Discorso di Papa Francesco

all'Associazione Internazionale di Diritto Penale


Roma, 23 Ottobre 2014



Discorso di Papa Francesco all'Associazione Internazionale di Diritto Penale
http://www.avvenire.it/Papa_Francesco/Discorsi/Pagine/discorso-papa-penalisti-giustizia.aspx

Illustri Signori e Signore!
Vi saluto tutti cordialmente e desidero esprimervi il mio ringraziamento personale per il vostro servizio alla società e il prezioso contributo che rendete allo sviluppo di una giustizia che rispetti la dignità e i diritti della persona umana, senza discriminazioni. Vorrei condividere con voi alcuni spunti su certe questioni che, pur essendo in parte opinabili – in parte! – toccano direttamente la dignità della persona umana e dunque interpellano la Chiesa nella sua missione di evangelizzazione, di promozione umana, di servizio alla giustizia e alla pace. Lo farò in forma riassuntiva e per capitoli, con uno stile piuttosto espositivo e sintetico.

Introduzione
Prima di tutto vorrei porre due premesse di natura sociologica che riguardano l’incitazione alla vendetta e il populismo penale.
a) Incitazione alla vendetta
Nella mitologia, come nelle società primitive, la folla scopre i poteri malefici delle sue vittime sacrificali, accusati delle disgrazie che colpiscono la comunità. Questa dinamica non è assente nemmeno nelle società moderne. La realtà mostra che l’esistenza di strumenti legali e politici necessari ad affrontare e risolvere conflitti non offre garanzie sufficienti ad evitare che alcuni individui vengano incolpati per i problemi di tutti.
La vita in comune, strutturata intorno a comunità organizzate, ha bisogno di regole di convivenza la cui libera violazione richiede una risposta adeguata. Tuttavia, viviamo in tempi nei quali, tanto da alcuni settori della politica come da parte di alcuni mezzi di comunicazione, si incita talvolta alla violenza e alla vendetta, pubblica e privata, non solo contro quanti sono responsabili di aver commesso delitti, ma anche contro coloro sui quali ricade il sospetto, fondato o meno, di aver infranto la legge.
b) Populismo penale
In questo contesto, negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina. Non si tratta di fiducia in qualche funzione sociale tradizionalmente attribuita alla pena pubblica, quanto piuttosto della credenza che mediante tale pena si possano ottenere quei benefici che richiederebbero l’implementazione di un altro tipo di politica sociale, economica e di inclusione sociale.
Non si cercano soltanto capri espiatori che paghino con la loro libertà e con la loro vita per tutti i mali sociali, come era tipico nelle società primitive, ma oltre a ciò talvolta c’è la tendenza a costruire deliberatamente dei nemici:figure stereotipate, che concentrano in sé stesse tutte le caratteristiche che la società percepisce o interpreta come minacciose. I meccanismi di formazione di queste immagini sono i medesimi che, a suo tempo, permisero l’espansione delle idee razziste.
I. Sistemi penali fuori controllo e la missione dei giuristi.
Il principio guida della cautela in poenam
Stando così le cose, il sistema penale va oltre la sua funzione propriamente sanzionatoria e si pone sul terreno delle libertà e dei diritti delle persone, soprattutto di quelle più vulnerabili, in nome di una finalità preventiva la cui efficacia, fino ad ora, non si è potuto verificare, neppure per le pene più gravi, come la pena di morte. C’è il rischio di non conservare neppure la proporzionalità delle pene, che storicamente riflette la scala di valori tutelati dallo Stato. Si è affievolita la concezione del diritto penale come ultima ratio, come ultimo ricorso alla sanzione, limitato ai fatti più gravi contro gli interessi individuali e collettivi più degni di protezione. Si è anche affievolito il dibattito sulla sostituzione del carcere con altre sanzioni penali alternative.
In questo contesto, la missione dei giuristi non può essere altra che quella di limitare e di contenere tali tendenze. È un compito difficile, in tempi nei quali molti giudici e operatori del sistema penale devono svolgere la loro mansione sotto la pressione dei mezzi di comunicazione di massa, di alcuni politici senza scrupoli e delle pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società. Coloro che hanno una così grande responsabilità sono chiamati a compiere il loro dovere, dal momento che il non farlo pone in pericolo vite umane, che hanno bisogno di essere curate con maggior impegno di quanto a volte non si faccia nell’espletamento delle proprie funzioni.
II. Circa il primato della vita e la dignità della persona umana. Primatus principii pro homine
a) Circa la pena di morte
È impossibile immaginare che oggi gli Stati non possano disporre di un altro mezzo che non sia la pena capitale per difendere dall’aggressore ingiusto la vita di altre persone.
San Giovanni Paolo II ha condannato la pena di morte (cfr Lett. enc. Evangelium vitae, 56), come fa anche il Catechismo della Chiesa Cattolica (N. 2267).
Tuttavia, può verificarsi che gli Stati tolgano la vita non solo con la pena di morte e con le guerre, ma anche quando pubblici ufficiali si rifugiano all’ombra delle potestà statali per giustificare i loro crimini. Le cosiddette esecuzioni extragiudiziali o extralegali sono omicidi deliberati commessi da alcuni Stati e dai loro agenti, spesso fatti passare come scontri con delinquenti o presentati come conseguenze indesiderate dell’uso ragionevole, necessario e proporzionale della forza per far applicare la legge. In questo modo, anche se tra i 60 Paesi che mantengono la pena di morte, 35 non l’hanno applicata negli ultimi dieci anni, la pena di morte, illegalmente e in diversi gradi, si applica in tutto il pianeta.
Le stesse esecuzioni extragiudiziali vengono perpetrate in forma sistematica non solamente dagli Stati della comunità internazionale, ma anche da entità non riconosciute come tali, e rappresentano autentici crimini.
Gli argomenti contrari alla pena di morte sono molti e ben conosciuti. La Chiesa ne ha opportunamente sottolineato alcuni, come la possibilità dell’esistenza dell’errore giudiziale e l’uso che ne fanno i regimi totalitari e dittatoriali, che la utilizzano come strumento di soppressione della dissidenza politica o di persecuzione delle minoranze religiose e culturali, tutte vittime che per le loro rispettive legislazioni sono “delinquenti”.
Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, io lo collego con l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa, nel Codice penale del Vaticano, non c’è più, l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte nascosta.
b) Sulle condizioni della carcerazione, i carcerati senza condanna e i condannati senza giudizio. - Queste non sono favole: voi lo sapete bene -
La carcerazione preventiva – quando in forma abusiva procura un anticipo della pena, previa alla condanna, o come misura che si applica di fronte al sospetto più o meno fondato di un delitto commesso – costituisce un’altra forma contemporanea di pena illecita occulta, al di là di una patina di legalità.
Questa situazione è particolarmente grave in alcuni Paesi e regioni del mondo, dove il numero dei detenuti senza condanna supera il 50% del totale. Questo fenomeno contribuisce al deterioramento ancora maggiore delle condizioni detentive, situazione che la costruzione di nuove carceri non riesce mai a risolvere, dal momento che ogni nuovo carcere esaurisce la sua capienza già prima di essere inaugurato. Inoltre è causa di un uso indebito di stazioni di polizia e militari come luoghi di detenzione.
Il problema dei detenuti senza condanna va affrontato con la debita cautela, dal momento che si corre il rischio di creare un altro problema tanto grave quanto il primo se non peggiore: quello dei reclusi senza giudizio, condannati senza che si rispettino le regole del processo.
Le deplorevoli condizioni detentive che si verificano in diverse parti del pianeta, costituiscono spesso un autentico tratto inumano e degradante, molte volte prodotto delle deficienze del sistema penale, altre volte della carenza di infrastrutture e di pianificazione, mentre in non pochi casi non sono altro che il risultato dell’esercizio arbitrario e spietato del potere sulle persone private della libertà.
c) Sulla tortura e altre misure e pene crudeli, inumane e degradanti. - L’aggettivo “crudele”; sotto queste figure che ho menzionato, c’è sempre quella radice: la capacità umana di crudeltà. Quella è una passione, una vera passione! -
Una forma di tortura è a volte quella che si applica mediante la reclusione in carceri di massima sicurezza. Con il motivo di offrire una maggiore sicurezza alla società o un trattamento speciale per certe categorie di detenuti, la sua principale caratteristica non è altro che l’isolamento esterno. Come dimostrano gli studi realizzati da diversi organismi di difesa dei diritti umani, la mancanza di stimoli sensoriali, la completa impossibilità di comunicazione e la mancanza di contatti con altri esseri umani, provocano sofferenze psichiche e fisiche come la paranoia, l’ansietà, la depressione e la perdita di peso e incrementano sensibilmente la tendenza al suicidio.
Questo fenomeno, caratteristico delle carceri di massima sicurezza, si verifica anche in altri generi di penitenziari, insieme ad altre forme di tortura fisica e psichica la cui pratica si è diffusa. Le torture ormai non sono somministrate solamente come mezzo per ottenere un determinato fine, come la confessione o la delazione – pratiche caratteristiche della dottrina della sicurezza nazionale – ma costituiscono un autentico plus di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione. In questo modo, si tortura non solo in centri clandestini di detenzione o in moderni campi di concentramento, ma anche in carceri, istituti per minori, ospedali psichiatrici, commissariati e altri centri e istituzioni di detenzione e pena.
La stessa dottrina penale ha un’importante responsabilità in questo, con l’aver consentito in certi casi la legittimazione della tortura a certi presupposti, aprendo la via ad ulteriori e più estesi abusi.
Molti Stati sono anche responsabili per aver praticato o tollerato il sequestro di persona nel proprio territorio, incluso quello di cittadini dei loro rispettivi Paesi, o per aver autorizzato l’uso del loro spazio aereo per un trasporto illegale verso centri di detenzione in cui si pratica la tortura.
Questi abusi si potranno fermare unicamente con il fermo impegno della comunità internazionale a riconoscere il primato del principio pro homine, vale a dire della dignità della persona umana sopra ogni cosa.
d) Sull’applicazione delle sanzioni penali a bambini e vecchi e nei confronti di altre persone specialmente vulnerabili
Gli Stati devono astenersi dal castigare penalmente i bambini, che ancora non hanno completato il loro sviluppo verso la maturità e per tale motivo non possono essere imputabili. Essi invece devono essere i destinatari di tutti i privilegi che lo Stato è in grado di offrire, tanto per quanto riguarda politiche di inclusione quanto per pratiche orientate a far crescere in loro il rispetto per la vita e per i diritti degli altri.
Gli anziani, per parte loro, sono coloro che a partire dai propri errori possono offrire insegnamenti al resto della società. Non si apprende unicamente dalle virtù dei santi, ma anche dalle mancanze e dagli errori dei peccatori e, tra di essi, di coloro che, per qualsiasi ragione, siano caduti e abbiano commesso delitti. Inoltre, ragioni umanitarie impongono che, come si deve escludere o limitare il castigo di chi patisce infermità gravi o terminali, di donne incinte, di persone handicappate, di madri e padri che siano gli unici responsabili di minori o di disabili, così trattamenti particolari meritano gli adulti ormai avanzati in età.
III. Considerazioni su alcune forme di criminalità che ledono gravemente la dignità della persona e il bene comune
Alcune forme di criminalità, perpetrate da privati, ledono gravemente la dignità delle persone e il bene comune. Molte di tali forme di criminalità non potrebbero mai essere commesse senza la complicità, attiva od omissiva, delle pubbliche autorità.
a) Sul delitto della tratta delle persone
La schiavitù, inclusa la tratta delle persone, è riconosciuta come crimine contro l’umanità e come crimine di guerra, tanto dal diritto internazionale quanto da molte legislazioni nazionali. E’ un reato di lesa umanità. E, dal momento che non è possibile commettere un delitto tanto complesso come la tratta delle persone senza la complicità, con azione od omissione, degli Stati, è evidente che, quando gli sforzi per prevenire e combattere questo fenomeno non sono sufficienti, siamo di nuovo davanti ad un crimine contro l’umanità. Più ancora, se accade che chi è preposto a proteggere le persone e garantire la loro libertà, invece si rende complice di coloro che praticano il commercio di esseri umani, allora, in tali casi, gli Stati sono responsabili davanti ai loro cittadini e di fronte alla comunità internazionale.
Si può parlare di un miliardo di persone intrappolate nella povertà assoluta. Un miliardo e mezzo non hanno accesso ai servizi igienici, all’acqua potabile, all’elettricità, all’educazione elementare o al sistema sanitario e devono sopportare privazioni economiche incompatibili con una vita degna (2014 Human Development Report, UNPD). Anche se il numero totale di persone in questa situazione è diminuito in questi ultimi anni, si è incrementata la loro vulnerabilità, a causa delle accresciute difficoltà che devono affrontare per uscire da tale situazione. Ciò è dovuto alla sempre crescente quantità di persone che vivono in Paesi in conflitto. Quarantacinque milioni di persone sono state costrette a fuggire a causa di situazioni di violenza o persecuzione solo nel 2012; di queste, quindici milioni sono rifugiati, la cifra più alta in diciotto anni. Il 70% di queste persone sono donne. Inoltre, si stima che nel mondo, sette su dieci tra coloro che muoiono di fame, sono donne e bambine (Fondo delle Nazioni Unite per le Donne, UNIFEM).
b) Circa il delitto di corruzione
La scandalosa concentrazione della ricchezza globale è possibile a causa della connivenza di responsabili della cosa pubblica con i poteri forti. La corruzione è essa stessa anche un processo di morte: quando la vita muore, c’è corruzione.
Ci sono poche cose più difficili che aprire una breccia in un cuore corrotto: «Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio» (Lc12,21). Quando la situazione personale del corrotto diventa complicata, egli conosce tutte le scappatoie per sfuggirvi come fece l’amministratore disonesto del Vangelo (cfr Lc 16,1-8).
Il corrotto attraversa la vita con le scorciatoie dell’opportunismo, con l’aria di chi dice: “Non sono stato io”, arrivando a interiorizzare la sua maschera di uomo onesto. E’ un processo di interiorizzazione. Il corrotto non può accettare la critica, squalifica chi la fa, cerca di sminuire qualsiasi autorità morale che possa metterlo in discussione, non valorizza gli altri e attacca con l’insulto chiunque pensa in modo diverso. Se i rapporti di forza lo permettono, perseguita chiunque lo contraddica.
La corruzione si esprime in un’atmosfera di trionfalismo perché il corrotto si crede un vincitore. In quell’ambiente si pavoneggia per sminuire gli altri. Il corrotto non conosce la fraternità o l’amicizia, ma la complicità e l’inimicizia. Il corrotto non percepisce la sua corruzione. Accade un po’ quello che succede con l’alito cattivo: difficilmente chi lo ha se ne accorge; sono gli altri ad accorgersene e glielo devono dire. Per tale motivo difficilmente il corrotto potrà uscire dal suo stato per interno rimorso della coscienza.
La corruzione è un male più grande del peccato. Più che perdonato, questo male deve essere curato. La corruzione è diventata naturale, al punto da arrivare a costituire uno stato personale e sociale legato al costume, una pratica abituale nelle transazioni commerciali e finanziarie, negli appalti pubblici, in ogni negoziazione che coinvolga agenti dello Stato. È la vittoria delle apparenze sulla realtà e della sfacciataggine impudica sulla discrezione onorevole.
Tuttavia, il Signore non si stanca di bussare alle porte dei corrotti. La corruzione non può nulla contro la speranza.
Che cosa può fare il diritto penale contro la corruzione? Sono ormai molte le convenzioni e i trattati internazionali in materia e hanno proliferato le ipotesi di reato orientate a proteggere non tanto i cittadini, che in definitiva sono le vittime ultime – in particolare i più vulnerabili – quanto a proteggere gli interessi degli operatori dei mercati economici e finanziari.
La sanzione penale è selettiva. È come una rete che cattura solo i pesci piccoli, mentre lascia i grandi liberi nel mare. Le forme di corruzione che bisogna perseguire con la maggior severità sono quelle che causano gravi danni sociali, sia in materia economica e sociale – come per esempio gravi frodi contro la pubblica amministrazione o l’esercizio sleale dell’amministrazione – come in qualsiasi sorta di ostacolo frapposto al funzionamento della giustizia con l’intenzione di procurare l’impunità per le proprie malefatte o per quelle di terzi.
Conclusione
La cautela nell’applicazione della pena dev’essere il principio che regge i sistemi penali, e la piena vigenza e operatività del principio pro hominedeve garantire che gli Stati non vengano abilitati, giuridicamente o in via di fatto, a subordinare il rispetto della dignità della persona umana a qualsiasi altra finalità, anche quando si riesca a raggiungere una qualche sorta di utilità sociale. Il rispetto della dignità umana non solo deve operare come limite all’arbitrarietà e agli eccessi degli agenti dello Stato, ma come criterio di orientamento per il perseguimento e la repressione di quelle condotte che rappresentano i più gravi attacchi alla dignità e integrità della persona umana.
Cari amici, vi ringrazio nuovamente per questo incontro, e vi assicuro che continuerò ad essere vicino al vostro impegnativo lavoro al servizio dell’uomo nel campo della giustizia. Non c’è dubbio che, per quanti tra voi sono chiamati a vivere la vocazione cristiana del proprio Battesimo, questo è un campo privilegiato di animazione evangelica del mondo. Per tutti, anche quelli tra voi che non sono cristiani, in ogni caso, c’è bisogno dell’aiuto di Dio, fonte di ogni ragione e giustizia. Invoco pertanto per ciascuno di voi, con l’intercessione della Vergine Madre, la luce e la forza dello Spirito Santo. Vi benedico di cuore e per favore, vi chiedo di pregare per me. Grazie.

http://www.lapresse.it/cronaca/papa-ergastolo-e-una-pena-di-morte-nascosta-1.599851

Il Papa: "Abolire la pena di morte, l'ergastolo è come un'esecuzione. Giustizia non è vendetta"

Francesco all'Associazione Internazionale di Diritto Penale: "Dalle prigioni di massima sicurezza agli ospedali psichiatrici, i moderni campi di concentramento sono una tortura, così come spesso la carcerazione preventiva". E poi: "La corruzione si esprime in un'atmosfera di trionfalismo, non basta stanare solo i 'pesci piccoli'"

23 ottobre 2014

CITTA' DEL VATICANO - Abolire la "pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie nel rispetto della dignità umana". Lo ha chiesto oggi Papa Francesco, in una lunga riflessione ad alcuni giuristi dell'Associazione Internazionale di Diritto Penale, ricevuti in udienza, aggiungendo che anche "l'ergastolo è una pena di morte nascosta". Condanna del Pontefice anche per le "cosiddette esecuzioni extragiudiziali o extralegali".

"Pensare a sanzioni alternative". La dinamica della vendetta, ha spiegato il Papa, "non è assente nelle società moderne: la realtà mostra che l'esistenza di strumenti legali e politici necessari ad affrontare e risolvere conflitti non offre garanzie sufficienti ad evitare che alcuni individui vengano incolpati per i problemi di tutti". "Oggi si è anche affievolito il dibattito sulla sostituzione del carcere con altre sanzioni penali alternative". La mentalità che viene diffusa, infatti, è quella che con "una pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina".

"Carcerazione preventiva pericolosa". "Il sistema penale va oltre la sua funzione propriamente sanzionatoria e si pone sul terreno delle libertà e dei diritti delle persone, soprattutto di quelle più vulnerabili, in nome di una finalità preventiva la cui efficacia, fino ad ora, non si è potuto verificare, neppure per le pene più gravi, come la pena di morte", ha precisato il Papa. Non solo: la carcerazione preventiva "quando in forma abusiva procura un anticipo della pena, previa alla condanna, o come misura che si applica di fronte al sospetto più o meno fondato di un delitto commesso" costituisce "un'altra forma contemporanea di pena illecita occulta, al di là di una patina di legalità".

"Il 'plus' di dolore". "Una forma di tortura è a volte - ha poi aggiunto il Papa - quella che si applica mediante la reclusione in carceri di massima sicurezza", con la "mancanza di stimoli sensoriali, la completa impossibilità di comunicazione e la mancanza di contatti con altri esseri umani". E questo accade a volte "anche in altri penitenziari", ha ammonito Francesco. "Non solo in centri clandestini di detenzione o in moderni campi di concentramento, ma anche in carceri, istituti per minori, ospedali psichiatrici, commissariati e altri centri e istituzioni di detenzione e pena. Queste crudeltà sono un autentico 'plus' di dolore che si aggiunge ai mali propri della detenzione".

"Catturare anche i grossi corruttori". Ma Francesco, come durante il suo anatema di un anno fa si è espresso anche contro la corruzione, che, secondo il Pontefice, "si esprime in un'atmosfera di trionfalismo perché il corrotto si crede un vincitore e si pavoneggia per sminuire gli altri", ha poi denunciato Papa Francesco. Per il Pontefice, purtroppo questa situazione è il risultato dell'impunità resa possibile dal fatto che "la sanzione penale è selettiva, cioè è come una rete che cattura solo i pesci piccoli, mentre lascia i grandi liberi nel mare. Le forme di corruzione che bisogna perseguire con maggiore severità sono quelle che causano gravi danni sociali, sia in materia economica che sociale, come le frodi contro la pubblica amministrazione o l'esercizio sleale dell'amministrazione o qualsiasi sorta di ostacolo alla giustizia".



“Viaggio nelle carceri”:

la recensione di un uomo ombra



I “buoni” hanno bisogno dei cattivi e del carcere per apparire buoni.
(Frase urlata durante un Consiglio di disciplina quando ero detenuto nel carcere dell’Asinara, nel lontano 1992)

Leggo di giorno e di notte. Se potessi, leggerei anche quando dormo. E spero che nell’aldilà esistano i libri perché non potrei riposare in pace neppure da morto senza leggere. Il periodo più brutto della mia vita è stato quando ero sottoposto al regime di tortura del 41 bis e all’isolamento diurno e notturno perché mi avevano proibito di tenere i libri in cella. Ho perdonato tante cose allo Stato, comprese le botte, gli abusi e i soprusi, ma non riesco ancora a perdonargli di quando mi sbatteva in punizione nelle celle lisce lasciandomi senza libri.
In quei periodi mi era venuta l’idea che se l’ “Assassino dei Sogni” (il carcere come lo chiamano i detenuti) mi vietava di leggere i libri li potevo però scrivere per poi leggere. E così ho iniziato a scrivere. Ho ancora tanti manoscritti di quel periodo sotto la mia branda e spero un giorno di liberare almeno loro.
Non vi nascondo che, anche se adesso posso tenere i libri nella mia cella, leggo anche quando il mattino vado in bagno. Non mettetevi a ridere, ma lì ci porto i libri più belli. Non so fuori, ma in carcere il bagno funziona anche un po’ come biblioteca. E oggi ci ho portato il libro di Davide La Cara e di Antonino Castorina “Viaggio nelle carceri” (Editore EIR; ISBN 978-88-693-3006-3; prezzo 14,00). Questa mattina la lettura di questo libro mi ha talmente coinvolto che senza che me ne accorgessi ho perso la cognizione del tempo. E non mi sono accorto che era l’ora della conta (l’orario di quando le guardie passano a contare i detenuti per controllare se durante la notte qualche detenuto ha segato le sbarre ed è scappato). Poi ho sentito la guardia bussare allo spioncino per invitarmi a farmi vedere (in carcere non si può stare tranquilli neppure al cesso) e sono uscito dal bagno con il libro in mano per comunicare alla guardia che rinunciavo all’ora d’aria. Subito dopo mi sono messo tranquillo a leggere.
Ci tenevo a finire questo libro, sia perché conosco uno degli autori (Davide La Cara) che mi è venuto a trovare in carcere con la deputata Laura Coccia, sia perché nel libro c’è anche il contributo del mio “Diavolo Custode” (Nadia Bizzotto della Comunità Papa Giovanni XXIII) con il capitolo dal titolo “L’ergastolo è una pena di morte viva” ed ero curioso di sapere cosa avevano scritto.
Forse a questo punto penso che mi toccherebbe scrivere qualcosa sul contenuto del libro, ma non lo farò perché preferisco che andiate a comprarlo e lo leggiate per poi fare il passaparola con gli amici, i parenti e i vicini di casa. In questo modo scoprirete da soli il “Viaggio nelle carceri” che hanno scritto i due autori del libro, perché io non so come si facciano le recensioni.
Posso solo ringraziare Davide e Antonino di avere avuto il coraggio di scrivere questo libro per fare conoscere l’inferno delle nostre Patrie Galere che una buona parte della nostra classe politica ha creato e che mal governa.
Non vi nascondo che a volte penso che la “criminalità” (organizzata o non), è un osso di cui le società capitaliste non vogliono (o forse non possono) fare a meno. E le galere servono a questo tipo di società per produrre criminalità e recidiva, per poi sfruttarla a fini elettorali.
Mi addolora dirlo, ma in carcere è come se il bene sia passato dall’altra parte, quella del male. Spero di sbaglarmi. E voglia il buon Dio (il Dio dei prigionieri) che il mio pessimismo rimanga infondato, ma mi auguro che in Italia un giorno tutti i “buoni” si fermino a riflettere se non sia il caso di non guardare solo agli effetti del male, ma risalire alle cause e alle colpe.
Un’ultima cosa: a mio parere, questo libro conferma che il carcere ha clamorosamente fallito il suo obiettivo di fare diminuire i reati e che la galera nel nostro Paese viola sistematicamente i diritti fondamentali. Non solo, ma distrugge anche la dignità umana dei detenuti e delle loro famiglie.
Buona lettura. E buona vita. Un abbraccio fra le sbarre.
Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, 2014

Le carceri italiane, nel loro complesso, sono la maggior vergogna del nostro Paese. Esse rappresentano l’esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si abbia mai avuta. (Filippo Turati, 1904)
Viaggio nelle carceri, edito da EIR, è il percorso di due giovani del Pd, Davide La Cara e Antonino Castorina, dentro alcuni degli istituti di pena tra i più problematici d’Italia: Rebibbia e Regina Coeli a Roma, Due Palazzi a Padova, Vibo Valentia, Poggioreale a Napoli, San Pietro a Reggio Calabria, l’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto e il Coroneo di Trieste.
Il risultato è una puntuale denuncia delle carenze dell'istituzione carceraria nella realtà italiana, ma anche un'indicazione di nuove prospettive possibili, quali una riforma della giustizia che incida sul ruolo e sul funzionamento del carcere a cominciare dall'abolizione dell'ergastolo.

Libri: "Viaggio nelle carceri", a cura di Nino Castorina e Davide La Cara
di Andrea Di Consoli - Il Sole 24 Ore, ottobre 2014
Le carceri italiane, "fabbriche di delinquenti". Un dato su tutti, a proposito di carceri sovraffollate: "Nel complesso di Rebibbia sono reclusi 1.735 detenuti, il doppio dei posti disponibili, vi lavorano circa 500 agenti, la metà di quanti previsti in pianta organica". Sono informazioni che si traggono dal libro collettaneo "Viaggio nelle carceri" (Editori Riuniti, pagg. 112, € 14,,00) a cura di Nino Castorina e Davide La Cara, un lavoro a più maniche ha come obiettivo quello di rendere applicatoli disatteso articolo 27 della Costituzione italiana, che recita: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Il saggio di Nadia Bizzotto, per esempio, si chiede proprio come possa la pena dell'ergastolo conciliarsi con questo dettato costituzionale. Per disumanità di condizione, per mancanza di progettualità pedagogica, per disorganizzazione endemica, colui che oggi viene recluso in un carcere italiano è quasi certamente candidato al peggioramento della propria condizione, rischiando di dover dare ragione a Filippo Turati, il quale sosteneva che "le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti o scuole di perfezionamento di malfattori". Chiude il libro un'interessante intervista a Raffaele Sollecito.


Diario 1-7 Ottobre 2014

01/10/2014
Ho scritto allo scrittore Sandro Bonvissuto, autore di un bellissimo libro dal titolo “Dentro”:
Ti ringrazio di e con il cuore del tuo libro. Ed in particolar modo della tua dedica . Mi sono permesso di scrivere qualcosa sul tuo libro. E spero che ti faccia piacere se lo rendo pubblico. Il mio cuore ti sente vicino. Buona vita. E spero che a dicembre, se mi concedono di andare con la  Comunità Papa Giovanni XXIII all’udienza con Papa Francesco, di venirti a trovare  nell’osteria dove lavori. Vorrei donarti anch’io un libro. E se a te va bene, un libro di fiabe, “Zanna Blu”, così poi lo potrai regalare ai tuoi figli. Dai il tuo recapito a Nadia, Mi raccomando, continua a scrivere di carcere. E perché si va in carcere. Lo fai molto bene. E la letteratura è l’unica arma che può sconfiggere l’Assassino dei Sogni e la criminalità, piccola o grande che sia.

02/10/2014
Oggi ho risposto alla lettera di Fernando Eros, condannato alla pena di morte detenuto in un carcere della California negli Stati Uniti.
Caro Fernando, 
                          mi ha fatto avere la tua lettera e sono rimasto meravigliato della tua bella calligrafia. E di come scrivi bene in italiano. Poi ho pensato alla nostra situazione, tu condannato alla “Pena di Morte Morta” ed io a quella di “Pena di Morte Viva”. Ed ho pensato che forse siamo le persone più libere e felici che ci sono su questo mondo perché per il futuro non avremo più problemi, a parte quelli di essere stati vivi.
La nostra vita è diventata una lunga marcia attraverso la notte e avanziamo verso un vuoto senza nessun sbocco.

03/10/2014
Queste poche righe che mi ha scritto Carmela “(…)Sino a poco tempo fa non sapevo nulla di te, poi l’occasione ha voluto che un mio collega di lavoro mi regalasse il libretto, quella sorta di “epistolario” che discorre dell’intimo rapporto intercorso tra te e il prof. Ferraro e da ciò si è scatenato in me un intimo cambiamento che ha dato adito a profonde riflessioni. Sai, sino ad oggi non conoscevo o non volevo conoscere il mondo dell’ergastolo ostativo (…)mi  ha fatto pensare che l’ergastolo ostativo ha un grande problema:  nessuno lo conosce e nessun sa cos’è.

04/10/2014
Ho scritto a Irene Sisi e Claudia Francardi che l’altro giorno ci sono venute a trovare nella Redazione di “Ristretti Orizzonti”.
È stato bellissimo incontrarle.
E commuoversi, perché le nostre lacrime ci hanno ricordato che siamo ancora umani, anche se spesso ci trattano da animali.

05/10/2014
Mi ha fatto un po’ sorridere amaramente l’affermazione del sindaco di Padova, Massimo Bitonci, sul risarcimento ai detenuti per trattamento inumano e degradante,   “No all’indennizzo, i soldi vengano dati alle vittime”,  dimenticando che appunto i soldi stanno andando proprio alle vittime di reati che lo Stato italiano ha commesso. 
Io credo che molti detenuti che hanno ottenuto il risarcimento (o quelli che lo otterranno) se avessero potuto scegliere invece dell’indennizzo di 8 euro al giorno avrebbero preferito non essere torturati vivendo come cani in un canile.

06/10/2014
Oggi sono rimasto tutto il giorno con gli occhi fissi alla parete a pensare che la mia compagna, i miei figli ed i miei due nipotini sono l’unica ragione per cui sono ancora vivo.

07/10/2014
Dicono che qualsiasi vita è meglio di nessuna, non certo per me o per qualsiasi uomo ombra, senza nessuna speranza di non morire prigioniero.

 

 

 

Libretto Universitario di Carmelo

 

 

 


 

Lettere fra “uomini ombra”

delle Case di Reclusione di

San Gimignano e Padova

Quasi tutti i giorni, mi sento un uomo ombra e un fantasma. Oggi, invece, mi sono sentito un padre e un nonno perché mi sono venuti a trovare mia figlia e i miei due nipotini Lorenzo e Michael con la loro madre Erika.
È stato il primo colloquio che ho fatto nell’area verde del carcere con i miei due nipotini.
Prima mi era vietato perché Lorenzo e Michael erano colpevoli di essere nipoti di un nonno detenuto in “Alta Sicurezza”. Per qualche ora mi sono sentito sereno e felice a giocare con i miei due nipotini. Mi hanno fatto venire anche il fiatone perché non ci ero più abituato a giocare con i bambini all’aria aperta.

(Fonte: diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com).

Da quando la redazione di “Ristretti Orizzonti” ha lanciato la campagna per “liberalizzare” le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi, molti prigionieri hanno iniziato a scriversi. Come una volta. Fra un carcere e l’altro per raccogliere le firme da inserire nel sito www.ristretti.org . E grazie a questa iniziativa hanno iniziato a scriversi anche gli uomini ombra (come si chiamano fra loro gli ergastolani). Rendo pubblica la lettera di Salvatore del carcere di San Gimignano.

Caro Carmelo, ho raccolto tutte le firme della mia sezione e le ho spedite a Ornella Favero nella sede esterna di Ristretti Orizzonti, via Ciotolo da Perugia, 35, 35138 Padova.
Questa iniziativa mi ha fatto venire in mente un episodio di tanti anni fa quando ero detenuto nel carcere di Palermo. Avevo mia moglie incinta.
E mentre dietro al bancone la consolavo per darle conforto in maniera affettuosa toccandole la pancia per sentire muoversi il bambino, la guardia mi aveva richiamato a stare giù con le mani. E lo aveva fatto ad alta voce ed in maniera brusca, facendo capire chissà che cosa a tutte le altre persone presenti nella sala colloquio.
Ci siamo sentiti osservati. E mia moglie era diventata rossa ed anch’io mi ero vergognato (penso persino per la creatura che doveva nascere) e non ci ho più visto. Alla guardia gliene ho detto di tutti i colori. E l’ho mandata pure a quel paese. Mi hanno sospeso il colloquio. Poi mi hanno punito con il regime di sorveglianza particolare. E come se non bastasse mi hanno trasferito in un carcere della Sardegna dove per ovvi motivi di distanza e finanziari non ho più visto mia moglie ed il bambino che nel frattempo era nato.
Silvio l’ho visto solo quando aveva già compiuto un anno.
E tutto per colpa di un gesto affettuoso scambiato fra poco più che adolescenti in attesa di un bambino. Adesso mio figlio ha appena compiuto venti anni e proprio l’altro giorno gli ho raccontato questo episodio. E spero che finalmente anche in Italia fanno una legge per stare con la propria famiglia in un ambiente riservato.
Salvatore.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova 2014

La redazione di Ristretti Orizzonti ha lanciato la campagna per "liberalizzare" le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi.
Se volete aderire e sapere di più di questa iniziativa, visitate il sito www.ristretti.org o www.carmelomusumeci.com


 


 

Dopo il grande successo della prima stampa,


"L'Assassino dei Sogni.

Lettere fra un filosofo e un ergastolo"

è in ristampa e

anche gratuitamente scaricabile cliccando su:


Stampa Alternativa


Rimane ovviamente acquistabile, a 1 euro, la copia cartacea.




Carmelo Musumeci - Giuseppe Ferraro
L’Assassino dei sogni

Lettere fra un filosofo e un ergastolano

a cura di Francesca de Carolis
Ed StampaAlternativa


Io scrivo perché scrivendo il duol si disacerba, perché ho bisogno di scrivere, e s’io non scrivo non vivo. (Luigi Settembrini)

Il libretto “L’Assassino dei Sogni” sottotitolo “Lettere fra un filosofo e un ergastolano” di Carmelo Musumeci e Giuseppe Ferraro, a cura della giornalista Francesca De Carolis, ED. Stampa Alternativa-Nuovi Equilibri pag. 64-anno 2014, prezzo: 1,00, ISBN: 978-88-6222-417-8 appena uscito è già esaurito (È già in stampa una seconda edizione). E mi venuto il dubbio se lo stanno comprando perché è interessante o perché costa solo un euro sic!
Una cosa è certa, sta andando a ruba fra gli uomini e donne di fede. Le suore di clausura di Lagrimone mi hanno scritto:

Suor Daniela (…)Il libretto con il carteggio fra te e il filosofo Giuseppe Ferraro è molto bello ed è ricco di spunti e provocazioni. Il tuo nipotino aveva 3 anni quando ti ha portato la foglia? Stupendo quell’episodio.
Ne abbiamo presi 55 e li abbiamo già distribuiti in giro di pochi giorni. Ottima l’idea di venderlo ad un euro (…)

Suor Marta (…) Appena abbiamo ricevuto il libretto “L’Assassino dei Sogni” (Lettere fra un filosofo ed un ergastolano) l’ho letto in giornata. Sono già capitate alcune persone a cui abbiamo dato il libretto e abbiamo in mente di darlo ad altre e ad alcuni preti che lavorano con adolescenti e giovani. Io l’ho trovato uno strumento didattico eccellente con motivi di riflessioni e confronti interessanti.

Suor Lilia (non è una suora di clausura come le altre due):
“Che dire del filosofo Giuseppe Ferraro? Sei davvero fortunato d’averlo conosciuto: ora, con gioia, posso affermare che anch’io, grazie a te, ho conosciuto un uomo saggio, che va per la sua strada e non teme di rivelare il suo pensiero senza modificarlo minimamente. Per me questo professore è un uomo che ama la vita; l’ho capito, soprattutto nella lettera in cui spiega il delicato argomento del suicidio”.

In questi giorni ho scritto all’editore che ha avuto il coraggio di pubblicare “L’Assassino dei Sogni”:
Marcello, continua a pubblicare i nostri pensieri, solo così puoi continuare a farci esistere. E a farci sentire ancora umani. Lo sappiamo, sono pochi gli editori che si sporcano le mani pubblicando i pensieri degli avanzi di galera come noi. E ti confido che a volte penso che molti ci vedono cattivi perché loro lo sono più di noi, perché come si fa a murare vivo una persona per tutta l’esistenza, senza l’umanità di ammazzarla prima? Marcello, credo che a volte i cattivi provino rimorsi o compassione molto più dei buoni. Aiutami a farlo sapere alle persone perbene con la fedina penale pulita, ma con forse la coscienza più sporca dei galeotti. E dammi una mano anche a fare sapere che il carcere non cambia le persone in meglio. Piuttosto le distrugge. Marcello, scrivere di e in carcere è pericoloso. Non ti puoi immaginare quanto. So però che anche fuori ci vuole tanto coraggio a dare voce ai prigionieri. Grazie di avere questo coraggio che non hanno la stragrande maggioranza delle case editrici, che preferiscono pubblicare le ricette di cucina per guadagnare tanti soldi ed evitare critiche e guai. Marcello continua a pubblicare le nostre parole per fare sapere che molti di noi sono nati già colpevoli, anche se poi hanno fatto di tutto per diventarlo.
Carmelo Musumeci

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Per chi interessato a organizzare presentazioni o comunque diffondere il libro, scrivere a:
ergastolani@gmail.com oppure contattare Nadia Bizzotto cell. 349 7191476

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“L’Assassino dei sogni”, lettere fra un filosofo e un ergastolano, Carmelo Musumeci e Giuseppe Ferraro, curato da Francesca de Carolis per la collana Millelire di Stampa Alternativa. Pag.64 prezzo 1,00 ISBN 9788862224178.
 



Dieci minuti d'amore fra le sbarre

 



"I condannati possono essere autorizzati dal direttore dell'istituto alla corrispondenza telefonica una volta alla settimana. La durata massima di ciascuna conversazione telefonica è di dieci minuti".

(Fonte: articolo 39 - Corrispondenza telefonica. D.P.R. 30 giugno 2000, n. 230).

Normalmente telefono di domenica. Verso l'una del pomeriggio. Quando ho più probabilità di trovare tutti i miei familiari a casa. Spero sempre soprattutto di trovare Michael e Lorenzo. Sono i miei due nipotini. Li penso di giorno. E di notte. Poi di notte. E ancora di giorno. Prima di telefonare sono sempre in agitazione. E guardo tutti i momenti l'orologio, e rimango teso dall'ansia fino a quando non faccio il numero di casa. Nel frattempo il pensiero dei miei figli inizia a poco a poco a occuparmi la mente. E il cuore. Finalmente è l'orario. Sono sempre in anticipo di qualche minuto. Non mi preoccupo tanto a casa lo sanno. Corro nella celletta dove c'è il telefono, accosto il blindato. E faccio il numero. Trovo la linea libera. Attendo qualche istante. Poi dalla parte del filo sento trattenere il respiro. Di sottofondo ascolto le voci dei miei due nipotini. Poi sento bisbigliare mio figlio. Passami il telefono. Ascolto un rumore di cuscino sbattere. Sono arrivata prima io. Subito dopo avverto un grugnito di mio figlio: Sei una stronza, tanto papà vuole più bene a me che a te perché sono un maschio. Sento mia figlia sospirare.
Pronto. Da quando l'ho lasciata bambina è quasi sempre mia figlia Barbara che prende per prima il telefono.
Amore. Si potrebbe dire che è da ventitré anni che mi aspetta vicino al telefono.
Papà. È stata la prima cosa bella che i miei occhi hanno visto nella mia vita.
Come stai? Da quando è nata è l'energia del mio cuore.
Bene papà e tu? E della mia mente.
Anch'io. Voglio bene ai miei figli anche perché sono diventate le persone che avrei voluto essere io nella mia vita.
Ti vengo a trovare la prossima settimana. Spesso ho il senso di colpa di averli fatti crescere senza di me accanto.
Va bene amore. Ho sempre paura di non essere stato un buon padre.
Cosa vuoi che ti porto da mangiare? E questo pensiero mi fa stare spesso male.
La focaccia con le cipolle. Quando telefono sembra che il tempo voli via.
Va bene. E che non puoi fare nulla per fermarlo.
Amore, adesso passami tuo fratello. Non ho mai capito perché quando telefono sembra che i secondi volino via come le foglie in autunno.
Papà ti amo. Non li puoi afferrare.
Anch'io amore. E con il passare degli anni sembra che i minuti del telefono diventino sempre più brevi.
Papà, come al solito la Barbi s'è consumata tutta la telefonata lei. Se solo ci dessero più tempo.
Lasciala stare, sai com'è fatta. E più telefonate.
Papà ci sono i bambini che stanno aspettando. Mio figlio si lamenta sempre di sua sorella.
Chi ti passo per primo? L'ho lasciato che aveva sette anni.
Passami Lorenzo. Ormai è grande.
Ti voglio bene papà. Continua però lo stesso ad abitare nel mio cuore.
Anch'io figliolo. Mi ha dato due meravigliosi nipotini.

Ciao nonno Melo. E adesso che sono anziano sono entrambi loro il centro del mio mondo.
Ciao amore. Ed il principio del mio universo.
Nonno quando vieni a casa? Sono il cielo della mia anima.
Presto. La mia acqua nel deserto.
Ce la fai a venire a casa prima che compio dieci anni? E i raggi del sole che riscaldano il mio cuore.
Certo, adesso però amore passami tuo fratellino che la telefonata sta per finire. Quando parlo con i miei due nipotini la loro voce mi accarezza il cuore.
Ciao nonno ti voglio tanto bene. E m'immagino i loro visini.
Anch'io tesoro. E mi viene ancora più voglia di abbracciarli.
Ciao nonno. Michael è il più piccolo.
Ciao amore. E più scalmanato di suo fratello.
Lorenzo dice che le telefonate dove sei tu durano così poco perché le guardie sono cattive. Muovo la testa da una parte all'altra.
No amore, non sono cattivi. Poi chiudo gli occhi.
E allora perché non telefoni tutti i giorni? E penso a come rispondergli.
Perché qua la linea si prende male e dobbiamo fare a turno per telefonare. Non voglio che imparino ad odiare lo Stato.
Amore adesso passami la nonna perché ormai c'è rimasto poco tempo. La sua vocina si fa più dolce.
Va bene nonno, ti voglio bene più di Lorenzo. Spero che i sogni a forza di crederci diventino veri.
Ciao amore. E mi auguro di vedere crescere almeno loro.

Adesso è il turno della mia compagna.
Carmelaccio. E scatta l'avviso che la telefonata sta per terminare.
Amore Bello. Fra trenta secondi cadrà la linea.
Il magistrato di sorveglianza ti ha risposto sul permesso che hai chiesto? Lei è sempre la più scalognata.
Ancora no. E le rimangono solo una manciata di secondi.
E porca miseria quanto ci mette? Non capirò mai perché ci danno cosi poco tempo per telefonare a casa.
Non dire parolacce che le telefonate sono registrate. Mi sembra una pura cattiveria.
Sono due anni che aspettiamo questa cazzo di risposta. In fondo la telefonata la paghiamo noi. Amore lo so, ma che possiamo farci? La presenza della mia compagna nel mio cuore mi aiuta a vivere giorno per giorno.
A me dispiace per te. Senza di lei nel mio cuore non ce l'avrei fatta.
E a me per te. Non ce l'avrei mai potuta fare.
Carmelaccio sbrigati a venire a casa. Potrei fare a meno della libertà, ma non potrei certo fare a meno del suo amore.
Penso che questa volta sia quella buona. Vivo grazie o per colpa del suo amore.
Mandami un bacino. È stato facile amarla.
Prima mandamelo tu. Impossibile smettere di amarla.

Cade la linea. E mi arrabbio perché come al solito io e la mia compagna non abbiamo avuto il tempo di mandarci neppure un bacio o di dirci qualche parola affettuosa. Sospiro. Mi sento di nuovo solo. In compagnia solo di me stesso. E contro tutto il resto del mondo. Ho il cuore pesante. Mi sento frustrato. E penso che le telefonate potrebbero essere più lunghe e più numerose. Ritorno nella mia cella come un lupo bastonato pensando al motivo perché il carcere ha così paura e terrore dell'amore dei nostri familiari e ci proibisce le telefonate libere e i colloqui riservati come accade negli altri paesi. Non riesco a trovare una risposta razionale. Penso solo che i buoni quando puniscono non sono meno malvagi dei cattivi.

La redazione di Ristretti Orizzonti ha lanciato la campagna per "liberalizzare" le telefonate e consentire i colloqui riservati delle persone detenute con i propri familiari, come già avviene in molti Paesi.
Se volete aderire e sapere di più di questa iniziativa, visitate il sito www.ristretti.org o www.carmelomusumeci.com

 


 Condannati a non sperare per migliaia di anni

 

Matricola: DD2-91-00348. Cognome e nome: Musumeci Carmelo. Nato il 27/07/1955 a Aci Sant’Antonio (CT) Italia. Paternità: Antonio. Maternità: Pappalardo Antonia.
Data di arresto: 22/10/1991. Scadenza pena definitiva: 31/12/9999
(Fonte: Certificato di detenzione del Ministero della Giustizia)

 

Ho sempre pensato che in natura non c’è nessuna cosa che dura per sempre, se persino le stelle nell’universo alla fine muoiono e si spengono. E che solo gli uomini hanno creato una pena che non finisce mai, inventandosi l’ergastolo ostativo.
Tempo fa uno studente, che aveva letto qualcosa di me in rete, mi ha chiesto se gli mandavo una copia del mio certificato di detenzione per una ricerca universitaria sulla pena dell’ergastolo in Italia. Erano anni che non richiedevo più il mio certificato di detenzione. E l’altra settimana ho fatto richiesta alla matricola della Casa di Reclusione di Padova. Oggi mi è arrivato quello nuovo e quasi svenivo quando mi sono accorto che non avevo più scritto in rosso “Fine Pena Mai”, perché in questo ci hanno scritto che la mia pena scade il 31/12/9999. Mentre battevo sulla tastiera del computer la data del mio nuovo fine pena, per informare lo studente, è comparsa una linea verde sotto la cifra e sono andato a cliccarci sopra. Ed è comparsa la scritta: “Controllare che la data 31/12/9999 non sia stata scritta per errore”. Ho subito amaramente sorriso pensando che i computer hanno più cuore e più anima degli umani, ma purtroppo però non c’è nessun errore, la mia nuova data è quella. E stando a quello che c’è scritto nel mio certificato di detenzione finirò la mia pena nell’anno 9.999. Fra questa data e quella precedente scritta in rosso “Fine Pena Mai” non cambia molto, ma almeno adesso potrò tenere un calendario in cella.

È noto che da poco tempo è stata approvata una legge che dispone rimedi risarcitori in favore dei detenuti che sono stati sottoposti a trattamento disumano e degradante e per loro è previsto un giorno di sconto di pena ogni dieci subiti. Sapendo della mia laurea in giurisprudenza molti miei compagni ergastolani mi hanno scritto dagli altri carceri ponendomi il problema di come sarà possibile detrarre un giorno di pena ogni dieci da un fine pena mai. Ora potrò dare loro la bella notizia che lo potremmo fare, perché il nostro fine pena non è più mai scritto in rosso, ma sarà nell’anno 9.999. Poi ho pensato che una volta le persone erano più umane perché ti bruciavano o t’impiccavano. Adesso invece è tutto diverso e per farti soffrire di più ti murano vivo in una cella. Ti danno persino da mangiare. E se ti ammali anche ti curano. Stanno pure attenti che non ti togli la vita. E non ho ancora capito se lo fanno per il tuo bene o per il tuo male o probabilmente per non fare uscire prima del tempo il tuo cadavere dal carcere.
Credo che una pena che dura migliaia di anni oltre che inutile e crudele sia anche stupida. Eppure la nostra Costituzione prevede che la pena abbia solo uno scopo e una funzione, che è quella rieducativa.
Non credo che una pena che duri migliaia di anni riuscirà mai a rieducare il mio cuore e la mia anima, ma spero che ci riesca con il mio cadavere.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova settembre 2014


 

Posti letto in carcere: la matematica fai da te

 

 

 


L’Italia è veramente uno strano paese dove la matematica non è una scienze esatta.
E nei carceri italiani si usa la matematica fai da te.
A seconda del governo di destra, di centro o di sinistra, e il ministro della giustizia che lo rappresenta, i posti letti in carcere aumentano e diminuiscono come per magia.
Fino a poco tempo fa i posti letto erano 38.000 (Fonte: Associazione Antigone, confermati dall’allora Ministra della Giustizia, Annamaria Cancellieri).
Dopo qualche mese i posti letto erano diventati 43.000 (Fonte dall’inchiesta di “Reporter”per Rai 3).
E con meraviglia l’altro giorno ho letto che i numeri dei posti letto erano di nuovo cambiati: “(…) I dati, aggiornati al 31 luglio, del Ministro della Giustizia indicano nei 204 penitenziari 54.414 detenuti a fronte di 49.402 posti” (Fonte: Il Gazzettino, domenica 3 agosto 2014)
Penso che neppure Gesù riuscirebbe a moltiplicare i posti letto come fanno i funzionari del Dipartimento Amministrativo Penitenziario.
Credo che gli italiani siano famosi nel mondo per la loro creatività ma penso che negli ultimi tempi la maggioranza dei posti letto in carcere si siano moltiplicati facendo diventare doppie le celle singole e quintuple quelle triple.
Bugie e semplificazioni sul carcere se ne sentono tante e ancora l’altro giorno ho letto “Detenuto suicida con la bombola a gas Il sindacato degli agenti di Polizia ha chiesto che siano vietate”.
Come se uno non si potesse suicidare impiccandosi con le lenzuola, o con le maniche di una camicia.
E come proporre di non costruire più automobili perché nelle strade italiane ci sono troppi decessi per incidenti di macchine.
Se si levassero i fornellini a gas nelle prigioni come farebbero i detenuti a mangiare?
Non lo sa il sindacato degli agenti della Polizia penitenziaria che il cibo che passa l’Amministrazione dell’istituto non basterebbe neppure per i topi che vivono in carcere?
Quante cose inesatte si dicono e si leggono sul carcere, ma è normale perché parlano tutti fuorché i carcerati.
Sempre l’altro giorno sull’ultimo suicidio che è accaduto nel carcere di Padova, ho letto che il segretario generale del sindacato autonomo di Polizia penitenziaria denuncia carenze negli organici: “Come può un solo agente controllare 80 o 100 detenuti?”.
A parte che sono i detenuti che controllano la Polizia penitenziaria-perché non potrebbe essere altrimenti- come farebbe un solo agente da solo a controllare ottanta o cento detenuti senza l’aiuto e il consenso degli stessi prigionieri?
Se le carceri non scoppiano, e i detenuti preferiscono ammazzarsi piuttosto che spaccare tutto come facevano nel passato, è merito della crescita interiore dei detenuti, o forse della loro rassegnazione, o, quasi certamente, della quantità di psicofarmaci e tranquillanti che vengono erogati.
E trovo di pessimo gusto approfittare dei morti ammazzati di carcere per chiedere miglioramenti sindacali di organico e finanziari.
Noi non abbiamo bisogno di agenti penitenziari piuttosto abbiamo necessità di educatori, psicologi, magistrati di sorveglianza e di pene alternative.
Ricordo a proposito che per i detenuti che scontano l’intera pena la recidiva sale al 70%, invece per chi sconta pene alternative al carcere la recidiva non supera il 12%.
Solo così aumenterebbero realmente i posti letto e diminuirebbero i detenuti nelle carceri italiane, non certo con la matematica fai da te.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, agosto 2014


In volo con le note...anche oltre le sbarre delle nostre prigioni

 

Alessandra Celletti: un'artista che ci insegna che la musica può abbattere tutte le barriere.

Vi proponiamo un video di 2 minuti, andato in onda su UNOMATTINA, RaiUno del 20 agosto

 

e servizio di Nicoletta Pasqualini di "Sempre" mensile della Comunità Papa Giovanni XXIII .
In entrambi i documenti Alessandra esprime molto bene la sua vicinanza e la sua sensibilità per chi è dietro le sbarre.
Nell'articolo si parla anche di quando ha suonato nel carcere di Padova il 6 giugno scorso, dove ha incontrato Carmelo Musumeci, con cui condivide la passione per la libertà e per la vita.

 


 

IBTimesBlogs

pubblica a puntate

il romanzo ancora inedito

di Carmelo Musumeci

"La Belva della cella 154":

Cap. 1  Cap.2  Cap.3  Cap.4  Cap.5

Cap.6  Cap.7  Cap.8  Cap.9  Cap.10

Cap.11  Cap.12  Cap.13  Cap.14

 

 


 

Carmelo Musumeci - Giuseppe Ferraro

L’Assassino dei sogni

Lettere fra un filosofo e un ergastolano

a cura di Francesca de Carolis

Ed StampaAlternativa

(Prezzo: 1,00 euro)

 

 


Da mercoledì 30 luglio in libreria, “L’Assassino dei sogni”, lettere fra un filosofo e un ergastolano, Carmelo Musumeci e Giuseppe Ferraro, curato da Francesca de Carolis per la collana Millelire di Stampa Alternativa.  Pag.64 prezzo 1,00 ISBN 9788862224178


Carmelo Musumeci, condannato all’ergastolo, è in carcere dal 1991. Attualmente è nel carcere di Padova. In questi anni ha studiato, si è laureato in legge e da anni conduce con grande ostinazione una battaglia contro l’ergastolo. Alla sua iniziativa hanno aderito personaggi come Veronesi, Margherita Hack, Don Ciotti, Rodotà… e continuano ad aggiungersi nomi. Da sempre scrive: racconti, riflessioni, lettere… per scandagliare senza pietà il suo passato, ma soprattutto per raccontare a chi è fuori il mondo di quelli che definisce “morti viventi”, chiusi nel ventre dell’Assassino dei sogni.
Giuseppe Ferraro insegna filosofia della morale all’Università di Napoli Federico II, e in carcere tiene corsi di filosofia. Con Musumeci condivide il carattere passionale e ostinato. Il loro incontro si è presto trasformato in un confronto continuo e serrato, sul percorso della battaglia di denuncia, delle illegalità che in carcere si consumano, ma anche per la costruzione di strade possibili.

Questo testo è il “distillato” di due anni di scambio epistolare, che registra incontri, speranze, battaglie, discussioni, momenti di abbandono. Dal giugno del 2009, al luglio del 2011. Da estate a estate, il racconto dell’inverno e dell’inferno della vita in prigione, ma anche della prigione che può diventare anche la vita fuori. Un confronto anche fra scritture. Sincopata quella dell’ergastolano, complessa e ampia quella del filosofo.

Il fascino discreto della scrittura epistolare rimane intatto in queste pagine nonostante oggi siamo abituati al frenetico ritmo e linguaggio di “scambi in rete”. Anzi, in qualche modo, qui il mezzo è valore aggiunto in più, diventando racconto esso stesso.
In primo piano la realtà chiusa della cella da cui partono le lettere dell’ergastolano, ma sullo sfondo anche è anche l’Italia delle periferie, dove il crimine nasce e trova motivo di crescita, delle scuole degli abbandoni, delle strade, che il filosofo percorre, del nostro Sud.
Pagine che, quando tutto sembra perso e il buio sta per avere il sopravvento, diventano lezioni e iniezioni di vita, per l’ergastolano, per il filosofo, ma forse anche per tutti noi.
Un suggerimento: da leggere nei licei.

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Per chi interessato a organizzare presentazioni o comunque diffondere il libro, scrivere a :

ergastolani@gmail.com    oppure contattare Nadia Bizzotto cell. 349 7191476

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Dalla prefazione:

Ricevere una lettera nel tempo isterico delle e-mail è emozione che ho scoperto fortissima. Mi accade spesso, adesso che da qualche tempo incontro persone che in carcere hanno trascorso gran parte, se non la più parte, della propria vita. E nelle loro lettere le parole, che con tanta superficialità e insignificanza spesso usiamo, riacquistano il peso specifico che forse oggi pochi vi sanno dare come le persone forzosamente chiuse al mondo delle relazioni.
Così, anche con timore, ho seguito il filo della corrispondenza fra Giuseppe Ferraro e Carmelo Musumeci. Professore di filosofia, Ferraro, docente di Filosofia della Morale alla Federico II di Napoli, che in carcere anche insegna, ed ergastolano ostativo, Musumeci, di quelli che dal carcere non usciranno mai, perché condannati per reati commessi nell’ambito di associazioni di stampo mafioso e che hanno scelto di non essere collaboratori di giustizia, cosa che li esclude dai normali benefici previsti dalla legge. Quelli della “morte viva”, insomma.
Carmelo Musumeci, che in carcere si è laureato e da anni conduce una battaglia contro l’ergastolo, rifiuta di fare i nomi dei suoi ormai antichi “colleghi” per un motivo etico: non vuole barattare la sua libertà, dice, con quella di un altro. Convinzione che lo guida nel suo percorso “ostinato e contrario”. Con antenne sempre pronte a intercettare chi, fuori dalle mura nelle quali è costretto, possa comprendere e condividere il suo percorso. Come Giuseppe Ferraro, che proprio in carcere racconta di aver capito cos’è la confessione. Di aver capito, addirittura, il senso de Le Confessioni di Agostino...

Da questo incontro e dal reciproco sorprendersi nasce un lungo e affollato epistolario di cui questo libretto è, rispettoso, "distillato".
Il professore e l'ergastolano, dunque. Che non è, come si può immaginare, un colloquio fra maestro e discepolo o, chissà, fra consolante e afflitto. Si tratta piuttosto di un confronto, continuo, serrato, con la vita. La vita chiusa di chi è dentro. La vita chiusa che si fa anche quella di chi è fuori, se con chi è dentro sa immedesimarsi. A volte qui le parti persino si invertono, ed è l'ergastolano che consola il professore della sua tristezza, del peso dell'ingiustizia che vede e che può essere insostenibile per chi, impotente, sa.

Ci dicono, queste lettere, della vita e delle relazioni dentro e fuori del carcere, ma molto anche ci parlano di una profonda amicizia, che non teme lo scambio di vocativi pronunciati come carezze, di enfasi d’affetto, rari da cogliere fra maschi.
“Ho sempre timore che le lettere si smarriscano. Spero questa arrivi…” mi scrive in calce alle sue lettere Giovanni Lentini, da Opera. Timoroso che il filo della comunicazione fra noi si infranga sulle mura di cinta della sua prigione. E questo tremore, dell’Istituzione che è frammezzo e frammezza, traspare sullo sfondo del carteggio fra Ferraro e Musumeci. Ma traspare da queste pagine anche la rete che persone tessono per impedire che la comunicazione fra il dentro e il fuori si spezzi. Come Nadia, Nadia Bizzotto, “l’angelo” cui qua e là si accenna. Piccione viaggiatore piuttosto direi, che a volte, prima di consegnarle, le lettere, vi sbircia dentro e vi assicuro spesso si commuove…
Il colloquio epistolare fra Giuseppe Ferraro e Carmelo Musumeci nasce con l’esplodere di un’estate, l’abbiamo seguito fino al caldo insopportabile di due estati dopo. Tutto, nel frattempo, per chi è in carcere, è rimasto fermo. Tutto, tranne il fiume di questo scambio di vita che ancora, sappiamo, continua.

Francesca de Carolis
 

 


 

 Figli fra le sbarre

Purtroppo una delle cose più brutte del carcere è che ti danno abbastanza spazio da tentare di essere un buon padre. E in fondo la limitazione della libertà è la cosa per la quale si soffre di meno, perché in Italia è quasi impossibile conciliare la vita da detenuto con quella di padre e marito.
L’altro giorno nella Redazione di “Ristretti Orizzonti” mi è capitato di leggere il Protocollo d’intesa, da poco firmato, tra Ministero della Giustizia, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e Bambini senza sbarre ONLUS. E ho amaramente sorriso leggendo che i funzionari dell’Amministrazione Penitenziaria si sono impegnati a “Favorire il mantenimento dei rapporti tra genitori detenuti e i loro figli, salvaguardando sempre l’interesse superiore dei minorenni” e di “Tutelare il diritto dei figli al legame continuativo con proprio genitore detenuto, che ha il diritto/dovere di esercitare il proprio ruolo genitoriale” perché sono fortemente convinto che, come al solito, questi rimarranno principi dichiarati e mai applicati.

Poi mi sono ricordato di uno dei tanti colloqui che ho fatto in tutti questi anni di carcere.


Fissavo il pavimento, il soffitto, le sbarre e le pareti della mia cella. Come un’anima in pena camminavo avanti e indietro per la stanza. Cercavo di mettere in ordine nei miei pensieri. Avevo la mente piena d’amore. C’erano delle volte che mi pentivo di avermi fatto arrestare vivo perché soffrivo che i miei figli mi venivano a trovare in carcere. Per loro avevo sognato un padre migliore di quello che ero riuscito a essere. Avevo sempre paura di avere rovinato la vita anche ai miei figli.
Stavo aspettando il colloquio ed ero in pensiero per i chilometri che la mia famiglia doveva fare per raggiungere Sulmona. Ero sempre ansioso quando dovevo abbracciare i miei figli. Fuori c’erano la neve e il ghiaccio. Ero preoccupato per le condizioni della strada. Fuori il cielo era nuvoloso e la temperatura doveva essere sotto lo zero. Finalmente le guardie mi chiamarono. Si prepari per il colloquio. Risposi subito: Sono pronto! Evitai di dirgli che ero già pronto dalla sera prima. Dopo dieci minuti due guardie mi presero in consegna. Mi perquisirono e mi portarono nella sala colloquio. Nel locale c’era il solito bancone divisorio, dove da una parte c’erano i parenti e dell’altra i detenuti.
Da entrambi i lati c’era una serie di panche, dove sedersi. Nella stanza c’erano già alcuni detenuti che facevano colloquio con i parenti. Vidi che c’era un posto libero dove il locale finiva. Mi diressi subito lì. Era in fondo alla stanza, dalla parte opposta delle guardie che controllavano la sala dietro un vetro. Diedi un’occhiata intorno. La sala era pitturata dai colori del carcere. Le pareti di grigio e il soffitto di bianco. Il tavolaccio divisorio era consunto. Odorava di sofferenza. Chissà quante ne aveva viste. Dopo pochi minuti vidi aprirsi la porta. Entrarono, spingendosi, insieme sia mio figlio sia mia figlia. Sia lui, sia lei, ci tenevano a entrare per abbracciarmi per primi. Era la solita scena che si ripeteva da anni. Quando li vidi feci fatica a respirare. E non riuscii a evitare che il mio cuore ruzzolasse dal petto per correre ad abbracciarli. Il mio cuore arrivava sempre prima di me. Io invece rimasi fermo in piedi al bancone ad aspettarli. Stava arrivando prima mia figlia, ma mio figlio, all’ultimo momento, diede una spallata a sua sorella e mi abbracciò per primo. Mi baciò. Lo strinsi stretto con le braccia. Ero felice di vederlo. Me lo mangiai con gli occhi. Erano mesi che non lo vedevo. Notai che stava diventando sempre più alto. Poi venne il turno di mia figlia. Ci baciammo sulle labbra. Poi lei appoggiò la testa sulla mia spalla e le accarezzai i capelli. La mia compagna dietro aspettava il suo turno e vedendo che io e mia figlia non ci staccavamo sussurrò: Ehi! Ci sono anch’io! Sorrisi. Mi staccai da mia figlia. Ed io e la mia compagna restammo a guardarci per qualche istante. Poi la abbracciai a lungo. E il mio cuore si aggrappò a quello di lei. Non ci dicemmo nulla, intimiditi dagli sguardi dei nostri figli. Ci sedemmo sulle panche. Mia figlia mi afferrò subito la mano. Imitato da mio figlio che mi prese l’altra. Rimanemmo in silenzio per qualche momento per lasciare parlare i nostri cuori. Guardai con soddisfazione i miei figli. Erano tutta la mia vita. L’unica cosa che avevo per essere felice.
Poi parlò per prima mia figlia: Papà come stai qui? Le sorrisi: Bene! Sono stato fortunato che mi hanno portato proprio qui, non potevo capitare di meglio, la direttrice è brava e mi ha accolto bene.
Le nascosi che appena arrivato mi avevano sbattuto alle celle di punizione, nella cella liscia, perché mi ero rifiutato di fare nudo le flessioni sopra uno specchio.
Mio figlio scrollò la testa: Papà, ma dici così in tutti i carceri che ti trasferiscono.
Mia figlia fece un sorriso storto a suo fratello: Uffa! Stavo parlando io a papà.
Io e la mia compagna ci scambiammo un’occhiata. E capii subito cosa mi stavano dicendo i suoi occhi. Te l’avevo che sono ancora gelosi e quindi era meglio che te li portavo uno per volta! Alzai le spalle.
E le feci un largo sorriso. Era da qualche tempo che desideravo vederli tutti e due insieme. Mia figlia riprese a parlare: È vero però papà… in qualsiasi carcere che ti mandano, ci dici che stai bene, lo dicevi anche in quel brutto carcere dell’Asinara, dove non hai mai voluto che ti venissimo a trovare.
Cambiai discorso: Spero che non stiate avendo dei problemi con i vostri amici perchè avete un papà in carcere.
Rispose subito mio figlio: No! Papà che dici! Io sono fiero di te. Piuttosto e lei…
E si voltò verso sua sorella. Che si vergogna con i suoi amici figli di papà che vanno al liceo scientifico.
Mia figlia gli diede un calcio da sotto il bancone. E stizzita negò: Non è vero papà… Voglio solo che i miei amici non lo sappiano che sei in carcere perché non sanno la persona meravigliosa che sei. E non voglio che pensino male di te perché sei qui.
Le feci una carezza sul viso. -E fai bene! Non c’è bisogno che lo sappiano tutti dove si trova vostro padre.
Mio figlio intervenne contrariato Io invece lo dico a tutti i miei amici.
Corrugai la fronte -E fai male perché non c’è nulla da essere orgogliosi ad avere un papà in carcere. Mio figlio mi fece un sorriso mesto. E triste. -Non arrenderti papà… non arrenderti mai, noi ti aspettiamo a casa.
Poi parlò mia figlia. E mi guardò dritto negli occhi: Papà comportati bene… mi raccomando non fare casini… perché se fai il bravo sento che alla fine ti faranno uscire. Alzai lo sguardo al soffitto con aria innocente. Non avevo mai avuto paura di qualcuno o di qualcosa nella mia vita. Avevo paura solo di deludere mia figlia. Le feci gli occhi dolci. E le sorrisi- Da quando in qua sono i figli che dicono al padre di fare i bravi… non dovrebbe essere l’incontrario?
Mia figlia rispose al mio sorriso. Nel frattempo la guardia aveva gridato il mio nome.
-Il colloquio è finito. Mi alzai di controvoglia. E rivolgendomi ai miei figli dissi loro: Uscite per primi… lasciatemi qualche secondo con vostra madre. Poi mi chinai per abbracciare mio figlio che mi sussurrò: Ti voglio bene papà. Lo abbracciai ancora più forte. -Anch’io te ne voglio. E gli diedi una pacca sulle spalle. Poi venne il turno di mia figlia. Rimanemmo un attimo in silenzio. Parlò per prima lei. Io avevo la gola secca. Papà la spesa te l’ho fatta io… e ti ho fatto il sugo con in piccioni… poi mi scrivi se ti è piaciuto… ti ho comprato anche un maglione pesante. Feci finta di non vederle gli occhi lucidi. Lei non piangeva quasi mai davanti a me. Ero venuto a sapere che piangeva sempre dopo. -Grazie amore… adesso vai. Lei mi abbracciò ancora una volta. -Papà, io ti vorrò sempre bene. Ti aspetterò sempre, non mi sposerò mai fin quando non uscirai. Poi lei si voltò subito per non farsi vedere nel viso. E andò via per lasciare il posto a sua madre.
La mia compagna mi abbracciò. Io la baciai. -Stai attenta ai bambini. Lei mi sorrise controvoglia: Quali bambini? Non lo vedi che i tuoi due figli ormai sono grandi.
L’ accarezzai.- Vai piano con la macchina… ti amo. Lei annuì. -Anch’io.
La guardia mi aveva già chiamato tre volte per avvisarmi che il colloquio era già finito. E la lasciai andare via. E pensai con amarezza che avevano fatto tutto quel viaggio per solo un’ora di colloquio dietro un bancone.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova Luglio 2014

 


 

 

 


 

“L’URLO DI UN UOMO OMBRA”,
DI CARMELO MUSUMECI
(Edizioni Smasher)


“Se non si urla vuol dire che si acconsente” (Gesualdo Bufalino)

Loro stanno urlando.
La voce non basta, le parole inefficienti, gli scritti dimenticati, le morti numerate.
Gli uomini ombra adesso hanno deciso di esasperare il suono che scaturisce dalle loro gole per manifestare il loro dissenso.
Carmelo è un uomo rinchiuso in carcere da 23 anni, di cui 5 anni di 41bis nell’Isola del Diavolo (Asinara) e ancora adesso, dopo essersi laureato e aver dimostrato in tutti i modi possibili di essere cambiato e di aver intrapreso un impeccabile percorso di rieducazione, mettendo il suo tempo e la sua energia a disposizione degli altri, come testimoniano le innumerevoli interviste e dialoghi con giovani e studenti o la pazienza che impiega nel seguire i casi di altri ristretti o lo scrivere le istanze per i compagni che chiedono il suo sostegno, dopo tutto questo Carmelo si trova ancora con un fine pena mai a sancire la NON fine del suo percorso punitivo e l’inutilità del suo evolversi come essere umano.
L’ergastolo ostativo è anticostituzionale dal momento che nega i principi della costituzione stessa, in particolare dell’art.27: “La pena deve tendere alla rieducazione del condannato favorendo il suo reinserimento nella società”.
L’ergastolo ostativo rende lo Stato, e la società da esso rappresentata, l’esecutore di una vendetta senza fine, siamo fermi agli albori della storia, quando la legge dell’occhio per occhio dente per dente regolava i rapporti umani e proteggeva la comunità dai cattivi, nell’efferatezza delle esecuzioni punitive dei detentori del potere. E la storia la conosciamo tutti, ci sono state le “galere”, le impiccagioni, i linciaggi, le segrete, le catene e le torture.
E oggi, in questo nostro tempo di finta evoluzione, che vede la vendetta della collettività abbattersi su chi ha compiuto il male, in tal modo producendo a sua volta altro male, noi dormiamo i sonni tranquilli e illusori del cittadino giusto, sentendoci protetti dalla giustizia e ignorando che il male va affrontato e superato, non perpetuato con le vendette di Stato o negato con la segregazione eterna di chi un tempo l’ha compiuto.
Una buona parte degli ergastolani ostativi sono effettivamente colpevoli, come essi stessi ammettono, e qui sarebbe opportuno addentrarsi nella conoscenza delle cause che li hanno resi criminali. Lo stesso Musumeci afferma: “Io sono nato colpevole” ed è improponibile negare che effettivamente il 100% di essi siano meridionali e molte volte cresciuti in un particolare ambiente sociale. Ma ci sono state purtroppo delle vittime, ed è necessaria una restituzione morale ai famigliari delle stesse, una pena che eguagli la colpa. Gli amministratori di giustizia hanno inventato una pena infinita, quasi a voler uguagliare il dolore senza fine di chi ha perso per mano della violenza i propri cari. Ed ecco l’ergastolo ostativo, la pena di morte viva, che non ha neanche la valenza per rendersi palese con il proprio nome, a far sentire protetto e cullato dalla giustizia il nostro bel paese.

Ed ecco Carmelo Musumeci, un uomo ombra, uno degli oltre 1500 morti-vivi segregati nelle nostre patrie galere, a urlare la propria voglia di vivere in questo libro che eppure è intriso di morte.

Perché a differenza della altre opere dello scrittore, dove si respira la speranza, la sensibilità dell’animo di chi racconta, la fiducia riposta negli occhi e nel cuore di chi legge, nel “L’urlo di un uomo ombra” non c’è spazio per il buonismo, per il patteggiamento, sembra quasi che il tempo non lasci più tempo.
Tutti sappiamo che nelle nostre carceri le morti autoindotte si moltiplicano di anno in anno, e per i compagni di cella o di sezione non è facile ritrovare la propria serenità intramuraria dopo aver chiuso gli occhi al compagno, all’amico che non ce l’ha fatta e si è affidato alla forza di un lenzuolo divenuto corda, immortalato a cappio.
E Carmelo sente l’esigenza di esprimere il dolore di queste vite negate affinché la gente sappia, ascolti, veda, tra le ombre dei passi di chi non è né morto né vivo.
Questa nuova opera dello scrittore Musumeci sembra non accontentarsi della magia del racconto, le metafore non bastano, così come non è sufficiente il racconto puramente giornalistico, il resoconto dei fatti o il puro assemblarsi delle emozioni nello scorrere di un tempo che si svuota di significato nel suo cristallizzarsi in un presente senza fine, essendo legalmente a loro negato il futuro.
Gli ergastolani sono inchiodati al loro passato, per sempre cattivi e colpevoli.

In questo suo nuovo libro che si legge tutto d’un fiato e che poi sembra richiamare il lettore ad un approfondimento, ad una ulteriore lettura, perché allo scorrere dell’ultima pagina si ha la sensazione di essersi persi qualcosa e la si va a ricercare tornando a sfogliare le pagine precedenti, Carmelo ha saputo donare un nuovo significato al silenzio dominante sulle notti fra le sbarre, di cui l’unico suono a infrangere il ghiaccio delle luci spente è il rumore del metallo delle porte blindate.
La speranza di essere ascoltato dà il senso di questo assolo atemporale e con essa la certezza che l’urlo di un uomo compiuto in un tempo infinito possa richiamare una nuova consapevolezza civile, capace di sradicare il dolore dell’ingiustizia.

E Carmelo urla e urla ancora, e conduce per mano chi accoglie la pregnanza del suo sguardo e la bellezza della sua voce espressa in pagine che toccano la maestosità della pura poesia, sa accompagnare il lettore lungo i corridoi del carcere, là dove realtà e fantasia talvolta si confondono, nello svolgersi di quotidianità senza raggi di sole a far brillare gli sguardi.

Pagine di racconti, ora totalmente frutto della sua fervida fantasia attraverso la quale si porge la crudezza della realtà su di un piatto d’argento, si alternano a pagine di diario, dove l’autore registra il suo pensiero momento per momento, le sue considerazioni di uomo ombra, vittima della sua stessa colpa in un passato divenuto eterno, e tuttavia cementato nel suo presente, impedito ad avere un futuro.
Carmelo sa intingere la trama narrativa delle storie nel profondo intento comunicativo e risulta chiaro il suo messaggio subliminale, intriso di una saggezza strappata alla vita con i denti: anche l’uomo peggiore può avere un cuore.
Ed ecco La belva della cella 154, ispirato ad una storia vera, che vede questo cattivo per sempre, crudo e irraggiungibile dai sentimenti umani, inchiodato alla solitudine, che si affeziona ad un gatto, suo unico compagno di vita.
Oppure l’efferato killer Roberto Pappalardo e il suo inestinguibile desiderio di amare e di essere riamato, ad intessere una vera e propria relazione con una donna inesistente, quasi a dimostrare che anche nell’essere peggiore è possibile ritrovare l’istinto al sentimento primario, l’amore, unico richiamo ancestrale al quale neanche il criminale più spietato può sottrarsi.
Anche perché nasciamo da un atto d’amore, non certo di cattiveria e tutte le creature ne sono figlie e possono ritrovarlo nel loro DNA, se lo vogliono.
O se qualcuno crede in loro.
Tuttavia in questo libro, al di là dei personaggi scaturiti dalla fantasia del nostro autore e in diversa misura attinenti alla realtà, c’è un unico vero protagonista che si affaccia instancabile ad ogni pagina di diario o ad ogni svolgersi di racconto.
La morte.
Quasi ad invocarla l’uomo ombra non ha più paura di nulla, perché non ha più niente da perdere, tutto ormai gli è stato negato.
Tutto, tranne la sua capacità di essere libero.
E Carmelo Musumeci lo sa bene perché lui è un uomo profondamente libero, a dispetto dei muri che si ergono armati attorno a lui, e non ha timore di parlare con essa.

“La libertà incomincia dove finisce la paura”, poche parole per una profonda saggezza intrisa di verità e dall’immensità di questa sua bellissima frase è nato il mio amore per lui e per tutti coloro che come lui sanno vincere la morte, pur essendo seppelliti vivi.
Carmelo non ha più paura, niente lo può fermare od ostacolare, perché la battaglia contro i suoi demoni l’ha combattuta e vinta tante volte, e ancora talvolta è lì a combatterla, ma ora con le armi fiammeggianti dello schiavo liberato, che le impugna con la forza di chi tutto osa per sublimare la vita, in onore dei propri sogni e della propria immensa capacità di amare.


Grazia Paletta

 

 

"L'urlo di un uomo ombra" è l'ultimo libro di Carmelo Musumeci
(Edizioni Smasher) costo 13 euro (spese di spedizione gratuite)

http://www.edizionismasher.it/carmelomusumeci.html

Per info e ordinazioni:  zannablumusumeci@libero.it
http://www.carmelomusumeci.com/pg.base.php?id=1&cat=1&lang=

 


 

Video

CARMELO MUSUMECI
a TG 2 COSTUME E SOCIETA'
(intervista a cura di Lino Lombardi)

27 maggio 2014

 

 

 


Da "Il Garantista" 21/06/2014
 

 


Petizione: AmoreTraLeSbarre.

Chiediamo il diritto all’affettività in carcere

 

Ho lanciato la petizione "Andrea Orlando: #AmoreTraLeSbarre. Chiediamo il diritto all’affettività in carcere" e ho bisogno del tuo aiuto per diffonderla.

Puoi prenderti 30 secondi per firmare?

Clicca qui per firmare

Ecco perché è importante:

Nel nostro paese dicono che la persona umana conserva pienamente anche nella condizione di detenzione il suo diritto inalienabile alla manifestazione della propria personalità nell’affettività. Eppure io - condannato alla cosiddetta Pena di Morte Viva” (L’ergastolo ostativo) - e la mia compagna, sono ventitré anni che sogniamo l'amore senza poterlo fare. Lei, anche dopo tanti anni, è ancora l'amore che avevo sempre atteso. Mi ricordo ancora le sue prime

parole, i suoi primi sorrisi e i suoi primi baci. Da molti anni viviamo giorni smarriti, perduti e disperati.

Da tanti anni lei ama e si fa amare da un uomo senza più speranza e futuro. Da ventitré anni il suo amore mi da vita di giorno e di notte. Eppure da molti anni i suoi sorrisi sanno di tristezza, delusione e malinconia perché da tanti anni le mie mani non la accarezzano. Da ventitré anni penso a lei in ogni battito del mio cuore. Da molti anni mi sta dando tanto ed io invece così poco, perché lei per me è il mare, il cielo, il sole e l’aria che respiro. Eppure da tanti anni ci abbracciamo, ci baciamo e ci amiamo solo con i nostri pensieri.

In carcere gli affetti e le relazioni, il rapporto stesso di un individuo con le persone amate, con la propria vitalità e con i desideri, viene sepolto. Di fronte all'impossibilità di coltivare i sentimenti, se non in forme frammentarie ed episodiche (i colloqui, le lettere, le telefonate dalla sezione) spesso i detenuti e le detenute cancellano l'idea di potersi sentire ancora vivi e vive nel cuore. Il corpo viene abbandonato come un cadavere nel fiume, oppure, al contrario, imbalsamato nella cura ripetitiva degli esercizi in palestra, fino a raggiungere una forma perfetta quanto inservibile.

Nelle carceri in Croazia sono consentiti colloqui non sorvegliati di quattro ore con il coniuge o il partner. In Germania alcuni Lander hanno predisposto piccoli appartamenti in cui i detenuti con lunghe pene possono incontrare i propri cari. In Olanda, Norvegia e Danimarca nelle carceri ci sono miniappartamenti nei quali si possono ricevere le visite. In Albania, una volta la settimana, sono previste visite non sorvegliate per i detenuti coniugati. In Québec, come nel resto del Canada, i detenuti incontrano le loro famiglie nella più completa intimità all'interno di prefabbricati. In Francia, come in Belgio, in Catalogna e Canton Ticino sono in corso sperimentazioni analoghe. La possibilità di coltivare i propri affetti è prevista anche in alcuni Paesi degli Stati Uniti.

In Italia invece, fare l'amore con la donna che ami, non è consentito ai detenuti.

Qualcuno può spiegarmi cosa c'è di rieducativo in tutto questo? E a chi giova il fatto che io non possa fare l'amore con la mia compagna?

Chiedo che la politica si occupi di rendere l'Italia al passo coi tempi anche per quel che concerne i diritti di noi detenuti.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova

 


 

Video registrazione del Convegno
“Senza l'ergastolo. Per una società non vendicativa”

Venerdì 6 giugno 2014, Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova
 

http://www.radioradicale.it/scheda/413289

 

 

 

      


  


 



Intervista a Carmelo Musumeci

Video dal TG2

a cura di Lino Lombardi

(durata minuti 1, 56)  

 

 

  TG2 ore 20:30 del 23/04/2014
 

 


 

 

   


 

Amore fra le sbarre

 


Questo mese è il compleanno della mia compagna che mi aspetta da ventitré anni e mi sono ricordato di un colloquio che ho fatto con lei tanti anni fa. Ero stato da poco condannato alla “Pena di Morte Viva” (L’ergastolo ostativo).

Quella mattina ero in ansia. Impaziente. E avevo il cuore pieno di pensieri. In carcere, il giorno del colloquio è sempre più lungo degli altri. Ero sdraiato sulla branda a occhi aperti a pensare. E ad aspettare che le guardie mi chiamassero. Intanto iniziai a pensare che lei per venirmi a trovare si era dovuta prendere un giorno di riposo nella lavanderia dove lavorava. E sicuramente aveva passato la notte in treno per fare più ore di colloquio. Mi aveva scritto che quella volta sarebbe venuta da sola. E avrebbe lasciato i bambini da sua madre. Mi sentivo in colpa. Più però di sentirmi in colpa non potevo fare. Nei primi anni di carcere avevo fatto di tutto per convincerla ad abbandonarmi. Lei però non aveva mai voluto sentire ragioni. E poiché non la potei lasciare, decisi di amarla ancora di più. Finalmente dal fondo del corridoio sentì urlare dalla guardia il mio nome. E scattai come una molla.

Appena la vidi la abbracciai. E respirai il suo amore. Lei si abbandonò fra le mie braccia. Subito dopo ci distaccammo. I gesti affettuosi in carcere sono proibiti.

A che ora sei partita?
Dentro l’Assassino dei Sogni, l’amore è temuto.
Questa notte.
Non resistetti.
Fuori dalla porta ti hanno fatto aspettare tanto?
E la abbracciai di nuovo.
Un pochino.
Lei si fece abbracciare.
Amore, non ti preoccupare.
E a sua volta mi strinse in un forte e lunghissimo abbraccio. Poi la guardia bussò al vetro per invitarci a sederci.
Ti ho portato due bistecche di carne disossate, un po’ di verdura.
A malincuore mi distaccai da lei.
E i carciofi ripieni come piacciono a te.
Ogni volta che la vedevo, mi sembrava più bella della volta prima.
Il formaggio stagionato con il pepe questa volta le guardie non l’hanno fatto passare.
Quel giorno aveva i capelli legati a coda di cavallo.
Mi dispiace.
Quella pettinatura la faceva più giovane.
Non fa niente.
Sembrava una ragazzina.
Da vestire ti ho portato un po’ di roba pesante perché qui mi sembra che fa più freddo di dov’eri prima.
Aveva un leggero trucco che le nascondeva la stanchezza del viaggio.
Ti ho comprato un maglione e un paio di pantaloni.
Mi oscurai in volto.
Quante volte ti ho detto che non voglio che butti via i soldi per me? Pensa piuttosto ai bambini.
Indossava un vestito lungo di lana.
Scusa!
Con stampato delle belle farfalle blu.
Appena li ho visti in vetrina ho pensato che ti sarebbero stati bene.
Le facevano gambe più lunghe.
Scusa tu, ma so che fai tanti sacrifici.
E i fianchi più snelli. Lei sospirò.
Ti ho lasciato duecentomila lire alla porta.
Scossi la testa.
Non ti preoccupare perché la lavanderia sta andando bene.
Chi ama sa cosa pensi.
Stai tranquillo perché sono sicura che un giorno uscirai.
E che cosa provi. Io stetti zitto. Se avessi detto qualcosa, le avrei tolto quel poco di speranza di cui lei aveva bisogno. Preferii prenderle la mano. E gliela strinsi. Lei me la strinse ancora più forte. La lasciai fare. E con l’altra mano le feci una carezza sul viso.
Ci sono cose che si possono vedere solo quando si ama.
Tu piuttosto come stai?
Lei scrollò leggermente la testa.
Non posso avere i tuoi baci.
Da una parte all’altra.
E non posso essere sfiorata dalle tue carezze.
Poi la fermò.
Sento però lo stesso la tua presenza insieme all’energia del tuo amore.
Mosse la labbra.
Tesoro.
E mi mandò un bacio.
Ti aspetterò.
Dopo mi guardò fisso negli occhi.
Sappi che non mi stancherò mai di aspettarti.
E mi sorrise con lo sguardo. Poi abbassò il tono della voce.
Le nostre due anime sono unite da un unico destino.
Adesso le sue parole erano lente.
Amore.
E scivolavano più piano.
Non smettere mai di lottare perché se lo farai, smetterò anch’io.
La voce era più calda.
Ho bisogno della tua forza.
Affettuosa.
Nei momenti brutti, ricordati che solo l’amore vince sempre.
Tenera.
Anche a costo della vita.
Impastata d’amore.
E solo l’amore dà un significato all’esistenza.
E silenziosa come un battito di ali.
Lei continuava a parlarmi senza fermarsi.
Non dobbiamo mai perderci d’animo perché se ci arrendiamo, è finita.
E a guardarmi negli occhi.
Amore… ho bisogno di te… delle tue carezze… della tua voce… dei tuoi baci… ma non ho bisogno del tuo amore… perché quello è già dentro il mio cuore.
Io la ascoltavo in silenzio.
Ti amerò per l’eternità.
Lei intuiva i miei pensieri.
L’amore non ha bisogno della vita perché io continuerò ad amarti anche da morta.
Ed io intuivo i suoi.

Poi lei smise di parlare. E iniziai a farlo io.
Amore, non ti nascondo che a volte mi sento stanco di sperare.
La mia voce era malinconica.
E soprattutto di farti sperare.
Indecisa.
Quando si ama è più facile conoscere se stessi ed io sono sicuro che non smetterò mai d’amarti.
Timida.
Solo l’amore è certo nel mio cuore e nella mia vita.
E fatalista.
Dopo scrollai la testa.
Tutto il resto però non dipende più da me.
Emisi un grosso respiro.
Amore...
E allungai la mano verso il suo viso.
Purtroppo a volte penso che la “Pena di Morte Viva” sia molto più forte di noi.
Le accarezzai una guancia.
Ho paura che con il passare degli anni non potrai amare più me, ma solo la mia ombra perché io diventerò solo quella.
E poi le sfiorai le labbra con le dita. All’improvviso lei scoppiò a piangere.
Amore…
Chiusi un attimo gli occhi.
Non fare così.
Scossi la testa.
Se piangi mi fai stare male.
Non riuscivo vederla piangere.
Tesoro…
Riaprii gli occhi.
L’altra notte ho pensato alla prima volta che ti ho visto.
Abbozzai un sorriso.
Da quel giorno mi hai rubato il cuore, il respiro e il sonno.
E provai a consolarla.
Amore ti amo.
C’era una profonda e stanca dolcezza nella mia voce.
Tutto il resto non m’interessa.
E iniziai a sussurrarle parole dolci.
Non so come e quando, ma riuscirò a farti felice.
E affettuose.
Recupereremo il tempo perduto.
Con gli occhi.
Non posso passare la mia vita senza di te.
E con il cuore.Lei nel frattempo aveva smesso di piangere.
Amore
Tirò su con il naso.
Ti aspetterò.
Prese un fazzoletto.
Non mi stancherò mai di farlo.
Se lo passò negli occhi.
Mi viene facile aspettarti.
Poi lo strinse nelle mani.
Ho te e mi basta.
E iniziò a sorridere.
Sei tutto il mio universo.
Il suo era un sorriso disarmante. E sereno. In quel sorriso c’era amore. Tutto il resto non importava.
Ci baciammo sulle labbra. E quel bacio sapeva di speranza. Poi i suoi occhi scintillarono.
Se ti accadesse qualcosa, per me sarebbe impossibile vivere.
E la sua voce vibrava.
Il resto non conta perché ti starò accanto per tutta la vita.
Le sue parole si posarono sul mio cuore.
Sarò l’ombra della tua ombra.
Mi fecero inumidire gli occhi.
Il nostro amore sarà sempre più forte che qualsiasi altro dolore.
E me li asciugai prima che lei se ne accorgesse.
Ti amo.
Poi lei allungò una mano.
Fino alla follia.
E mi arruffò i capelli.

All’improvviso la guardia entrò ad annunciare che il tempo era scaduto. Io e lei ci alzammo in piedi. Le passai un braccio intorno alla vita. E per un attimo la strinsi sul petto. Lei si fece abbracciare come una bambina. Poi la lasciai di scatto. Alzai una mano. E le accarezzai il viso. Subito dopo mi voltai. E uscii dalla porta della sala colloquio senza voltarmi.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova

 


Scrive Enrico Montesano su Carmelo Musumeci nella sua pagina/blog personale:

"Se un peccatore si ravvede..è perdonato! Non so di quale reato si sia reso colpevole Carmelo, ma se il suo cammino verso la rieducazione è compiuto, se si è ravveduto, se ha studiato, se il suo comportamento è stato irreprensibile, deve avere tutta la nostra comprensione ed il nostro appoggio!"

https://www.facebook.com/pages/Enrico-Montesano-Pagina-Ufficiale/160377830695390

Eppure nessuno ci dice perchè lui sta ancora detenuto in Alta Sicurezza!


 

L'uomo non è il suo errore

  

 


Carmelo Musumeci

Zanna Blu. Le avventure

Gabrielli Editore


Impreziosito dalla presentazione di Margherita Hack, il libro della avventure del lupo Zanna Blu è un avvincente racconto-metafora non facilmente riconducibile a un unico e preciso genere letterario, e altrettanto non facilmente definibile in riferimento alla tipologia di lettori a cui può essere rivolto. Certamente le singole storie (inanellate a formare un piccolo romanzo mediante una tecnica raffinata che, proprio nella chiusa di ognuna, colloca il finale provvisorio che sarà ripreso, con le stesse parole, all’inizio della successiva) hanno i tratti distintivi delle fiabe per bambini. Che si tratti di fiabe è suggerito intanto dal loro sfondo paesaggistico, in quanto portano a volo il lettore in un luogo fatato, incantato e incantevole nel suo fascino siderale, anche se, al contempo, pervaso di raggelante solitudine, di coraggio misto a paura, teatro di continui pericoli e sempre nuovi cimenti, dominato da una luna immensa, che rischiara il buio di spazi infiniti. Ecco, la luna: lontana ma partecipe (l'adiuvante principale, secondo le categorie proppiane, che a buon diritto possono essere applicate a queste fiabe di ambientazione nordica), amica che talora nasconde il volto dietro le nubi per non vedere e non soffrire, ma che altre volte provvidenzialmente soccorre, e sempre si fa tramite dei messaggi d'amore che il lupo protagonista e gli altri lupi le affidano, nei momenti più drammatici, mandando lunghi ululati verso il suo volto di luce. "Tutte le volte che ci sarà la luna piena e avrai bisogno di me, potrai chiamarmi e io risponderò": sono le parole di Lupo Mannaro morente, ed è significativo che sia proprio un licantropo, la creatura spaventosa che nell'immaginario collettivo è la meno adatta a rivestire un ruolo da buono, a salvare ed adottare Zanna Blu da piccolo, a dargli la protezione e il calore della famiglia che non ha. Ed ecco, nella magia del racconto fantastico, l'ammonimento a non lasciarsi ingannare dalla prima apparenza delle cose, e a non subire il condizionamento dell'ingiusto pregiudizio ("Spesso, infatti, gli uomini e i lupi hanno bisogno del cattivo di turno per sfogare la loro rabbia e la loro frustrazione: tanto, un povero Lupo Mannaro lo trovano sempre per riversargli addosso le loro paure"). Fiabe, dunque, però anche favole: in senso tecnico, in quanto vi agiscono animali, che, pur con i debiti rovesciamenti (sto pensando al giustamente ironico "in bocca all'uomo"), incarnano comportamenti, vizi e virtù degli uomini, e in quanto ogni volta sono portatrici, come nella favola di tradizione esopica, di insegnamenti morali, talora veicolati in modo implicito, talora posti a esplicito commento della storia narrata. Non si pensi, però, che nella narrazione delle avventure di Zanna Blu la "morale della favola", che senza dubbio è sempre leggibile, riconoscibile almeno in filigrana, sbilanci il racconto spostando troppo il focus sul piano etico e diminuendo, di conseguenza, la magia del fiabesco: al contrario, il cosiddetto "messaggio" riesce a farsi cogliere con semplicità, senza allentare né il ritmo narrativo né il continuo effetto di suspense. Siamo e restiamo nel regno meraviglioso della fantasia, dove tutto può accadere, e dove, per dirla pascolianamente, il fanciullino che è in noi può gioire dell'onnipotenza della volontà unita all'amore, attendersi e ottenere il prodigio salvifico, assistere ogni volta, come nei sogni più belli, alla trasformazione (a cui lo scrittore finisce con l'abituarci) dei cattivi in buoni (in quei buoni che da sempre, nell'intimo del loro cuore, avevano desiderato essere). I due piani, quello del fiabesco puro e quello dell'apologo, della riflessione morale messa in campo per via di immagini, si intersecano talvolta in modo naturale, senza forzature: per esempio in alcuni interventi-chiave del narratore, introdotti in forma di rapido commento (il più icastico: "non esistono persone o lupi cattivi, esistono solo azioni buone o cattive").
Il lettore, adulto o bambino che sia, impara presto ad abbandonarsi alla dimensione fantastica del racconto, e da quel momento sa che tutto può accadere, perché appunto siamo nel mondo onnipotente della fantasia, dove il prodigio rientra, per convenzione, nelle regole del gioco. E' così che finiamo con l'aspettarci che Zanna Blu, il lupo buono mille volte ferito e moribondo, ritrovi ancora una volta, anche quella volta in più, le forze non per una stentata sopravvivenza, ma per una nuova corsa, anzi per un volo verso la meta di sempre, attraverso le gelate terre del nord, la Siberia, la Groenlandia, il mare ghiacciato o in tempesta, in una geografia ridisegnata come accade, appunto, in sogno, dove anche le distanze sconfinate possono essere percorribili e superabili, nonostante tutto. La salvezza di Zanna Blu, nei momenti di massimo rischio, quando l'antagonista di turno (che poi diverrà adiuvante per la successiva avventura) pare avere la meglio sul povero lupo sfinito, è raggiunta coi famosi salti mortali (perciò, di fatto, salti "vitali"), sempre variati, sempre oltre il limite raggiunto col precedente: quando pensiamo di aver assistito al salto più difficile, più sorprendente, più acrobatico possibile (il doppio salto mortale, quello all'indietro, il quintuplo...), la fantasia dello scrittore ne inventa un altro (e a quel punto un po' ci contavamo, ammettiamolo). A proposito di questa meravigliosa specialità di Zanna Blu, va ricordata una piacevole sorpresa regalataci da Carmelo: è la figlia femmina di Zanna Blu, la coraggiosa Coda Bianca, ad aver imparato di nascosto a fare i salti mortali, imitatrice ed erede del padre in questi "impossibili" slanci fisici verso l'alto, verso la salvezza e la libertà.
Il racconto, nel suo procedere, esce dai confini del genere "fiaba" o "favola" e lascia sempre maggiore spazio a un complesso e originale gioco metaletterario, con l'intervento sempre più frequente dell'autore. Il genere letterario di riferimento diventa in realtà, a poco a poco, incrocio, o meglio ancora commistione, fusione di generi, in un amalgama che è anche un interessante e innovativo esperimento di scrittura: il piano del racconto fantastico viene ad appoggiarsi sul piano della realtà autobiografica di Carmelo Musumeci, al punto che significante e significato combaciano nell’attribuzione, ad alcuni lupi, di nomi di persone che hanno segnato passaggi importanti della vita dell'autore: un esempio per tutti, Lupo Don Oreste. Attraverso il racconto, divenuto ormai corale, delle avventure del lupo Zanna Blu e degli altri lupi (solitari o in branchi), il veicolo letterario scelto dallo scrittore assume sempre più le caratteristiche, o almeno le connotazioni, del diario, della testimonianza: è il suo modo di consegnare a tutti noi lettori in generale, ma probabilmente ai suoi cari in modo specifico, la narrazione sofferta del suo percorso esistenziale e delle sue speranze. Tuttavia, si badi bene, gli evidenti richiami al reale non tolgono nulla al fascino del racconto d’invenzione, nel quale sono via via intessuti. Lo scrittore Carmelo entra, sì, autobiograficamente nel racconto, ma in che modo? Dapprima come autore la cui penna può salvare o lasciare morire Zanna Blu, in seguito come personaggio il cui agire appartiene ormai al flusso narrativo della vicenda fantastica, e con essa si confonde. La favola di animali dai tratti psicologici "antropomorfi" diventa in tal modo favola "mista", di animali e uomini pronti a incontrarsi nel gran finale (che, ovviamente, non rivelerò).
Da sottolineare, sul piano narratologico, la complessità e varietà dei modi con cui Carmelo si lega al proprio racconto, entrando "fisicamente" nel libro: ora proiettandosi in Zanna Blu stesso, ora persino mettendosi in un rapporto di surreale competizione con lui, fino a divenirne, addirittura, rivale e antagonista. Rinunciando al ruolo tradizionale dello scrittore di racconti di invenzione, che è quello di narratore onnisciente, Carmelo mostra di non sapere, o di non aver deciso (che è la stessa cosa) come le cose andranno a finire, e riconosce quindi a se stesso la facoltà di cambiare idea, vale a dire di cambiare il racconto in corso d'opera: con questo espediente lo scrittore riesce a spiazzare del tutto il lettore, scoraggiandolo, fra l'altro, da ogni tentativo di interpretazione psicanalitica troppo scontata, da manuale.
Anche sul piano stilistico lo scrittore sceglie di non attenersi a un registro univoco, e così l’andamento narrativo tipico della fiaba, con i suoi dialoghi seri e drammatici, con le descrizioni solenni, è tuttavia punteggiato ora qua ora là di qualche battuta scherzosa, e non mancano, per quanto riguarda le scelte di lessico, incursioni veloci nel linguaggio colloquiale anche un po' brusco, ma di sicuro effetto vivacizzante.
Di questo libro restano impresse nella mente e nel cuore del lettore anche le bellissime dediche – ricche di pathos, ma prive di retorica - poste sotto il titolo dei singoli capitoli: didascalie di un mondo di affetti in cui nessuno viene dimenticato, e che anche noi lettori a poco a poco impariamo a conoscere. Anche in forza di queste presenze reali, evocate dallo scrittore a illuminare il senso profondo di ogni tappa del racconto, quando tutto sembra perduto noi sappiamo che non è così: la sua penna saprà ancora tracciare le parole che riapriranno il varco alla speranza.


Recensione di Annamaria Cotrozzi
Ricercatrice Università di PISA, Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica

  

 


 

 Appello di un uomo ombra ai politici italiani

 

     

Carmelo Musumeci appena entrato in carcere 

   

  

    Carmelo Musumeci un anno fa (2013)


Non c’è nessuna giustizia nel tenere murata viva una persona in una cella solo per farle attendere l’arrivo della vecchiaia e poi quello della morte.
(“L’Urlo di un uomo ombra” di Carmelo Musumeci - Edizioni Smasher)

Com’è noto, la Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha ritenuto, nel caso Scoppola contro Italia del 17 settembre 2009, che la condanna all’ergastolo di un ricorrente che a suo tempo aveva chiesto di essere processato con il rito abbreviato, anche se la legge dopo era cambiata in peggio, fosse tramutata in una pena a termine.
In seguito a questo, in Italia la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale, sul caso di un altro ergastolano, hanno dovuto accogliere questo principio. E ora molti Giudici di Esecuzione a molti uomini ombra, ormai ex, stanno tramutando la pena dell’ergastolo in quella temporanea di trent’anni, per i condannati che si trovano nella medesima situazione.

L’Italia è veramente un Paese strano, su tutti i versi, tanto che nel campo penale non ha poi così importanza la gravità della pena per cui sei stato condannato, perché adesso conta di più il periodo in cui sei stato processato.
Praticamente solo chi ha avuto la “fortuna” di essere giudicato nel breve periodo in cui si poteva chiedere il rito abbreviato anche per i condannati all’ergastolo potrà avere la riduzione a 30 anni di pena, tutti gli altri no. Senza nessuna distinzione tra merito o meno, solo per pura casualità.

E un ergastolano l’altro giorno mi ha scritto: Carmelo, come saprai, stanno tramutando a molti uomini ombra la pena dell’ergastolo a trent’anni di carcere. La cosa non può che farmi piacere, però, non ti nascondo che per chi non ha avuto questa “possibilità” di trovarsi al posto giusto nel momento giusto è pur sempre un’ingiustizia. Ecco perché, per un’uguaglianza di diritto, sarebbe doveroso da parte dei politici abolire per tutti l’ergastolo.
E mi è venuta l’idea di lanciare un appello al mondo politico per chiedere l’abolizione dell’ergastolo a tutti, perché la “Pena di Morte Viva” (come chiamiamo l’ergastolo noi condannati senza fine pena) ti lascia in vita. Nient’altro!

A volte penso a quando nei primi anni di carcere trovavo conforto nei ricordi e nei sogni.
Invece adesso se ricordo e sogno soffro ancora di più.
Per questo ormai da molti anni quando apro gli occhi il mattino penso subito a come sarebbe bello se fossi morto all’improvviso durante il sonno. La speranza per noi è il nostro peggiore nemico perché ci costringe inutilmente a sopravvivere per attendere un giorno che non arriverà mai, il 99.9.9999.
In nome della giustizia spesso si commettono le peggiori ingiustizie perché dopo tanti anni di carcere gli ergastolani, uomini ombra, scontano colpe di persone che non ci sono più, perché profondamente cambiate.
Oggi pensavo che il tempo per l’uomo ombra non esiste, perché noi non possiamo aspettarci più nulla di buono. Possiamo solo sperare di morire per finire presto la nostra pena. Non mi resta da fare altro che lanciare questo appello fra le sbarre della mia cella, che probabilmente pochi politici raccoglieranno, per cancellare dal mio certificato detentivo il mio fine pena : 9999, che ha sostituito la vecchia dicitura “Fine pena mai” scritta in rosso.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, Marzo 2014

 


AGNESE MORO:

«PERCHÉ SONO CONTRO L’ERGASTOLO»



«È facile dire a chi ha perso qualcuno perché un altro essere umano gli ha tolto la vita: “Ti faremo giustizia; manderemo il responsabile in prigione per molti anni o per sempre, e tu sarai ripagato”. È una menzogna». La figlia dello statista, in questo suo testo scritto per Famiglia Cristiana, spiega che cosa può davvero “ripagare” chi ha subito la più tremenda delle violenze.

La democrazia repubblicana, così come la disegna la nostra bella Costituzione, non è solo un sistema politico. È anche – e forse soprattutto – un progetto di vita individuale e sociale. Esprime una speranza di giustizia e di pace, che viene dalle generazioni che ci hanno preceduto, che ci accompagna dando sapore alle nostre esistenze, che vorremmo poter trasmettere ai nostri figli e nipoti.

Alla base del progetto della nostra democrazia repubblicana c’è la persona; ci sono le persone reali, la loro dignità, le loro difficoltà, la loro unicità e la loro grandezza. Per l’ideologia fascista che ha preceduto la Repubblica lo Stato era tutto, le persone niente. Per la Repubblica (ovvero per tutti noi), invece, ogni persona è preziosa, e siamo impegnati, tutti insieme, a difenderne i diritti e la dignità.

Ed è per questo che quando uno di noi sbaglia, anche gravemente, noi lavoriamo per impedirgli di seguitare a sbagliare e gli infliggiamo una pena che non è una vendetta, ma che gli deve servire a cambiare e a ritornare tra noi. Dall’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Noi non buttiamo via nessuno, e rivogliamo tutti indietro. In questo nostro progetto di vita l’ergastolo è decisamente un corpo estraneo; una contraddizione insanabile con la nostra Costituzione. Perché fa della pena una punizione e basta; perché sancisce un allontanamento definitivo e senza appello dal resto della società; perché – come diceva mio padre Aldo Moro nei suoi scritti giuridici – è decisamente contraria al senso di umanità perché nega anche la speranza di poter tornare a vivere la dimensione della libertà che caratterizza così profondamente il nostro essere uomini.

Bisognerebbe avere anche l’onestà e il coraggio di affrontare il tema della giustizia. È facile dire a chi ha perso qualcuno perché un altro essere umano gli ha tolto la vita: “Ti faremo giustizia; manderemo il responsabile in prigione per molti anni o per sempre, e tu sarai ripagato”. È una menzogna. Le perdite subite non si risanano, e nessuna punizione può ripagare di un affetto che non c’è più.

Può invece aiutare – tanto – vedere che chi ha fatto del male ha capito quello che ha combinato, ne è realmente dispiaciuto, vorrebbe con tutte le sue forze non averlo fatto; che riprende a vivere in maniera diversa, cerca di essere utile alla società, porta il rimorso suo e anche il dolore delle proprie vittime.

È quanto di più vicino alla giustizia si possa chiedere. Ed è la saggia via proposta dalla nostra Costituzione.
 

tratto da   Famiglia Cristiana

15.02.2014 


Intervento di Carmelo Musumeci

V Congresso di Nessuno Tocchi Caino

Padova, 19 dicembre 2013

 

 


 Carceri, Speranza (Pd):

“L’abolizione dell’ergastolo è una battaglia di civiltà”




“Io penso che la battaglia per l’abolizione dell’ergastolo sia una battaglia di civiltà e se vogliamo di costituzionalità. Per questo ho firmato una proposta di legge con Danilo Leva, l’ex responsabile della Giustizia del Pd, che va nella direzione del superamento dell’ergastolo”. Così il capogruppo del Pd alla Camera, Roberto Speranza, nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio dal titolo “La giustizia dietro le sbarre”, all’indomani dell’approvazione del decreto Carceri alla Camera. In proposito Leva ha aggiunto: “Dobbiamo chiedere al più presto la calendarizzazione delle proposte di legge che ci sono sull’abolizione dell’ergastolo. Se riusciamo a superare l’uso simbolico che si fa in questo Paese delle pene e del diritto penale, forse riusciremo ad allineare l’Italia alle politiche degli altri Paesi europei”. Durante la conferenza è intervenuto anche il deputato di Per l’Italia (PI), Mario Marazziti, che ha appoggiato la proposta del Pd e ha bollato come “infantile” il piano presentato, invece, dal Movimento 5 Stelle di Manolo Lanaro


7 febbraio 2014

tratto da “Il Fatto Quotidiano”

  


 

 

  
     


 


 

“L’URLO DI UN UOMO OMBRA”,
IL NUOVO LIBRO
DI CARMELO MUSUMECI
(Edizioni Smasher)


In molti mi chiedono perché scrivo così tanto e io rispondo che scrivo innanzitutto per far sapere qualcosa di più di me ai miei figli e per fare conoscere il carcere al mondo esterno, perché mi ha colpito una frase scritta sul muro di un lager nazista: “Io sono stato qui e nessuno lo saprà mai”.
E non è vero che uno scrive per se stesso, si scrive sempre per gli altri. Si scrive per sentirsi vivi. Io scrivo pure per dimostrare a me stesso che nonostante sono sepolto di cemento, sbarre di ferro e cancelli blindati, non solo respiro, ma sono anche vivo.
Scrivo per fare conoscere ai “buoni” il mondo dei “cattivi” perché i libri sono specchi. E riflettono quello che abbiamo dentro.
Scrivo anche perché m’illudo che questo sia l’unico modo che ho per continuare ad esistere al di là del muro di cinta

“Alla sera, quando la giornata dell’ergastolano è finita e sento la mandata del cancello ed il blindato che si chiude ed inizia la notte dell’ergastolano, la più dura, sento la voglia di farla finita, ma subito dopo mi preparo a passare la notte giacché non ho il coraggio di farlo. Si vive con tristezza e malinconia, senza speranza e senza sogni. Si vive una realtà, in una penosa solitudine, più brutta degli stessi incubi con l’angoscia di aspettare la notte ed il giorno senza vivere, come ombre che oscillano nel vento, come pesci in un acquario, con la differenza che non siamo pesci. Vivi una vita che non ti appartiene più, vivi una vita riflessa, una vita rubata alla vita. Per l’ergastolano, il carcere è come un cimitero: invece che morto sei sepolto vivo.”

“L’ergastolo non potrà mai essere giusto.
Il perdono è il sentimento più bello, il più perfetto, il più difficile, il più giusto. L’ergastolano non può guardare in faccia il futuro, può solo guardare il tempo che va via. Anche noi siamo per la certezza della pena, ma non ci fermiamo solo qui. Siamo anche per la certezza del fine pena. Anche noi ergastolani vogliamo un calendario nella cella per segnare con una crocetta i giorni, i mesi, gli anni che passano.
Molti ergastolani sono pure vittime di se stessi ed in tutti i casi non si può essere responsabili per sempre: qualsiasi cosa dovrebbe avere un inizio e una fine.
La legge viene dal greco nomos: distribuire, ordinare e misurare. Ma come si fa a misurare l’ergastolo? L’ergastolo non ha nessuna funzione, è la vendetta dei forti, dei vincitori, della moltitudine.
L’ergastolo è il male e rende innocente chi lo sconta.
Probabilmente la maggioranza politica a quella del paese è contraria all’abolizione dell’ergastolo, ma la storia è piena di maggioranze che sbagliano.
Essere in molti non significa di per sé che si abbia ragione.”

“Scontare l’ergastolo è come giocare a scacchi con la morte: non puoi vincere. Ma io combatto ugualmente tutte le volte contro di lei perché, anche se non potrò vincere, per l’amore dei miei figli, non posso neppure perdere”.      (da “L’urlo di un uomo ombra” Edizioni Smasher)


E’ possibile ordinare “L’urlo di un uomo ombra” in qualsiasi libreria,
oppure tramite l’indirizzo email zannablumusumeci@libero.it curato da volontari:
o direttamente all’editore:
www.edizionismasher.it
editore@edizionismasher.it 


Striscione della Curva Sud Ultrà Cosenza 1914

(si ringrazia foto Zimeca)

 

 


Da una pagina del diario di Carmelo:

 

 

Oggi mi è capitata una cosa strana.
Mi ha chiamato una guardia nella Redazione di “Ristretti Orizzonti” che non avevo mai visto. E mi ha raccontato che il maestro di suo figlio ha letto in classe (quarta elementare) una mia poesia. Suo figlio è rimasto talmente colpito che ha chiesto a suo padre se mi libera.
Questa cosa mi ha fatto talmente piacere che gli ho regalato, con dedica, al bambino il libro di Zanna Blu.

 


 

 "Malati d'ombra"

articolo di Carmelo Musumeci,

scritto per Salute inGrata 06/2013 - Speciale Ergastolani

 

 


 

Perchè firmare contro il carcere a vita?

L’Italia è un Paese che si vanta di aver promosso la moratoria della pena di morte, eppure mantiene nel proprio ordinamento penitenziario una pena di morte mascherata, o come la chiamo io, la “Pena di Morte Viva”. L’ergastolo, soprattutto quello ostativo che non prevedere nessun beneficio e che di conseguenza condanna ad un reale fine pena mai, a morire in carcere, è peggiore è più crudele della pena di morte, perché ti uccide un po’ ogni giorno. Che senso ha murare vivo un uomo fino alla fine dei suoi giorni? Non è più compassionevole ucciderlo subito? In Italia ci sono più di 100 ergastolani che hanno superato i 30 anni di detenzione e che non hanno ad oggi nessuna prospettiva di morire fuori dal carcere. Ma se l’articolo 27 della nostra Costituzione dice che le “pene devono tendere alla rieducazione del condannato” che senso ha rieducare una persona per portarla rieducata alla tomba? Molti di noi preferirebbero fare dei lavori socialmente utili, ripagare il male con il bene, invece che sprecare la vita in carcere, dove non esiste speranza, né futuro. Noi non siamo né vivi né morti, solo delle ombre senza futuro. Il carcere non è la medicina, è la malattia. Il carcere non migliora una persona, solo il tempo e il lavoro interiore ci rendono uomini diversi. Anche la scienza sostiene, e lo spiega bene il prof. Umberto Veronesi, che dopo tanti anni l’uomo di oggi non è più lo stesso del reato: il nostro cervello è completamente nuovo e diverso, molti di noi sono diventati uomini nuovi, perché allora continuare a punirci? Che c'entriamo noi con quelli che eravamo prima?
Nella vita di un ergastolano non ci sono più speranze, né futuro. Non c’è più niente. Solo sofferenza perché il tempo passa e non abbiamo più nulla da aspettare. Siamo destinati per tutta la vita a stare nell’ombra e a morire di vecchiaia murati vivi nelle nostre celle. Questo è un errore, oltre che un orrore, per un Stato patria del Diritto e della Cristianità. La giustizia è tale quando è retributiva, non quando è vendicativa. Uno Stato che si mette alla pari di chi vuole punire, non rieduca e alla fine chi è stato un carnefice diventa anch’essa vittima. Anche gli ergastolani sono per la certezza della pena, ma vanno oltre: vogliono anche la certezza di un fine pena. Non è giusto il carcere a vita perché il male non potrà mai essere sconfitto con altro male e non serve a nessuno la sofferenza di un uomo destinato a morire dentro una cella che è già la sua tomba.

Carmelo Musumeci
Settembre 2013

(per Settimanale OGGI n.36)
      


 

 Papa Francesco

abolisce

l'ergastolo

  

Papa abolisce l'ergastolo Stretta su pedofilia

  Vaticano, Papa Francesco ha abolito l’ergastolo

 Vaticano. Papa Francesco abolisce l’ergastolo e inasprisce le pene per pedofilia e corruzione

  Papa Francesco, Motu proprio su giustizia penale in Vaticano. Abolito l’ergastolo 

 


 Giornata Nazionale di Studi


"Il male che si nasconde

dentro di noi"


Venerdì 17 maggio 2013, Casa di Reclusione di Padova

 


Audio dell'intervento di Carmelo Musumeci:

 

 

 

 


Veronesi: l’ergastolo va abolito,

è anticostituzionale, antiscientifico e antistorico


Agi, 17 maggio 2013



L’ergastolo è “un oltraggio alla scienza”, “come il 41 bis anticostituzionale, antiscientifico e antistorico” e pertanto “va abolito”. Umberto Veronesi continua senza mezzi termini la propria battaglia contro il carcere duro e l’ergastolo ostativo, rei secondo l’oncologo di confliggere senza rimedio con l’obbligo della rieducazione. Nel corso del suo intervento al convegno su detenzione e diritti umani, organizzato dalla Camera penale di Milano, l’oncologo ha ricordato che “il male non esiste nell’uomo, che ha soltanto un’origine ambientale e non genetica e che la scienza ha dimostrato come il cervello si rigeneri continuamente durante la vita”. In base questi due presupposti, secondo Veronesi, “condannare un uomo di 40 anni per un delitto commesso a 20 è come condannare un’altra persona perché, ormai, non è più lui”. Portando ad esempio gli ordinamenti dove “il carcere è una scuola”, che manifestano percentuali di recidiva molto inferiori a quella italiana, Veronesi ha invitato a credere nella certezza del cambiamento, insito negli essere umani, purché stimolato. Per questo, tanto il 41 bis quanto l’ergastolo ostativo sarebbero “Anticostituzionali, antiscientifici e antistorici. La Costituzione - ha concluso - implica e obbliga alla rieducazione. È evidente che condanna a vita e rieducazione siano in banale contraddizione”.  

 

   


 

“Una quaestio sulla pena dell'ergastolo - Sull'incostituzionalità del carcere a vita”

 

Prof. Andrea Pugiotto

(Ordinario di Diritto costituzionale Università di Ferrara)

 

articolo pubblicato sulla rivista ‘Diritto Penale Contemporaneo’

5 marzo 2013 


 

Umberto Veronesi e

Carmelo Musumeci

insieme contro l'ergastolo

 

 

 


  

Anche l' ex Presidente Corte Costituzionale Valerio Onida

è contro l'ergastolo ostativo

 

Valerio Onida, Presidente della Corte Costituzionale nel periodo 2004-2005, in una recente lettera a Carmelo Musumeci che lo interpella sulla costituzionalità dell'ergastolo senza benefici, risponde:

(...) Da questo punto di vista, personalmente non trovo giustificata né conforme alla Costituzione la disciplina che, per i condannati per certi delitti, ammette la concessione della liberazione condizionale solo a coloro che collaborano con giustizia, salvi i casi di collaborazione "impossibile" o "inesigibile". E' vero che la Corte Costituzionale ha dichiarato non fondata la relativa questione (sentenza n.135 del 2003), ma personalmente ritengo tale pronuncia non convincente. E' vero infatti che la collaborazione è rimessa alla volontà dell'interessato, ma non mi sembra giustificato escludere in ogni caso che, anche in assenza di collaborazione, possa ritenersi in concreto il ravvedimento del condannato.

Mi auguro che la questione possa essere riproposta all'esame della Corte, o altrimenti risolta dal legislatore.


 


 
Carmelo Musumeci si trova nel carcere di Padova.

Per chi volesse scrivergli:

Via Due Palazzi, 35/a

35136 PADOVA  

    


   

Carmelo Musumeci vince 1° Premio
Concorso Nazionale “Albero Andronico”
con il libro “Gli Uomini Ombra”


Assente però il protagonista premiato perché il Tribunale di Sorveglianza di Perugia non concede il permesso di partecipare alla premiazione in Campidoglio:
Carmelo Musumeci, 57 anni, condannato all’ergastolo e detenuto ininterrottamente dal 1991, senza poter usufruire di permessi premiali, non ha potuto usufruire neanche di uno speciale permesso di necessità: "Il confronto aperto con parte della società civile, in ipotesi presente alla premiazione, e la possibilità di dibattere pubblicamente le idee presenti nell'opera letteraria premiata non risulta precluso dalla assenza fisica del Musumeci alla premiazione, visto che il detenuto potrà ben delegare un familiare a rappresentarlo ed a ritirare il premio previsto."


COMUNICATO STAMPA Assoc. ALBEROANDRONICO:

PREMIO ALBEROANDRONICO: UN’INIZIATIVA “ROMANA” APERTA AGLI AUTORI DI TUTTO IL MONDO.

Pino Acquafredda, Presidente dell’Associazione “La parola scritta diventa filo che unisce popoli e tradizioni diverse, annulla gli scarti generazionali, le distanze geografiche ed ha il potere di superare anche le sbarre di un carcere”.

“Vorrei che si sapesse che io scrivo, oltre che per passione, per attirare l’attenzione sulle carceri e sulle numerose morti che accadono dentro le loro mura. Vorrei che si sapesse anche che molti scrivono cercando di inventare le trame dei loro romanzi, io invece sono fortunato: a me per scrivere basta ricordare quello che ho vissuto in prima persona o che hanno vissuto i miei compagni”. Sono le parole scritte da Carmelo Musumeci, 57 anni, condannato all’ergastolo e detenuto nel carcere di Spoleto, vincitore nella sezione dedicata ai libri editi del Premio di poesia, narrativa e fotografia “Alberoandronico”, giunto alla quinta edizione. La sua lettera, inviata agli organizzatori, è stata letta durante la cerimonia di consegna dei riconoscimenti nella Sala Protomoteca in Campidoglio. “Gli uomini ombra”, questo il titolo del volume, racconta i drammi e le violenze che si consumano dietro le sbarre, ma anche storie di umanità e di solidarietà tra detenuti. Perché anche chi si è reso colpevole di gravissimi reati, e per questo giudicato nella maniera più severa da un Tribunale, può sempre trovare, attraverso la scrittura, una strada per ritornare in contatto con il mondo che vive fuori dal carcere. Tema, quello della condizione dei detenuti, di particolare attualità in questo momento nel nostro Paese.
Essere sull’onda del presente è proprio la principale missione dell’Associazione che basa il suo essere e il suo operare esclusivamente sul volontariato. Il Premio istituito cinque anni fa, ha confini ampi e spazia dalla poesia all’opera fotografica, dal testo inedito per una canzone d’autore al racconto dedicato ai temi dello sport. Nell’edizione 2011 i partecipanti sono stati 842, per un totale di circa 1300 opere esaminate. I lavori sono arrivati da tutte le regioni italiane, con in testa il Lazio, la Lombardia e la Toscana. Qualche dato statistico per dare le dimensioni del coinvolgimento e della passione di tante persone: 47 % la quota femminile, 22 partecipanti hanno meno di 20 anni e altrettanti hanno invece più di 80 anni. Il più giovane ne ha 10, il meno giovane è nato nel 1915, pochi mesi dopo il volo di Gabriele d’Annunzio su Trieste. Poesie e testi di narrativa sono arrivati anche da Argentina, Albania, Bosnia, Brasile, Cina, Croazia, Egitto, Eritrea, Etiopia, Francia, Germania, India, Romania, Repubblica di San Marino, Somalia, Svezia, Svizzera, Venezuela, Ucraina e Usa. Un bel giro del mondo per la lingua italiana.
La Giuria, composta da critici, scrittori, giornalisti, fotografi ed esponenti del mondo della cultura, ha valutato con estrema attenzione tutti i lavori e ha assegnato numerosi riconoscimenti.
Oltre a Musumeci, si sono affermati Franco Fiorini di Frosinone (poesia), Cristina De Filippis di Pofi (sillogi), Antonio Bonelli di Casalpusterlengo Lodi (racconti), Antonio Giordano di Palermo (sul tema “la strada, la casa, la città, l’ambiente: vivere e costruire il territorio), Gianluca Marini di Fonte Nuova (testi per una canzone), Fabio Pasian di Trieste (sport), Francesca D’Onofrio di Roma (mare), Salvatore Cangiani di Sorrento (poesia dialettale) e Raffaele Di Santo di Roma (fotografia).
“Il sogno di scoprire nuovi grandi poeti o scrittori - ha detto Pino Acquafredda, Presidente dell’Associazione Alberoandronico - un sogno non è, ma una realtà. E’ la consapevolezza di essere diventati un riferimento di qualità e una vetrina per la cultura italiana, specie quella fuori dai circuiti ufficiali. L’Albero” è ormai un punto fermo nel mondo letterario, costituendo anche un’opportunità di affermazione per talenti di ogni età”.
L’Associazione, che basa il suo essere e il suo operare esclusivamente sul volontariato, ha ricevuto un importante sostegno, quello del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha inviato una medaglia di rappresentanza. Una curiosità: il Premio prende il nome da un pioppo che si trova in Via Livio Andronico, nel quartiere romano della Balduina, nel Municipio 19.
Sull’onda del successo del 2011, sul sito www.alberoandronico.net è già pronto il bando per l’edizione 2012 aperta alla partecipazione di tutti.

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Cos’è l’ergastolo ostativo?

E’ una pena senza fine che in base all’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario, mod con Legge 356/92, nega ogni misura alternertiva al carcere e ogni beneficio penitenziario ai chi è stato condannato per reati associativi:

“Pochi sanno che i tipi di ergastolo sono due: quello normale, che manca di umanità, proporzionalità, legalità, eguaglianza ed educatività, ma ti lascia almeno uno spiraglio; poi c’è quello ostativo, che ti condanna a morte facendoti restare vivo, senza nessuna speranza.

Per meglio comprendere la questione bisogna avere presente la legge 356/92 che introduce nel sistema di esecuzione delle pene detentive una sorta di doppio binario, nel senso che, per taluni delitti ritenuti di particolare allarme sociale, il legislatore ha previsto un regime speciale, che si risolve nell’escludere dal trattamento extramurario i condannati, a meno che questi collaborino con la giustizia: per questo motivo molti ergastolani non possono godere di alcun beneficio penitenziario e di fatto sono condannati a morire in carcere.
L’ergastolano del passato, pur sottoposto alla tortura dell’incertezza, ha sempre avuto una speranza di non morire in carcere, ora questa probabilità non esiste neppure più.
Dal 1992 nasce l’ergastolo ostativo, ritorna la pena perpetua, o meglio la pena di morte viva.”

Insomma l’ergastolo ostativo è stare in carcere per tutta la vita, è una pena che viene data a chi ha fatto parte di un’associazione a delinquere e che ha partecipato a vario titolo a un omicidio, dall’esecutore materiale all’ultimo favoreggiatore. Non è invece previsto l’ergastolo ostativo agli stupratori, ai pedofili e a tutti coloro che ledono una persona fino ad ucciderla. Ostativo vuol dire che è negato ogni beneficio penitenziario: permessi premio, semilibertà, liberazione condizionale, a meno che non si collabori con la giustizia per l’arresto di altre persone. Chi invece non collabora, per paura di vendette omicide sulla propria famiglia, per non mettere un’altra persona in carcere al proprio posto o perché non è in grado di dimostrare che non può aggiungere altro a quanto già emerso sull’associazione di cui ha fatto parte, queste persone sono condannate a restare per tutti i giorni della propria vita in carcere.
Si continua a parlare di “pentiti”, mentre in realtà si dovrebbero chiamare semplicemente “collaboratori di giustizia”, perché è evidente che la collaborazione è una scelta processuale, mentre il pentimento è uno stato interiore. La collaborazione permette di uscire dal carcere, ma non prova affatto il pentimento interiore della persona. In realtà sono gli anni di carcere, nella riflessione e nella sofferenza, che portano ad una revisione interiore sugli errori del passato. Tutto questo nonostante un sistema carcerario che abbandona i detenuti a se stessi e che non agevola affatto la rieducazione e, nel caso degli ergastolani ostativi, esclude completamente ogni speranza di reinserimento sociale.*

Noi incontriamo ogni settimana decine e decine di persone condannate all’ergastolo, senza speranza, ostative ai benefici penitenziari, persone che sono in carcere dal 1979, ragazzi di 40 anni che sono stati condannati all’ergastolo a 18 anni e che non sono mai usciti, neanche per il funerale del padre. Ragazzi che hanno vissuto più tempo della loro vita in carcere che fuori.

In Italia ci sono più di 100 ergastolani che hanno alle spalle più di 26 anni di detenzione, il limite previsto per accedere alla libertà condizionale. La metà di questi 100 ha addirittura superato i trent’anni di detenzione.
Al 31 dicembre 2010 gli ergastolani in Italia erano 1.512: quadruplicati negli ultimi sedici anni, mentre la popolazione “comune” detenuta è “solamente” raddoppiata

Al 31 dicembre 2010 i detenuti presenti nelle carcere italiani erano 67.961 e quelli in semilibertà poco più di 900 e di questi solo 29 sono ergastolani. 29 su 1.512, a fronte di quasi 100 in detenzione da oltre 26 anni: non esiste, eccome, in Italia la certezza della pena?

Paolo Canevelli, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia ha rilasciato questa dichiarazione:
(...) Per finire, e qui mi allaccio ai progetti di riforma del Codice penale, non so se i tempi sono maturi, ma anche una riflessione sull'ergastolo forse bisognerà pure farla, perché l'ergastolo, è vero che ha all'interno dell'Ordinamento dei correttivi possibili, con le misure come la liberazione condizionale e altro, ma ci sono moltissimi detenuti oggi in Italia che prendono l'ergastolo, tutti per reati ostativi, e sono praticamente persone condannate a morire in carcere.
Anche su questo, forse, una qualche iniziativa cauta di apertura credo che vada presa, perché non possiamo, in un sistema costituzionale che prevede la rieducazione, che prevede il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, lasciare questa pena perpetua, che per certe categorie di autori di reato è assolutamente certa, nel senso che non ci sono spazi possibili per diverse vie di uscita.

(Roma 28 maggio 2010, intervento al Convegno Carceri 2010: il limite penale ed il senso di umanità).

Aldo Moro nelle sue lezione universitarie avvertiva gli studenti, ma forse anche il legislatore e i politici:
«Ricordatevi che la pena non è la passionale e smodata vendetta dei privati: è la risposta calibrata dell’ordinamento giuridico e, quindi, ha tutta la misura propria degli interventi del potere sociale, che non possono abbandonarsi ad istinti di reazione e di vendetta, ma devono essere pacatamente commisurati alla necessità, rigorosamente alla necessità, di dare al reato una risposta quale si esprime in una pena giusta».

*Dall’introduzione di Angelini Giuseppe e Bizzotto Nadia, Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII, al libro “Gli Uomini Ombra” di Carmelo Musumeci- Ed. Gabrielli 2010

   
 


Carmelo Musumeci nasce il 27 luglio 1955 ad Aci Sant’Antonio in provincia di Catania. Si trova ora nel carcere di Padova. Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara in regime di 41 bis riprende gli studi e da  autodidatta  termina le scuole superiori.

Nel 2005 si laurea in giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo”.

Nel Maggio 2011 si è laureato all’Università di Perugia al Corso di Laurea specialistica in Diritto Penitenziario, con una tesi dal titolo “La ‘pena di morte viva’: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità”, con relatore il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale, e Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia e Sociologia del Diritto e Presidente onorario dell’Associazione Antigone per la difesa dei diritti dei detenuti.

Nel 2007 conosce don Oreste Benzi e condivide il progetto “Oltre le sbarre”, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Ha pubblicato nel 2010 il libro “Gli uomini ombra”, nel 2012 “Undici ore d’amore di un uomo ombra” e “Zanna Blu”, con la prefazione di Margherita Hack, pubblicati da Gabrielli Editori,   Nel 2013 pubblica “L’urlo di un uomo ombra”, Edizioni Smasher.

È promotore da anni di una campagna contro il fine pena mai, per l'abolizione dell'ergastolo

Chi volesse scrivergli può farlo attraverso amici volontari, che tengono per lui questo indirizzo email:  zannablumusumeci@libero.it