Carmelo Musumeci


 Frammenti di libertà


Ho saputo che un altro detenuto s’è suicidato e ho pensato che quando un prigioniero si toglie la vita in carcere molti ci rimangono male. Ma ci rimane male soprattutto l’Assassino dei Sogni, perché così facendo gli togli il potere di ucciderti lentamente, un po’ tutti i giorni e un po’ tutte le notti.
(Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com )

     Per venticinque anni ho sempre pensato che mi avrebbero liberato solo quando avrei finito di scontare la mia pena, nell’anno 9999, com’è scritto nel mio certificato di detenzione. Ormai avevo esaurito tutti i miei ricordi di quando ero un uomo libero. Da quando, però, sono uscito in permesso per quindici giorni, ho dei ricordi nuovi che mi aiutano a fare sera e a fare mattino aspettando che venga l’anno 9999.
     Vi voglio brevemente raccontare cosa prova un uomo che esce dopo venticinque anni di carcere.

Ventitré dicembre 2015. Sono fuori dall’Assassino dei Sogni, il carcere, come lo chiamo io. È difficile uscire dal carcere senza portarti il carcere addosso, specialmente se sai che ci devi ritornare. Una volta fuori la prima cosa che noti è l’odore di libertà.
Subito dopo ti senti come un cieco che apre gli occhi. Ti sembra di essere come un morto che è uscito da una tomba. Ti senti stupito persino dello stesso stupore che provi e geloso che il tuo cuore ti nasconda parte delle tue emozioni. Sei preso da mille pensieri. E ti accorgi com’è bello affacciarsi a una finestra senza sbarre. Fuori, ogni secondo è un istante di vita, ma di vita vera.
Sorridi e vivi. Ti commuovi e ti senti felice. Vedi migliaia di arcobaleni. E assapori tutto quello che ti circonda. E pensi a quanta vita c’è fuori, mentre dentro è tutto buio e morto. A tratti ti senti come un ladro che sta rubando un po’ di libertà e amore alla vita. Non credi che ci sia cosa più bella che camminare tenendo per mano la persona che ami.
     Ti accorgi che la vita vissuta è diversa da quella immaginata e che hai sognato per un quarto di secolo. Ti sembra che le persone ti osservino. Per non dare nell’occhio ti sforzi di non guardarli. E hai paura che quello sia un modo di vivere che non ti appartiene più.

     Un giorno entro in un bar: la mia compagna vuole che paghi io per riabituarmi alla normalità. Mi sento a disagio. Non mi sento all’altezza della situazione. E mi accorgo che la cassiera mi osserva in modo strano. Confondo il valore delle banconote. Interviene la mia compagna a salvarmi da una brutta figuraccia.
     Mi sembra che i miei figli mi guardino in modo preoccupato e che vogliano leggere nei miei pensieri.
     Gli specchi a casa mi fanno paura. Non sono più abituato a vedere il mio corpo per intero. Mi sembra di vedere l’immagine di un estraneo. In carcere possiamo vedere di noi solo il viso.
     Dopo tanti anni bevo e mangio con i bicchieri di vetro e di acciaio e mi ero dimenticato che pesano così tanto. Mi cadono facilmente bicchieri e tazzine per terra. Per fortuna la mia compagna non s’arrabbia. E questo mi fa arrabbiare un po’ perché mi sembra che mi tratti come un convalescente o un reduce di guerra.
     Rifletto sul fatto che, per non disabituarmi a vivere, mi sono battuto contro il carcere per tanti anni, disperatamente, con il corpo, con la mente e con il cuore, ma mi accorgo che, fuori, c’è un’altra battaglia da affrontare perché è dura ricominciare a vivere.
     La felicità, la libertà sono belle, ma mi affaticano. E io non ci sono più abituato. Con i miei nipotini va un po’ meglio. Mi apparto spesso con loro. Sono diretti. Mi trattano come uno di loro. E non hanno timore di dirmi quello che pensano. Mi dicono che sono un po’ imbranato e un po’ rimbambito.
     All’improvviso è già il giorno di rientrare in carcere. E così imparo qualcosa su di me che prima non sapevo: imparo che non sono poi così coraggioso come pensavo, perché non mi è facile tornare in carcere sapendo che la mia pena finirà nell’anno 9999. Credo che la legge degli uomini spesso sia più dura e crudele dei reati che abbiamo commesso. Penso anche che non c’è vita senza amore. E in carcere, purtroppo, non c’è amore.
     Poi sono di nuovo in carcere.

   Carmelo Musumeci
   Padova, febbraio 2016

 


Diario dal 12 al 31 Gennaio 2016

12/01/2016
In questi giorni sto pensando a tutte le cose belle che mi sono accadute quando ero fuori da queste mura. E alla sera cerco di smettere di pensare, per cercare di dormire.

13/01/2016
Oggi ho letto questa frase di Isacco che mi ha fatto pensare a quanto anch'io ero disperato quando avevo sulle spalle l’ergastolo ostativo, che mi dava la certezza di morire in carcere:
-Niente è più forte della disperazione. Essa non può essere vinta da nessuna cosa… allorché l’uomo dentro di sé ha tagliato la speranza dalla sua vita, allora nessuno ha più coraggio di lui.

14/01/2016
Oggi ho ricevuto queste parole di un compagno:
-Carissimo Carmelo, proprio dieci minuti fa ho ricevuto la tua lettera e sono contentissimo di sapere che mentre io sto scrivendoti tu, immagino, stai preparandoti per festeggiare il nuovo anno con la tua famiglia.
Non credo che ci sia cosa più bella al mondo che trascorrere, dopo venticinque anni di tormenti, un evento come il nuovo anno, abbracciati alle persone care. Tu riceverai questo scritto quando la tua gioia attuale sarà diventata un ricordo e nostalgia, questo perché l’Assassino dei Sogni ti riporterà in quella dimensione dove dovrai ancora lottare per ottenere ciò che a sorsi ti viene dato. Comunque anche se a sorsi è sempre qualcosa di straordinariamente bello ed è proprio per questo che, con più vigore e carica, dobbiamo lottare per raggiungere il fine ultimo: la libertà.

15/01/2016
In una recensione di un libro ho scritto:
Senza speranza è difficile rimanere umani. L’arma più grande che abbiamo per sconfiggere la criminalità non è il carcere, neppure il regime di tortura del 41 bis, ma è la nostra Carta Costituzionale. È difficile migliorare quando capisci che non esisti più e non conti più nulla. Ogni essere umano per migliorare e riflettere sul male che ha commesso ha bisogno di sperare e di essere condannato ad amare ed essere amato, perché solo l’amore sociale ti fa uscire il senso di colpa.

16/01/2016
Dopo i quindici giorni di permesso che ho trascorso fuori sto continuando a ricevere lettere dai miei compagni.
E alcune un po’ tristi.
Da Sulmona, ho ricevuto queste parole di Giuseppe:
-Carmelo, ho letto tutto quanto mi hai mandato e pur se i tuoi scritti mi aiutano a vedere in positivo, in questo posto, dove sembra assente anche l’eco di una campana, non si può certo avere un minimo di gioia. Qui la vita è triste e monotona, i giorni sono diventati lunghi e le notti ancora di più, primo per le condizioni carcerarie e secondo perché da circa tre mesi non sto bene con la salute. Nel tuo scritto mi dici che non hai ricevuto mie notizie, sicuramente non ti sbagli quando dici che qui si sono fregati qualche lettera scomoda. Io desidererei con tutto il cuore ritornare a Padova, perché lì avevo trovato quella pace e serenità che in tutti gli anni di prigione non avevo conosciuto. Ora purtroppo sono ripiombato nel buio più totale, dove non faccio nulla dalla mattina alla sera, dove non mi confronto più con nessuno, dove non metto in gioco né i miei pregi né i miei difetti. Carmelo, non riesco più a odiare nessuno e questo non fa altro che far ammalare me, perché se prima imprecavo e odiavo questo mi dava la giusta carica per sopravvivere, mentre adesso, che impreco e non riesco a odiare, mi sento morire ogni giorno, in quanto ciò che non so più rivolgere verso gli altri lo uso contro di me. E questo sono certo mi porterà al disfacimento.

17/01/2016
Questa mattina mi sono svegliato alle cinque per continuare a scrivere il mio ultimo romanzo.
È difficile essere liberi in carcere, ma si può pensare di esserlo.
E io ci riesco meglio quando scrivo, forse perché nei romanzi è tutto molto più semplice
.

18/01/2016
Credo che dovrò fare una visita oculistica perché da lontano non ci vedo più.
Penso che questo dipenda anche dal fatto che in carcere col passare del tempo i sensi dei prigionieri si dimenticano di funzionare.

19/01/2015
Oggi durante gli incontri del progetto “Scuola-Carcere” per spiegare certi fenomeni criminali del sud del nostro Paese ho detto agli studenti che dalle mie parti è difficile trovare una famiglia che non abbia un padre, o un fratello, o un figlio che non abbia conosciuto la prigione.

20/01/2016
Durante l’ora d’aria ho dato un consiglio a un giovane detenuto in attesa di giudizio, che rischia una condanna all’ergastolo.
E gli ho detto che molti prigionieri si aggrappano ai sogni io invece ho sempre preferito aggrapparmi agli incubi, così ci si rimane meno male quando gli incubi diventano realtà.

21/01/2016
Oggi mi hanno chiesto come si vive con la pena dell’ergastolo addosso.
Ho risposto che con l’ergastolo vivi nascosto dal resto dell’umanità perché vieni strappato dal futuro.
E perdere la libertà per sempre è come scomparire dalla vita.

22/01/2016
Ho scritto a un giornalista che il carcere ti fa disimparare a vivere, ti fa odiare la vita e ti fa sentire innocente anche se non lo sei.
E credo che se cambi il tuo modo di vedere soffri di più.
Forse per questo molti detenuti preferiscono non cambiare, per difendersi dalla sofferenza.

23/01/2016
Questa mattina quando mi sono svegliato ho pensato che sono stanco di sentire le urla che rimbombano nei corridoi, il rumore dei cancelli, dei blindi, delle chiavi che scattano nella serratura, degli sciacquoni rumorosi dei gabinetti, del carrello del vitto che sferraglia ai soliti orari e dei cortili dell’aria scalcinati, ma che ci posso fare?

24/01/2016
Ho rivisto un giovane ergastolano che non vedevo da tempo e mi sono accorto che sta dando i numeri.
E ho pensato che se forse c’è speranza nella disperazione, non ce n’è nessuna in una pena che non finisce mai, perché è difficile vivere sapendo che il tuo futuro sarà come il tuo passato.
Non sapevo che cazzo dirgli.
E gli ho consigliato di incominciare a trovare la libertà dentro di se.

25/01/2016
Per fare arrabbiare un’educatrice le ho detto che il carcere ti vuole solo sottomettere e distruggere perché la prigione è l’anti-vita.
Poi ho aggiunto che forse quelli che stanno in carcere non sono migliori di quelli di fuori, ma forse non sono neppure peggiori.
Subito dopo ho notato che sono riuscito a farla arrabbiare.

26/01/2016
È un po’ di tempo che di notte dormo a tratti.
E quando non riesco a dormire mi alzo dalla branda e mi metto a camminare su e giù per la cella.
Da un muro all’altro, dalle sbarre della finestra al blindato e dal blindato alle sbarre della finestra.
D’altronde che altro posso fare?

27/01/2016
In carcere, purtroppo, ti dimentichi spesso chi sei e cosa sei e c’è il rischio di diventare cose fra le cose.
Mi ha scritto un compagno ergastolano da un carcere della Sardegna lamentandosi che i suoi compagni non pensano più, non sognano più, non si battono più, perché si sono adattati a stare in prigione.
Gli ho risposto che purtroppo questo sta accadendo a molti detenuti che sono dentro da tanti anni, perché questa è l’unica maniera che è rimasta loro per continuare a sopravvivere.
Purtroppo però sopravvivere non è vivere, ma forse loro non lo sanno.

28/01/2016
A volte quando penso al mio fine pena che non ho, mi domando perché continuano a farmi pagare qualcosa che ormai è così lontano dal mio presente.
Sono venticinque anni che sono in prigione.
Perché mi fanno questo?
E mi danno l’anima che non riesco a trovare una risposta.

29/01/2016
Ho iniziato a leggere un nuovo libro.
Adesso che ho finito di dare gli esami universitari leggo di più perché i libri sono dei buoni strumenti per dare vita alle idee, per imparare, per sapere e continuare a vivere da prigioniero libero.

30/01/2016
Oggi pensavo che è più di un anno che nessuna guardia mi fa un rapporto disciplinare.
E che è da due anni che non vengo punito.
In venticinque anni di carcere non è mai accaduto.
Per un attimo mi è venuto il dubbio che forse il carcere è riuscito a istituzionalizzare anche me e a farmi diventare una cosa fra le cose.
Spero di no.
E mi è venuto in mente che in venticinque anni spesso sono stato punito solo per il fatto di sentirmi un prigioniero diverso dagli altri.
Una volta il direttore del carcere di Parma dopo il Consiglio di disciplina mi aveva urlato:
Musumeci, lei ragiona come se fosse un cittadino libero, ma quando si renderà conto che lei è un detenuto?
Mi ricordo che mi avevano trovato in cella più libri del numero consentito e mi avevano punito con dieci giorni d’isolamento.
E io avevo sorriso perché pensavo che leggere faceva bene, invece a me aveva fatto male perché mi avevano portato alle celle di rigore.

31/01/2016
In galera hai poche possibilità di scelta perché spesso l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) condiziona come, quando e cosa pensare.
Io però oggi l’ho fregato perché ho pensato per tutto il giorno ai quindici giorni di felicità che ho passato a casa.

 


Lettera aperta di un ergastolano a Giovanni Maria Flick

 

-Lei non è abbastanza arrendevole, a quanto mi hanno detto.
-Chi glielo ha detto? - Chiese K.(…)
-Non mi chieda nomi, per favore, e corregga piuttosto il suo errore, non sia più così rigido, contro questo tribunale difendersi non si può, bisogna confessare. Faccia la sua confessione, appena può.
Solo dopo se la potrà cavare, solo dopo.
(Franz Kafka, Il Processo).


     Gentile Presidente Emerito della Corte Costituzionale, ho letto in questi giorni che ha cambiato parere sull’ergastolo ostativo nonostante, nel lontano 2003 (con la sentenza 135 e come relatore), avesse legittimato (ovviamente collegialmente) l’esistenza in Italia della “Pena di Morte Viva” o, come la chiama Papa Francesco, “Pena di Morte Mascherata”.
     Insieme alla Sua dichiarazione ho letto pure, in questo periodo, quella del Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura Giovanni Legnini, che afferma: “Non ho nessuna difficoltà ad aggiungermi a coloro che sono contrari, perché ne sono convinto da tempo: anch’io sono contrario all’ergastolo ostativo. Lo dico perché penso che tutti, parlo da cittadino e non impegno la mia funzione, abbiano diritto ad avere una speranza” (Fonte: Carmine Parantuono, rete8.it, 11 gennaio 2016).
     È bello sapere che, a volte, non solo i cattivi ma anche i buoni possono cambiare il loro modo di pensare. E prendo atto che ultimamente molti ex giudici della Corte Costituzionale su questo spinoso e impopolare argomento hanno rivisto le loro posizioni. Per ultimo il Suo collega Presidente Emerito della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri che, nella sua prefazione al libro “Gli ergastolani senza scampo. Fenomenologia e criticità costituzionali dell’ergastolo ostativo” (di Carmelo Musumeci, Andrea Pugiotto e Davide Galliani, Editoriale Scientifica), così scrive:
      “L’ergastolano ostativo si trova in una condizione differenziata in peius, anche rispetto agli altri ergastolani, finalizzata ad indurlo alla collaborazione. In senso morale, si tratta di una situazione che richiama quella di chi è sottoposto a tortura: ti tolgono qualcosa cui avresti diritto (secondo la legge generale ed i principi costituzionali) e ti sottopongo ad una sofferenza aggiuntiva, che durerà finché non ti deciderai a collaborare”.

      Gentile Presidente Emerito, sono coatutore del libro “Gli ergastolani senza scampo” ed ho vissuto per anni con la sicurezza di morire in carcere, e i miei figli e la mia compagna con la certezza che di me avrebbero avuto solo il cadavere. Solo nel dicembre 2014 il Tribunale di Sorveglianza di Venezia ha accertato l’impossibilità di una mia utile collaborazione con la giustizia e mi ha riconosciuto la possibilità di usufruire di benefici penitenziari. Dopo venticinque anni di carcere ho appena trascorso per la prima volta alcuni giorni a casa. Al ritorno nella mia cella ho trovato una lettera di un compagno ergastolano che mi scrive: “Sei il nostro compagno eroe. Sei quello che ce l’hai fatta”. Queste parole mi hanno fatto pensare che non sarò un eroe, né sarò mai felice, se non ce la faranno anche gli altri e se tutti gli ergastolani non avranno un calendario in cella e un fine pena.

     Gentile Presidente Emerito, in qualità di docente di Diritto Penale, ex Ministro della Giustizia e giudice della Corte Costituzionale, Le chiedo di darci una mano per sensibilizzare il mondo politico, i mass media e la società civile con qualche iniziativa o facendosi promotore di una raccolta di firme fra i suoi colleghi ex giudici della Corte Costituzionale. Ci aiuti ad affermare che la pena dell’ergastolo è un crimine contro l’umanità perché non si può essere condannati a essere maledetti, cattivi e colpevoli per sempre e a rimanere vivi così, “di-sperati”, cioè privi di speranza.

Per sostenere questa convinzione anche da Lei condivisa, Le trascrivo un brano del libro “Gli ergastolani senza scampo” e Le invio un sorriso fra le sbarre.

Ho paura della notte.
Non posso però fare altro che aspettarla.
Ogni tanto apro la finestra perché mi sembra che manchi l’aria.
E aspetto.
Il cielo è scuro.
E fa un freddo polare.
A quest’ora della giornata l’ergastolano senza scampo si sente abbandonato.
Completamente solo al mondo.
Ed ha il vuoto intorno a sé.

Di solito resto per lunghe ore davanti alla finestra ad aspettare, con la fronte incollata alle sbarre.
E la notte arriva sempre.
Puntuale come la morte.
E questa notte mi sembra che anche le sbarre della cella siano tristi.
Prima di coricarmi a letto, mi lavo i denti.
Poi vesto il pigiama.
Accendo la televisione, navigando alla ricerca di qualcosa d’interessante.
Se non trovo nulla, la spengo.
E accendo la radiolina.
Mi sintonizzo dove c’è un po’ di musica italiana.
Dopo, per aiutare il sonno, faccio due passi in cella.
Cerco di stancare più che posso il mio corpo.
E anche la mia mente, nella speranza di addormentarmi più facilmente.

Di notte è difficile che ti capiti qualcosa.
Pensandoci bene, la cosa più brutta è proprio questa.
La certezza che questa notte non mi capiterà nulla.
Non ci sarà nessun terremoto.
E questo maledetto blindato che ho davanti a me non si spalancherà fino a domani.
Non posso fare altro che stare delle ore alle sbarre della finestra a guardare il buio.
E a seguire i miei sogni.

Ad una certa ora, inizio a passeggiare per la cella come una belva in gabbia.
Prima piano.
Poi sempre più veloce.
Pochi passi avanti.
Poi indietro.
In carcere si cammina molto.
Forse perché non si sa dove andare.
E cosa fare.
Di solito cammino tenendo lo sguardo fisso a terra.
In compagnia della mia malinconia.
In carcere siamo circondati da tante persone.
In realtà, però, siamo soli con noi stessi.
È la solitudine la nostra unica compagnia.
Di giorno cammino da solo.
E di notte invece a braccetto della mia ombra.

Nella mia cella c’è poco spazio per muoversi.
E quasi nulla per respirare.
C’è solo lo spazio per fare tre passi avanti.
E tre indietro.
La mia tomba è corta.
E stretta.
Ha il soffitto basso.
E c’è poco: una branda, un tavolino, uno sgabello e un televisore sopra una mensola.

Con il buio, il cuore degli ergastolani senza scampo diventa pesante.
Smette quasi di vivere.
Non però di far male.
Con il buio mi accorgo maggiormente di quanto mi sento infelice, solo e smarrito.
Così, la morte mi sembra più bella del sole del mattino.

Penso continuamente che sarebbe meglio affrontare l’ergastolo senza scampo da morto, perché ci sono momenti in cui ho la sensazione di essere completamente solo al mondo.
E mi viene il desiderio di aprire il cancello della mia cella da solo.
Per fare uscire almeno il mio cadavere.

La notte è l’ora del dolore.
Dei sogni persi.
È il momento più brutto della giornata.
Ti passano tante cose per la testa.
E con il buio hai meno paura di morire.
Ti viene voglia di lasciarti andare alla corrente del dolore perché non riesci più a trovare nulla per cui valga la pena vivere.
È con il buio che trovi tanti motivi per appenderti alle sbarre della finestra.

 

Carmelo Musumeci
Padova, Febbraio 2016

 


"Gli ergastolani senza scampo"  

 

Carmelo MUSUMECI, Andrea PUGIOTTO
Gli ergastolani senza scampo.
Fenomenologia e criticità costituzionali dell’ergastolo ostativo
Prefazione di Gaetano SILVESTRI
Appendice di Davide GALLIANI


Editoriale Scientifica, Napoli, 2016
pp. XIII-216, euro 16,50


     Nel discorso pubblico si ripete, monotona, la convinzione che in Italia l’ergastolo non esiste e che i condannati al carcere a vita, prima o poi, escono tutti di galera. La realtà rivela, invece, un dato esattamente capovolto: attualmente sono 1.619 i condannati alla pena perpetua e, di questi, 1.174 (pari al 72,5% del totale) sono ergastolani ostativi, ai sensi dell’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario.
     Sconosciuto ai più, l’ergastolo ostativo è una pena destinata a coincidere, nella sua durata, con l’intera vita del condannato e, nelle sue modalità, con una detenzione integralmente intramuraria. Una pena perpetua e immutabile cui è possibile sottrarsi solo collaborando utilmente con la giustizia.
     Il presente volume, nella sua Parte I (scritta da Carmelo Musumeci) narra con autenticità la giornata sempre uguale di un ergastolano senza scampo, scandita nei suoi ritmi esteriori e interiori – alba, mattino, pomeriggio, sera, notte – costringendo il lettore a immaginare l’inimmaginabile. Nella sua Parte II (scritta da Andrea Pugiotto), ripercorre criticamente la trama normativa dell’ergastolo ostativo, argomentandone i tanti profili di illegittimità costituzionale e convenzionale, in serrata dialettica con la giurisprudenza delle Corti, costituzionale e di Cassazione, ad oggi persuase del contrario.
     Il volume è impreziosito dall’eloquente Prefazione del Presidente Emerito della Corte costituzionale Gaetano Silvestri, che rilegge il regime dell’art. 4-bis o.p. alla luce del principio supremo di dignità della persona. L’Appendice (curata da Davide Galliani) illustra i risultati di un’inedita ricerca empirica condotta tra circa 250 ergastolani, finalizzata a rilevare le materiali condizioni di salute, fisica e psichica, derivanti da un regime detentivo perpetuo, esclusivamente intramurario, frequentemente declinato nelle forme del c.d. carcere duro (ex art. 41-bis o.p.).
     Il volume (quarto della collana Diritto penitenziario e Costituzione, nata dall’esperienza dell’omonimo Master promosso da Dipartimento di Giurisprudenza dell’ateneo di Roma Tre) è il risultato del primo progetto di ricerca UE dedicato al regime dell’ergastolo nel contesto europeo (www.lifeimprisonment.eu).

 

Il libro può essere richiesto in libreria, alla casa editrice, o all'indirizzo   

ergastolani@gmail.com 


 

 Quindici giorni di felicità di un ergastolano

Fra le molte lettere che ho ricevuto in questi giorni dai miei compagni mi hanno colpito queste parole di Alfio: “Sei il nostro compagno eroe. Sei quello che c’è l’ha fatta”. Questa frase mi ha fatto pensare che non sarò mai un eroe se non ce la faranno anche gli altri. E da domani continuerò a lottare più di prima affinché tutti gli ergastolani abbiano un calendario in cella e un fine pena.
(Diario di un ergastolano:  www.carmelomusumeci.com 
)

Alla notizia che il Magistrato di Sorveglianza mi aveva concesso per la prima volta quindici giorni di permesso a casa, mia figlia mi ha scritto: “Io e te… da sempre una cosa sola contro tutto… invincibili contro la speranza che ci avevano tolto… vincitori perché non ci saremmo mai rassegnati a vivere l’uno senza l’altra! Non importa quali difficoltà la vita ti metta davanti… vietato arrendersi, aspettare e compiangersi… siamo soltanto noi e la nostra determinazione gli artefici della nostra felicità! Divisi da sempre uniti all’anima…"


22/12/2015 È difficile vivere senza un domani.Io ci ho vissuto per venticinque anni. Domani però torno alla vita. Ritorno a casa, da dove non sono mai andato via.

23/12/2015 Esco.Trattengo il respiro. Muovo la testa da tutte le parti. Il cielo mi sembra enorme. Non ho nessun muro davanti. Neppure a destra né a sinistra. Per una frazione di secondo ho l’impulso di voltarmi. E di tornare dentro l’Assassino dei Sogni per sentirmi protetto dalle mura e dalle sbarre del carcere. Non mi sono però mica rimbambito fino a questo punto. Raduno i pensieri. Ispiro profondamente. Chiudo gli occhi per vedere meglio dentro il mio cuore. E salgo in macchina del mio angelo che mi porterà a casa.

24/12/2015 Sono tanto felice. E anche tanto confuso.Oggi, dopo venticinque anni, il mio cuore s’è svegliato alla vigilia di Natale senza un blindato davanti e delle sbarre di dietro. E sono stato circondato tutto il giorno da tanti sorrisi.

25/12/2015 Sono uscito di casa con i miei nipotini. Sono stato ai giardini pubblici. E sulla passeggiata al mare. I bambini assomigliano ai filosofi perché ti fanno di continuo tante domande. E i miei nipotini vedendomi fare cose strane mi hanno chiesto perché abbracciavo gli alberi, toccavo l’erba e annusavo l’odore del mare.
Gli ho risposto che nel luogo dove sono stato per tanti anni non c’erano gli alberi, non c’era il mare e mi sono mancati tanto.

26/12/2015 Oggi la mia compagna mi ha dato le chiavi di casa. E mi sono sentito un uomo ancora più libero. Sono entrato e uscito una decina di volte in un’ora, perché è bellissimo aprirti e chiuderti la porta da solo senza aspettare che lo faccia una guardia.

27/12/2015 Oggi sono venuti a trovarmi degli amici e delle amiche di mia figlia. Mi hanno domandato come ho fatto a sopravvivere in tutti questi anni di prigione. Ho scrollato la testa sorridendo. Gli ho risposto che non lo sapevo. E che ormai non aveva più importanza.
28/12/2015 Oggi pioveva, ma nel mio cuore c’era il sole. Sono rimasto un po’ sotto la pioggia perché è bello bagnarsi da uomo libero. E ho pensato che la cosa più terribile del carcere è che con il passare del tempo ti abitui a vivere da prigioniero e ti dimentichi del mondo che esiste oltre il muro di cinta.

29/12/2015 Mia figlia mi ha portato di nuovo in spiaggia. E nel vedere e sentire le onde infrangersi nella spiaggia ho pensato che è tutta un’altra cosa immaginarsi il mare come ho fatto per tanti lunghi anni.

30/12/2015 Nonostante la felicità che sto provando in questi giorni spesso il mio pensiero va ai miei compagni dietro le sbarre. In questi giorni mi sento tanto fortunato che io ce l’ho fatta e loro no. E ho provato il desiderio di dividere con loro un po’ della mia felicità.

31/12/2015 Oggi ho passato uno dei più belli ultimi giorni dell’anno della mia vita, con mio figlio, mia figlia e la mia compagna. Mi sono sentito Ulisse che finalmente è tornato a casa.

1/01/2016 Oggi è il primo giorno dell’anno ed ho iniziato l’anno con il sorriso sulle labbra.Erano venticinque anni che non mi capitava più. Ho giurato a me stesso che continuerò a lottare contro l’esistenza in Italia della “Pena di Morte Viva” per me e i miei compagni. Ho sentito al telefono tanti amici e amiche che per molti anni mi hanno dato il loro affetto sociale.

2/01/2016 Una volta, tante vite fa, venivo chiamato “Il signore delle bische”.
Questa sera ho giocato a carte a “Scala quaranta” con il mio nipotino Lorenzo di nove anni. E mi sono subito accorto che non gli andava di perdere. Devo ammettere che non piace neppure a me.
…E ci sono rimasto male perché mi ha vi
nto venti euro.

3/01/2016 Questa sera mia figlia mi ha portato a cena al ristorante. Sono stato tanto felice. E ho pensato che la cosa che conta più di tutto nella vita è l’amore; l’amore è il metro per misurare tutte le cose.

4/01/2016 Questa sera ho raccontato un po’ di fiabe al mio nipotino Michael di sette anni, fiabe che non ho mai potuto raccontare ai miei figli. E mentre io parlavo, lui scriveva. Poi mi ha raccontato, quasi con un senso di colpa, che nel compito in classe sui nonni lui ha nascosto che il suo era in prigione. L’ho baciato con amore. E gli ho risposto che aveva fatto bene.

5/01/2016 Domani rientrerò di nuovo dentro l’Assassino dei Sogni, ma cerco di non essere triste perché penso che ho tanti nuovi ricordi d’amore che mi aiuteranno a continuare a sopravvivere nel mondo dei morti.

6/01/2016 Sono tornato alla mia tomba buia e triste, ma il mio cuore è illuminato e felice dal ricordo del sorriso dei miei nipotini. I miei figli ormai sono grandi e forse non hanno più bisogno del mio amore come quando erano piccoli, ma i miei nipotini ne hanno ancora bisogno e continuerò a lottare e a vivere per loro.

7/01/2016 I miei compagni mi hanno domandato com’era il mondo dei vivi. Mi è venuto in mente il “mito della caverna” di Platone e ho risposto loro che da dentro una prigione possiamo vedere solo le ombre della vita. Poi ho aggiunto che, al di là del muro di cinta, tutto è bello e vivo.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, Gennaio 2016

 


 

Lettera aperta di un ergastolano a Eugenio Scalfari 

 

 

     Dottor Scalfari, ho letto da qualche parte che ha contribuito a fondare il settimanale “L’Espresso” ed è fondatore del quotidiano “La Repubblica”. Ho letto pure che alcuni suoi articoli hanno dato avvio a battaglie ideologiche-culturali, come quelle che hanno portato al referendum sul divorzio e sull’aborto. L’altra settimana, dalla mia cella, l’ho ascoltata alla televisione con interesse durante la trasmissione “Otto e mezzo” di Lilli Gruber.
     Le confido che sono rimasto molto colpito della sua commozione per la scomparsa del presidente del Partito Comunista Enrico Berlinguer e per il racconto dell’abbraccio con Pietro Ingrao. Questo sia perché con Pietro ho scambiato qualche lettera, sia perché fra gli uomini ombra (come si chiamano fra loro gli ergastolani) lui era molto famoso per avere dichiarato in una intervista “Io sono contro l’ergastolo prima di tutto perché non riesco ad immaginarlo”.
Credo che però, a questo punto, sia il caso di presentarmi: sono un condannato alla pena dell’ergastolo (o alla Pena di Morte Nascosta, come la chiama Papa Francesco), in carcere da ventiquattro anni (il mese scorso sono entrato nel venticinquesimo). Dalla mia cella, ormai da molti anni, sono un attivista della campagna “Mai Dire Mai” per l’abolizione della pena senza fine. Se vuole sapere qualcosa più di me può visitare il sito che porta il mio nome www.carmelomusumeci.com dove fra l’altro c’è una proposta di iniziativa popolare per l’abolizione della pena dell’ergastolo (fra i primi firmatari c’è la compianta Margherita Hack, Umberto Veronesi, Bianca Berlinguer, Maria Agnese Moro, Don Luigi Ciotti, Stefano Rodotà, Giuliano Amato, Massimo D’Alema, la famosa pianista Alessandra Celletti e tanti altri.).
     Caro Dottor Scalfari, dopo averLa ascoltata alla televisione e avere letto che ha una laurea in giurisprudenza, mi è venuta voglia di scriverLe per farLe alcune domande. Non credo avrà voglia e tempo di rispondermi ma, alla fine, mi sono deciso lo stesso perché penso che a volte le domande siano interessanti quanto le risposte. Sarei curioso di chiederLe cosa ne pensa della pena dell’ergastolo, soprattutto di quello ostativo, quello che se parli esci, se no stai dentro come nel Medioevo. Mi creda, alcuni rifiutano questa “via di fuga” soprattutto per proteggere i loro familiari.
     Dottor Scalfari, credo che la condanna a essere cattivi e colpevoli per sempre sia una pena insensata perché non c’è persona che rimanga la stessa nel tempo. Senza un fine pena certo, all’ergastolano rimane “solo” la vita; ma la vita senza futuro è meno di niente. Mi creda, con la pena dell’ergastolo addosso è come se la vita diventasse piatta perché non puoi più fare progetti per il giorno dopo nè per quello successivo. Il tempo dell’ergastolano è come se fosse scandito da una clessidra: quando la sabbia è scesa, la clessidra viene rigirata…e questo si ripete incessantemente, fino alla fine dei suoi giorni. Imprigionare una persona per sempre è come toglierle tutto e non lasciarle niente. Neppure la sofferenza, la disperazione, il dolore perché, con questa condanna, non si fa più parte degli esseri umani. Purtroppo con l’ergastolo la vita diventa una malattia. Ma la cosa più terribile che è una pena che non ti uccide e, ciò che è peggio, sotto un certo punto di vista, ti fa vergognare di essere un uomo. Alla lunga, infatti, ti fa diventare solo un corpo parlante. La condanna all’ergastolo assomiglia a una morte bevuta a sorsi, nell’oscurità e nel silenzio.
     Dottor Scalfari, un compagno a cui mancano un paio di mesi al fine pena, l’altro giorno si è confidato con me e mi ha detto che i secondi gli stanno sembrando minuti, i minuti ore, le ore giorni ed i mesi anni. Gli ho risposto: “Per fortuna io ho l’ergastolo e non ho bisogno di contare né i giorni, né i mesi, né gli anni, conto solo i capelli bianchi che mi stanno venendo”. Il mio compagno ha annuito. Poi ha amaramente sorriso. E alla fine abbiamo riso insieme, anche se non c’era nulla da ridere perché, con questa pena, la vita diventa peggiore della morte.
     Gli ergastolani più fortunati si creano ogni giorno un mondo interiore costruito sul sale di tutte le loro lacrime, perché spesso è meglio non avere speranza che nutrirne di false. Con la condanna all’ergastolo la vita non vale più nulla perché non ha più presente né futuro, ma solo il passato. È vero che ogni pena uccide almeno un po’, ma la pena dell’ergastolo uccide “di più” perché ammazza anche la speranza. Si potrebbe dire che l’ergastolano non vive, mantiene in vita solo il suo corpo. E ogni giorno in meno è sempre un giorno in più da scontare. Purtroppo, molti non sanno che la pena dell’ergastolo ci lascia la vita, ma ci divora la mente, il cuore e l’anima.
     La maggioranza delle persone è contaria alla pena di morte, ma con la pena capitale il colpevole soffre solo un attimo, con l’ergastolo invece il condannato soffre tutta la vita. Mi chiedo se, forse, questa forma di “vendetta” che nulla ha a che fare con la giustizia, possa soddisfare qualcuno, comprese le vittime dei reati che abbiamo commesso…
     A questo punto, caro Dottor Scalfari, chi è più criminale: chi uccide perché cresciuto in ambienti degradati, per potere, ignoranza, soldi, futili motivi, passioni morbose e malate, o chi lo fa in nome della giustizia o del popolo italiano, murando vive delle persone vive, senza neppure la compassione di ammazzarle?
     Se riterrà opportuno rispondermi, ne sarò felice e La ringrazio anticipatamente. Le auguro buona vita e con simpatia Le invio un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, Dicembre 2015

 


  

 Recensione di un ergastolano
al libro “A modo mio” di Francesco Coccia

 

Ho pensato alla visita che ci ha fatto ieri l’onorevole Laura Coccia del partito democratico. Sono rimasto colpito dalla sua giovane età e dai suoi problemi di disabilità. E soprattutto della sua sensibilità. Mi ha ascoltato con grande attenzione e a tratti il suo silenzio mi ha trasmesso tanto amore sociale. Ed era da tanto tempo che non sentivo più questa energia affettiva che mi ha riscaldato il cuore e la cella per tutto il giorno. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

Vivere in pochi metri quadri con delle sbarre dietro e un cancello davanti non è facile. Per fortuna leggo molto. E leggere per me è come vivere perché dentro i libri trovo ancora tutto quello che mi serve per continuare a esistere. Alcuni miei compagni mi prendono anche in giro perché ho sempre un libro in mano anche durante l’ora d’aria.
In questi giorni ho appena finito di leggere un bellissimo libro dal titolo: “A modo mio”. Sottotitolo: “Laura non cammina, corre” (Editore Sempre). L’autore è Francesco Coccia e scrive di sua figlia affetta da tetraparesi spastica per una infezione contratta dopo la nascita. È un libro da divorare con gli occhi e mangiare con il cuore. Nella copertina c’è una bellissima foto di Laura con un’espressione determinata sul viso che emana un’ energia che ti penetra dentro. Dietro la copertina del libro ci sono scritte queste parole:

Te lo aveva detto una volta mamma Luci, mentre aspettavamo che cominciasse lo spettacolo del circo. Vedendo gli altri bambini che correvano lungo le corsie tra le panche, avevi chiesto: “Mamma, correrò pure io come loro?” Recuperando il cuore dall’abisso in cui era sprofondato, mamma Luci ti aveva risposto: “Certo! A modo tuo”.

E Laura ha corso. Ha corso così veloce e tanto che è arrivata più lontano di quello che in pochi avrebbero immaginato “Alle elementari le mie maestre erano spaventate dal mio essere così diversa dagli altri. Il mio equilibrio precario era un pericolo: avrei potuto farmi male quindi dovevo state ferma, immobile, ad osservare la vita dei miei compagni di classe che correva via su un binario parallelo alla mia. Sognavo di correre, di volare per guardare il mondo dall’alto, per cambiare prospettiva e uscire dalla prigione. Non avevo amici perché ero quella diversa e quindi da evitare”.
Laura, alle elezioni politiche del 2013, viene eletta deputata della Camera dei Deputati. L’ho conosciuta, durante una sua visita da parlamentare, dentro l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) di Padova. Consiglio a tutti di leggere questo bellissimo libro (soprattutto gli avanzi di galera e della società come me) perché è pieno di sentimenti e ti lascia un’ impronta nel cuore che ti farà amare di più l’umanità.

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova Dicembre 2015

 


 

 

 

Buon compleanno dagli ergastolani
al Prof. Umberto Veronesi per i suoi novant’anni

La cosa più brutta del carcere che hai tante cose da pensare e niente da fare. (Diario di un ergastolano)

Umberto Veronesi nel libro “Il mestiere di un uomo” (Einaudi, 2014) mi ha dedicato un intero capitolo dal titolo “La pena di morte viva. Storia di un uomo ombra”. Inoltre, insieme a Margherita Hack è uno dei primi firmatari della proposta di iniziativa popolare per l’abolizione della pena dell’ergastolo sul sito www.carmelomusumeci.com.

Anni fa mi aveva scritto questa lettera:
Milano, 5 dicembre 2011 Prot. N. 611/11 -
Caro Musumeci, desidero ringraziarLa per la Sua gentile lettera. Con queste poche parole voglio esprimerLe la mia solidarietà e condivisione alla sofferenza morale che implica la vita da ergastolano ostativo. Una pena terribile, che ogni paese civile vorrebbe abolire, in quanto non è molto diversa dalla pena capitale perché di fatto toglie oltre che la libertà di agire anche la libertà di pensare e di progettare. Sono viceversa convinto che ogni uomo, anche colui che ha commesso la più terribile delle azioni portandosi un enorme fardello sulla coscienza, attraverso un importante percorso interiore possa riscattare la propria esistenza con il ravvedimento. In ragione di questo mio pensiero e dei diritti dell’uomo, ho intenzione di dedicare la futura edizione di Scienze for Peace all’abolizione dell’ergastolo. RingraziandoLa per la Sua testimonianza, mi creda. Umberto Veronesi.

Il 28 novembre 2015 il Professore compie novanta anni ed ho pensato da dentro le mura della mia cella di fargli gli auguri di buon compleanno a nome mio e di tutti gli ergastolani delle nostre “Patrie Galere”.

Caro Professore, ho ancora la Sua lettera attaccata alla parete della mia cella perché ho sempre pensato che mi avrebbe portato fortuna. E incredibilmente così è stato. Da circa un anno da “uomo ombra” sono passato a “uomo penombra”. Grazie a una sentenza della Corte Costituzionale sulla “collaborazione impossibile o irrilevante” dall’ergastolo “ostativo” sono passato a quello normale (che tanto normale non lo è) che mi sta dando la possibilità, dopo oltre ventiquattro anni di carcere, di poter usufruire di brevi permessi da passare con i miei familiari, ma purtroppo nel mio certificato di detenzione continua ad essere scritto che la mia pena finirà nell’anno 9.999. Come è facile prevedere quello sarà un anno che non vedrò mai arrivare.
Caro Professore, Le confido che con il trascorrere degli anni la speranza mi si era assottigliata e avevo imparato a fare il morto perché non mi aspettavo proprio più nulla dagli umani. Nell’arco di questi ventiquattro anni per sopravvivere avevo studiato molte strategie mentali per stare nel mondo delle ombre, ma, anche se adesso la mia personale posizione è cambiata, non potrò mai essere del tutto felice fin quando qualsiasi prigioniero non avrà un fine pena e un calendario in cella.
Caro Professore, dopo di Lei anche Papa Francesco s’è scagliato contro la pena dell’ergastolo definendola “Pena di Morte Nascosta”, ma gli uomini ombra hanno ancora bisogno della Sua voce e della Sua luce per tentare di cancellare nel cuore degli umani e nel nostro ordinamento giuridico la pena più crudele che un uomo possa dare e ricevere: la condanna alla “Pena di Morte Viva”.
Caro Professore, Le invio fra le sbarre un sorriso e tanti auguri di buon compleanno, da me e da tutti gli ergastolani. Buona vita.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova novembre 2015

Da “Il mestiere di uomo” di Umberto Veronesi

Ed. Einaudi 2014

Da pag. 119: La pena di morte viva. Storia di un uomo ombra  

Buon compleanno amore.
Eccoti anche quest’anno la mia lettera di Buon compleanno.
E con questa sono ventidue.
Lo so!
In tutto questo tempo non è stato facile starmi accanto.
Eppure ci sei riuscita.
E per tutti questi anni sei stata l’energia del mio cuore e dei miei pensieri.

Buon compleanno amore.
Lo so!
È stato difficile amarmi.
E lo hai fatto senza chiedere nulla in cambio.
D’altronde un uomo ombra non può più dare nulla alla compagna che ama.

Buon compleanno amore.
In questi 22 anni mi hai fatto esistere grazie al tuo amore.
E hai sempre sussurrato al mio cuore:
-I sogni a forza di crederli diventano veri.
Dopo tutto il tempo che è passato e con un fine pena nel 9999 è difficile crederlo ancora.
Io non ci credo più, ma il mio cuore continua a crederci ancora.

Buon compleanno amore.
È stato facile amarti.
Ti amavo ancora prima di conoscerti.
Impossibile è stato smetterlo di farlo.
E mai lo farò.

Buon compleanno amore.
Si può imprigionare un uomo per tutta la vita.
E divorargli tutti i suoi sogni.
Non si può però impedirgli di amare.
Ed io ti amo.

Buon compleanno amore.

 

Questa lettera è stata scritta e spedita dal carcere di Padova, il 19 dicembre 2012, da Carmelo Musumeci, uno dei condannati in Italia all’ergastolo ostativo (non ci sono dati ufficiali ma si stima che siano circa mille) cioè alla pena di reclusione senza fine che condanna a morire in prigione.

Non ho mai conosciuto Carmelo di persona. Ho ricevuto la sua prima lettera il 5 ottobre 2011, e da quel giorno me ne sono state recapitate molte altre. Devo confessare che non risposi subito al suo primo messaggio: “Perché mai quest’uomo si rivolge proprio a me per domandare aiuto?” mi chiesi. Non sono un politico né un giurista che può intervenire sulla sua pena, e neppure una star che può diventare un testimonial per far uscire la sua storia dal silenzio di una cella e gridare all’ingiustizia. La lettera rimase per diversi giorni sulla mia scrivania, fra i “sospesi”, qualcosa mi impediva di archiviarla.
In realtà il disagio dei nostri detenuti è un tema che mi sta molto a cuore. Quando nel 2000 ero ministro della Sanità, insieme a Pietro Fassino, allora ministro della Giustizia, mi ero occupato della situazione delle carceri dal punto di vista sanitario e umano. Poi, al termine di quell’incarico durato poco più di un anno, avevo deciso di tornare a occuparmi dei miei malati di cancro e della ricerca scientifica. Perciò fu grande il mio stupore per essere stato contattato da un carcerato dieci anni più tardi. Rileggendo più volte le sue parole, mi resi tuttavia conto che Musumeci non parlava di sé o per sé, ma mi chiedeva di cercare di capire il perché si era fatto portavoce degli “uomini ombra”, come si autodefiniscono questi detenuti speciali.

Sono un uomo ombra, un ergastolano ostativo, senza nessuna possibilità di speranza di uscire dal carcere se non metto un altro in cella al posto mio… L’altro giorno, sul “Corriere della Sera” di lunedì 26 settembre, ho letto un suo sensibile e interessante articolo. E mi hanno colpito queste parole: “È stato ampiamente dimostrato che il cervello si rigenera e si riplasma e dunque la persona che è stata uccisa pochi giorni fa non è la stessa che ha progettato un crimine anni prima”. Anch’io non sono più la persona di vent’anni fa, eppure continuo a scontare la pena di chi ero prima, fino alla fine dei miei giorni, sempre in galera… Ho pensato di chiederle aiuto per fare conoscere che in Italia esiste la “Pena di Morte Viva”, che invece che da morto si sconta da vivo.

L’articolo del “Corriere” a cui si riferiva Musumeci era un mio commento all’esecuzione di una condanna a morte appena venuta negli Stati Uniti. L’opposizione della pena di morte è stata una dei primi punti del programma d’azione del movimento internazionale Scienze for Peace. I venti premi Nobel e tutti gli uomini di scienza e di pensiero aderenti al movimento sono contrari a ogni forma di violenza, soprattutto se istituzionalizzata. Prima fra tutte la pena di morte perché è un omicidio di Stato che legittima l’assassinio: “Se lo Stato uccide, lo posso fare anch’io”, si potrebbe dire.
Per questo l’idea dell’esistenza in Italia di una pena di morte alternativa non può certo lasciarmi indifferente.
Così iniziai a documentarmi. Scoprii che esiste, soltanto in Italia, una forma di ergastolo definito appunto “ostativo” perché osta, cioè vieta, qualsiasi possibilità di modificare la pena indipendentemente dal tempo di reclusione e dai comportamenti della persona. Questa pena è stata introdotta nel nostro ordinamento nel 1992 per contrastare le stragi di mafia, e in sostanza nega ogni misura alternativa al carcere (come le sanzioni) e ogni beneficio penitenziario (per esempio i premi o le licenze per buona condotta) a chi è stato condannato per gravi reati associativi di stampo mafioso. In pratica un comune cittadino che ha violentato e ucciso donne o bambini ha la possibilità di uscire dal carcere dopo venticinque anni di reclusione -se dimostra di essere riabilitato-, mentre un mafioso che ha ucciso qualcun altro in uno scontro tra mafiosi, potrà uscire soltanto se decide di collaborare con la giustizia, facendo il nome di altri colpevoli. Esce cioè di prigione solo chi fa rinchiudere per sempre un’altra persona al suo posto.
Carmelo Musumeci potrebbe fare non uno ma molti nomi, e uscire a riabbracciare il suo grande amore, che dopo ventidue anni ancora gli ispira poesie, i suoi due figli, Barbara e Mirko, e i due nipotini, Lorenzo e Michael. Ma non l’ha fatto. Non l’ha fatto durante questi ventidue anni - e tutto fa pensare che mai lo farà- e ha scelto invece di lanciare dalla sua cella-tomba una campagna di sensibilizzazione per l’abolizione dell’ergastolo ostativo. Una battaglia sicuramente impopolare, per i più anche incomprensibile e astrusa (io stesso non conoscevo il significato reale di “ergastolo ostativo”) – e con pochissime possibilità di successo in un paese che sembra essere sordo a qualsiasi grido d’aiuto che provenga dalle carceri.
Tra sovraffollamento e suicidi, le prigioni italiane offrono un quadro drammatico: il numero totale dei detenuti risulta pari a circa 68000 (anche se alcune stime indicano quasi 23000 presenze in più rispetto ai dati ufficiali), a fronte di una capienza regolamentare di circa 45000; negli ultimi tredici anni, ha fatto sapere l’associazione Ristretti Orizzonti, si sono verificate 2235 morti in carcere, di cui 800 suicidi.
Non è questo degrado inumano però che Musumeci vuole denunciare: il suo impegno è dedicato a una giustizia più equa. Ma come può un assassino (anche se si è sempre dichiarato innocente) implicato in questioni di mafia, chiedere una giustizia migliore?
Ho deciso di informarmi sulla sua vita. Carmelo è nato in Sicilia, ad Aci Sant’Antonio, in provincia di Catania, nel 1955, ma ha lasciato la Sicilia all’età di sei anni quando la famiglia si è trasferita in Toscana, vicino a Viareggio. In Toscana gestiva bische clandestine e traffico di stupefacenti ed era considerato il capo di un clan che era entrato in conflitto con altre bande rivali, innescando una catena di omicidi e vendette. È stato arrestato durante un blitz tra Pisa, Livorno, Pistoia, Lucca, Massa, La Spezia e Montecatini, in cui sono state arrestate altre decine di persone. È entrato in prigione a 35 anni, con una condanna per omicidio e associazione mafiosa.
A quei tempi aveva solo la licenza elementare, ma durante la reclusione all’Asinara ha completato le scuole superiori; nel 2005 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza e nel 2011 la laurea magistrale in Diritto Penitenziario, con una tesi dal titolo La pena di morte viva: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità.
Ho capito subito, dalla forza delle sue parole, che era un bravo scrittore e ho iniziato a cercare i suoi testi nei siti e nelle riviste che si occupano di carcere. Nel 2010 ha scritto su un blog:

La mia storia giudiziaria è semplice, lo dice la motivazione di condanna che mi ha condannato per un omicidio alla pena dell’ergastolo, che, nonostante la grande differenza fra verità vera e quella processuale, ha stabilito: “In un regolamento di conti il Musumeci Carmelo è stato colpito da sei pallottole a bruciapelo, salvatosi per miracolo, in seguito si è vendicato e per questo è stato condannato alla pena dell’ergastolo”. In molti casi non ci sono né vittime, né carnefici, né innocenti, né colpevoli, perché sia i vivi che i morti si sentivano in guerra. E quando ci si sente in guerra, al processo non ci si difende, si sta zitti e ci si affida alla Dea bendata. Non si maledice la buona o la cattiva sorte, anche se si pensa spesso che i morti sono stati più fortunati dei vivi, se i vivi sono stati condannati all’ergastolo.

E ancora su un altro sito:

Molti di noi sono stati criminali perché spinti fin da bambini e ragazzi alla violenza, da uno Stato ingiusto e assente. E ora che mi sono ribellato a questa violenza e liberato dalle catene della cultura di dove sono nato e cresciuto, lo Stato mi consiglia di collaborare per interesse, tornare a essere criminale come prima. Mi consiglia di ridiventare cattivo, cinico e opportunista, di cercare nel male la libertà, “morte tua vita mea” (levare la libertà a te per avere la mia). Non ti accorgi della libertà fin quando non la perdi e ora che ne conosco il valore, non la potrò mai fare perdere per personale interesse a nessuno. A qualcuno che si è rifatto una vita, che lavora onestamente, che è un buon cittadino e un buon padre di famiglia. È inaccettabile per una società civile e uno Stato di diritto barattare la propria libertà con quella di qualche altro. Questa non è giustizia! È becera vendetta e odio. Il perdono ti fa amare il mondo, la vendetta te lo fa odiare.

Queste parole, invece, sono tratte da una videointervista riportata sul suo sito:

Voglio uscire dal carcere perché ho fatto un percorso e non perché metto un altro al posto mio. Penso che ognuno debba pagare la sua colpa, ma se io faccio un nome, esco e non pago nulla. Nell’ambiente in cui sono nato e cresciuto ci sono delle regole, e io le ho seguite. Ad esempio non sono andato dalla Polizia quando mi hanno sparato sei colpi di pistola, perché questo mi hanno insegnato. Dovete capire che molti di noi sono nati colpevoli. Il delinquente esiste se ha la possibilità di scegliere fra due strade, la delinquenza o l’onestà, ma se tuo padre, tua madre, tuo fratello sono delinquenti, tu che scelta hai? Io non ho scelto, per me non c’era altra vita, altre regole. Il carcere però mi ha cambiato. Non auguro il carcere a nessuno perché succedono cose terribili che fanno diventare cattivi. Ma io ho usato il mio tempo per studiare. Io sono nato colpevole, ma in 20 anni sono cambiato.

Dopo aver riflettuto sulla sua storia e le sue parole, decisi di rispondergli così: “Voglio esprimerle la mia solidarietà e condivisione della sofferenza morale che implica la vita da ergastolano ostativo… sono convinto che ogni uomo, anche colui che ha commesso la più terribile delle azioni portandosi un enorme fardello sulla coscienza, attraverso un percorso interiore possa riscattare la propria esistenza con il ravvedimento”. E gli promisi di dedicare l’edizione Scienze for Peace 2012 all’abolizione dell’ergastolo ostativo come forma di legittimazione della violenza di Stato ed espressione di una giustizia vendicativa in cui anche io non mi riconosco.

In realtà questa decisione ha per me radici molto lontane, che partono dalla mia riflessione sull’origine del male, che è stato il fil rouge di tutto il mio pensiero, dall’esperienza della guerra del 1945 fino ad oggi. Tutte le civiltà, attraverso le filosofie, le teologie e la letteratura, si sono poste il problema dell’origine dell’aggressività dell’uomo. In sintesi, è emerso un modello “pulsionale” che sostiene che l’aggressività è insita nella natura dell’uomo, e un modello “ambientale” che sostiene l’esatto contrario: il male ha sempre una sua causa, o un insieme di cause, e sorge in reazione a fattori esterni.
Paladino della teoria pulsionale è, ad esempio, Sigmund Freud che scrive:

L’uomo non è una creatura mansueta, bisognosa d’amore, capace al massimo di difendersi quando è attaccata; è vero invece che occorre attribuire al suo corredo pulsionale anche una buona dose di aggressività. Ne segue che egli vede nel prossimo non soltanto un eventuale soccorritore e oggetto sessuale, ma anche un oggetto su cui può magari sfogare la propria aggressività, sfruttarne la forza lavorativa senza ricompensarlo, abusarne sessualmente senza il suo consenso, sostituirsi a lui nel possesso dei suoi beni, umiliarlo, farlo soffrire, torturarlo e ucciderlo.
Homo homini lupus: chi ha il coraggio di contestare quest’affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia?

La schiera dei sostenitori dell’ipotesi ambientale, di cui faccio parte anch’io, ha il coraggio evocato scetticamente da Freud. Noi pensiamo che l’aggressività dell’uomo sia la risposta alle minacce alla sopravvivenza, oppure il risultato di modelli educativi sbagliati o ancora di abusi subiti durante l’infanzia. C’è un libro che cito sempre a sostegno di questa tesi, Dal dolore alla violenza di Felicity de Zulueta, psichiatra e psicanalista del Maudsley Hospital di Londra.
Ma senza entrare nei dibattiti specialistici, spesso basta osservare e ascoltare. Io ho sempre analizzato, ad esempio, le storie dei serial killer: hanno tutte in comune l’associazione fra eccitazione erotica e morte, come se provassero piacere a uccidere. Quasi tutti hanno un passato famigliare e infantile di sofferenza, abuso, maltrattamento, esclusione e pare che, con il piacere di dare la morte e il dolore, vogliano compensare ciò che non hanno avuto o hanno subito da bambini. Le scienze biologiche, genetiche e antropologiche hanno rafforzato questa convinzione provando che la violenza non fa parte dell’essenza dell’uomo.
In realtà, in gene dell’aggressività non esiste: anzi, il messaggio del nostro Dna sono la perpetuazione e la conservazione della specie: procreare, educare, abitare, condividere, costruire ponti, creare legami e relazioni che rendano più sicura la vita nostra e della nostra prole. Insomma il nostro genoma tende al bene. Uccidere e usare violenza rappresentano un’infrazione del codice genetico, un’infrazione che possiamo commettere per difenderci da ciò che percepiamo come minaccia. Inoltre gli studi più recenti in neurologia hanno dimostrato che il cervello (come avevo anche scritto nel già citato articolo sul “Corriere della Sera”) è plastico e viene plasmato non solo da bambini ma costantemente nell’arco della vita, perché è dotato di cellule staminali proprie in grado di generare nuove cellule. Questo dimostra scientificamente non solo che la nostra mente è influenzata dall’ambiente esterno sin dalla nascita, ma che per ogni uomo esiste durante tutta la vita la possibilità di cambiare, di evolversi, di rispondere a nuovi stimoli.
Quando Carmelo Musumeci scrive che dopo ventidue anni di carcere e di studio è un altro uomo, la scienza risponde che questo cambiamento è possibile, anzi verosimile. Voglio usare ancora le sue parole, scritte in un messaggio che ci ha inviato in occasione di un incontro in Senato il 2 ottobre 2012: “Molti uomini ombra non sono più le stesse persone di vent’anni fa. E la società non potrà mai sapere chi siamo oggi se continua a tenerci murati vivi per il resto dei nostri giorni, senza nessuna speranza”.

È curioso come sia stato il mondo del cinema a rendersi conto di questa situazione e a segnalarla con forza. Film come Cesare deve morire dei fratelli Taviani o Reality di Matteo Garrone dimostrano come gli ergastolani possano essere interpreti inaspettati di sentimenti nobili e profondi, che lasciano trasparire una grande sensibilità, intelligenza e umanità. Io non dimenticherò la stretta al cuore che ho provato quando nel film di Taviani la porta di Rebibbia si richiude, con uno schianto, dietro alle spalle di ognuno degli indimenticabili attori-carcerati.
Mi ricordo che ho subito pensato che chiudere a chiave qualcuno è una concezione obsoleta in un mondo aperto e digitalizzato.
La realtà che il cinema mette a nudo è quella che dietro le carceri ci sia un’idea ancora ancestrale di giustizia come vendetta, e non come recupero della persona, come recita la nostra Costituzione all’articolo 27: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
In passato c’è stata una confusione su questi concetti: per i greci Nemesi (Vendetta) era il volto tragico della dea Dike (Giustizia) che nella concezione moderna è invece “restituzione dell’individuo alla società”, e nella sua espressione della coscienza è metànoia, la stessa che Giovanni Battista predicava sulle rive del Giordano: il ravvedimento. La vendetta è un sentimento istintivo che placa l’ira, ma non ha un reale effetto riparatore neppure per le vittime che si trasformano in carnefici. Ho ascoltato l’intervento di Agnese, figlia di Aldo Moro, in occasione dell’incontro in Senato che ho già ricordato e sono rimasto colpito dalle sue parole:

Verso gli assassini di mio padre ho provato tutto, odio, rancore, rabbia, ma il fatto che siano stati rinchiusi in prigione non ha cambiato nulla in me. Il mio cuore è ferito e lo rimarrà per sempre. Ciò che mi ha aiutato è stato incontrare quei mostri che hanno popolato la mia vita e scoprire che ci si può parlare e si può guardarli in faccia, che sono esseri umani. Questo è riparativo. A chi è stato vittima non torna niente. Ma se non si ferma la catena, il male va avanti. Il carcere non la ferma. L’ergastolo a vita non la ferma.

Oggi il diritto non può ignorare ciò che la scienza ha dimostrato: anche il peggiore dei delinquenti dopo dieci anni, se rieducato, può ravvedersi e avere un ruolo attivo nella società. Cito ancora uno scritto di Musumeci:

La pena dell’ergastolo ostativo - senza benefici - opprime la vita, senza ammazzarti, ma negandoti persino una pietosa uccisione. La pena dell’ergastolo ti toglie tutto, persino la possibilità di morire una volta sola, perché si muore un po’ tutti i giorni. È una morte civile che ti tiene in uno stato di sofferenza insopportabile, perché è crudele far coincidere la fine della pena con la fine della vita. Una pena che non finisce mai, è una pena disumana. La pena dell’ergastolo è una pena troppo crudele e inumana per non distruggere il migliore o il peggiore degli uomini. Molti ergastolani non sono più quelli che erano una volta. Per questo alcuni di noi non capiscono perché devono continuare a scontare una pena che non finisce mai, per reati che non commetterebbero più.

Io credo che sia tempo di abbandonare le prigioni come unica forma di pena e di trovare pene alternative in grado di assolvere meglio la funzione rieducativa.
Mi schiero quindi con il procuratore della Repubblica Edmondo Bruti Liberati, e con l’ex ministro della Giustizia Severino, che sono convinti che esiste un modo di controllare un condannato e fare sì che non arrechi danno alla comunità, anzi che dia il suo contributo, senza necessariamente rinchiuderlo in galera. Questo è tanto più vero se le prigioni non rispettano neppure la dignità dell’uomo e i suoi diritti fondamentali, come ci ha fatto notare la Corte europea dei diritti dell’uomo, che all’inizio del 2013 ha giudicato inaccettabile la situazione di degrado di alcune delle nostre carceri. Il filosofo Giuseppe Ferraro, membro del Comitato etico della Fondazione da me presieduta, ha scritto: “Il grado di democrazia di un paese si misura dallo stato delle sue carceri e delle sue scuole; quando le carceri saranno scuole e le scuole non saranno carceri, tanto più alto sarà lo sviluppo democratico dello Stato”.
Dibattere sulla pena e sulla giustizia ci conduce inevitabilmente a delineare la società che vorremmo per noi e per i nostri figli: una società che ammette l’errore per correggerlo, che non punisce senza capire, che in nessun caso e per nessun motivo legittima l’uso della violenza in tutte le sue forme e i suoi strumenti.
Del resto non è una novità che la violenza generi nuova violenza. E cosa dire poi delle cifre sulla pena di morte, da molti considerata una pena esemplare per dissuadere i cittadini dalla delinquenza più grave, e a volte invocata di fronte ai delitti peggiori? In Italia, solo dopo la soppressione della pena capitale si è progressivamente registrata la riduzione del numero di omicidi fino a un caso ogni centomila abitanti l’anno: il più basso del mondo insieme alla Finlandia.
Guardiamo invece agli Stati Uniti, faro di civiltà e di modernità, che non ha mai bandito la pena di morte né l’uso incontrollato delle armi. Oltreoceano le stragi continuano a ripetersi in modo tragico e le vittime sono spesso bambini e adolescenti: sono le persone del futuro, quelle che si erano appena affacciate alla società in cui avrebbero voluto vivere.

 

 


 

Il libro “Fuga dall’Assassino dei Sogni” nelle mani di Papa Francesco

Questa notte ho fatto un brutto sogno. Un vero e proprio incubo. Ero chiuso in un carcere dove le pareti della mia cella si restringevano e il soffitto si abbassava per raggiungere il pavimento. E non avevo nessuna via di fuga. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

Io e l’amico Alfredo (Cosco) abbiamo scritto a quattro mani questo particolare libro, dal titolo “Fuga dall’Assassino dei Sogni”, perché tempo fa avevo letto che in un muro di un lager nazista avevano trovato scritto questa frase che mi aveva molto colpito: “Io sono stato qui e nessuno lo saprà mai”. Vi confido che scrivo i miei libri perché voglio che si sappia cosa accade dentro le mura delle nostre Patrie Galere. E spesso uso la forma romanzata per non passare guai, perché quando sei prigioniero dell’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) non è facile avere il coraggio di mettersi contro chi gestisce la tua vita, spesso anche la tua mente e il tuo cuore.
Prima che il libro andasse in stampa, Alfredo mi scrisse e mi chiese a chi volevo dedicarlo. Non ci ho pensato neppure un attimo e gli ho risposto che lo volevo dedicare a due persone “A Papa Francesco per avere abolito la pena dell’ergastolo nella città del Vaticano” e “A Mita Borghesi, la figlia adottiva che aiuta a battere il mio cuore tutti i giorni”.

Oggi ho ricevuto una lettera da Don Antonio che mi informa che il libro è arrivato nelle mani del Pontefice: Carissimo Carmelo, ho avuto oggi la conferma dal mio “postino” che il tuo libro è stato consegnato direttamente nelle mani di Papa Francesco, con le dovute spiegazioni. Il papa ha avuto attenzione ed un sorriso di accoglienza. Giustamente il mio “postino” ha commentato che difficilmente il papa avrà il tempo di leggerlo, visto che riceve circa 1000 lettere al giorno… ma il filo diretto c’è stato. Anche ai tuoi amici che hanno collaborato alla realizzazione del libro lo puoi dire con sicurezza e soddisfazione. Un affettuoso abbraccio.

Poi Suor Marta, sorella di clausura del monastero di Lagrimone, dopo aver letto “Fuga dall’Assassino dei Sogni” mi ha scritto: (…) Io mi sono commossa alle lacrime nel capitolo XLIV “deciso di andare incontro alla morte.” In quel capitolo emerge una pacata, ma profonda e coinvolgente, lotta-interiore per dare vita alla libertà della persona e pienezza senza ostacoli all’amore che da sempre la possiede. A specchio della sua decisione ci sono le persone che ama teneramente.
Tragiche e colme di tenerezza amorosa la lettera alla compagna e a Nadia. Non sembra il dolore averla vinta, ma l’amore, la vera libertà a cui l’uomo aspira. Ritengo che anche il capitolo XLV sia di una ricchezza straordinaria, una pagina di grande autore
.” E Suor Daniela ha aggiunto: “Ciao Carmelo. Ho cominciato a leggere il tuo libro. Stile avvincente. Difficile smettere.”

Non abbiate paura di leggerlo anche voi e scoprire l’inferno delle nostre Patrie Galere. Il libro lo potete ordinare nella vostra libreria o per info e ordinazioni zannablumusumeci@libero.it o su www.edizionierranti.org.
Titolo “Fuga dall’Assassino dei Sogni” di Carmelo Musumeci e Alfredo Cosco (Edizioni Erranti, Cosenza, 2015, pp.278, euro 14.00).

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova Novembre 2015


                                                                                                                            

 

Il libro di Carmelo Musumeci e Alfredo Cosco "Fuga dall'Assassino dei Sogni"

     che vanta la prefazione di Erri De Luca, ha un'importante Appendice dove sono state raccolte alcune incredibili testimonianze su quello che è successo nei "carceri speciali" delle isole di PIANOSA e ASINARA, agli inizi degli anni '90.  


PREMESSA a cura di Marcello Dell'Anna


-L'Isola del diavolo Carmelo Musumeci
-Pianosa Matteo Greco
-Quando lo racconteremo, non ci crederanno    Pasquale De Feo
-Asinara Sebastiano Prino
-Tortura Antonio De Feo
-In memoria di Pianosa Rosario Indelicato

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Pagine 278, brossura

Anno: 2015
Prezzo 14,00

Info e ordinazioni: zannablumusumeci@libero.it


 

Riportiamo qui il testo integrale della Prefazione di Erri De Luca

al libro di Carmelo Musumeci e Alfredo Cosco

"Fuga dall'Assassino dei Sogni"- Edizioni Erranti



Pagine 278, brossura

Anno: 2015
Prezzo 14,00
Info e ordinazioni: zannablumusumeci@libero.it

Prefazione a “Fuga dall’Assassino dei Sogni”

 La sagoma della prigione s’imprime nell’infanzia. Il castigo di venire rinchiusi fa parte, o ne faceva, di un avviamento alle regole. Per me fu temperato dalla materia del muro: il tufo. Traspirava, attraverso i suoi pori mi arrivava la vita che si svolgeva fuori. Ingiurie, preghiere, richiami, risate, conversazioni: il tufo le faceva passare.
Le prigioni presero all’inizio la via del mare, su navi dette appunto galere, con i forzati ai remi.
Proseguirono con gli esiliati su isole lontane, rinchiusi dentro il cerchio delle onde. Gli Inglesi spedirono in Australia i condannati e si trovarono in cambio una nazione. Da noi nel Mediterraneo le isole si riempirono di sbarre. Nella mia infanzia è impressa la fortezza di Procida, sotto la quale passavano i battelli della villeggiatura. A Ischia visitavano il Castello Aragonese dove stettero incatenati al muro i napoletani ribelli ai re Borbone.
Scrivo questi ricordi per dire che le prigioni non sono un pensiero remoto, ma un edificio al centro dell’educazione. Nella percezione corrente gli istituti di pena sono la botola della giustizia, aperta sotto i piedi dei soliti previsti. Non quelli che pesano di più fanno scattare il meccanismo, ma gli ultraleggeri, i “luftmensch”, persone fatte d’aria, senza zavorra di quattrini in tasta. Quelli che davanti alle vetrine illuminate, agli schermi accesi, restano a sentire il loro desidero crescere fino all’ira. Leggo in questo libro le parole di uno di loro, mio coetaneo perché della generazione che ha conosciuto le carceri della persecuzione. La pena erogata veniva eseguita con l’accanimento fisico permesso dall’estremismo repressivo dell’articolo 90, oggi modificato in 41 bis. Al vertice rovescio del sistema penitenziario speciale stava l’Asinara, luogo di demolizione della macchina uomo. Qui è detta, non descritta. Detta a voce a chi sta dirimpetto e la raccoglie per averla condivisa. Topi e isolamento, percosse e privazioni d’acqua, arbitrio puro di chi è autorizzato a opprimere: l’Asinara non meritava altra sorte di quella di essere chiusa dalla rivolta degli arrostiti. Asinara, Goli Otok, Tremiti, Pianosa, Santo Stefano: le isole del Mediterraneo anticipano il destino delle celle, che è di finire chiuse, abbandonate, vuote. Le isole tornano alla loro natura di passaggio per gli uccelli in volo. Le onde smettono di essere il fossato intorno alla fortezza, libere di andare e venire. E un medico di carcere non è più il falsificatore di cartelle cliniche, addetto alla cancelleria dei pestaggi.
Leggo l’io narrante di una vita rinchiusa, gli effetti ristretti all’ora di colloquio, le fughe pensate per dare caloria al pensiero, le sue letture davanti al naso per cancellare i muri. È l’esistenza che serve allo Stato per dimostrare il suo diritto di pugno.
Quando nel corpo spunta un dolore, anche se in fondo a un piede, quello diventa il centro pulsante dell’intero organismo. Così è per la prigione, centro che deve irradiare intorno a sé il dolore a scopo di terrore. Il resto del corpo cerca di tenersi a distanza, per sottrarsi al contagio. Ma la prigione è un’epidemia che, pure colpendo i più deboli, ammicca a tutti gli altri, che sanno provvisoria la loro immunità.
Ergastolo infine è l’ultima bestemmia della negazione, la peggiore profezia a carico della persona umana: la sua impossibilità di espiare.
La pena dell’ergastolo non è penitenza ma rifiuto.
Leggo chi ha avuto la forza di narrare dal fondo di questa discarica.
E questo è un libro, perché a questo serve: mettere al centro una vita e dare al lettore il posto d’onore davanti.        
 

                                                                                                                                                               Erri De Luca

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       


Un grazie tra le sbarre a Erri De Luca

 

 

 (…) la prigione è una epidemia che, pure colpendo i più deboli, ammicca a tutti gli altri, che sanno provvisoria la loro immunità. L’ergastolo infine è l’ultima bestemmia della negazione, la peggiore profezia a carico della persona umana: la sua impossibilità di espiare. La pena dell’ergastolo non è penitenza ma rifiuto. Leggo chi ha avuto la forza di narrare dal fondo questa discarica. E questo è un libro, perché a questo serve: mettere al centro una vita e dare al lettore il posto d’onore davanti.
Dalla prefazione di Erri De Luca a “Fuga dall’Assassino dei sogni”, di Alfredo Cosco e Carmelo Musumeci. Edizioni erranti www.edizionierranti.org

Notte nel carcere. Dentro una piccola cella un ergastolano cammina, avanti, indietro, pochi passi, in solitudine. Cammina e pensa. Fuma una sigaretta. Un attimo si ferma. Chiude gli occhi e ascolta.
Ascolta le voci che lo chiamano, esili, confuse, urgenti. Disperatamente l’ergastolano cerca di attirarle, di tenerle con sé per confondersi con loro, per volare via con loro, oltre quelle mura maledette. Ma le mura non cedono, la cella si restringe, la solitudine mangia via pezzo per pezzo il cuore dell’ergastolano. Non resta che accendere la luce, sedersi e scrivere. Ed io ho scritto “Fuga dall’Assassino dei Sogni” .
In seguito Paolo tenterà di aiutare Mirko ad evadere dal carcere e da qui inizierà un percorso che porterà all’emersione di una pagina cupa della storia italiana, la stagione delle carceri speciali, nei primi anni ‘90’, nelle isole di Pianosa e dell’Asinara. Su questo sfondo, si intravede, nelle intime fibre del libro, un’altra storia. Pianosa e l’Asinara diventano metafora di violenze e menzogne più ampie e più profonde, mentre Mirko e Paolo giocano la loro partita in una battaglia interiore che diventa tensione morale verso la verità e la libertà. www.edizionierranti.org/site/?p=11797

Erri, ti confido che scrivo per liberarmi dai miei pensieri che mi fanno stare male, infatti, quando sto bene, non scrivo. Poi la scrittura mi consente di indagare dentro la mia mente e il mio cuore. E penso anche che ogni persona che mi legge mi trasmette un po’ di forza per continuare a esistere e resistere.
Erri, scrivo anche perché m’illudo che questo sia l’unico modo che ho per continuare ad esistere al di là del muro di cinta. E spesso sogno quello scrivo e scrivo quello che sogno. Poi scrivo perchè penso che la letteratura è l’anima di un paese e solo entrando in quell’anima la cultura carceraria si evolverà.
Erri, credo che un libro sia importante per raccontare il carcere e per farlo vivere a chi lo legge. E per migliorare il carcere bisogna prima farlo conoscere. Scrivo perché è l’unico modo che ho per continuare a fare esistere la mia ombra. Non conosco altri modi. E ti confido che quando sei chiuso fra queste quattro mura e non hai più la speranza di uscire t’inventi l’esistenza. Ed io me la sono inventata scrivendo, pensando e sognando.
Scrivo pure per questo mi aiuta a sopportare la durezza del carcere. E per dividere con i lettori tutto quello che ho visto, provato e amato nella mia vita. Infine ti scrivo perché ho paura che quando morirò non resterà niente di me a parte i miei manoscritti.

Erri, grazie di avere avuto il coraggio di scrivere (e forse di rovinare la tua immagine e reputazione) la tua bella prefazione a questo libro scritto anche da un condannato maledetto dalla società e dalla legge degli umani a essere cattivo e colpevole per sempre. Il mio cuore ti dice grazie. Buona vita.
Un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci 

Info per avere il libro scrivendo a zannablumusumeci@libero.it


 

Biografia

Carmelo Musumeci nasce il 27 luglio 1955 ad Aci Sant’Antonio in provincia di Catania. Condannato all’ergastolo, si trova ora nel carcere di Padova.
Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara in regime di 41 bis riprende gli studi e da autodidatta termina le scuole superiori. Nel 2005 si laurea in giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Viverel’ergastolo” .
Nel Maggio 2011 si è laureato all’Università di Perugia al Corso di Laurea specialistica in Diritto Penitenziario, con una tesi dal titolo “La ‘pena di morte viva’: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità” ,
con relatore il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale, e Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia e Sociologia del Diritto e Presidente onorario dell’Associazione Antigone per la difesa dei diritti dei detenuti
Nel 2007 conosce don Oreste Benzi e da allora anni condivide il progetto “Oltre le sbarre”, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Promuove da anni una campagna contro il fine pena mai, per l’abolizione dell’ergastolo.

Chi volesse scrivergli può farlo attraverso amici volontari, che tengono per lui questo indirizzo email: zannablumusumeci@libero.it

Bibliografia
Ha pubblicato nel 2010 il libro “Gli uomini ombra”,
nel 2012 “Undici ore d’amore di un uomo ombra” e “Zanna Blu”, con la prefazione di Margherita Hack, editi da Gabrielli Editori.

Nel 2013 pubblica “L’urlo di un uomo ombra”, Edizioni Smasher;

nel 2014 con Stampa Alternativa-Nuovi Equilibri, per la collana Millelire, “L’Assassino dei Sogni”, Lettere fra un filosofo e un ergastolano, di Carmelo Musumeci, Giuseppe Ferraro;

nel 2015 per Edizioni Erranti “Fuga dall’Assassino dei Sogni” di Alfredo Cosco e Carmelo Musumeci;

nel 2016 "Gli ergastolani senza scampo" Fenomenologia e criticità costituzionali dell'ergastolo ostativo di Carmelo Musumeci / Andrea Pugiotto, con prefazione di Gaetano Silvestri e un'appendice di Davide Galliani, Editoriale Scientifica.