché fa audience e quindi business…

Queste trasmissioni sono business, sono solo puro intrattenimento e non guardano in faccia a nessuno per cui chi capita… capita. Spesso il primo poveretto che capita viene messo sulla gogna mediatica, processato prima in televisione e solo dopo in tribunale. L’unica cosa, non proprio negativa, è che certe trasmissioni valgono quanto uno spot pubblicitario o l’esibizione di un cantante e, quindi, spesso passa tutto così velocemente da essere dimenticato relativamente in fretta.

Anche tutti quegli artisti che fino agli anni ’80 hanno cantato la protesta oggi hanno ammainato la bandiera dell’impegno sociale progressista. Cosa è successo?

L’artista teme l’impopolarità e quindi fa solo quello che non lo rende impopolare. Ne ho parlato in una canzone che si chiama L’onda.
La gente non esprime giudizi per quello che pensa come facevano Pasolini, Flaiano, Gaber, Guareschi o De André. Oggi quelli che hanno la possibilità di parlare cercano di dire delle cose che possano avere il massimo seguito e scontentare meno persone possibili. Sono solo strategie di auto promozione per cui è impensabile che in uno scenario del genere arrivi uno che sparigli il mazzo e dica cose impegnative. Tutti dicono quello che immaginano possa essere di gradimento generale.

Fabrizio De André, in una celebre frase, disse: “Ho sempre avuto due chiodi fissi: l’ansia di giustizia e la convinzione presuntuosa di poter cambiare il mondo. Oggi quest’ultima è caduta”. Enrico per te la convinzione di poter cambiare il mondo è caduta o è sempre viva?

I viaggi, piccoli o lunghi che siano, iniziano sempre con un primo passo. Io credo ancora che una canzone possa smuovere le coscienze. Cambiare il mondo è una parola grossa e molto spettacolare però dal punto di vista oggettivo il mondo cambia anche in una piccola cosa pertanto dico sì, la voglia di cambiare è sempre viva.

Il futuro è un’ipotesi ma…?
Il futuro è sempre un’ipotesi sulla quale siamo in grado di intervenire e credo che almeno singolarmente lo si possa fare. Io sono e resto abbastanza ottimista.

Come vedi il progetto di DELITTI & MISTERI, e la sua voglia di aprire un dibattito sulla Giustizia allargato a tutti i cittadini e non solo agli addetti ai lavori?
Credo che qualunque progetto, e ci metto naturalmente anche DELITTI & MISTERI, se portato avanti con onestà intellettuale potrà essere sempre molto utile. Pertanto spero che il vostro progetto vada avanti e faccio a tutti voi un grosso in bocca al lupo.

Intervista a cura di Francesco Mura
redazione@delittiemisteri.eu


 

Discorso di Papa Francesco

all'Associazione Internazionale di Diritto Penale


Roma, 23 Ottobre 2014



Discorso di Papa Francesco all'Associazione Internazionale di Diritto Penale
http://www.avvenire.it/Papa_Francesco/Discorsi/Pagine/discorso-papa-penalisti-giustizia.aspx

Illustri Signori e Signore!
Vi saluto tutti cordialmente e desidero esprimervi il mio ringraziamento personale per il vostro servizio alla società e il prezioso contributo che rendete allo sviluppo di una giustizia che rispetti la dignità e i diritti della persona umana, senza discriminazioni. Vorrei condividere con voi alcuni spunti su certe questioni che, pur essendo in parte opinabili – in parte! – toccano direttamente la dignità della persona umana e dunque interpellano la Chiesa nella sua missione di evangelizzazione, di promozione umana, di servizio alla giustizia e alla pace. Lo farò in forma riassuntiva e per capitoli, con uno stile piuttosto espositivo e sintetico.

Introduzione
Prima di tutto vorrei porre due premesse di natura sociologica che riguardano l’incitazione alla vendetta e il populismo penale.
a) Incitazione alla vendetta
Nella mitologia, come nelle società primitive, la folla scopre i poteri malefici delle sue vittime sacrificali, accusati delle disgrazie che colpiscono la comunità. Questa dinamica non è assente nemmeno nelle società moderne. La realtà mostra che l’esistenza di strumenti legali e politici necessari ad affrontare e risolvere conflitti non offre garanzie sufficienti ad evitare che alcuni individui vengano incolpati per i problemi di tutti.
La vita in comune, strutturata intorno a comunità organizzate, ha bisogno di regole di convivenza la cui libera violazione richiede una risposta adeguata. Tuttavia, viviamo in tempi nei quali, tanto da alcuni settori della politica come da parte di alcuni mezzi di comunicazione, si incita talvolta alla violenza e alla vendetta, pubblica e privata, non solo contro quanti sono responsabili di aver commesso delitti, ma anche contro coloro sui quali ricade il sospetto, fondato o meno, di aver infranto la legge.
b) Populismo penale
In questo contesto, negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina. Non si tratta di fiducia in qualche funzione sociale tradizionalmente attribuita alla pena pubblica, quanto piuttosto della credenza che mediante tale pena si possano ottenere quei benefici che richiederebbero l’implementazione di un altro tipo di politica sociale, economica e di inclusione sociale.
Non si cercano soltanto capri espiatori che paghino con la loro libertà e con la loro vita per tutti i mali sociali, come era tipico nelle società primitive, ma oltre a ciò talvolta c’è la tendenza a costruire deliberatamente dei nemici:figure stereotipate, che concentrano in sé stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose. I meccanismi di formazione di queste immagini sono i medesimi che, a suo tempo, permisero l’espansione delle idee razziste.
I. Sistemi penali fuori controllo e la missione dei giuristi.
Il principio guida della cautela in poenam
Stando così le cose, il sistema penale va oltre la sua funzione propriamente sanzionatoria e si pone sul terreno delle libertà e dei diritti delle persone, soprattutto di quelle più vulnerabili, in nome di una finalità preventiva la cui efficacia, fino ad ora, non si è potuto verificare, neppure per le pene più gravi, come la pena di morte. C’è il rischio di non conservare neppure la proporzionalità delle pene, che storicamente riflette la scala di valori tutelati dallo Stato. Si è affievolita la concezione del diritto penale come ultima ratio, come ultimo ricorso alla sanzione, limitato ai fatti più gravi contro gli interessi individuali e collettivi più degni di protezione. Si è anche affievolito il dibattito sulla sostituzione del carcere con altre sanzioni penali alternative.
In questo contesto, la missione dei giuristi non può essere altra che quella di limitare e di contenere tali tendenze. È un compito difficile, in tempi nei quali molti giudici e operatori del sistema penale devono svolgere la loro mansione sotto la pressione dei mezzi di comunicazione di massa, di alcuni politici senza scrupoli e delle pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società. Coloro che hanno una così grande responsabilità sono chiamati a compiere il loro dovere, dal momento che il non farlo pone in pericolo vite umane, che hanno bisogno di essere curate con maggior impegno di quanto a volte non si faccia nell’espletamento delle proprie funzioni.
II. Circa il primato della vita e la dignità della persona umana. Primatus principii pro homine
a) Circa la pena di morte
È impossibile immaginare che oggi gli Stati non possano disporre di un altro mezzo che non sia la pena capitale per difendere dall’aggressore ingiusto la vita di altre persone.
San Giovanni Paolo II ha condannato la pena di morte (cfr Lett. enc. Evangelium vitae, 56), come fa anche il Catechismo della Chiesa Cattolica (N. 2267).
Tuttavia, può verificarsi che gli Stati tolgano la vita non solo con la pena di morte e con le guerre, ma anche quando pubblici ufficiali si rifugiano all’ombra delle potestà statali per giustificare i loro crimini. Le cosiddette esecuzioni extragiudiziali o extralegali sono omicidi deliberati commessi da alcuni Stati e dai loro agenti, spesso fatti passare come scontri con delinquenti o presentati come conseguenze indesiderate dell’uso ragionevole, necessario e proporzionale della forza per far applicare la legge. In questo modo, anche se tra i 60 Paesi che mantengono la pena di morte, 35 non l’hanno applicata negli ultimi dieci anni, la pena di morte, illegalmente e in diversi gradi, si applica in tutto il pianeta.
Le stesse esecuzioni extragiudiziali vengono perpetrate in forma sistematica non solamente dagli Stati della comunità internazionale, ma anche da entità non riconosciute come tali, e rappresentano autentici crimini.
Gli argomenti contrari alla pena di morte sono molti e ben conosciuti. La Chiesa ne ha opportunamente sottolineato alcuni, come la possibilità dell’esistenza dell’errore giudiziale e l’uso che ne fanno i regimi totalitari e dittatoriali, che la utilizzano come strumento di soppressione della dissidenza politica o di persecuzione delle minoranze religiose e culturali, tutte vittime che per le loro rispettive legislazioni sono “delinquenti”.
Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, io lo collego con l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa, nel Codice penale del Vaticano, non c’è più, l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte nascosta.
b) Sulle condizioni della carcerazione, i carcerati senza condanna e i condannati senza giudizio. - Queste non sono favole: voi lo sapete bene -
La carcerazione preventiva – quando in forma abusiva procura un anticipo della pena, previa alla condanna, o come misura che si applica di fronte al sospetto più o meno fondato di un delitto commesso – costituisce un’altra forma contemporanea di pena illecita occulta, al di là di una patina di legalità.
Questa situazione è particolarmente grave in alcuni Paesi e regioni del mondo, dove il numero dei detenuti senza condanna supera il 50% del totale. Questo fenomeno contribuisce al deterioramento ancora maggiore delle condizioni detentive, situazione che la costruzione di nuove carceri non riesce mai a risolvere, dal momento che ogni nuovo carcere esaurisce la sua capienza già prima di essere inaugurato. Inoltre è causa di un uso indebito di stazioni di polizia e militari come luoghi di detenzione.
Il problema dei detenuti senza condanna va affrontato con la debita cautela, dal momento che si corre il rischio di creare un altro problema tanto grave quanto il primo se non peggiore: quello dei reclusi senza giudizio, condannati senza che si rispettino le regole del processo.
Le deplorevoli condizioni detentive che si verificano in diverse parti del pianeta, costituiscono spesso un autentico tratto inumano e degradante, molte volte prodotto delle deficienze del sistema penale, altre volte della carenza di infrastrutture e di pianificazione, mentre in non pochi casi non sono altro che il risultato dell’esercizio arbitrario e spietato del potere sulle persone private della libertà.
c) Sulla tortura e altre misure e pene crudeli, inumane e degradanti. - L’aggettivo “crudele”; sotto queste figure che ho menzionato, c’è sempre quella radice: la capacità umana di crudeltà. Quella è una passione, una vera passione! -
Una forma di tortura è a volte quella che si applica mediante la reclusione in carceri di massima sicurezza. Con il motivo di offrire una maggiore sicurezza alla società o un trattamento speciale per certe categorie di detenuti, la sua principale caratteristica non è altro che l’isolamento esterno. Come dimostrano gli studi realizzati da diversi organismi di difesa dei diritti umani, la mancanza di stimoli sensoriali, la completa impossibilità di comunicazione e la mancanza di contatti con altri esseri umani, provocano sofferenze psichiche e fisiche come la paranoia, l’ansietà, la depressione e la perdita di peso e incrementano sensibilmente la tendenza al suicidio.
Questo fenomeno, caratteristico delle carceri di massima sicurezza, si verifica anche in altri generi di penitenziari, insieme ad altre forme di tortura fisica e psichica la cui pratica si è diffusa. Le torture ormai non sono somministrate solamente come mezzo per ottenere un determinato fine, come la confessione o la delazione – pratiche caratteristiche della dottrina della sicurezza nazionale – ma costituiscono un autentico plus di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione. In questo modo, si tortura non solo in centri clandestini di detenzione o in moderni campi di concentramento, ma anche in carceri, istituti per minori, ospedali psichiatrici, commissariati e altri centri e istituzioni di detenzione e pena.
La stessa dottrina penale ha un’importante responsabilità in questo, con l’aver consentito in certi casi la legittimazione della tortura a certi presupposti, aprendo la via ad ulteriori e più estesi abusi.
Molti Stati sono anche responsabili per aver praticato o tollerato il sequestro di persona nel proprio territorio, incluso quello di cittadini dei loro rispettivi Paesi, o per aver autorizzato l’uso del loro spazio aereo per un trasporto illegale verso centri di detenzione in cui si pratica la tortura.
Questi abusi si potranno fermare unicamente con il fermo impegno della comunità internazionale a riconoscere il primato del principio pro homine, vale a dire della dignità della persona umana sopra ogni cosa.
d) Sull’applicazione delle sanzioni penali a bambini e vecchi e nei confronti di altre persone specialmente vulnerabili
Gli Stati devono astenersi dal castigare penalmente i bambini, che ancora non hanno completato il loro sviluppo verso la maturità e per tale motivo non possono essere imputabili. Essi invece devono essere i destinatari di tutti i privilegi che lo Stato è in grado di offrire, tanto per quanto riguarda politiche di inclusione quanto per pratiche orientate a far crescere in loro il rispetto per la vita e per i diritti degli altri.
Gli anziani, per parte loro, sono coloro che a partire dai propri errori possono offrire insegnamenti al resto della società. Non si apprende unicamente dalle virtù dei santi, ma anche dalle mancanze e dagli errori dei peccatori e, tra di essi, di coloro che, per qualsiasi ragione, siano caduti e abbiano commesso delitti. Inoltre, ragioni umanitarie impongono che, come si deve escludere o limitare il castigo di chi patisce infermità gravi o terminali, di donne incinte, di persone handicappate, di madri e padri che siano gli unici responsabili di minori o di disabili, così trattamenti particolari meritano gli adulti ormai avanzati in età.
III. Considerazioni su alcune forme di criminalità che ledono gravemente la dignità della persona e il bene comune
Alcune forme di criminalità, perpetrate da privati, ledono gravemente la dignità delle persone e il bene comune. Molte di tali forme di criminalità non potrebbero mai essere commesse senza la complicità, attiva od omissiva, delle pubbliche autorità.
a) Sul delitto della tratta delle persone
La schiavitù, inclusa la tratta delle persone, è riconosciuta come crimine contro l’umanità e come crimine di guerra, tanto dal diritto internazionale quanto da molte legislazioni nazionali. E’ un reato di lesa umanità. E, dal momento che non è possibile commettere un delitto tanto complesso come la tratta delle persone senza la complicità, con azione od omissione, degli Stati, è evidente che, quando gli sforzi per prevenire e combattere questo fenomeno non sono sufficienti, siamo di nuovo davanti ad un crimine contro l’umanità. Più ancora, se accade che chi è preposto a proteggere le persone e garantire la loro libertà, invece si rende complice di coloro che praticano il commercio di esseri umani, allora, in tali casi, gli Stati sono responsabili davanti ai loro cittadini e di fronte alla comunità internazionale.
Si può parlare di un miliardo di persone intrappolate nella povertà assoluta. Un miliardo e mezzo non hanno accesso ai servizi igienici, all’acqua potabile, all’elettricità, all’educazione elementare o al sistema sanitario e devono sopportare privazioni economiche incompatibili con una vita degna (2014 Human Development Report, UNPD). Anche se il numero totale di persone in questa situazione è diminuito in questi ultimi anni, si è incrementata la loro vulnerabilità, a causa delle accresciute difficoltà che devono affrontare per uscire da tale situazione. Ciò è dovuto alla sempre crescente quantità di persone che vivono in Paesi in conflitto. Quarantacinque milioni di persone sono state costrette a fuggire a causa di situazioni di violenza o persecuzione solo nel 2012; di queste, quindici milioni sono rifugiati, la cifra più alta in diciotto anni. Il 70% di queste persone sono donne. Inoltre, si stima che nel mondo, sette su dieci tra coloro che muoiono di fame, sono donne e bambine (Fondo delle Nazioni Unite per le Donne, UNIFEM).
b) Circa il delitto di corruzione
La scandalosa concentrazione della ricchezza globale è possibile a causa della connivenza di responsabili della cosa pubblica con i poteri forti. La corruzione è essa stessa anche un processo di morte: quando la vita muore, c’è corruzione.
Ci sono poche cose più difficili che aprire una breccia in un cuore corrotto: «Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio» (Lc12,21). Quando la situazione personale del corrotto diventa complicata, egli conosce tutte le scappatoie per sfuggirvi come fece l’amministratore disonesto del Vangelo (cfr Lc 16,1-8).
Il corrotto attraversa la vita con le scorciatoie dell’opportunismo, con l’aria di chi dice: “Non sono stato io”, arrivando a interiorizzare la sua maschera di uomo onesto. E’ un processo di interiorizzazione. Il corrotto non può accettare la critica, squalifica chi la fa, cerca di sminuire qualsiasi autorità morale che possa metterlo in discussione, non valorizza gli altri e attacca con l’insulto chiunque pensa in modo diverso. Se i rapporti di forza lo permettono, perseguita chiunque lo contraddica.
La corruzione si esprime in un’atmosfera di trionfalismo perché il corrotto si crede un vincitore. In quell’ambiente si pavoneggia per sminuire gli altri. Il corrotto non conosce la fraternità o l’amicizia, ma la complicità e l’inimicizia. Il corrotto non percepisce la sua corruzione. Accade un po’ quello che succede con l’alito cattivo: difficilmente chi lo ha se ne accorge; sono gli altri ad accorgersene e glielo devono dire. Per tale motivo difficilmente il corrotto potrà uscire dal suo stato per interno rimorso della coscienza.
La corruzione è un male più grande del peccato. Più che perdonato, questo male deve essere curato. La corruzione è diventata naturale, al punto da arrivare a costituire uno stato personale e sociale legato al costume, una pratica abituale nelle transazioni commerciali e finanziarie, negli appalti pubblici, in ogni negoziazione che coinvolga agenti dello Stato. È la vittoria delle apparenze sulla realtà e della sfacciataggine impudica sulla discrezione onorevole.
Tuttavia, il Signore non si stanca di bussare alle porte dei corrotti. La corruzione non può nulla contro la speranza.
Che cosa può fare il diritto penale contro la corruzione? Sono ormai molte le convenzioni e i trattati internazionali in materia e hanno proliferato le ipotesi di reato orientate a proteggere non tanto i cittadini, che in definitiva sono le vittime ultime – in particolare i più vulnerabili – quanto a proteggere gli interessi degli operatori dei mercati economici e finanziari.
La sanzione penale è selettiva. È come una rete che cattura solo i pesci piccoli, mentre lascia i grandi liberi nel mare. Le forme di corruzione che bisogna perseguire con la maggior severità sono quelle che causano gravi danni sociali, sia in materia economica e sociale – come per esempio gravi frodi contro la pubblica amministrazione o l’esercizio sleale dell’amministrazione – come in qualsiasi sorta di ostacolo frapposto al funzionamento della giustizia con l’intenzione di procurare l’impunità per le proprie malefatte o per quelle di terzi.
Conclusione
La cautela nell’applicazione della pena dev’essere il principio che regge i sistemi penali, e la piena vigenza e operatività del principio pro hominedeve garantire che gli Stati non vengano abilitati, giuridicamente o in via di fatto, a subordinare il rispetto della dignità della persona umana a qualsiasi altra finalità, anche quando si riesca a raggiungere una qualche sorta di utilità sociale. Il rispetto della dignità umana non solo deve operare come limite all’arbitrarietà e agli eccessi degli agenti dello Stato, ma come criterio di orientamento per il perseguimento e la repressione di quelle condotte che rappresentano i più gravi attacchi alla dignità e integrità della persona umana.
Cari amici, vi ringrazio nuovamente per questo incontro, e vi assicuro che continuerò ad essere vicino al vostro impegnativo lavoro al servizio dell’uomo nel campo della giustizia. Non c’è dubbio che, per quanti tra voi sono chiamati a vivere la vocazione cristiana del proprio Battesimo, questo è un campo privilegiato di animazione evangelica del mondo. Per tutti, anche quelli tra voi che non sono cristiani, in ogni caso, c’è bisogno dell’aiuto di Dio, fonte di ogni ragione e giustizia. Invoco pertanto per ciascuno di voi, con l’intercessione della Vergine Madre, la luce e la forza dello Spirito Santo. Vi benedico di cuore e per favore, vi chiedo di pregare per me. Grazie.

http://www.lapresse.it/cronaca/papa-ergastolo-e-una-pena-di-morte-nascosta-1.599851

Il Papa: "Abolire la pena di morte, l'ergastolo è come un'esecuzione. Giustizia non è vendetta"

Francesco all'Associazione Internazionale di Diritto Penale: "Dalle prigioni di massima sicurezza agli ospedali psichiatrici, i moderni campi di concentramento sono una tortura, così come spesso la carcerazione preventiva". E poi: "La corruzione si esprime in un'atmosfera di trionfalismo, non basta stanare solo i 'pesci piccoli'"

23 ottobre 2014

CITTA' DEL VATICANO - Abolire la "pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie nel rispetto della dignità umana". Lo ha chiesto oggi Papa Francesco, in una lunga riflessione ad alcuni giuristi dell'Associazione Internazionale di Diritto Penale, ricevuti in udienza, aggiungendo che anche "l'ergastolo è una pena di morte nascosta". Condanna del Pontefice anche per le "cosiddette esecuzioni extragiudiziali o extralegali".

"Pensare a sanzioni alternative". La dinamica della vendetta, ha spiegato il Papa, "non è assente nelle società moderne: la realtà mostra che l'esistenza di strumenti legali e politici necessari ad affrontare e risolvere conflitti non offre garanzie sufficienti ad evitare che alcuni individui vengano incolpati per i problemi di tutti". "Oggi si è anche affievolito il dibattito sulla sostituzione del carcere con altre sanzioni penali alternative". La mentalità che viene diffusa, infatti, è quella che con "una pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina".

"Carcerazione preventiva pericolosa". "Il sistema penale va oltre la sua funzione propriamente sanzionatoria e si pone sul terreno delle libertà e dei diritti delle persone, soprattutto di quelle più vulnerabili, in nome di una finalità preventiva la cui efficacia, fino ad ora, non si è potuto verificare, neppure per le pene più gravi, come la pena di morte", ha precisato il Papa. Non solo: la carcerazione preventiva "quando in forma abusiva procura un anticipo della pena, previa alla condanna, o come misura che si applica di fronte al sospetto più o meno fondato di un delitto commesso" costituisce "un'altra forma contemporanea di pena illecita occulta, al di là di una patina di legalità".

"Il 'plus' di dolore". "Una forma di tortura è a volte - ha poi aggiunto il Papa - quella che si applica mediante la reclusione in carceri di massima sicurezza", con la "mancanza di stimoli sensoriali, la completa impossibilità di comunicazione e la mancanza di contatti con altri esseri umani". E questo accade a volte "anche in altri penitenziari", ha ammonito Francesco. "Non solo in centri clandestini di detenzione o in moderni campi di concentramento, ma anche in carceri, istituti per minori, ospedali psichiatrici, commissariati e altri centri e istituzioni di detenzione e pena. Queste crudeltà sono un autentico 'plus' di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione".

"Catturare anche i grossi corruttori". Ma Francesco, come durante il suo anatema di un anno fa si è espresso anche contro la corruzione, che, secondo il Pontefice, "si esprime in un'atmosfera di trionfalismo perché il corrotto si crede un vincitore e si pavoneggia per sminuire gli altri", ha poi denunciato Papa Francesco. Per il Pontefice, purtroppo questa situazione è il risultato dell'impunità resa possibile dal fatto che "la sanzione penale è selettiva, cioè è come una rete che cattura solo i pesci piccoli, mentre lascia i grandi liberi nel mare. Le forme di corruzione che bisogna perseguire con maggiore severità sono quelle che causano gravi danni sociali, sia in materia economica che sociale, come le frodi contro la pubblica amministrazione o l'esercizio sleale dell'amministrazione o qualsiasi sorta di ostacolo alla giustizia".


 

Libretto Universitario di Carmelo

 

 

 


 

Lettere fra “uomini ombra”

delle Case di Reclusione di

San Gimignano e Padova

Quasi tutti i giorni, mi sento un uomo ombra e un fantasma. Oggi, invece, mi sono sentito un padre e un nonno perché mi sono venuti a trovare mia figlia e i miei due nipotini Lorenzo e Michael con la loro madre Erika.
È stato il primo colloquio che ho fatto nell’area verde del carcere con i miei due nipotini.
Prima mi era vietato perché Lorenzo e Michael erano colpevoli di essere nipoti di un nonno detenuto in “Alta Sicurezza”. Per qualche ora mi sono sentito sereno e felice a giocare con i miei due nipotini. Mi hanno fatto venire anche il fiatone perché non ci ero più abituato a giocare con i bambini all’aria aperta.

(Fonte: diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com).

Da quando la redazione di “Ristretti Orizzonti” ha lanciato la campagna per “liberalizzare” le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi, molti prigionieri hanno iniziato a scriversi. Come una volta. Fra un carcere e l’altro per raccogliere le firme da inserire nel sito www.ristretti.org . E grazie a questa iniziativa hanno iniziato a scriversi anche gli uomini ombra (come si chiamano fra loro gli ergastolani). Rendo pubblica la lettera di Salvatore del carcere di San Gimignano.

Caro Carmelo, ho raccolto tutte le firme della mia sezione e le ho spedite a Ornella Favero nella sede esterna di Ristretti Orizzonti, via Ciotolo da Perugia, 35, 35138 Padova.
Questa iniziativa mi ha fatto venire in mente un episodio di tanti anni fa quando ero detenuto nel carcere di Palermo. Avevo mia moglie incinta.
E mentre dietro al bancone la consolavo per darle conforto in maniera affettuosa toccandole la pancia per sentire muoversi il bambino, la guardia mi aveva richiamato a stare giù con le mani. E lo aveva fatto ad alta voce ed in maniera brusca, facendo capire chissà che cosa a tutte le altre persone presenti nella sala colloquio.
Ci siamo sentiti osservati. E mia moglie era diventata rossa ed anch’io mi ero vergognato (penso persino per la creatura che doveva nascere) e non ci ho più visto. Alla guardia gliene ho detto di tutti i colori. E l’ho mandata pure a quel paese. Mi hanno sospeso il colloquio. Poi mi hanno punito con il regime di sorveglianza particolare. E come se non bastasse mi hanno trasferito in un carcere della Sardegna dove per ovvi motivi di distanza e finanziari non ho più visto mia moglie ed il bambino che nel frattempo era nato.
Silvio l’ho visto solo quando aveva già compiuto un anno.
E tutto per colpa di un gesto affettuoso scambiato fra poco più che adolescenti in attesa di un bambino. Adesso mio figlio ha appena compiuto venti anni e proprio l’altro giorno gli ho raccontato questo episodio. E spero che finalmente anche in Italia fanno una legge per stare con la propria famiglia in un ambiente riservato.
Salvatore.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova 2014

La redazione di Ristretti Orizzonti ha lanciato la campagna per "liberalizzare" le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi.
Se volete aderire e sapere di più di questa iniziativa, visitate il sito www.ristretti.org o www.carmelomusumeci.com


 


 

Dopo il grande successo della prima stampa,


"L'Assassino dei Sogni.

Lettere fra un filosofo e un ergastolo"

è in ristampa e

anche gratuitamente scaricabile cliccando su:


Stampa Alternativa


Rimane ovviamente acquistabile, a 1 euro, la copia cartacea.




Carmelo Musumeci - Giuseppe Ferraro
L’Assassino dei sogni

Lettere fra un filosofo e un ergastolano

a cura di Francesca de Carolis
Ed StampaAlternativa


Io scrivo perché scrivendo il duol si disacerba, perché ho bisogno di scrivere, e s’io non scrivo non vivo. (Luigi Settembrini)

Il libretto “L’Assassino dei Sogni” sottotitolo “Lettere fra un filosofo e un ergastolano” di Carmelo Musumeci e Giuseppe Ferraro, a cura della giornalista Francesca De Carolis, ED. Stampa Alternativa-Nuovi Equilibri pag. 64-anno 2014, prezzo: 1,00, ISBN: 978-88-6222-417-8 appena uscito è già esaurito (È già in stampa una seconda edizione). E mi venuto il dubbio se lo stanno comprando perché è interessante o perché costa solo un euro sic!
Una cosa è certa, sta andando a ruba fra gli uomini e donne di fede. Le suore di clausura di Lagrimone mi hanno scritto:

Suor Daniela (…)Il libretto con il carteggio fra te e il filosofo Giuseppe Ferraro è molto bello ed è ricco di spunti e provocazioni. Il tuo nipotino aveva 3 anni quando ti ha portato la foglia? Stupendo quell’episodio.
Ne abbiamo presi 55 e li abbiamo già distribuiti in giro di pochi giorni. Ottima l’idea di venderlo ad un euro (…)

Suor Marta (…) Appena abbiamo ricevuto il libretto “L’Assassino dei Sogni” (Lettere fra un filosofo ed un ergastolano) l’ho letto in giornata. Sono già capitate alcune persone a cui abbiamo dato il libretto e abbiamo in mente di darlo ad altre e ad alcuni preti che lavorano con adolescenti e giovani. Io l’ho trovato uno strumento didattico eccellente con motivi di riflessioni e confronti interessanti.

Suor Lilia (non è una suora di clausura come le altre due):
“Che dire del filosofo Giuseppe Ferraro? Sei davvero fortunato d’averlo conosciuto: ora, con gioia, posso affermare che anch’io, grazie a te, ho conosciuto un uomo saggio, che va per la sua strada e non teme di rivelare il suo pensiero senza modificarlo minimamente. Per me questo professore è un uomo che ama la vita; l’ho capito, soprattutto nella lettera in cui spiega il delicato argomento del suicidio”.

In questi giorni ho scritto all’editore che ha avuto il coraggio di pubblicare “L’Assassino dei Sogni”:
Marcello, continua a pubblicare i nostri pensieri, solo così puoi continuare a farci esistere. E a farci sentire ancora umani. Lo sappiamo, sono pochi gli editori che si sporcano le mani pubblicando i pensieri degli avanzi di galera come noi. E ti confido che a volte penso che molti ci vedono cattivi perché loro lo sono più di noi, perché come si fa a murare vivo una persona per tutta l’esistenza, senza l’umanità di ammazzarla prima? Marcello, credo che a volte i cattivi provino rimorsi o compassione molto più dei buoni. Aiutami a farlo sapere alle persone perbene con la fedina penale pulita, ma con forse la coscienza più sporca dei galeotti. E dammi una mano anche a fare sapere che il carcere non cambia le persone in meglio. Piuttosto le distrugge. Marcello, scrivere di e in carcere è pericoloso. Non ti puoi immaginare quanto. So però che anche fuori ci vuole tanto coraggio a dare voce ai prigionieri. Grazie di avere questo coraggio che non hanno la stragrande maggioranza delle case editrici, che preferiscono pubblicare le ricette di cucina per guadagnare tanti soldi ed evitare critiche e guai. Marcello continua a pubblicare le nostre parole per fare sapere che molti di noi sono nati già colpevoli, anche se poi hanno fatto di tutto per diventarlo.
Carmelo Musumeci

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Per chi interessato a organizzare presentazioni o comunque diffondere il libro, scrivere a:
ergastolani@gmail.com oppure contattare Nadia Bizzotto cell. 349 7191476

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“L’Assassino dei sogni”, lettere fra un filosofo e un ergastolano, Carmelo Musumeci e Giuseppe Ferraro, curato da Francesca de Carolis per la collana Millelire di Stampa Alternativa. Pag.64 prezzo 1,00 ISBN 9788862224178.
 



Dieci minuti d'amore fra le sbarre

 



"I condannati possono essere autorizzati dal direttore dell'istituto alla corrispondenza telefonica una volta alla settimana. La durata massima di ciascuna conversazione telefonica è di dieci minuti".

(Fonte: articolo 39 - Corrispondenza telefonica. D.P.R. 30 giugno 2000, n. 230).

Normalmente telefono di domenica. Verso l'una del pomeriggio. Quando ho più probabilità di trovare tutti i miei familiari a casa. Spero sempre soprattutto di trovare Michael e Lorenzo. Sono i miei due nipotini. Li penso di giorno. E di notte. Poi di notte. E ancora di giorno. Prima di telefonare sono sempre in agitazione. E guardo tutti i momenti l'orologio, e rimango teso dall'ansia fino a quando non faccio il numero di casa. Nel frattempo il pensiero dei miei figli inizia a poco a poco a occuparmi la mente. E il cuore. Finalmente è l'orario. Sono sempre in anticipo di qualche minuto. Non mi preoccupo tanto a casa lo sanno. Corro nella celletta dove c'è il telefono, accosto il blindato. E faccio il numero. Trovo la linea libera. Attendo qualche istante. Poi dalla parte del filo sento trattenere il respiro. Di sottofondo ascolto le voci dei miei due nipotini. Poi sento bisbigliare mio figlio. Passami il telefono. Ascolto un rumore di cuscino sbattere. Sono arrivata prima io. Subito dopo avverto un grugnito di mio figlio: Sei una stronza, tanto papà vuole più bene a me che a te perché sono un maschio. Sento mia figlia sospirare.
Pronto. Da quando l'ho lasciata bambina è quasi sempre mia figlia Barbara che prende per prima il telefono.
Amore. Si potrebbe dire che è da ventitré anni che mi aspetta vicino al telefono.
Papà. È stata la prima cosa bella che i miei occhi hanno visto nella mia vita.
Come stai? Da quando è nata è l'energia del mio cuore.
Bene papà e tu? E della mia mente.
Anch'io. Voglio bene ai miei figli anche perché sono diventate le persone che avrei voluto essere io nella mia vita.
Ti vengo a trovare la prossima settimana. Spesso ho il senso di colpa di averli fatti crescere senza di me accanto.
Va bene amore. Ho sempre paura di non essere stato un buon padre.
Cosa vuoi che ti porto da mangiare? E questo pensiero mi fa stare spesso male.
La focaccia con le cipolle. Quando telefono sembra che il tempo voli via.
Va bene. E che non puoi fare nulla per fermarlo.
Amore, adesso passami tuo fratello. Non ho mai capito perché quando telefono sembra che i secondi volino via come le foglie in autunno.
Papà ti amo. Non li puoi afferrare.
Anch'io amore. E con il passare degli anni sembra che i minuti del telefono diventino sempre più brevi.
Papà, come al solito la Barbi s'è consumata tutta la telefonata lei. Se solo ci dessero più tempo.
Lasciala stare, sai com'è fatta. E più telefonate.
Papà ci sono i bambini che stanno aspettando. Mio figlio si lamenta sempre di sua sorella.
Chi ti passo per primo? L'ho lasciato che aveva sette anni.
Passami Lorenzo. Ormai è grande.
Ti voglio bene papà. Continua però lo stesso ad abitare nel mio cuore.
Anch'io figliolo. Mi ha dato due meravigliosi nipotini.

Ciao nonno Melo. E adesso che sono anziano sono entrambi loro il centro del mio mondo.
Ciao amore. Ed il principio del mio universo.
Nonno quando vieni a casa? Sono il cielo della mia anima.
Presto. La mia acqua nel deserto.
Ce la fai a venire a casa prima che compio dieci anni? E i raggi del sole che riscaldano il mio cuore.
Certo, adesso però amore passami tuo fratellino che la telefonata sta per finire. Quando parlo con i miei due nipotini la loro voce mi accarezza il cuore.
Ciao nonno ti voglio tanto bene. E m'immagino i loro visini.
Anch'io tesoro. E mi viene ancora più voglia di abbracciarli.
Ciao nonno. Michael è il più piccolo.
Ciao amore. E più scalmanato di suo fratello.
Lorenzo dice che le telefonate dove sei tu durano così poco perché le guardie sono cattive. Muovo la testa da una parte all'altra.
No amore, non sono cattivi. Poi chiudo gli occhi.
E allora perché non telefoni tutti i giorni? E penso a come rispondergli.
Perché qua la linea si prende male e dobbiamo fare a turno per telefonare. Non voglio che imparino ad odiare lo Stato.
Amore adesso passami la nonna perché ormai c'è rimasto poco tempo. La sua vocina si fa più dolce.
Va bene nonno, ti voglio bene più di Lorenzo. Spero che i sogni a forza di crederci diventino veri.
Ciao amore. E mi auguro di vedere crescere almeno loro.

Adesso è il turno della mia compagna.
Carmelaccio. E scatta l'avviso che la telefonata sta per terminare.
Amore Bello. Fra trenta secondi cadrà la linea.
Il magistrato di sorveglianza ti ha risposto sul permesso che hai chiesto? Lei è sempre la più scalognata.
Ancora no. E le rimangono solo una manciata di secondi.
E porca miseria quanto ci mette? Non capirò mai perché ci danno cosi poco tempo per telefonare a casa.
Non dire parolacce che le telefonate sono registrate. Mi sembra una pura cattiveria.
Sono due anni che aspettiamo questa cazzo di risposta. In fondo la telefonata la paghiamo noi. Amore lo so, ma che possiamo farci? La presenza della mia compagna nel mio cuore mi aiuta a vivere giorno per giorno.
A me dispiace per te. Senza di lei nel mio cuore non ce l'avrei fatta.
E a me per te. Non ce l'avrei mai potuta fare.
Carmelaccio sbrigati a venire a casa. Potrei fare a meno della libertà, ma non potrei certo fare a meno del suo amore.
Penso che questa volta sia quella buona. Vivo grazie o per colpa del suo amore.
Mandami un bacino. È stato facile amarla.
Prima mandamelo tu. Impossibile smettere di amarla.

Cade la linea. E mi arrabbio perché come al solito io e la mia compagna non abbiamo avuto il tempo di mandarci neppure un bacio o di dirci qualche parola affettuosa. Sospiro. Mi sento di nuovo solo. In compagnia solo di me stesso. E contro tutto il resto del mondo. Ho il cuore pesante. Mi sento frustrato. E penso che le telefonate potrebbero essere più lunghe e più numerose. Ritorno nella mia cella come un lupo bastonato pensando al motivo perché il carcere ha così paura e terrore dell'amore dei nostri familiari e ci proibisce le telefonate libere e i colloqui riservati come accade negli altri paesi. Non riesco a trovare una risposta razionale. Penso solo che i buoni quando puniscono non sono meno malvagi dei cattivi.

La redazione di Ristretti Orizzonti ha lanciato la campagna per "liberalizzare" le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi.
Se volete aderire e sapere di più di questa iniziativa, visitate il sito www.ristretti.org o www.carmelomusumeci.com

 


 Condannati a non sperare per migliaia di anni

 

Matricola: DD2-91-00348. Cognome e nome: Musumeci Carmelo. Nato il 27/07/1955 a Aci Sant’Antonio (CT) Italia. Paternità: Antonio. Maternità: Pappalardo Antonia.
Data di arresto: 22/10/1991. Scadenza pena definitiva: 31/12/9999
(Fonte: Certificato di detenzione del Ministero della Giustizia)

 

Ho sempre pensato che in natura non c’è nessuna cosa che dura per sempre, se persino le stelle nell’universo alla fine muoiono e si spengono. E che solo gli uomini hanno creato una pena che non finisce mai, inventandosi l’ergastolo ostativo.
Tempo fa uno studente, che aveva letto qualcosa di me in rete, mi ha chiesto se gli mandavo una copia del mio certificato di detenzione per una ricerca universitaria sulla pena dell’ergastolo in Italia. Erano anni che non richiedevo più il mio certificato di detenzione. E l’altra settimana ho fatto richiesta alla matricola della Casa di Reclusione di Padova. Oggi mi è arrivato quello nuovo e quasi svenivo quando mi sono accorto che non avevo più scritto in rosso “Fine Pena Mai”, perché in questo ci hanno scritto che la mia pena scade il 31/12/9999. Mentre battevo sulla tastiera del computer la data del mio nuovo fine pena, per informare lo studente, è comparsa una linea verde sotto la cifra e sono andato a cliccarci sopra. Ed è comparsa la scritta: “Controllare che la data 31/12/9999 non sia stata scritta per errore”. Ho subito amaramente sorriso pensando che i computer hanno più cuore e più anima degli umani, ma purtroppo però non c’è nessun errore, la mia nuova data è quella. E stando a quello che c’è scritto nel mio certificato di detenzione finirò la mia pena nell’anno 9.999. Fra questa data e quella precedente scritta in rosso “Fine Pena Mai” non cambia molto, ma almeno adesso potrò tenere un calendario in cella.

È noto che da poco tempo è stata approvata una legge che dispone rimedi risarcitori in favore dei detenuti che sono stati sottoposti a trattamento disumano e degradante e per loro è previsto un giorno di sconto di pena ogni dieci subiti. Sapendo della mia laurea in giurisprudenza molti miei compagni ergastolani mi hanno scritto dagli altri carceri ponendomi il problema di come sarà possibile detrarre un giorno di pena ogni dieci da un fine pena mai. Ora potrò dare loro la bella notizia che lo potremmo fare, perché il nostro fine pena non è più mai scritto in rosso, ma sarà nell’anno 9.999. Poi ho pensato che una volta le persone erano più umane perché ti bruciavano o t’impiccavano. Adesso invece è tutto diverso e per farti soffrire di più ti murano vivo in una cella. Ti danno persino da mangiare. E se ti ammali anche ti curano. Stanno pure attenti che non ti togli la vita. E non ho ancora capito se lo fanno per il tuo bene o per il tuo male o probabilmente per non fare uscire prima del tempo il tuo cadavere dal carcere.
Credo che una pena che dura migliaia di anni oltre che inutile e crudele sia anche stupida. Eppure la nostra Costituzione prevede che la pena abbia solo uno scopo e una funzione, che è quella rieducativa.
Non credo che una pena che duri migliaia di anni riuscirà mai a rieducare il mio cuore e la mia anima, ma spero che ci riesca con il mio cadavere.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova settembre 2014


 

IBTimesBlogs

pubblica a puntate

il romanzo ancora inedito

di Carmelo Musumeci

"La Belva della cella 154":

Cap. 1  Cap.2  Cap.3  Cap.4  Cap.5

Cap.6  Cap.7  Cap.8  Cap.9  Cap.10

Cap.11  Cap.12  Cap.13  Cap.14

 


 

 

 


 

“L’URLO DI UN UOMO OMBRA”,
DI CARMELO MUSUMECI
(Edizioni Smasher)


“Se non si urla vuol dire che si acconsente” (Gesualdo Bufalino)

Loro stanno urlando.
La voce non basta, le parole inefficienti, gli scritti dimenticati, le morti numerate.
Gli uomini ombra adesso hanno deciso di esasperare il suono che scaturisce dalle loro gole per manifestare il loro dissenso.
Carmelo è un uomo rinchiuso in carcere da 23 anni, di cui 5 anni di 41bis nell’Isola del Diavolo (Asinara) e ancora adesso, dopo essersi laureato e aver dimostrato in tutti i modi possibili di essere cambiato e di aver intrapreso un impeccabile percorso di rieducazione, mettendo il suo tempo e la sua energia a disposizione degli altri, come testimoniano le innumerevoli interviste e dialoghi con giovani e studenti o la pazienza che impiega nel seguire i casi di altri ristretti o lo scrivere le istanze per i compagni che chiedono il suo sostegno, dopo tutto questo Carmelo si trova ancora con un fine pena mai a sancire la NON fine del suo percorso punitivo e l’inutilità del suo evolversi come essere umano.
L’ergastolo ostativo è anticostituzionale dal momento che nega i principi della costituzione stessa, in particolare dell’art.27: “La pena deve tendere alla rieducazione del condannato favorendo il suo reinserimento nella società”.
L’ergastolo ostativo rende lo Stato, e la società da esso rappresentata, l’esecutore di una vendetta senza fine, siamo fermi agli albori della storia, quando la legge dell’occhio per occhio dente per dente regolava i rapporti umani e proteggeva la comunità dai cattivi, nell’efferatezza delle esecuzioni punitive dei detentori del potere. E la storia la conosciamo tutti, ci sono state le “galere”, le impiccagioni, i linciaggi, le segrete, le catene e le torture.
E oggi, in questo nostro tempo di finta evoluzione, che vede la vendetta della collettività abbattersi su chi ha compiuto il male, in tal modo producendo a sua volta altro male, noi dormiamo i sonni tranquilli e illusori del cittadino giusto, sentendoci protetti dalla giustizia e ignorando che il male va affrontato e superato, non perpetuato con le vendette di Stato o negato con la segregazione eterna di chi un tempo l’ha compiuto.
Una buona parte degli ergastolani ostativi sono effettivamente colpevoli, come essi stessi ammettono, e qui sarebbe opportuno addentrarsi nella conoscenza delle cause che li hanno resi criminali. Lo stesso Musumeci afferma: “Io sono nato colpevole” ed è improponibile negare che effettivamente il 100% di essi siano meridionali e molte volte cresciuti in un particolare ambiente sociale. Ma ci sono state purtroppo delle vittime, ed è necessaria una restituzione morale ai famigliari delle stesse, una pena che eguagli la colpa. Gli amministratori di giustizia hanno inventato una pena infinita, quasi a voler uguagliare il dolore senza fine di chi ha perso per mano della violenza i propri cari. Ed ecco l’ergastolo ostativo, la pena di morte viva, che non ha neanche la valenza per rendersi palese con il proprio nome, a far sentire protetto e cullato dalla giustizia il nostro bel paese.

Ed ecco Carmelo Musumeci, un uomo ombra, uno degli oltre 1500 morti-vivi segregati nelle nostre patrie galere, a urlare la propria voglia di vivere in questo libro che eppure è intriso di morte.

Perché a differenza della altre opere dello scrittore, dove si respira la speranza, la sensibilità dell’animo di chi racconta, la fiducia riposta negli occhi e nel cuore di chi legge, nel “L’urlo di un uomo ombra” non c’è spazio per il buonismo, per il patteggiamento, sembra quasi che il tempo non lasci più tempo.
Tutti sappiamo che nelle nostre carceri le morti autoindotte si moltiplicano di anno in anno, e per i compagni di cella o di sezione non è facile ritrovare la propria serenità intramuraria dopo aver chiuso gli occhi al compagno, all’amico che non ce l’ha fatta e si è affidato alla forza di un lenzuolo divenuto corda, immortalato a cappio.
E Carmelo sente l’esigenza di esprimere il dolore di queste vite negate affinché la gente sappia, ascolti, veda, tra le ombre dei passi di chi non è né morto né vivo.
Questa nuova opera dello scrittore Musumeci sembra non accontentarsi della magia del racconto, le metafore non bastano, così come non è sufficiente il racconto puramente giornalistico, il resoconto dei fatti o il puro assemblarsi delle emozioni nello scorrere di un tempo che si svuota di significato nel suo cristallizzarsi in un presente senza fine, essendo legalmente a loro negato il futuro.
Gli ergastolani sono inchiodati al loro passato, per sempre cattivi e colpevoli.

In questo suo nuovo libro che si legge tutto d’un fiato e che poi sembra richiamare il lettore ad un approfondimento, ad una ulteriore lettura, perché allo scorrere dell’ultima pagina si ha la sensazione di essersi persi qualcosa e la si va a ricercare tornando a sfogliare le pagine precedenti, Carmelo ha saputo donare un nuovo significato al silenzio dominante sulle notti fra le sbarre, di cui l’unico suono a infrangere il ghiaccio delle luci spente è il rumore del metallo delle porte blindate.
La speranza di essere ascoltato dà il senso di questo assolo atemporale e con essa la certezza che l’urlo di un uomo compiuto in un tempo infinito possa richiamare una nuova consapevolezza civile, capace di sradicare il dolore dell’ingiustizia.

E Carmelo urla e urla ancora, e conduce per mano chi accoglie la pregnanza del suo sguardo e la bellezza della sua voce espressa in pagine che toccano la maestosità della pura poesia, sa accompagnare il lettore lungo i corridoi del carcere, là dove realtà e fantasia talvolta si confondono, nello svolgersi di quotidianità senza raggi di sole a far brillare gli sguardi.

Pagine di racconti, ora totalmente frutto della sua fervida fantasia attraverso la quale si porge la crudezza della realtà su di un piatto d’argento, si alternano a pagine di diario, dove l’autore registra il suo pensiero momento per momento, le sue considerazioni di uomo ombra, vittima della sua stessa colpa in un passato divenuto eterno, e tuttavia cementato nel suo presente, impedito ad avere un futuro.
Carmelo sa intingere la trama narrativa delle storie nel profondo intento comunicativo e risulta chiaro il suo messaggio subliminale, intriso di una saggezza strappata alla vita con i denti: anche l’uomo peggiore può avere un cuore.
Ed ecco La belva della cella 154, ispirato ad una storia vera, che vede questo cattivo per sempre, crudo e irraggiungibile dai sentimenti umani, inchiodato alla solitudine, che si affeziona ad un gatto, suo unico compagno di vita.
Oppure l’efferato killer Roberto Pappalardo e il suo inestinguibile desiderio di amare e di essere riamato, ad intessere una vera e propria relazione con una donna inesistente, quasi a dimostrare che anche nell’essere peggiore è possibile ritrovare l’istinto al sentimento primario, l’amore, unico richiamo ancestrale al quale neanche il criminale più spietato può sottrarsi.
Anche perché nasciamo da un atto d’amore, non certo di cattiveria e tutte le creature ne sono figlie e possono ritrovarlo nel loro DNA, se lo vogliono.
O se qualcuno crede in loro.
Tuttavia in questo libro, al di là dei personaggi scaturiti dalla fantasia del nostro autore e in diversa misura attinenti alla realtà, c’è un unico vero protagonista che si affaccia instancabile ad ogni pagina di diario o ad ogni svolgersi di racconto.
La morte.
Quasi ad invocarla l’uomo ombra non ha più paura di nulla, perché non ha più niente da perdere, tutto ormai gli è stato negato.
Tutto, tranne la sua capacità di essere libero.
E Carmelo Musumeci lo sa bene perché lui è un uomo profondamente libero, a dispetto dei muri che si ergono armati attorno a lui, e non ha timore di parlare con essa.

“La libertà incomincia dove finisce la paura”, poche parole per una profonda saggezza intrisa di verità e dall’immensità di questa sua bellissima frase è nato il mio amore per lui e per tutti coloro che come lui sanno vincere la morte, pur essendo seppelliti vivi.
Carmelo non ha più paura, niente lo può fermare od ostacolare, perché la battaglia contro i suoi demoni l’ha combattuta e vinta tante volte, e ancora talvolta è lì a combatterla, ma ora con le armi fiammeggianti dello schiavo liberato, che le impugna con la forza di chi tutto osa per sublimare la vita, in onore dei propri sogni e della propria immensa capacità di amare.


Grazia Paletta

 

 

"L'urlo di un uomo ombra" è l'ultimo libro di Carmelo Musumeci
(Edizioni Smasher) costo 13 euro (spese di spedizione gratuite)

http://www.edizionismasher.it/carmelomusumeci.html

Per info e ordinazioni:  zannablumusumeci@libero.it
http://www.carmelomusumeci.com/pg.base.php?id=1&cat=1&lang=

 


 

Video

CARMELO MUSUMECI
a TG 2 COSTUME E SOCIETA'
(intervista a cura di Lino Lombardi)

27 maggio 2014

 

 

 


Da "Il Garantista" 21/06/2014
 

 


Petizione: AmoreTraLeSbarre.

Chiediamo il diritto all’affettività in carcere

 

Ho lanciato la petizione "Andrea Orlando: #AmoreTraLeSbarre. Chiediamo il diritto all’affettività in carcere" e ho bisogno del tuo aiuto per diffonderla.

Puoi prenderti 30 secondi per firmare?

Clicca qui per firmare

Ecco perché è importante:

Nel nostro paese dicono che la persona umana conserva pienamente anche nella condizione di detenzione il suo diritto inalienabile alla manifestazione della propria personalità nell’affettività. Eppure io - condannato alla cosiddetta Pena di Morte Viva” (L’ergastolo ostativo) - e la mia compagna, sono ventitré anni che sogniamo l'amore senza poterlo fare. Lei, anche dopo tanti anni, è ancora l'amore che avevo sempre atteso. Mi ricordo ancora le sue prime

parole, i suoi primi sorrisi e i suoi primi baci. Da molti anni viviamo giorni smarriti, perduti e disperati.

Da tanti anni lei ama e si fa amare da un uomo senza più speranza e futuro. Da ventitré anni il suo amore mi da vita di giorno e di notte. Eppure da molti anni i suoi sorrisi sanno di tristezza, delusione e malinconia perché da tanti anni le mie mani non la accarezzano. Da ventitré anni penso a lei in ogni battito del mio cuore. Da molti anni mi sta dando tanto ed io invece così poco, perché lei per me è il mare, il cielo, il sole e l’aria che respiro. Eppure da tanti anni ci abbracciamo, ci baciamo e ci amiamo solo con i nostri pensieri.

In carcere gli affetti e le relazioni, il rapporto stesso di un individuo con le persone amate, con la propria vitalità e con i desideri, viene sepolto. Di fronte all'impossibilità di coltivare i sentimenti, se non in forme frammentarie ed episodiche (i colloqui, le lettere, le telefonate dalla sezione) spesso i detenuti e le detenute cancellano l'idea di potersi sentire ancora vivi e vive nel cuore. Il corpo viene abbandonato come un cadavere nel fiume, oppure, al contrario, imbalsamato nella cura ripetitiva degli esercizi in palestra, fino a raggiungere una forma perfetta quanto inservibile.

Nelle carceri in Croazia sono consentiti colloqui non sorvegliati di quattro ore con il coniuge o il partner. In Germania alcuni Lander hanno predisposto piccoli appartamenti in cui i detenuti con lunghe pene possono incontrare i propri cari. In Olanda, Norvegia e Danimarca nelle carceri ci sono miniappartamenti nei quali si possono ricevere le visite. In Albania, una volta la settimana, sono previste visite non sorvegliate per i detenuti coniugati. In Québec, come nel resto del Canada, i detenuti incontrano le loro famiglie nella più completa intimità all'interno di prefabbricati. In Francia, come in Belgio, in Catalogna e Canton Ticino sono in corso sperimentazioni analoghe. La possibilità di coltivare i propri affetti è prevista anche in alcuni Paesi degli Stati Uniti.

In Italia invece, fare l'amore con la donna che ami, non è consentito ai detenuti.

Qualcuno può spiegarmi cosa c'è di rieducativo in tutto questo? E a chi giova il fatto che io non possa fare l'amore con la mia compagna?

Chiedo che la politica si occupi di rendere l'Italia al passo coi tempi anche per quel che concerne i diritti di noi detenuti.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova

 


 

 

 



Intervista a Carmelo Musumeci

Video dal TG2

a cura di Lino Lombardi

(durata minuti 1, 56)  

 

 

  TG2 ore 20:30 del 23/04/2014
 

 


 

 

   


 

 


 

L'uomo non è il suo errore

  

 


Carmelo Musumeci

Zanna Blu. Le avventure

Gabrielli Editore


Impreziosito dalla presentazione di Margherita Hack, il libro della avventure del lupo Zanna Blu è un avvincente racconto-metafora non facilmente riconducibile a un unico e preciso genere letterario, e altrettanto non facilmente definibile in riferimento alla tipologia di lettori a cui può essere rivolto. Certamente le singole storie (inanellate a formare un piccolo romanzo mediante una tecnica raffinata che, proprio nella chiusa di ognuna, colloca il finale provvisorio che sarà ripreso, con le stesse parole, all’inizio della successiva) hanno i tratti distintivi delle fiabe per bambini. Che si tratti di fiabe è suggerito intanto dal loro sfondo paesaggistico, in quanto portano a volo il lettore in un luogo fatato, incantato e incantevole nel suo fascino siderale, anche se, al contempo, pervaso di raggelante solitudine, di coraggio misto a paura, teatro di continui pericoli e sempre nuovi cimenti, dominato da una luna immensa, che rischiara il buio di spazi infiniti. Ecco, la luna: lontana ma partecipe (l'adiuvante principale, secondo le categorie proppiane, che a buon diritto possono essere applicate a queste fiabe di ambientazione nordica), amica che talora nasconde il volto dietro le nubi per non vedere e non soffrire, ma che altre volte provvidenzialmente soccorre, e sempre si fa tramite dei messaggi d'amore che il lupo protagonista e gli altri lupi le affidano, nei momenti più drammatici, mandando lunghi ululati verso il suo volto di luce. "Tutte le volte che ci sarà la luna piena e avrai bisogno di me, potrai chiamarmi e io risponderò": sono le parole di Lupo Mannaro morente, ed è significativo che sia proprio un licantropo, la creatura spaventosa che nell'immaginario collettivo è la meno adatta a rivestire un ruolo da buono, a salvare ed adottare Zanna Blu da piccolo, a dargli la protezione e il calore della famiglia che non ha. Ed ecco, nella magia del racconto fantastico, l'ammonimento a non lasciarsi ingannare dalla prima apparenza delle cose, e a non subire il condizionamento dell'ingiusto pregiudizio ("Spesso, infatti, gli uomini e i lupi hanno bisogno del cattivo di turno per sfogare la loro rabbia e la loro frustrazione: tanto, un povero Lupo Mannaro lo trovano sempre per riversargli addosso le loro paure"). Fiabe, dunque, però anche favole: in senso tecnico, in quanto vi agiscono animali, che, pur con i debiti rovesciamenti (sto pensando al giustamente ironico "in bocca all'uomo"), incarnano comportamenti, vizi e virtù degli uomini, e in quanto ogni volta sono portatrici, come nella favola di tradizione esopica, di insegnamenti morali, talora veicolati in modo implicito, talora posti a esplicito commento della storia narrata. Non si pensi, però, che nella narrazione delle avventure di Zanna Blu la "morale della favola", che senza dubbio è sempre leggibile, riconoscibile almeno in filigrana, sbilanci il racconto spostando troppo il focus sul piano etico e diminuendo, di conseguenza, la magia del fiabesco: al contrario, il cosiddetto "messaggio" riesce a farsi cogliere con semplicità, senza allentare né il ritmo narrativo né il continuo effetto di suspense. Siamo e restiamo nel regno meraviglioso della fantasia, dove tutto può accadere, e dove, per dirla pascolianamente, il fanciullino che è in noi può gioire dell'onnipotenza della volontà unita all'amore, attendersi e ottenere il prodigio salvifico, assistere ogni volta, come nei sogni più belli, alla trasformazione (a cui lo scrittore finisce con l'abituarci) dei cattivi in buoni (in quei buoni che da sempre, nell'intimo del loro cuore, avevano desiderato essere). I due piani, quello del fiabesco puro e quello dell'apologo, della riflessione morale messa in campo per via di immagini, si intersecano talvolta in modo naturale, senza forzature: per esempio in alcuni interventi-chiave del narratore, introdotti in forma di rapido commento (il più icastico: "non esistono persone o lupi cattivi, esistono solo azioni buone o cattive").
Il lettore, adulto o bambino che sia, impara presto ad abbandonarsi alla dimensione fantastica del racconto, e da quel momento sa che tutto può accadere, perché appunto siamo nel mondo onnipotente della fantasia, dove il prodigio rientra, per convenzione, nelle regole del gioco. E' così che finiamo con l'aspettarci che Zanna Blu, il lupo buono mille volte ferito e moribondo, ritrovi ancora una volta, anche quella volta in più, le forze non per una stentata sopravvivenza, ma per una nuova corsa, anzi per un volo verso la meta di sempre, attraverso le gelate terre del nord, la Siberia, la Groenlandia, il mare ghiacciato o in tempesta, in una geografia ridisegnata come accade, appunto, in sogno, dove anche le distanze sconfinate possono essere percorribili e superabili, nonostante tutto. La salvezza di Zanna Blu, nei momenti di massimo rischio, quando l'antagonista di turno (che poi diverrà adiuvante per la successiva avventura) pare avere la meglio sul povero lupo sfinito, è raggiunta coi famosi salti mortali (perciò, di fatto, salti "vitali"), sempre variati, sempre oltre il limite raggiunto col precedente: quando pensiamo di aver assistito al salto più difficile, più sorprendente, più acrobatico possibile (il doppio salto mortale, quello all'indietro, il quintuplo...), la fantasia dello scrittore ne inventa un altro (e a quel punto un po' ci contavamo, ammettiamolo). A proposito di questa meravigliosa specialità di Zanna Blu, va ricordata una piacevole sorpresa regalataci da Carmelo: è la figlia femmina di Zanna Blu, la coraggiosa Coda Bianca, ad aver imparato di nascosto a fare i salti mortali, imitatrice ed erede del padre in questi "impossibili" slanci fisici verso l'alto, verso la salvezza e la libertà.
Il racconto, nel suo procedere, esce dai confini del genere "fiaba" o "favola" e lascia sempre maggiore spazio a un complesso e originale gioco metaletterario, con l'intervento sempre più frequente dell'autore. Il genere letterario di riferimento diventa in realtà, a poco a poco, incrocio, o meglio ancora commistione, fusione di generi, in un amalgama che è anche un interessante e innovativo esperimento di scrittura: il piano del racconto fantastico viene ad appoggiarsi sul piano della realtà autobiografica di Carmelo Musumeci, al punto che significante e significato combaciano nell’attribuzione, ad alcuni lupi, di nomi di persone che hanno segnato passaggi importanti della vita dell'autore: un esempio per tutti, Lupo Don Oreste. Attraverso il racconto, divenuto ormai corale, delle avventure del lupo Zanna Blu e degli altri lupi (solitari o in branchi), il veicolo letterario scelto dallo scrittore assume sempre più le caratteristiche, o almeno le connotazioni, del diario, della testimonianza: è il suo modo di consegnare a tutti noi lettori in generale, ma probabilmente ai suoi cari in modo specifico, la narrazione sofferta del suo percorso esistenziale e delle sue speranze. Tuttavia, si badi bene, gli evidenti richiami al reale non tolgono nulla al fascino del racconto d’invenzione, nel quale sono via via intessuti. Lo scrittore Carmelo entra, sì, autobiograficamente nel racconto, ma in che modo? Dapprima come autore la cui penna può salvare o lasciare morire Zanna Blu, in seguito come personaggio il cui agire appartiene ormai al flusso narrativo della vicenda fantastica, e con essa si confonde. La favola di animali dai tratti psicologici "antropomorfi" diventa in tal modo favola "mista", di animali e uomini pronti a incontrarsi nel gran finale (che, ovviamente, non rivelerò).
Da sottolineare, sul piano narratologico, la complessità e varietà dei modi con cui Carmelo si lega al proprio racconto, entrando "fisicamente" nel libro: ora proiettandosi in Zanna Blu stesso, ora persino mettendosi in un rapporto di surreale competizione con lui, fino a divenirne, addirittura, rivale e antagonista. Rinunciando al ruolo tradizionale dello scrittore di racconti di invenzione, che è quello di narratore onnisciente, Carmelo mostra di non sapere, o di non aver deciso (che è la stessa cosa) come le cose andranno a finire, e riconosce quindi a se stesso la facoltà di cambiare idea, vale a dire di cambiare il racconto in corso d'opera: con questo espediente lo scrittore riesce a spiazzare del tutto il lettore, scoraggiandolo, fra l'altro, da ogni tentativo di interpretazione psicanalitica troppo scontata, da manuale.
Anche sul piano stilistico lo scrittore sceglie di non attenersi a un registro univoco, e così l’andamento narrativo tipico della fiaba, con i suoi dialoghi seri e drammatici, con le descrizioni solenni, è tuttavia punteggiato ora qua ora là di qualche battuta scherzosa, e non mancano, per quanto riguarda le scelte di lessico, incursioni veloci nel linguaggio colloquiale anche un po' brusco, ma di sicuro effetto vivacizzante.
Di questo libro restano impresse nella mente e nel cuore del lettore anche le bellissime dediche – ricche di pathos, ma prive di retorica - poste sotto il titolo dei singoli capitoli: didascalie di un mondo di affetti in cui nessuno viene dimenticato, e che anche noi lettori a poco a poco impariamo a conoscere. Anche in forza di queste presenze reali, evocate dallo scrittore a illuminare il senso profondo di ogni tappa del racconto, quando tutto sembra perduto noi sappiamo che non è così: la sua penna saprà ancora tracciare le parole che riapriranno il varco alla speranza.


Recensione di Annamaria Cotrozzi
Ricercatrice Università di PISA, Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica

  

 


 

 Appello di un uomo ombra ai politici italiani

 

     

Carmelo Musumeci appena entrato in carcere 

   

  

    Carmelo Musumeci un anno fa (2013)


Non c’è nessuna giustizia nel tenere murata viva una persona in una cella solo per farle attendere l’arrivo della vecchiaia e poi quello della morte.
(“L’Urlo di un uomo ombra” di Carmelo Musumeci - Edizioni Smasher)

Com’è noto, la Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha ritenuto, nel caso Scoppola contro Italia del 17 settembre 2009, che la condanna all’ergastolo di un ricorrente che a suo tempo aveva chiesto di essere processato con il rito abbreviato, anche se la legge dopo era cambiata in peggio, fosse tramutata in una pena a termine.
In seguito a questo, in Italia la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale, sul caso di un altro ergastolano, hanno dovuto accogliere questo principio. E ora molti Giudici di Esecuzione a molti uomini ombra, ormai ex, stanno tramutando la pena dell’ergastolo in quella temporanea di trent’anni, per i condannati che si trovano nella medesima situazione.

L’Italia è veramente un Paese strano, su tutti i versi, tanto che nel campo penale non ha poi così importanza la gravità della pena per cui sei stato condannato, perché adesso conta di più il periodo in cui sei stato processato.
Praticamente solo chi ha avuto la “fortuna” di essere giudicato nel breve periodo in cui si poteva chiedere il rito abbreviato anche per i condannati all’ergastolo potrà avere la riduzione a 30 anni di pena, tutti gli altri no. Senza nessuna distinzione tra merito o meno, solo per pura casualità.

E un ergastolano l’altro giorno mi ha scritto: Carmelo, come saprai, stanno tramutando a molti uomini ombra la pena dell’ergastolo a trent’anni di carcere. La cosa non può che farmi piacere, però, non ti nascondo che per chi non ha avuto questa “possibilità” di trovarsi al posto giusto nel momento giusto è pur sempre un’ingiustizia. Ecco perché, per un’uguaglianza di diritto, sarebbe doveroso da parte dei politici abolire per tutti l’ergastolo.
E mi è venuta l’idea di lanciare un appello al mondo politico per chiedere l’abolizione dell’ergastolo a tutti, perché la “Pena di Morte Viva” (come chiamiamo l’ergastolo noi condannati senza fine pena) ti lascia in vita. Nient’altro!

A volte penso a quando nei primi anni di carcere trovavo conforto nei ricordi e nei sogni.
Invece adesso se ricordo e sogno soffro ancora di più.
Per questo ormai da molti anni quando apro gli occhi il mattino penso subito a come sarebbe bello se fossi morto all’improvviso durante il sonno. La speranza per noi è il nostro peggiore nemico perché ci costringe inutilmente a sopravvivere per attendere un giorno che non arriverà mai, il 99.9.9999.
In nome della giustizia spesso si commettono le peggiori ingiustizie perché dopo tanti anni di carcere gli ergastolani, uomini ombra, scontano colpe di persone che non ci sono più, perché profondamente cambiate.
Oggi pensavo che il tempo per l’uomo ombra non esiste, perché noi non possiamo aspettarci più nulla di buono. Possiamo solo sperare di morire per finire presto la nostra pena. Non mi resta da fare altro che lanciare questo appello fra le sbarre della mia cella, che probabilmente pochi politici raccoglieranno, per cancellare dal mio certificato detentivo il mio fine pena : 9999, che ha sostituito la vecchia dicitura “Fine pena mai” scritta in rosso.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, Marzo 2014

 


AGNESE MORO:

«PERCHÉ SONO CONTRO L’ERGASTOLO»



«È facile dire a chi ha perso qualcuno perché un altro essere umano gli ha tolto la vita: “Ti faremo giustizia; manderemo il responsabile in prigione per molti anni o per sempre, e tu sarai ripagato”. È una menzogna». La figlia dello statista, in questo suo testo scritto per Famiglia Cristiana, spiega che cosa può davvero “ripagare” chi ha subito la più tremenda delle violenze.

La democrazia repubblicana, così come la disegna la nostra bella Costituzione, non è solo un sistema politico. È anche – e forse soprattutto – un progetto di vita individuale e sociale. Esprime una speranza di giustizia e di pace, che viene dalle generazioni che ci hanno preceduto, che ci accompagna dando sapore alle nostre esistenze, che vorremmo poter trasmettere ai nostri figli e nipoti.

Alla base del progetto della nostra democrazia repubblicana c’è la persona; ci sono le persone reali, la loro dignità, le loro difficoltà, la loro unicità e la loro grandezza. Per l’ideologia fascista che ha preceduto la Repubblica lo Stato era tutto, le persone niente. Per la Repubblica (ovvero per tutti noi), invece, ogni persona è preziosa, e siamo impegnati, tutti insieme, a difenderne i diritti e la dignità.

Ed è per questo che quando uno di noi sbaglia, anche gravemente, noi lavoriamo per impedirgli di seguitare a sbagliare e gli infliggiamo una pena che non è una vendetta, ma che gli deve servire a cambiare e a ritornare tra noi. Dall’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Noi non buttiamo via nessuno, e rivogliamo tutti indietro. In questo nostro progetto di vita l’ergastolo è decisamente un corpo estraneo; una contraddizione insanabile con la nostra Costituzione. Perché fa della pena una punizione e basta; perché sancisce un allontanamento definitivo e senza appello dal resto della società; perché – come diceva mio padre Aldo Moro nei suoi scritti giuridici – è decisamente contraria al senso di umanità perché nega anche la speranza di poter tornare a vivere la dimensione della libertà che caratterizza così profondamente il nostro essere uomini.

Bisognerebbe avere anche l’onestà e il coraggio di affrontare il tema della giustizia. È facile dire a chi ha perso qualcuno perché un altro essere umano gli ha tolto la vita: “Ti faremo giustizia; manderemo il responsabile in prigione per molti anni o per sempre, e tu sarai ripagato”. È una menzogna. Le perdite subite non si risanano, e nessuna punizione può ripagare di un affetto che non c’è più.

Può invece aiutare – tanto – vedere che chi ha fatto del male ha capito quello che ha combinato, ne è realmente dispiaciuto, vorrebbe con tutte le sue forze non averlo fatto; che riprende a vivere in maniera diversa, cerca di essere utile alla società, porta il rimorso suo e anche il dolore delle proprie vittime.

È quanto di più vicino alla giustizia si possa chiedere. Ed è la saggia via proposta dalla nostra Costituzione.
 

tratto da   Famiglia Cristiana

15.02.2014 


Intervento di Carmelo Musumeci

V Congresso di Nessuno Tocchi Caino

Padova, 19 dicembre 2013

 

 


 Carceri, Speranza (Pd):

“L’abolizione dell’ergastolo è una battaglia di civiltà”




“Io penso che la battaglia per l’abolizione dell’ergastolo sia una battaglia di civiltà e se vogliamo di costituzionalità. Per questo ho firmato una proposta di legge con Danilo Leva, l’ex responsabile della Giustizia del Pd, che va nella direzione del superamento dell’ergastolo”. Così il capogruppo del Pd alla Camera, Roberto Speranza, nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio dal titolo “La giustizia dietro le sbarre”, all’indomani dell’approvazione del decreto Carceri alla Camera. In proposito Leva ha aggiunto: “Dobbiamo chiedere al più presto la calendarizzazione delle proposte di legge che ci sono sull’abolizione dell’ergastolo. Se riusciamo a superare l’uso simbolico che si fa in questo Paese delle pene e del diritto penale, forse riusciremo ad allineare l’Italia alle politiche degli altri Paesi europei”. Durante la conferenza è intervenuto anche il deputato di Per l’Italia (PI), Mario Marazziti, che ha appoggiato la proposta del Pd e ha bollato come “infantile” il piano presentato, invece, dal Movimento 5 Stelle di Manolo Lanaro


7 febbraio 2014

tratto da “Il Fatto Quotidiano”

  


 

 

  
     



Striscione della Curva Sud Ultrà Cosenza 1914

(si ringrazia foto Zimeca)

 

 


Da una pagina del diario di Carmelo:

 

 

Oggi mi è capitata una cosa strana.
Mi ha chiamato una guardia nella Redazione di “Ristretti Orizzonti” che non avevo mai visto. E mi ha raccontato che il maestro di suo figlio ha letto in classe (quarta elementare) una mia poesia. Suo figlio è rimasto talmente colpito che ha chiesto a suo padre se mi libera.
Questa cosa mi ha fatto talmente piacere che gli ho regalato, con dedica, al bambino il libro di Zanna Blu.

 


 

 "Malati d'ombra"

articolo di Carmelo Musumeci,

scritto per Salute inGrata 06/2013 - Speciale Ergastolani

 

 


 

Perchè firmare contro il carcere a vita?

L’Italia è un Paese che si vanta di aver promosso la moratoria della pena di morte, eppure mantiene nel proprio ordinamento penitenziario una pena di morte mascherata, o come la chiamo io, la “Pena di Morte Viva”. L’ergastolo, soprattutto quello ostativo che non prevedere nessun beneficio e che di conseguenza condanna ad un reale fine pena mai, a morire in carcere, è peggiore è più crudele della pena di morte, perché ti uccide un po’ ogni giorno. Che senso ha murare vivo un uomo fino alla fine dei suoi giorni? Non è più compassionevole ucciderlo subito? In Italia ci sono più di 100 ergastolani che hanno superato i 30 anni di detenzione e che non hanno ad oggi nessuna prospettiva di morire fuori dal carcere. Ma se l’articolo 27 della nostra Costituzione dice che le “pene devono tendere alla rieducazione del condannato” che senso ha rieducare una persona per portarla rieducata alla tomba? Molti di noi preferirebbero fare dei lavori socialmente utili, ripagare il male con il bene, invece che sprecare la vita in carcere, dove non esiste speranza, né futuro. Noi non siamo né vivi né morti, solo delle ombre senza futuro. Il carcere non è la medicina, è la malattia. Il carcere non migliora una persona, solo il tempo e il lavoro interiore ci rendono uomini diversi. Anche la scienza sostiene, e lo spiega bene il prof. Umberto Veronesi, che dopo tanti anni l’uomo di oggi non è più lo stesso del reato: il nostro cervello è completamente nuovo e diverso, molti di noi sono diventati uomini nuovi, perché allora continuare a punirci? Che c'entriamo noi con quelli che eravamo prima?
Nella vita di un ergastolano non ci sono più speranze, né futuro. Non c’è più niente. Solo sofferenza perché il tempo passa e non abbiamo più nulla da aspettare. Siamo destinati per tutta la vita a stare nell’ombra e a morire di vecchiaia murati vivi nelle nostre celle. Questo è un errore, oltre che un orrore, per un Stato patria del Diritto e della Cristianità. La giustizia è tale quando è retributiva, non quando è vendicativa. Uno Stato che si mette alla pari di chi vuole punire, non rieduca e alla fine chi è stato un carnefice diventa anch’essa vittima. Anche gli ergastolani sono per la certezza della pena, ma vanno oltre: vogliono anche la certezza di un fine pena. Non è giusto il carcere a vita perché il male non potrà mai essere sconfitto con altro male e non serve a nessuno la sofferenza di un uomo destinato a morire dentro una cella che è già la sua tomba.

Carmelo Musumeci
Settembre 2013

(per Settimanale OGGI n.36)
      


 

 Papa Francesco

abolisce

l'ergastolo

  

Papa abolisce l'ergastolo Stretta su pedofilia

  Vaticano, Papa Francesco ha abolito l’ergastolo

 Vaticano. Papa Francesco abolisce l’ergastolo e inasprisce le pene per pedofilia e corruzione

  Papa Francesco, Motu proprio su giustizia penale in Vaticano. Abolito l’ergastolo 

 


  

 

Veronesi: l’ergastolo va abolito,

è anticostituzionale, antiscientifico e antistorico


Agi, 17 maggio 2013



L’ergastolo è “un oltraggio alla scienza”, “come il 41 bis anticostituzionale, antiscientifico e antistorico” e pertanto “va abolito”. Umberto Veronesi continua senza mezzi termini la propria battaglia contro il carcere duro e l’ergastolo ostativo, rei secondo l’oncologo di confliggere senza rimedio con l’obbligo della rieducazione. Nel corso del suo intervento al convegno su detenzione e diritti umani, organizzato dalla Camera penale di Milano, l’oncologo ha ricordato che “il male non esiste nell’uomo, che ha soltanto un’origine ambientale e non genetica e che la scienza ha dimostrato come il cervello si rigeneri continuamente durante la vita”. In base questi due presupposti, secondo Veronesi, “condannare un uomo di 40 anni per un delitto commesso a 20 è come condannare un’altra persona perché, ormai, non è più lui”. Portando ad esempio gli ordinamenti dove “il carcere è una scuola”, che manifestano percentuali di recidiva molto inferiori a quella italiana, Veronesi ha invitato a credere nella certezza del cambiamento, insito negli essere umani, purché stimolato. Per questo, tanto il 41 bis quanto l’ergastolo ostativo sarebbero “Anticostituzionali, antiscientifici e antistorici. La Costituzione - ha concluso - implica e obbliga alla rieducazione. È evidente che condanna a vita e rieducazione siano in banale contraddizione”.  

 

   


 

“Una quaestio sulla pena dell'ergastolo - Sull'incostituzionalità del carcere a vita”

 

Prof. Andrea Pugiotto

(Ordinario di Diritto costituzionale Università di Ferrara)

 

articolo pubblicato sulla rivista ‘Diritto Penale Contemporaneo’

5 marzo 2013 


 

Umberto Veronesi e

Carmelo Musumeci

insieme contro l'ergastolo

 

 

 


  

Anche l' ex Presidente Corte Costituzionale Valerio Onida

è contro l'ergastolo ostativo

 

Valerio Onida, Presidente della Corte Costituzionale nel periodo 2004-2005, in una recente lettera a Carmelo Musumeci che lo interpella sulla costituzionalità dell'ergastolo senza benefici, risponde:

(...) Da questo punto di vista, personalmente non trovo giustificata né conforme alla Costituzione la disciplina che, per i condannati per certi delitti, ammette la concessione della liberazione condizionale solo a coloro che collaborano con giustizia, salvi i casi di collaborazione "impossibile" o "inesigibile". E' vero che la Corte Costituzionale ha dichiarato non fondata la relativa questione (sentenza n.135 del 2003), ma personalmente ritengo tale pronuncia non convincente. E' vero infatti che la collaborazione è rimessa alla volontà dell'interessato, ma non mi sembra giustificato escludere in ogni caso che, anche in assenza di collaborazione, possa ritenersi in concreto il ravvedimento del condannato.

Mi auguro che la questione possa essere riproposta all'esame della Corte, o altrimenti risolta dal legislatore.


 


 
Carmelo Musumeci si trova nel carcere di Padova.

Per chi volesse scrivergli:

Via Due Palazzi, 35/a

35136 PADOVA  

    


   

Carmelo Musumeci vince 1° Premio
Concorso Nazionale “Albero Andronico”
con il libro “Gli Uomini Ombra”


Assente però il protagonista premiato perché il Tribunale di Sorveglianza di Perugia non concede il permesso di partecipare alla premiazione in Campidoglio:
Carmelo Musumeci, 57 anni, condannato all’ergastolo e detenuto ininterrottamente dal 1991, senza poter usufruire di permessi premiali, non ha potuto usufruire neanche di uno speciale permesso di necessità: "Il confronto aperto con parte della società civile, in ipotesi presente alla premiazione, e la possibilità di dibattere pubblicamente le idee presenti nell'opera letteraria premiata non risulta precluso dalla assenza fisica del Musumeci alla premiazione, visto che il detenuto potrà ben delegare un familiare a rappresentarlo ed a ritirare il premio previsto."


COMUNICATO STAMPA Assoc. ALBEROANDRONICO:

PREMIO ALBEROANDRONICO: UN’INIZIATIVA “ROMANA” APERTA AGLI AUTORI DI TUTTO IL MONDO.

Pino Acquafredda, Presidente dell’Associazione “La parola scritta diventa filo che unisce popoli e tradizioni diverse, annulla gli scarti generazionali, le distanze geografiche ed ha il potere di superare anche le sbarre di un carcere”.

“Vorrei che si sapesse che io scrivo, oltre che per passione, per attirare l’attenzione sulle carceri e sulle numerose morti che accadono dentro le loro mura. Vorrei che si sapesse anche che molti scrivono cercando di inventare le trame dei loro romanzi, io invece sono fortunato: a me per scrivere basta ricordare quello che ho vissuto in prima persona o che hanno vissuto i miei compagni”. Sono le parole scritte da Carmelo Musumeci, 57 anni, condannato all’ergastolo e detenuto nel carcere di Spoleto, vincitore nella sezione dedicata ai libri editi del Premio di poesia, narrativa e fotografia “Alberoandronico”, giunto alla quinta edizione. La sua lettera, inviata agli organizzatori, è stata letta durante la cerimonia di consegna dei riconoscimenti nella Sala Protomoteca in Campidoglio. “Gli uomini ombra”, questo il titolo del volume, racconta i drammi e le violenze che si consumano dietro le sbarre, ma anche storie di umanità e di solidarietà tra detenuti. Perché anche chi si è reso colpevole di gravissimi reati, e per questo giudicato nella maniera più severa da un Tribunale, può sempre trovare, attraverso la scrittura, una strada per ritornare in contatto con il mondo che vive fuori dal carcere. Tema, quello della condizione dei detenuti, di particolare attualità in questo momento nel nostro Paese.
Essere sull’onda del presente è proprio la principale missione dell’Associazione che basa il suo essere e il suo operare esclusivamente sul volontariato. Il Premio istituito cinque anni fa, ha confini ampi e spazia dalla poesia all’opera fotografica, dal testo inedito per una canzone d’autore al racconto dedicato ai temi dello sport. Nell’edizione 2011 i partecipanti sono stati 842, per un totale di circa 1300 opere esaminate. I lavori sono arrivati da tutte le regioni italiane, con in testa il Lazio, la Lombardia e la Toscana. Qualche dato statistico per dare le dimensioni del coinvolgimento e della passione di tante persone: 47 % la quota femminile, 22 partecipanti hanno meno di 20 anni e altrettanti hanno invece più di 80 anni. Il più giovane ne ha 10, il meno giovane è nato nel 1915, pochi mesi dopo il volo di Gabriele d’Annunzio su Trieste. Poesie e testi di narrativa sono arrivati anche da Argentina, Albania, Bosnia, Brasile, Cina, Croazia, Egitto, Eritrea, Etiopia, Francia, Germania, India, Romania, Repubblica di San Marino, Somalia, Svezia, Svizzera, Venezuela, Ucraina e Usa. Un bel giro del mondo per la lingua italiana.
La Giuria, composta da critici, scrittori, giornalisti, fotografi ed esponenti del mondo della cultura, ha valutato con estrema attenzione tutti i lavori e ha assegnato numerosi riconoscimenti.
Oltre a Musumeci, si sono affermati Franco Fiorini di Frosinone (poesia), Cristina De Filippis di Pofi (sillogi), Antonio Bonelli di Casalpusterlengo Lodi (racconti), Antonio Giordano di Palermo (sul tema “la strada, la casa, la città, l’ambiente: vivere e costruire il territorio), Gianluca Marini di Fonte Nuova (testi per una canzone), Fabio Pasian di Trieste (sport), Francesca D’Onofrio di Roma (mare), Salvatore Cangiani di Sorrento (poesia dialettale) e Raffaele Di Santo di Roma (fotografia).
“Il sogno di scoprire nuovi grandi poeti o scrittori - ha detto Pino Acquafredda, Presidente dell’Associazione Alberoandronico - un sogno non è, ma una realtà. E’ la consapevolezza di essere diventati un riferimento di qualità e una vetrina per la cultura italiana, specie quella fuori dai circuiti ufficiali. L’Albero” è ormai un punto fermo nel mondo letterario, costituendo anche un’opportunità di affermazione per talenti di ogni età”.
L’Associazione, che basa il suo essere e il suo operare esclusivamente sul volontariato, ha ricevuto un importante sostegno, quello del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha inviato una medaglia di rappresentanza. Una curiosità: il Premio prende il nome da un pioppo che si trova in Via Livio Andronico, nel quartiere romano della Balduina, nel Municipio 19.
Sull’onda del successo del 2011, sul sito www.alberoandronico.net è già pronto il bando per l’edizione 2012 aperta alla partecipazione di tutti.

Associazione culturale, sociale e sportiva Alberoandronico
334 7411438
Ufficio Stampa
339 3494120
www.alberoandronico.net

 

  


Cos’è l’ergastolo ostativo?

E’ una pena senza fine che in base all’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario, mod con Legge 356/92, nega ogni misura alternertiva al carcere e ogni beneficio penitenziario ai chi è stato condannato per reati associativi:

“Pochi sanno che i tipi di ergastolo sono due: quello normale, che manca di umanità, proporzionalità, legalità, eguaglianza ed educatività, ma ti lascia almeno uno spiraglio; poi c’è quello ostativo, che ti condanna a morte facendoti restare vivo, senza nessuna speranza.

Per meglio comprendere la questione bisogna avere presente la legge 356/92 che introduce nel sistema di esecuzione delle pene detentive una sorta di doppio binario, nel senso che, per taluni delitti ritenuti di particolare allarme sociale, il legislatore ha previsto un regime speciale, che si risolve nell’escludere dal trattamento extramurario i condannati, a meno che questi collaborino con la giustizia: per questo motivo molti ergastolani non possono godere di alcun beneficio penitenziario e di fatto sono condannati a morire in carcere.
L’ergastolano del passato, pur sottoposto alla tortura dell’incertezza, ha sempre avuto una speranza di non morire in carcere, ora questa probabilità non esiste neppure più.
Dal 1992 nasce l’ergastolo ostativo, ritorna la pena perpetua, o meglio la pena di morte viva.”

Insomma l’ergastolo ostativo è stare in carcere per tutta la vita, è una pena che viene data a chi ha fatto parte di un’associazione a delinquere e che ha partecipato a vario titolo a un omicidio, dall’esecutore materiale all’ultimo favoreggiatore. Non è invece previsto l’ergastolo ostativo agli stupratori, ai pedofili e a tutti coloro che ledono una persona fino ad ucciderla. Ostativo vuol dire che è negato ogni beneficio penitenziario: permessi premio, semilibertà, liberazione condizionale, a meno che non si collabori con la giustizia per l’arresto di altre persone. Chi invece non collabora, per paura di vendette omicide sulla propria famiglia, per non mettere un’altra persona in carcere al proprio posto o perché non è in grado di dimostrare che non può aggiungere altro a quanto già emerso sull’associazione di cui ha fatto parte, queste persone sono condannate a restare per tutti i giorni della propria vita in carcere.
Si continua a parlare di “pentiti”, mentre in realtà si dovrebbero chiamare semplicemente “collaboratori di giustizia”, perché è evidente che la collaborazione è una scelta processuale, mentre il pentimento è uno stato interiore. La collaborazione permette di uscire dal carcere, ma non prova affatto il pentimento interiore della persona. In realtà sono gli anni di carcere, nella riflessione e nella sofferenza, che portano ad una revisione interiore sugli errori del passato. Tutto questo nonostante un sistema carcerario che abbandona i detenuti a se stessi e che non agevola affatto la rieducazione e, nel caso degli ergastolani ostativi, esclude completamente ogni speranza di reinserimento sociale.*

Noi incontriamo ogni settimana decine e decine di persone condannate all’ergastolo, senza speranza, ostative ai benefici penitenziari, persone che sono in carcere dal 1979, ragazzi di 40 anni che sono stati condannati all’ergastolo a 18 anni e che non sono mai usciti, neanche per il funerale del padre. Ragazzi che hanno vissuto più tempo della loro vita in carcere che fuori.

In Italia ci sono più di 100 ergastolani che hanno alle spalle più di 26 anni di detenzione, il limite previsto per accedere alla libertà condizionale. La metà di questi 100 ha addirittura superato i trent’anni di detenzione.
Al 31 dicembre 2010 gli ergastolani in Italia erano 1.512: quadruplicati negli ultimi sedici anni, mentre la popolazione “comune” detenuta è “solamente” raddoppiata

Al 31 dicembre 2010 i detenuti presenti nelle carcere italiani erano 67.961 e quelli in semilibertà poco più di 900 e di questi solo 29 sono ergastolani. 29 su 1.512, a fronte di quasi 100 in detenzione da oltre 26 anni: non esiste, eccome, in Italia la certezza della pena?

Paolo Canevelli, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia ha rilasciato questa dichiarazione:
(...) Per finire, e qui mi allaccio ai progetti di riforma del Codice penale, non so se i tempi sono maturi, ma anche una riflessione sull'ergastolo forse bisognerà pure farla, perché l'ergastolo, è vero che ha all'interno dell'Ordinamento dei correttivi possibili, con le misure come la liberazione condizionale e altro, ma ci sono moltissimi detenuti oggi in Italia che prendono l'ergastolo, tutti per reati ostativi, e sono praticamente persone condannate a morire in carcere.
Anche su questo, forse, una qualche iniziativa cauta di apertura credo che vada presa, perché non possiamo, in un sistema costituzionale che prevede la rieducazione, che prevede il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, lasciare questa pena perpetua, che per certe categorie di autori di reato è assolutamente certa, nel senso che non ci sono spazi possibili per diverse vie di uscita.

(Roma 28 maggio 2010, intervento al Convegno Carceri 2010: il limite penale ed il senso di umanità).

Aldo Moro nelle sue lezione universitarie avvertiva gli studenti, ma forse anche il legislatore e i politici:
«Ricordatevi che la pena non è la passionale e smodata vendetta dei privati: è la risposta calibrata dell’ordinamento giuridico e, quindi, ha tutta la misura propria degli interventi del potere sociale, che non possono abbandonarsi ad istinti di reazione e di vendetta, ma devono essere pacatamente commisurati alla necessità, rigorosamente alla necessità, di dare al reato una risposta quale si esprime in una pena giusta».

*Dall’introduzione di Angelini Giuseppe e Bizzotto Nadia, Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII, al libro “Gli Uomini Ombra” di Carmelo Musumeci- Ed. Gabrielli 2010

   
 


Carmelo Musumeci nasce il 27 luglio 1955 ad Aci Sant’Antonio in provincia di Catania. Si trova ora nel carcere di Padova. Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara in regime di 41 bis riprende gli studi e da  autodidatta  termina le scuole superiori.

Nel 2005 si laurea in giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo”.

Nel Maggio 2011 si è laureato all’Università di Perugia al Corso di Laurea specialistica in Diritto Penitenziario, con una tesi dal titolo “La ‘pena di morte viva’: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità”, con relatore il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale, e Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia e Sociologia del Diritto e Presidente onorario dell’Associazione Antigone per la difesa dei diritti dei detenuti.

Nel 2007 conosce don Oreste Benzi e condivide il progetto “Oltre le sbarre”, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Ha pubblicato nel 2010 il libro “Gli uomini ombra”, nel 2012 “Undici ore d’amore di un uomo ombra” e “Zanna Blu”, con la prefazione di Margherita Hack, pubblicati da Gabrielli Editori,   Nel 2013 pubblica “L’urlo di un uomo ombra”, Edizioni Smasher.

È promotore da anni di una campagna contro il fine pena mai, per l'abolizione dell'ergastolo

Chi volesse scrivergli può farlo attraverso amici volontari, che tengono per lui questo indirizzo email:  zannablumusumeci@libero.it