Diario 16-22 Agosto 2014

16/08/2014
Oggi ho pensato di andare a trovare i miei due nipotini e di giocare con loro.
La fantasia è l’unica risorsa che mi aiuta a vivere.
E in questi giorni forse riprenderò a scrivere le avventure di “Zanna Blu”, non più per i miei figli ma per i miei nipotini.
Sognare la libertà è una follia, ma mi permette di vivere.

17/08/2014
Oggi sono andato al campo sportivo e il compagno che passeggiava con me mi ha chiesto perché camminavo sempre dalla parte dove l’erba è più alta.
Gli ho detto che una delle cose che mi è mancata di più in tutti questi anni di carcere è camminare nelle spiagge e nell’erba.

18/08/2014
Oggi ho fatto ordine nelle mie carte.
E fra le mani mi è capitato un vecchio verbale del lontano 1992, quando ero detenuto nel carcere dell’Asinara.
Ed ho letto la frase che avevo urlato durante un Consiglio di disciplina: “I buoni hanno bisogno dei cattivi e del carcere per apparire buoni” che mi era costata 15 giorni di cella di rigore e una pioggia di manganellate.

19/08/2014
Non mettetevi a ridere. Non so fuori, ma in carcere il bagno funziona anche un po’ come biblioteca. Ed oggi ci ho portato il libro di Davide La Cara e di Antonino Castorina “Viaggio nelle carceri” (Editore EIR; ISBN:978-88-693-3006-3; prezzo 14,00). Questa mattina la lettura di questo libro mi ha talmente coinvolto che senza che me ne accorgessi ho perso la cognizione del tempo. E non mi sono accorto che era l’ora della conta (l’orario di quando le guardie passano a contare i detenuti per controllare se durante la notte qualche detenuto ha segato le sbarre ed è scappato). Poi ho sentito la guardia bussare allo spioncino per invitarmi a farmi vedere (in carcere non si può stare tranquilli neppure al cesso) e sono uscito dal bagno con il libro in mano per comunicare alla guardia che rinunciavo all’ora d’aria. Subito dopo mi sono messo tranquillo a leggere. Ci tenevo a finire questo libro, sia perché conosco uno degli autori (Davide La Cara) che mi è venuto a trovare in carcere con la deputata Laura Coccia, sia perché nel libro c’è anche il contributo del mio “Diavolo Custode” (Nadia Bizzotto della Comunità Papa Giovanni XXIII) con il capitolo dal titolo “L’ergastolo è una pena di morte viva” ed ero curioso di sapere cosa avevano scritto.

20/08/2014
Ho provato a scrivere una breve recensione del libro di Davide la Cara e di Antonino Castorina “Viaggio nelle carceri” (Editore EIR; ISBN:978-88-693-3006-3; prezzo 14,00).
(…) Non vi nascondo che a volte penso che la “criminalità” (organizzata o non), è un osso di cui le società capitaliste non vogliono (o forse non possono) fare a meno. E le galere servono a questo tipo di società per produrre criminalità e recidiva, per poi sfruttarla a fini elettorali. Mi addolora dirlo, ma in carcere è come se il bene sia passato dall’altra parte, quella del male. Spero di sbaglarmi. E voglia il buon Dio (il Dio dei prigionieri) che il mio pessimismo rimanga infondato, ma mi auguro che in Italia un giorno tutti i “buoni” si fermino a riflettere se non sia il caso di non guardare solo agli effetti del male, ma risalire alle cause e alle colpe.
Un’ultima cosa, a mio parere, questo libro conferma che il carcere ha clamorosamente fallito il suo obiettivo di fare diminuire i reati. E che la galera nel nostro Paese viola sistematicamente i diritti fondamentali. Non solo, ma distrugge anche la dignità umana dei detenuti e delle loro famiglie. Buona lettura. E buona vita. Un abbraccio fra le sbarre.

21/08/2014
Il mese di agosto in carcere è più noioso di tutti gli altri dell’anno.
Ed è il mese che studio più di tutti.
Sto preparando l’esame di “Analisi della letteratura”.
Ed ho iniziato a studiare “Fedro” di Platone.

22/08/2014
Oggi mi è venuta a trovare la figlia del mio cuore, Mita, insieme a suo marito Francesco.
Sono stato tanto contento di vederli e di abbracciarli.
Entrambi mi hanno ricordato del loro invito a cena che mi hanno fatto tanti anni fa.
Mi hanno detto che mi stanno ancora aspettando.
E che continueranno a farlo.
A parte la mia famiglia adesso ho anche loro che mi aspettano
.



Posti letto in carcere: la matematica fai da te

 


L’Italia è veramente uno strano paese dove la matematica non è una scienze esatta.
E nei carceri italiani si usa la matematica fai da te.
A seconda del governo di destra, di centro o di sinistra, e il ministro della giustizia che lo rappresenta, i posti letti in carcere aumentano e diminuiscono come per magia.
Fino a poco tempo fa i posti letto erano 38.000 (Fonte: Associazione Antigone, confermati dall’allora Ministra della Giustizia, Annamaria Cancellieri).
Dopo qualche mese i posti letto erano diventati 43.000 (Fonte dall’inchiesta di “Reporter”per Rai 3).
E con meraviglia l’altro giorno ho letto che i numeri dei posti letto erano di nuovo cambiati: “(…) I dati, aggiornati al 31 luglio, del Ministro della Giustizia indicano nei 204 penitenziari 54.414 detenuti a fronte di 49.402 posti” (Fonte: Il Gazzettino, domenica 3 agosto 2014)
Penso che neppure Gesù riuscirebbe a moltiplicare i posti letto come fanno i funzionari del Dipartimento Amministrativo Penitenziario.
Credo che gli italiani siano famosi nel mondo per la loro creatività ma penso che negli ultimi tempi la maggioranza dei posti letto in carcere si siano moltiplicati facendo diventare doppie le celle singole e quintuple quelle triple.
Bugie e semplificazioni sul carcere se ne sentono tante e ancora l’altro giorno ho letto “Detenuto suicida con la bombola a gas Il sindacato degli agenti di Polizia ha chiesto che siano vietate”.
Come se uno non si potesse suicidare impiccandosi con le lenzuola, o con le maniche di una camicia.
E come proporre di non costruire più automobili perché nelle strade italiane ci sono troppi decessi per incidenti di macchine.
Se si levassero i fornellini a gas nelle prigioni come farebbero i detenuti a mangiare?
Non lo sa il sindacato degli agenti della Polizia penitenziaria che il cibo che passa l’Amministrazione dell’istituto non basterebbe neppure per i topi che vivono in carcere?
Quante cose inesatte si dicono e si leggono sul carcere, ma è normale perché parlano tutti fuorché i carcerati.
Sempre l’altro giorno sull’ultimo suicidio che è accaduto nel carcere di Padova, ho letto che il segretario generale del sindacato autonomo di Polizia penitenziaria denuncia carenze negli organici: “Come può un solo agente controllare 80 o 100 detenuti?”.
A parte che sono i detenuti che controllano la Polizia penitenziaria-perché non potrebbe essere altrimenti- come farebbe un solo agente da solo a controllare ottanta o cento detenuti senza l’aiuto e il consenso degli stessi prigionieri?
Se le carceri non scoppiano, e i detenuti preferiscono ammazzarsi piuttosto che spaccare tutto come facevano nel passato, è merito della crescita interiore dei detenuti, o forse della loro rassegnazione, o, quasi certamente, della quantità di psicofarmaci e tranquillanti che vengono erogati.
E trovo di pessimo gusto approfittare dei morti ammazzati di carcere per chiedere miglioramenti sindacali di organico e finanziari.
Noi non abbiamo bisogno di agenti penitenziari piuttosto abbiamo necessità di educatori, psicologi, magistrati di sorveglianza e di pene alternative.
Ricordo a proposito che per i detenuti che scontano l’intera pena la recidiva sale al 70%, invece per chi sconta pene alternative al carcere la recidiva non supera il 12%.
Solo così aumenterebbero realmente i posti letto e diminuirebbero i detenuti nelle carceri italiane, non certo con la matematica fai da te.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, agosto 2014


In volo con le note...anche oltre le sbarre delle nostre prigioni

 

Alessandra Celletti: un'artista che ci insegna che la musica può abbattere tutte le barriere.

Vi proponiamo un video di 2 minuti, andato in onda su UNOMATTINA, RaiUno del 20 agosto

 

e servizio di Nicoletta Pasqualini di "Sempre" mensile della Comunità Papa Giovanni XXIII .
In entrambi i documenti Alessandra esprime molto bene la sua vicinanza e la sua sensibilità per chi è dietro le sbarre.
Nell'articolo si parla anche di quando ha suonato nel carcere di Padova il 6 giugno scorso, dove ha incontrato Carmelo Musumeci, con cui condivide la passione per la libertà e per la vita.

 


 

IBTimesBlogs

pubblica a puntate

il romanzo ancora inedito

di Carmelo Musumeci

"La Belva della cella 154":

Cap. 1  Cap.2  Cap.3  Cap.4  Cap.5

Cap.6  Cap.7  Cap.8  Cap.9  Cap.10

Cap.11  Cap.12  Cap.13  Cap.14

 


Carcere di Parma:

vietato comprare più copie dello stesso libro

 

In carcere può accadere veramente di tutto. E spesso accade l’inimmaginabile. La Casa Editrice “Stampa Alternativa” ha dato voce e luce alle lettere che mi sono scritto con il professore di filosofia Giuseppe Ferraro (docente di Filosofia della Morale all’Università Federico II di Napoli) pubblicando con la collana Millelire un libricino con il titolo: “L’Assassino dei Sogni” (in questo modo i detenuti chiamano il carcere) “Lettere fra un filosofo e un ergastolano”, pag.64, anno 2014, prezzo 1,00 ISBN 978862224178. Curato dalla brava giornalista Francesca De Carolis. Ed io ero particolarmente contento che l’editore lo avesse pubblicato in edizione economica (solo 1,00 euro) così lo avrebbero potuto acquistare con più facilità anche i ragazzi delle scuole.
Per avere più possibilità di fare conoscere che in Italia, Paese del Diritto Romano e della Cristianità, esiste la “Pena di Morte Viva”, alcuni uomini ombra (così si chiamano fra loro gli ergastolani) sparsi nei carceri d’Italia mi avevano avvertito che ne avrebbero comprate diverse copie per donarle e sensibilizzare gli operatori penitenziari, le associazioni di volontariato e la società civile.
L’altro giorno dal “famoso” carcere di Parma (dove non si può tenere più di tre libri in cella) Mimmo mi ha scritto:
Io, Giovanni,Corrado e altri avevamo inoltrato subito l’acquisto di diversi libri del “L’Assassino dei Sogni”. Dopo due giorni l’Ufficio spesa chiamò me, Giovanni e Corrado chiedendoci il perché dell’acquisto di tanti libri a testa. Gli spiegammo che tante copie le volevamo dare in regalo alla società civile, volontari, scuole e altri per sensibilizzare il nostro problema di ergastolo ostativo. Il giorno dopo venne di nuovo il responsabile dell’Ufficio spesa e ci riferì che l’ispettore responsabile ci aveva autorizzato all’acquisto di una sola copia a testa. Chiedemmo spiegazioni e lui rispose che dovevamo presentare una richiesta scritta con delle motivazioni. Giovanni l’ha fatto e l’ha intestata alla Direzione, per conoscenza al Magistrato di Sorveglianza e al Garante dei detenuti ed altri organi istituzionali.
Adesso siamo in attesa di risposte da parte della Direzione (…).

Gli ho risposto:
Caro Mimmo, l’altro giorno ho letto che nel 1985 ad una domanda di uno studente che chiedeva quali consigli egli potesse dare ai giovani, Ludovico Geymonat rispose: “Contestate e create”. Ecco, io penso che anche gli uomini ombra per migliorare se stessi e il luogo in cui vivono, devono fare la stessa cosa. Invece per anni e anni molti di noi hanno vissuto senza accorgersene, senza cercare di capire. Probabilmente questo accade anche a molte persone in libertà, ma è un peccato che dentro all’ “Assassino dei Sogni”, dove si ha più tempo per pensare, pochi lo facciano. Lo so, il carcere così com’è ti vuole solo sottomettere, prima lo faceva con la forza fisica, ora lo fa con quella psicologica, perché qui nulla è lasciato al caso. Ormai il carcere non vuole prenderti solo il corpo, quello l’ha già. L’“Assassino dei Sogni” vuole di più, molto di più. L’ “Assassino dei Sogni” vuole prenderti anche il cuore e l’anima.
Resistiamo. Se non vi fanno acquistare altri libricini perché sono pericolosi, farò come Silvio Pellico. Farò le copie delle pagine del libro. E poche per volta te le manderò per lettera. Un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, agosto 2014

Prigionieri per sempre. Sogni che iniziano dove finiscono.
Essere non morti, ma neppure vivi.
Non ci uccidono, peggio: ci lasciano morire per sempre.
La pena dell’ergastolo ti fa morire dentro a poco a poco.
Ti rimane solo la vita, ma questa senza futuro è meno di niente.
La pena dell’ergastolo trasforma la luce in ombra.
La pena dell’ergastolo è una sofferenza infinita.
Una morte bevuta a sorsi.
Ed è una vittoria sulla morte perché è più forte della morte stessa.

(tratto da “La Ballata dell’ergastolano” di Carmelo Musumeci)

 

Commenti giunti al sito:


Caro Carmelo
grazie! Contestate e create...è un bell’insegnamento..che serve a tutti..soprattutto, direi, a noi che stiamo fuori!!!
Un abbraccio
Enrico Montesano

 

Ciao Carmelo,
contestare ed essere creativi: è giusto ricordare il libero pensiero di grandi docenti che sanno sintetizzare le verità, mentre è difficile capire alcune prese di posizione di coloro che vi gestiscono. Comunque colgo l'occasione per informarti che a fine settembre un gruppo di studiosi verrà a Ventotene per un seminario che avrà per tema "L’utopia e il carcere". Qui si affronteranno temi delicati che ben conosci, come i percorsi riabilitativi ed una concreta possibilità di usufruire di tali opportunità: personalmente cercherò di dimostrare che quella di mio padre Eugenio non fu un'utopia, ma una vera guerra contro l'assassino dei sogni che ha dovuto soccombere ed assistere impotente alla liberazione di tanti ergastolani già dal 1976, grazie alla legge Gozzini. Si tratta di trovare la strada per passare dall'utopia alla concreta libertà di chi, come te, si è impegnato nel cambiamento. L'insistenza sarà il nostro credo, caro amico mio, sia nel contestare che nell'essere creativi!
A PRESTO
Antonio Perucatti

 

Buona sera Carmelo, le copie che desidero comprare le comprerò tramite la mia libreria di fiducia e faro in modo di consegnarle fuori dalle scuole in modo che i ragazzi siano informati e si preparino a creare un mondo migliore.
Un abbraccio come se fossi di persona.
Samantha


Libretto Universitario di Carmelo

 

 


Carmelo Musumeci - Giuseppe Ferraro

L’Assassino dei sogni

Lettere fra un filosofo e un ergastolano

a cura di Francesca de Carolis

Ed StampaAlternativa

(Prezzo: 1,00 euro)

 

 


Da mercoledì 30 luglio in libreria, “L’Assassino dei sogni”, lettere fra un filosofo e un ergastolano, Carmelo Musumeci e Giuseppe Ferraro, curato da Francesca de Carolis per la collana Millelire di Stampa Alternativa.  Pag.64 prezzo 1,00 ISBN 9788862224178


Carmelo Musumeci, condannato all’ergastolo, è in carcere dal 1991. Attualmente è nel carcere di Padova. In questi anni ha studiato, si è laureato in legge e da anni conduce con grande ostinazione una battaglia contro l’ergastolo. Alla sua iniziativa hanno aderito personaggi come Veronesi, Margherita Hack, Don Ciotti, Rodotà… e continuano ad aggiungersi nomi. Da sempre scrive: racconti, riflessioni, lettere… per scandagliare senza pietà il suo passato, ma soprattutto per raccontare a chi è fuori il mondo di quelli che definisce “morti viventi”, chiusi nel ventre dell’Assassino dei sogni.
Giuseppe Ferraro insegna filosofia della morale all’Università di Napoli Federico II, e in carcere tiene corsi di filosofia. Con Musumeci condivide il carattere passionale e ostinato. Il loro incontro si è presto trasformato in un confronto continuo e serrato, sul percorso della battaglia di denuncia, delle illegalità che in carcere si consumano, ma anche per la costruzione di strade possibili.

Questo testo è il “distillato” di due anni di scambio epistolare, che registra incontri, speranze, battaglie, discussioni, momenti di abbandono. Dal giugno del 2009, al luglio del 2011. Da estate a estate, il racconto dell’inverno e dell’inferno della vita in prigione, ma anche della prigione che può diventare anche la vita fuori. Un confronto anche fra scritture. Sincopata quella dell’ergastolano, complessa e ampia quella del filosofo.

Il fascino discreto della scrittura epistolare rimane intatto in queste pagine nonostante oggi siamo abituati al frenetico ritmo e linguaggio di “scambi in rete”. Anzi, in qualche modo, qui il mezzo è valore aggiunto in più, diventando racconto esso stesso.
In primo piano la realtà chiusa della cella da cui partono le lettere dell’ergastolano, ma sullo sfondo anche è anche l’Italia delle periferie, dove il crimine nasce e trova motivo di crescita, delle scuole degli abbandoni, delle strade, che il filosofo percorre, del nostro Sud.
Pagine che, quando tutto sembra perso e il buio sta per avere il sopravvento, diventano lezioni e iniezioni di vita, per l’ergastolano, per il filosofo, ma forse anche per tutti noi.
Un suggerimento: da leggere nei licei.

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Per chi interessato a organizzare presentazioni o comunque diffondere il libro, scrivere a :

ergastolani@gmail.com    oppure contattare Nadia Bizzotto cell. 349 7191476

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Dalla prefazione:

Ricevere una lettera nel tempo isterico delle e-mail è emozione che ho scoperto fortissima. Mi accade spesso, adesso che da qualche tempo incontro persone che in carcere hanno trascorso gran parte, se non la più parte, della propria vita. E nelle loro lettere le parole, che con tanta superficialità e insignificanza spesso usiamo, riacquistano il peso specifico che forse oggi pochi vi sanno dare come le persone forzosamente chiuse al mondo delle relazioni.
Così, anche con timore, ho seguito il filo della corrispondenza fra Giuseppe Ferraro e Carmelo Musumeci. Professore di filosofia, Ferraro, docente di Filosofia della Morale alla Federico II di Napoli, che in carcere anche insegna, ed ergastolano ostativo, Musumeci, di quelli che dal carcere non usciranno mai, perché condannati per reati commessi nell’ambito di associazioni di stampo mafioso e che hanno scelto di non essere collaboratori di giustizia, cosa che li esclude dai normali benefici previsti dalla legge. Quelli della “morte viva”, insomma.
Carmelo Musumeci, che in carcere si è laureato e da anni conduce una battaglia contro l’ergastolo, rifiuta di fare i nomi dei suoi ormai antichi “colleghi” per un motivo etico: non vuole barattare la sua libertà, dice, con quella di un altro. Convinzione che lo guida nel suo percorso “ostinato e contrario”. Con antenne sempre pronte a intercettare chi, fuori dalle mura nelle quali è costretto, possa comprendere e condividere il suo percorso. Come Giuseppe Ferraro, che proprio in carcere racconta di aver capito cos’è la confessione. Di aver capito, addirittura, il senso de Le Confessioni di Agostino...

Da questo incontro e dal reciproco sorprendersi nasce un lungo e affollato epistolario di cui questo libretto è, rispettoso, "distillato".
Il professore e l'ergastolano, dunque. Che non è, come si può immaginare, un colloquio fra maestro e discepolo o, chissà, fra consolante e afflitto. Si tratta piuttosto di un confronto, continuo, serrato, con la vita. La vita chiusa di chi è dentro. La vita chiusa che si fa anche quella di chi è fuori, se con chi è dentro sa immedesimarsi. A volte qui le parti persino si invertono, ed è l'ergastolano che consola il professore della sua tristezza, del peso dell'ingiustizia che vede e che può essere insostenibile per chi, impotente, sa.

Ci dicono, queste lettere, della vita e delle relazioni dentro e fuori del carcere, ma molto anche ci parlano di una profonda amicizia, che non teme lo scambio di vocativi pronunciati come carezze, di enfasi d’affetto, rari da cogliere fra maschi.
“Ho sempre timore che le lettere si smarriscano. Spero questa arrivi…” mi scrive in calce alle sue lettere Giovanni Lentini, da Opera. Timoroso che il filo della comunicazione fra noi si infranga sulle mura di cinta della sua prigione. E questo tremore, dell’Istituzione che è frammezzo e frammezza, traspare sullo sfondo del carteggio fra Ferraro e Musumeci. Ma traspare da queste pagine anche la rete che persone tessono per impedire che la comunicazione fra il dentro e il fuori si spezzi. Come Nadia, Nadia Bizzotto, “l’angelo” cui qua e là si accenna. Piccione viaggiatore piuttosto direi, che a volte, prima di consegnarle, le lettere, vi sbircia dentro e vi assicuro spesso si commuove…
Il colloquio epistolare fra Giuseppe Ferraro e Carmelo Musumeci nasce con l’esplodere di un’estate, l’abbiamo seguito fino al caldo insopportabile di due estati dopo. Tutto, nel frattempo, per chi è in carcere, è rimasto fermo. Tutto, tranne il fiume di questo scambio di vita che ancora, sappiamo, continua.

Francesca de Carolis


 

Notte di compleanno fra le sbarre

 


Lacrime che cadono in un mare di silenzio, in una notte nera/eterna/piena di solitudine/ Buon compleanno Carmelo/La tua ombra.
(Tratto da: “L’Assassino dei Sogni” di Carmelo Musumeci, Giuseppe Ferraro. “Stampa Alternativa” prezzo 1.00 euro ISBN 978-88-6222-417-8)

 

Era la notte del 27 luglio 2010 quando la mia ombra scriveva sul suo diario:
Oggi compio cinquantacinque anni. Nel cielo ci sono le stelle e la luna. Afferro le sbarre con le mani. Le stringo con tutta la mia forza e urlo al mio cuore che è l’ora dei limoni neri, del buio e del dolore.

Sono passati altri quattro anni. Ed eccomi ad affrontare un altro compleanno da uomo ombra. Un altro ancora. Stesso cielo. Stessa luna. Stessa pena. Stesse mani che stringono le sbarre. E la mia stessa ombra che continua a scrivere sullo stesso diario.

Un ergastolano non ha paura più del futuro o dei giorni a venire, perché non ha più nessun domani, giacchè vivrà solo del passato.
Molti uomini ombra non hanno nessuna speranza perché non si può sperare su un futuro che non si ha più.
E a volte credo che non ci sia rimasto più niente a parte la nostra ombra.
La pena dell’ergastolo è una condanna irragionevole, sotto ogni punto di vista.
Credo che condannare una persona a essere cattiva e colpevole per sempre non solo dovrebbe essere un peccato per qualsiasi religione, ma dovrebbe essere considerato un reato per qualsiasi paese civile.
Penso che la pena dell’ergastolo sia un assassinio senza spargimento di sangue, una pena che non cambia la persona in meglio, ma piuttosto finisce per distruggerla, perché non siamo neppure ammazzati, però siamo eliminati per sempre dalla società.

Fra pochi mesi la mia ombra entrerà nel ventiquattresimo anno ininterrotto di carcere, ma continua a gridare fra le sbarre:
- Datemi un fine pena, anche fra diecimila anni, ma datemelo, perché c’è davvero poca giustizia in una condanna che non finisce mai.

 

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova 27 luglio 2014

 



 Il Garantista 15.07.2014

   


 

 Figli fra le sbarre

Purtroppo una delle cose più brutte del carcere è che ti danno abbastanza spazio da tentare di essere un buon padre. E in fondo la limitazione della libertà è la cosa per la quale si soffre di meno, perché in Italia è quasi impossibile conciliare la vita da detenuto con quella di padre e marito.
L’altro giorno nella Redazione di “Ristretti Orizzonti” mi è capitato di leggere il Protocollo d’intesa, da poco firmato, tra Ministero della Giustizia, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza e Bambini senza sbarre ONLUS. E ho amaramente sorriso leggendo che i funzionari dell’Amministrazione Penitenziaria si sono impegnati a “Favorire il mantenimento dei rapporti tra genitori detenuti e i loro figli, salvaguardando sempre l’interesse superiore dei minorenni” e di “Tutelare il diritto dei figli al legame continuativo con proprio genitore detenuto, che ha il diritto/dovere di esercitare il proprio ruolo genitoriale” perché sono fortemente convinto che, come al solito, questi rimarranno principi dichiarati e mai applicati.

Poi mi sono ricordato di uno dei tanti colloqui che ho fatto in tutti questi anni di carcere.


Fissavo il pavimento, il soffitto, le sbarre e le pareti della mia cella. Come un’anima in pena camminavo avanti e indietro per la stanza. Cercavo di mettere in ordine nei miei pensieri. Avevo la mente piena d’amore. C’erano delle volte che mi pentivo di avermi fatto arrestare vivo perché soffrivo che i miei figli mi venivano a trovare in carcere. Per loro avevo sognato un padre migliore di quello che ero riuscito a essere. Avevo sempre paura di avere rovinato la vita anche ai miei figli.
Stavo aspettando il colloquio ed ero in pensiero per i chilometri che la mia famiglia doveva fare per raggiungere Sulmona. Ero sempre ansioso quando dovevo abbracciare i miei figli. Fuori c’erano la neve e il ghiaccio. Ero preoccupato per le condizioni della strada. Fuori il cielo era nuvoloso e la temperatura doveva essere sotto lo zero. Finalmente le guardie mi chiamarono. Si prepari per il colloquio. Risposi subito: Sono pronto! Evitai di dirgli che ero già pronto dalla sera prima. Dopo dieci minuti due guardie mi presero in consegna. Mi perquisirono e mi portarono nella sala colloquio. Nel locale c’era il solito bancone divisorio, dove da una parte c’erano i parenti e dell’altra i detenuti.
Da entrambi i lati c’era una serie di panche, dove sedersi. Nella stanza c’erano già alcuni detenuti che facevano colloquio con i parenti. Vidi che c’era un posto libero dove il locale finiva. Mi diressi subito lì. Era in fondo alla stanza, dalla parte opposta delle guardie che controllavano la sala dietro un vetro. Diedi un’occhiata intorno. La sala era pitturata dai colori del carcere. Le pareti di grigio e il soffitto di bianco. Il tavolaccio divisorio era consunto. Odorava di sofferenza. Chissà quante ne aveva viste. Dopo pochi minuti vidi aprirsi la porta. Entrarono, spingendosi, insieme sia mio figlio sia mia figlia. Sia lui, sia lei, ci tenevano a entrare per abbracciarmi per primi. Era la solita scena che si ripeteva da anni. Quando li vidi feci fatica a respirare. E non riuscii a evitare che il mio cuore ruzzolasse dal petto per correre ad abbracciarli. Il mio cuore arrivava sempre prima di me. Io invece rimasi fermo in piedi al bancone ad aspettarli. Stava arrivando prima mia figlia, ma mio figlio, all’ultimo momento, diede una spallata a sua sorella e mi abbracciò per primo. Mi baciò. Lo strinsi stretto con le braccia. Ero felice di vederlo. Me lo mangiai con gli occhi. Erano mesi che non lo vedevo. Notai che stava diventando sempre più alto. Poi venne il turno di mia figlia. Ci baciammo sulle labbra. Poi lei appoggiò la testa sulla mia spalla e le accarezzai i capelli. La mia compagna dietro aspettava il suo turno e vedendo che io e mia figlia non ci staccavamo sussurrò: Ehi! Ci sono anch’io! Sorrisi. Mi staccai da mia figlia. Ed io e la mia compagna restammo a guardarci per qualche istante. Poi la abbracciai a lungo. E il mio cuore si aggrappò a quello di lei. Non ci dicemmo nulla, intimiditi dagli sguardi dei nostri figli. Ci sedemmo sulle panche. Mia figlia mi afferrò subito la mano. Imitato da mio figlio che mi prese l’altra. Rimanemmo in silenzio per qualche momento per lasciare parlare i nostri cuori. Guardai con soddisfazione i miei figli. Erano tutta la mia vita. L’unica cosa che avevo per essere felice.
Poi parlò per prima mia figlia: Papà come stai qui? Le sorrisi: Bene! Sono stato fortunato che mi hanno portato proprio qui, non potevo capitare di meglio, la direttrice è brava e mi ha accolto bene.
Le nascosi che appena arrivato mi avevano sbattuto alle celle di punizione, nella cella liscia, perché mi ero rifiutato di fare nudo le flessioni sopra uno specchio.
Mio figlio scrollò la testa: Papà, ma dici così in tutti i carceri che ti trasferiscono.
Mia figlia fece un sorriso storto a suo fratello: Uffa! Stavo parlando io a papà.
Io e la mia compagna ci scambiammo un’occhiata. E capii subito cosa mi stavano dicendo i suoi occhi. Te l’avevo che sono ancora gelosi e quindi era meglio che te li portavo uno per volta! Alzai le spalle.
E le feci un largo sorriso. Era da qualche tempo che desideravo vederli tutti e due insieme. Mia figlia riprese a parlare: È vero però papà… in qualsiasi carcere che ti mandano, ci dici che stai bene, lo dicevi anche in quel brutto carcere dell’Asinara, dove non hai mai voluto che ti venissimo a trovare.
Cambiai discorso: Spero che non stiate avendo dei problemi con i vostri amici perchè avete un papà in carcere.
Rispose subito mio figlio: No! Papà che dici! Io sono fiero di te. Piuttosto e lei…
E si voltò verso sua sorella. Che si vergogna con i suoi amici figli di papà che vanno al liceo scientifico.
Mia figlia gli diede un calcio da sotto il bancone. E stizzita negò: Non è vero papà… Voglio solo che i miei amici non lo sappiano che sei in carcere perché non sanno la persona meravigliosa che sei. E non voglio che pensino male di te perché sei qui.
Le feci una carezza sul viso. -E fai bene! Non c’è bisogno che lo sappiano tutti dove si trova vostro padre.
Mio figlio intervenne contrariato Io invece lo dico a tutti i miei amici.
Corrugai la fronte -E fai male perché non c’è nulla da essere orgogliosi ad avere un papà in carcere. Mio figlio mi fece un sorriso mesto. E triste. -Non arrenderti papà… non arrenderti mai, noi ti aspettiamo a casa.
Poi parlò mia figlia. E mi guardò dritto negli occhi: Papà comportati bene… mi raccomando non fare casini… perché se fai il bravo sento che alla fine ti faranno uscire. Alzai lo sguardo al soffitto con aria innocente. Non avevo mai avuto paura di qualcuno o di qualcosa nella mia vita. Avevo paura solo di deludere mia figlia. Le feci gli occhi dolci. E le sorrisi- Da quando in qua sono i figli che dicono al padre di fare i bravi… non dovrebbe essere l’incontrario?
Mia figlia rispose al mio sorriso. Nel frattempo la guardia aveva gridato il mio nome.
-Il colloquio è finito. Mi alzai di controvoglia. E rivolgendomi ai miei figli dissi loro: Uscite per primi… lasciatemi qualche secondo con vostra madre. Poi mi chinai per abbracciare mio figlio che mi sussurrò: Ti voglio bene papà. Lo abbracciai ancora più forte. -Anch’io te ne voglio. E gli diedi una pacca sulle spalle. Poi venne il turno di mia figlia. Rimanemmo un attimo in silenzio. Parlò per prima lei. Io avevo la gola secca. Papà la spesa te l’ho fatta io… e ti ho fatto il sugo con in piccioni… poi mi scrivi se ti è piaciuto… ti ho comprato anche un maglione pesante. Feci finta di non vederle gli occhi lucidi. Lei non piangeva quasi mai davanti a me. Ero venuto a sapere che piangeva sempre dopo. -Grazie amore… adesso vai. Lei mi abbracciò ancora una volta. -Papà, io ti vorrò sempre bene. Ti aspetterò sempre, non mi sposerò mai fin quando non uscirai. Poi lei si voltò subito per non farsi vedere nel viso. E andò via per lasciare il posto a sua madre.
La mia compagna mi abbracciò. Io la baciai. -Stai attenta ai bambini. Lei mi sorrise controvoglia: Quali bambini? Non lo vedi che i tuoi due figli ormai sono grandi.
L’ accarezzai.- Vai piano con la macchina… ti amo. Lei annuì. -Anch’io.
La guardia mi aveva già chiamato tre volte per avvisarmi che il colloquio era già finito. E la lasciai andare via. E pensai con amarezza che avevano fatto tutto quel viaggio per solo un’ora di colloquio dietro un bancone.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova Luglio 2014

 


 

 

 


 

“L’URLO DI UN UOMO OMBRA”,
DI CARMELO MUSUMECI
(Edizioni Smasher)


“Se non si urla vuol dire che si acconsente” (Gesualdo Bufalino)

Loro stanno urlando.
La voce non basta, le parole inefficienti, gli scritti dimenticati, le morti numerate.
Gli uomini ombra adesso hanno deciso di esasperare il suono che scaturisce dalle loro gole per manifestare il loro dissenso.
Carmelo è un uomo rinchiuso in carcere da 23 anni, di cui 5 anni di 41bis nell’Isola del Diavolo (Asinara) e ancora adesso, dopo essersi laureato e aver dimostrato in tutti i modi possibili di essere cambiato e di aver intrapreso un impeccabile percorso di rieducazione, mettendo il suo tempo e la sua energia a disposizione degli altri, come testimoniano le innumerevoli interviste e dialoghi con giovani e studenti o la pazienza che impiega nel seguire i casi di altri ristretti o lo scrivere le istanze per i compagni che chiedono il suo sostegno, dopo tutto questo Carmelo si trova ancora con un fine pena mai a sancire la NON fine del suo percorso punitivo e l’inutilità del suo evolversi come essere umano.
L’ergastolo ostativo è anticostituzionale dal momento che nega i principi della costituzione stessa, in particolare dell’art.27: “La pena deve tendere alla rieducazione del condannato favorendo il suo reinserimento nella società”.
L’ergastolo ostativo rende lo Stato, e la società da esso rappresentata, l’esecutore di una vendetta senza fine, siamo fermi agli albori della storia, quando la legge dell’occhio per occhio dente per dente regolava i rapporti umani e proteggeva la comunità dai cattivi, nell’efferatezza delle esecuzioni punitive dei detentori del potere. E la storia la conosciamo tutti, ci sono state le “galere”, le impiccagioni, i linciaggi, le segrete, le catene e le torture.
E oggi, in questo nostro tempo di finta evoluzione, che vede la vendetta della collettività abbattersi su chi ha compiuto il male, in tal modo producendo a sua volta altro male, noi dormiamo i sonni tranquilli e illusori del cittadino giusto, sentendoci protetti dalla giustizia e ignorando che il male va affrontato e superato, non perpetuato con le vendette di Stato o negato con la segregazione eterna di chi un tempo l’ha compiuto.
Una buona parte degli ergastolani ostativi sono effettivamente colpevoli, come essi stessi ammettono, e qui sarebbe opportuno addentrarsi nella conoscenza delle cause che li hanno resi criminali. Lo stesso Musumeci afferma: “Io sono nato colpevole” ed è improponibile negare che effettivamente il 100% di essi siano meridionali e molte volte cresciuti in un particolare ambiente sociale. Ma ci sono state purtroppo delle vittime, ed è necessaria una restituzione morale ai famigliari delle stesse, una pena che eguagli la colpa. Gli amministratori di giustizia hanno inventato una pena infinita, quasi a voler uguagliare il dolore senza fine di chi ha perso per mano della violenza i propri cari. Ed ecco l’ergastolo ostativo, la pena di morte viva, che non ha neanche la valenza per rendersi palese con il proprio nome, a far sentire protetto e cullato dalla giustizia il nostro bel paese.

Ed ecco Carmelo Musumeci, un uomo ombra, uno degli oltre 1500 morti-vivi segregati nelle nostre patrie galere, a urlare la propria voglia di vivere in questo libro che eppure è intriso di morte.

Perché a differenza della altre opere dello scrittore, dove si respira la speranza, la sensibilità dell’animo di chi racconta, la fiducia riposta negli occhi e nel cuore di chi legge, nel “L’urlo di un uomo ombra” non c’è spazio per il buonismo, per il patteggiamento, sembra quasi che il tempo non lasci più tempo.
Tutti sappiamo che nelle nostre carceri le morti autoindotte si moltiplicano di anno in anno, e per i compagni di cella o di sezione non è facile ritrovare la propria serenità intramuraria dopo aver chiuso gli occhi al compagno, all’amico che non ce l’ha fatta e si è affidato alla forza di un lenzuolo divenuto corda, immortalato a cappio.
E Carmelo sente l’esigenza di esprimere il dolore di queste vite negate affinché la gente sappia, ascolti, veda, tra le ombre dei passi di chi non è né morto né vivo.
Questa nuova opera dello scrittore Musumeci sembra non accontentarsi della magia del racconto, le metafore non bastano, così come non è sufficiente il racconto puramente giornalistico, il resoconto dei fatti o il puro assemblarsi delle emozioni nello scorrere di un tempo che si svuota di significato nel suo cristallizzarsi in un presente senza fine, essendo legalmente a loro negato il futuro.
Gli ergastolani sono inchiodati al loro passato, per sempre cattivi e colpevoli.

In questo suo nuovo libro che si legge tutto d’un fiato e che poi sembra richiamare il lettore ad un approfondimento, ad una ulteriore lettura, perché allo scorrere dell’ultima pagina si ha la sensazione di essersi persi qualcosa e la si va a ricercare tornando a sfogliare le pagine precedenti, Carmelo ha saputo donare un nuovo significato al silenzio dominante sulle notti fra le sbarre, di cui l’unico suono a infrangere il ghiaccio delle luci spente è il rumore del metallo delle porte blindate.
La speranza di essere ascoltato dà il senso di questo assolo atemporale e con essa la certezza che l’urlo di un uomo compiuto in un tempo infinito possa richiamare una nuova consapevolezza civile, capace di sradicare il dolore dell’ingiustizia.

E Carmelo urla e urla ancora, e conduce per mano chi accoglie la pregnanza del suo sguardo e la bellezza della sua voce espressa in pagine che toccano la maestosità della pura poesia, sa accompagnare il lettore lungo i corridoi del carcere, là dove realtà e fantasia talvolta si confondono, nello svolgersi di quotidianità senza raggi di sole a far brillare gli sguardi.

Pagine di racconti, ora totalmente frutto della sua fervida fantasia attraverso la quale si porge la crudezza della realtà su di un piatto d’argento, si alternano a pagine di diario, dove l’autore registra il suo pensiero momento per momento, le sue considerazioni di uomo ombra, vittima della sua stessa colpa in un passato divenuto eterno, e tuttavia cementato nel suo presente, impedito ad avere un futuro.
Carmelo sa intingere la trama narrativa delle storie nel profondo intento comunicativo e risulta chiaro il suo messaggio subliminale, intriso di una saggezza strappata alla vita con i denti: anche l’uomo peggiore può avere un cuore.
Ed ecco La belva della cella 154, ispirato ad una storia vera, che vede questo cattivo per sempre, crudo e irraggiungibile dai sentimenti umani, inchiodato alla solitudine, che si affeziona ad un gatto, suo unico compagno di vita.
Oppure l’efferato killer Roberto Pappalardo e il suo inestinguibile desiderio di amare e di essere riamato, ad intessere una vera e propria relazione con una donna inesistente, quasi a dimostrare che anche nell’essere peggiore è possibile ritrovare l’istinto al sentimento primario, l’amore, unico richiamo ancestrale al quale neanche il criminale più spietato può sottrarsi.
Anche perché nasciamo da un atto d’amore, non certo di cattiveria e tutte le creature ne sono figlie e possono ritrovarlo nel loro DNA, se lo vogliono.
O se qualcuno crede in loro.
Tuttavia in questo libro, al di là dei personaggi scaturiti dalla fantasia del nostro autore e in diversa misura attinenti alla realtà, c’è un unico vero protagonista che si affaccia instancabile ad ogni pagina di diario o ad ogni svolgersi di racconto.
La morte.
Quasi ad invocarla l’uomo ombra non ha più paura di nulla, perché non ha più niente da perdere, tutto ormai gli è stato negato.
Tutto, tranne la sua capacità di essere libero.
E Carmelo Musumeci lo sa bene perché lui è un uomo profondamente libero, a dispetto dei muri che si ergono armati attorno a lui, e non ha timore di parlare con essa.

“La libertà incomincia dove finisce la paura”, poche parole per una profonda saggezza intrisa di verità e dall’immensità di questa sua bellissima frase è nato il mio amore per lui e per tutti coloro che come lui sanno vincere la morte, pur essendo seppelliti vivi.
Carmelo non ha più paura, niente lo può fermare od ostacolare, perché la battaglia contro i suoi demoni l’ha combattuta e vinta tante volte, e ancora talvolta è lì a combatterla, ma ora con le armi fiammeggianti dello schiavo liberato, che le impugna con la forza di chi tutto osa per sublimare la vita, in onore dei propri sogni e della propria immensa capacità di amare.


Grazia Paletta

 

 

"L'urlo di un uomo ombra" è l'ultimo libro di Carmelo Musumeci
(Edizioni Smasher) costo 13 euro (spese di spedizione gratuite)

http://www.edizionismasher.it/carmelomusumeci.html

Per info e ordinazioni:  zannablumusumeci@libero.it
http://www.carmelomusumeci.com/pg.base.php?id=1&cat=1&lang=

 


 

Video

CARMELO MUSUMECI
a TG 2 COSTUME E SOCIETA'
(intervista a cura di Lino Lombardi)

27 maggio 2014

 

 

 


Da "Il Garantista" 21/06/2014
 

 


Petizione: AmoreTraLeSbarre.

Chiediamo il diritto all’affettività in carcere

 

Ho lanciato la petizione "Andrea Orlando: #AmoreTraLeSbarre. Chiediamo il diritto all’affettività in carcere" e ho bisogno del tuo aiuto per diffonderla.

Puoi prenderti 30 secondi per firmare?

Clicca qui per firmare

Ecco perché è importante:

Nel nostro paese dicono che la persona umana conserva pienamente anche nella condizione di detenzione il suo diritto inalienabile alla manifestazione della propria personalità nell’affettività. Eppure io - condannato alla cosiddetta Pena di Morte Viva” (L’ergastolo ostativo) - e la mia compagna, sono ventitré anni che sogniamo l'amore senza poterlo fare. Lei, anche dopo tanti anni, è ancora l'amore che avevo sempre atteso. Mi ricordo ancora le sue prime

parole, i suoi primi sorrisi e i suoi primi baci. Da molti anni viviamo giorni smarriti, perduti e disperati.

Da tanti anni lei ama e si fa amare da un uomo senza più speranza e futuro. Da ventitré anni il suo amore mi da vita di giorno e di notte. Eppure da molti anni i suoi sorrisi sanno di tristezza, delusione e malinconia perché da tanti anni le mie mani non la accarezzano. Da ventitré anni penso a lei in ogni battito del mio cuore. Da molti anni mi sta dando tanto ed io invece così poco, perché lei per me è il mare, il cielo, il sole e l’aria che respiro. Eppure da tanti anni ci abbracciamo, ci baciamo e ci amiamo solo con i nostri pensieri.

In carcere gli affetti e le relazioni, il rapporto stesso di un individuo con le persone amate, con la propria vitalità e con i desideri, viene sepolto. Di fronte all'impossibilità di coltivare i sentimenti, se non in forme frammentarie ed episodiche (i colloqui, le lettere, le telefonate dalla sezione) spesso i detenuti e le detenute cancellano l'idea di potersi sentire ancora vivi e vive nel cuore. Il corpo viene abbandonato come un cadavere nel fiume, oppure, al contrario, imbalsamato nella cura ripetitiva degli esercizi in palestra, fino a raggiungere una forma perfetta quanto inservibile.

Nelle carceri in Croazia sono consentiti colloqui non sorvegliati di quattro ore con il coniuge o il partner. In Germania alcuni Lander hanno predisposto piccoli appartamenti in cui i detenuti con lunghe pene possono incontrare i propri cari. In Olanda, Norvegia e Danimarca nelle carceri ci sono miniappartamenti nei quali si possono ricevere le visite. In Albania, una volta la settimana, sono previste visite non sorvegliate per i detenuti coniugati. In Québec, come nel resto del Canada, i detenuti incontrano le loro famiglie nella più completa intimità all'interno di prefabbricati. In Francia, come in Belgio, in Catalogna e Canton Ticino sono in corso sperimentazioni analoghe. La possibilità di coltivare i propri affetti è prevista anche in alcuni Paesi degli Stati Uniti.

In Italia invece, fare l'amore con la donna che ami, non è consentito ai detenuti.

Qualcuno può spiegarmi cosa c'è di rieducativo in tutto questo? E a chi giova il fatto che io non possa fare l'amore con la mia compagna?

Chiedo che la politica si occupi di rendere l'Italia al passo coi tempi anche per quel che concerne i diritti di noi detenuti.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova

 


 

Video registrazione del Convegno
“Senza l'ergastolo. Per una società non vendicativa”

Venerdì 6 giugno 2014, Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova
 

http://www.radioradicale.it/scheda/413289

 

 

 

      


  


 



Intervista a Carmelo Musumeci

Video dal TG2

a cura di Lino Lombardi

(durata minuti 1, 56)  

 

 

  TG2 ore 20:30 del 23/04/2014
 

 


 

 

   


 

Amore fra le sbarre

 


Questo mese è il compleanno della mia compagna che mi aspetta da ventitré anni e mi sono ricordato di un colloquio che ho fatto con lei tanti anni fa. Ero stato da poco condannato alla “Pena di Morte Viva” (L’ergastolo ostativo).

Quella mattina ero in ansia. Impaziente. E avevo il cuore pieno di pensieri. In carcere, il giorno del colloquio è sempre più lungo degli altri. Ero sdraiato sulla branda a occhi aperti a pensare. E ad aspettare che le guardie mi chiamassero. Intanto iniziai a pensare che lei per venirmi a trovare si era dovuta prendere un giorno di riposo nella lavanderia dove lavorava. E sicuramente aveva passato la notte in treno per fare più ore di colloquio. Mi aveva scritto che quella volta sarebbe venuta da sola. E avrebbe lasciato i bambini da sua madre. Mi sentivo in colpa. Più però di sentirmi in colpa non potevo fare. Nei primi anni di carcere avevo fatto di tutto per convincerla ad abbandonarmi. Lei però non aveva mai voluto sentire ragioni. E poiché non la potei lasciare, decisi di amarla ancora di più. Finalmente dal fondo del corridoio sentì urlare dalla guardia il mio nome. E scattai come una molla.

Appena la vidi la abbracciai. E respirai il suo amore. Lei si abbandonò fra le mie braccia. Subito dopo ci distaccammo. I gesti affettuosi in carcere sono proibiti.

A che ora sei partita?
Dentro l’Assassino dei Sogni, l’amore è temuto.
Questa notte.
Non resistetti.
Fuori dalla porta ti hanno fatto aspettare tanto?
E la abbracciai di nuovo.
Un pochino.
Lei si fece abbracciare.
Amore, non ti preoccupare.
E a sua volta mi strinse in un forte e lunghissimo abbraccio. Poi la guardia bussò al vetro per invitarci a sederci.
Ti ho portato due bistecche di carne disossate, un po’ di verdura.
A malincuore mi distaccai da lei.
E i carciofi ripieni come piacciono a te.
Ogni volta che la vedevo, mi sembrava più bella della volta prima.
Il formaggio stagionato con il pepe questa volta le guardie non l’hanno fatto passare.
Quel giorno aveva i capelli legati a coda di cavallo.
Mi dispiace.
Quella pettinatura la faceva più giovane.
Non fa niente.
Sembrava una ragazzina.
Da vestire ti ho portato un po’ di roba pesante perché qui mi sembra che fa più freddo di dov’eri prima.
Aveva un leggero trucco che le nascondeva la stanchezza del viaggio.
Ti ho comprato un maglione e un paio di pantaloni.
Mi oscurai in volto.
Quante volte ti ho detto che non voglio che butti via i soldi per me? Pensa piuttosto ai bambini.
Indossava un vestito lungo di lana.
Scusa!
Con stampato delle belle farfalle blu.
Appena li ho visti in vetrina ho pensato che ti sarebbero stati bene.
Le facevano gambe più lunghe.
Scusa tu, ma so che fai tanti sacrifici.
E i fianchi più snelli. Lei sospirò.
Ti ho lasciato duecentomila lire alla porta.
Scossi la testa.
Non ti preoccupare perché la lavanderia sta andando bene.
Chi ama sa cosa pensi.
Stai tranquillo perché sono sicura che un giorno uscirai.
E che cosa provi. Io stetti zitto. Se avessi detto qualcosa, le avrei tolto quel poco di speranza di cui lei aveva bisogno. Preferii prenderle la mano. E gliela strinsi. Lei me la strinse ancora più forte. La lasciai fare. E con l’altra mano le feci una carezza sul viso.
Ci sono cose che si possono vedere solo quando si ama.
Tu piuttosto come stai?
Lei scrollò leggermente la testa.
Non posso avere i tuoi baci.
Da una parte all’altra.
E non posso essere sfiorata dalle tue carezze.
Poi la fermò.
Sento però lo stesso la tua presenza insieme all’energia del tuo amore.
Mosse la labbra.
Tesoro.
E mi mandò un bacio.
Ti aspetterò.
Dopo mi guardò fisso negli occhi.
Sappi che non mi stancherò mai di aspettarti.
E mi sorrise con lo sguardo. Poi abbassò il tono della voce.
Le nostre due anime sono unite da un unico destino.
Adesso le sue parole erano lente.
Amore.
E scivolavano più piano.
Non smettere mai di lottare perché se lo farai, smetterò anch’io.
La voce era più calda.
Ho bisogno della tua forza.
Affettuosa.
Nei momenti brutti, ricordati che solo l’amore vince sempre.
Tenera.
Anche a costo della vita.
Impastata d’amore.
E solo l’amore dà un significato all’esistenza.
E silenziosa come un battito di ali.
Lei continuava a parlarmi senza fermarsi.
Non dobbiamo mai perderci d’animo perché se ci arrendiamo, è finita.
E a guardarmi negli occhi.
Amore… ho bisogno di te… delle tue carezze… della tua voce… dei tuoi baci… ma non ho bisogno del tuo amore… perché quello è già dentro il mio cuore.
Io la ascoltavo in silenzio.
Ti amerò per l’eternità.
Lei intuiva i miei pensieri.
L’amore non ha bisogno della vita perché io continuerò ad amarti anche da morta.
Ed io intuivo i suoi.

Poi lei smise di parlare. E iniziai a farlo io.
Amore, non ti nascondo che a volte mi sento stanco di sperare.
La mia voce era malinconica.
E soprattutto di farti sperare.
Indecisa.
Quando si ama è più facile conoscere se stessi ed io sono sicuro che non smetterò mai d’amarti.
Timida.
Solo l’amore è certo nel mio cuore e nella mia vita.
E fatalista.
Dopo scrollai la testa.
Tutto il resto però non dipende più da me.
Emisi un grosso respiro.
Amore...
E allungai la mano verso il suo viso.
Purtroppo a volte penso che la “Pena di Morte Viva” sia molto più forte di noi.
Le accarezzai una guancia.
Ho paura che con il passare degli anni non potrai amare più me, ma solo la mia ombra perché io diventerò solo quella.
E poi le sfiorai le labbra con le dita. All’improvviso lei scoppiò a piangere.
Amore…
Chiusi un attimo gli occhi.
Non fare così.
Scossi la testa.
Se piangi mi fai stare male.
Non riuscivo vederla piangere.
Tesoro…
Riaprii gli occhi.
L’altra notte ho pensato alla prima volta che ti ho visto.
Abbozzai un sorriso.
Da quel giorno mi hai rubato il cuore, il respiro e il sonno.
E provai a consolarla.
Amore ti amo.
C’era una profonda e stanca dolcezza nella mia voce.
Tutto il resto non m’interessa.
E iniziai a sussurrarle parole dolci.
Non so come e quando, ma riuscirò a farti felice.
E affettuose.
Recupereremo il tempo perduto.
Con gli occhi.
Non posso passare la mia vita senza di te.
E con il cuore.Lei nel frattempo aveva smesso di piangere.
Amore
Tirò su con il naso.
Ti aspetterò.
Prese un fazzoletto.
Non mi stancherò mai di farlo.
Se lo passò negli occhi.
Mi viene facile aspettarti.
Poi lo strinse nelle mani.
Ho te e mi basta.
E iniziò a sorridere.
Sei tutto il mio universo.
Il suo era un sorriso disarmante. E sereno. In quel sorriso c’era amore. Tutto il resto non importava.
Ci baciammo sulle labbra. E quel bacio sapeva di speranza. Poi i suoi occhi scintillarono.
Se ti accadesse qualcosa, per me sarebbe impossibile vivere.
E la sua voce vibrava.
Il resto non conta perché ti starò accanto per tutta la vita.
Le sue parole si posarono sul mio cuore.
Sarò l’ombra della tua ombra.
Mi fecero inumidire gli occhi.
Il nostro amore sarà sempre più forte che qualsiasi altro dolore.
E me li asciugai prima che lei se ne accorgesse.
Ti amo.
Poi lei allungò una mano.
Fino alla follia.
E mi arruffò i capelli.

All’improvviso la guardia entrò ad annunciare che il tempo era scaduto. Io e lei ci alzammo in piedi. Le passai un braccio intorno alla vita. E per un attimo la strinsi sul petto. Lei si fece abbracciare come una bambina. Poi la lasciai di scatto. Alzai una mano. E le accarezzai il viso. Subito dopo mi voltai. E uscii dalla porta della sala colloquio senza voltarmi.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova

 


Scrive Enrico Montesano su Carmelo Musumeci nella sua pagina/blog personale:

"Se un peccatore si ravvede..è perdonato! Non so di quale reato si sia reso colpevole Carmelo, ma se il suo cammino verso la rieducazione è compiuto, se si è ravveduto, se ha studiato, se il suo comportamento è stato irreprensibile, deve avere tutta la nostra comprensione ed il nostro appoggio!"

https://www.facebook.com/pages/Enrico-Montesano-Pagina-Ufficiale/160377830695390

Eppure nessuno ci dice perchè lui sta ancora detenuto in Alta Sicurezza!


 

L'uomo non è il suo errore

  

 


Carmelo Musumeci

Zanna Blu. Le avventure

Gabrielli Editore


Impreziosito dalla presentazione di Margherita Hack, il libro della avventure del lupo Zanna Blu è un avvincente racconto-metafora non facilmente riconducibile a un unico e preciso genere letterario, e altrettanto non facilmente definibile in riferimento alla tipologia di lettori a cui può essere rivolto. Certamente le singole storie (inanellate a formare un piccolo romanzo mediante una tecnica raffinata che, proprio nella chiusa di ognuna, colloca il finale provvisorio che sarà ripreso, con le stesse parole, all’inizio della successiva) hanno i tratti distintivi delle fiabe per bambini. Che si tratti di fiabe è suggerito intanto dal loro sfondo paesaggistico, in quanto portano a volo il lettore in un luogo fatato, incantato e incantevole nel suo fascino siderale, anche se, al contempo, pervaso di raggelante solitudine, di coraggio misto a paura, teatro di continui pericoli e sempre nuovi cimenti, dominato da una luna immensa, che rischiara il buio di spazi infiniti. Ecco, la luna: lontana ma partecipe (l'adiuvante principale, secondo le categorie proppiane, che a buon diritto possono essere applicate a queste fiabe di ambientazione nordica), amica che talora nasconde il volto dietro le nubi per non vedere e non soffrire, ma che altre volte provvidenzialmente soccorre, e sempre si fa tramite dei messaggi d'amore che il lupo protagonista e gli altri lupi le affidano, nei momenti più drammatici, mandando lunghi ululati verso il suo volto di luce. "Tutte le volte che ci sarà la luna piena e avrai bisogno di me, potrai chiamarmi e io risponderò": sono le parole di Lupo Mannaro morente, ed è significativo che sia proprio un licantropo, la creatura spaventosa che nell'immaginario collettivo è la meno adatta a rivestire un ruolo da buono, a salvare ed adottare Zanna Blu da piccolo, a dargli la protezione e il calore della famiglia che non ha. Ed ecco, nella magia del racconto fantastico, l'ammonimento a non lasciarsi ingannare dalla prima apparenza delle cose, e a non subire il condizionamento dell'ingiusto pregiudizio ("Spesso, infatti, gli uomini e i lupi hanno bisogno del cattivo di turno per sfogare la loro rabbia e la loro frustrazione: tanto, un povero Lupo Mannaro lo trovano sempre per riversargli addosso le loro paure"). Fiabe, dunque, però anche favole: in senso tecnico, in quanto vi agiscono animali, che, pur con i debiti rovesciamenti (sto pensando al giustamente ironico "in bocca all'uomo"), incarnano comportamenti, vizi e virtù degli uomini, e in quanto ogni volta sono portatrici, come nella favola di tradizione esopica, di insegnamenti morali, talora veicolati in modo implicito, talora posti a esplicito commento della storia narrata. Non si pensi, però, che nella narrazione delle avventure di Zanna Blu la "morale della favola", che senza dubbio è sempre leggibile, riconoscibile almeno in filigrana, sbilanci il racconto spostando troppo il focus sul piano etico e diminuendo, di conseguenza, la magia del fiabesco: al contrario, il cosiddetto "messaggio" riesce a farsi cogliere con semplicità, senza allentare né il ritmo narrativo né il continuo effetto di suspense. Siamo e restiamo nel regno meraviglioso della fantasia, dove tutto può accadere, e dove, per dirla pascolianamente, il fanciullino che è in noi può gioire dell'onnipotenza della volontà unita all'amore, attendersi e ottenere il prodigio salvifico, assistere ogni volta, come nei sogni più belli, alla trasformazione (a cui lo scrittore finisce con l'abituarci) dei cattivi in buoni (in quei buoni che da sempre, nell'intimo del loro cuore, avevano desiderato essere). I due piani, quello del fiabesco puro e quello dell'apologo, della riflessione morale messa in campo per via di immagini, si intersecano talvolta in modo naturale, senza forzature: per esempio in alcuni interventi-chiave del narratore, introdotti in forma di rapido commento (il più icastico: "non esistono persone o lupi cattivi, esistono solo azioni buone o cattive").
Il lettore, adulto o bambino che sia, impara presto ad abbandonarsi alla dimensione fantastica del racconto, e da quel momento sa che tutto può accadere, perché appunto siamo nel mondo onnipotente della fantasia, dove il prodigio rientra, per convenzione, nelle regole del gioco. E' così che finiamo con l'aspettarci che Zanna Blu, il lupo buono mille volte ferito e moribondo, ritrovi ancora una volta, anche quella volta in più, le forze non per una stentata sopravvivenza, ma per una nuova corsa, anzi per un volo verso la meta di sempre, attraverso le gelate terre del nord, la Siberia, la Groenlandia, il mare ghiacciato o in tempesta, in una geografia ridisegnata come accade, appunto, in sogno, dove anche le distanze sconfinate possono essere percorribili e superabili, nonostante tutto. La salvezza di Zanna Blu, nei momenti di massimo rischio, quando l'antagonista di turno (che poi diverrà adiuvante per la successiva avventura) pare avere la meglio sul povero lupo sfinito, è raggiunta coi famosi salti mortali (perciò, di fatto, salti "vitali"), sempre variati, sempre oltre il limite raggiunto col precedente: quando pensiamo di aver assistito al salto più difficile, più sorprendente, più acrobatico possibile (il doppio salto mortale, quello all'indietro, il quintuplo...), la fantasia dello scrittore ne inventa un altro (e a quel punto un po' ci contavamo, ammettiamolo). A proposito di questa meravigliosa specialità di Zanna Blu, va ricordata una piacevole sorpresa regalataci da Carmelo: è la figlia femmina di Zanna Blu, la coraggiosa Coda Bianca, ad aver imparato di nascosto a fare i salti mortali, imitatrice ed erede del padre in questi "impossibili" slanci fisici verso l'alto, verso la salvezza e la libertà.
Il racconto, nel suo procedere, esce dai confini del genere "fiaba" o "favola" e lascia sempre maggiore spazio a un complesso e originale gioco metaletterario, con l'intervento sempre più frequente dell'autore. Il genere letterario di riferimento diventa in realtà, a poco a poco, incrocio, o meglio ancora commistione, fusione di generi, in un amalgama che è anche un interessante e innovativo esperimento di scrittura: il piano del racconto fantastico viene ad appoggiarsi sul piano della realtà autobiografica di Carmelo Musumeci, al punto che significante e significato combaciano nell’attribuzione, ad alcuni lupi, di nomi di persone che hanno segnato passaggi importanti della vita dell'autore: un esempio per tutti, Lupo Don Oreste. Attraverso il racconto, divenuto ormai corale, delle avventure del lupo Zanna Blu e degli altri lupi (solitari o in branchi), il veicolo letterario scelto dallo scrittore assume sempre più le caratteristiche, o almeno le connotazioni, del diario, della testimonianza: è il suo modo di consegnare a tutti noi lettori in generale, ma probabilmente ai suoi cari in modo specifico, la narrazione sofferta del suo percorso esistenziale e delle sue speranze. Tuttavia, si badi bene, gli evidenti richiami al reale non tolgono nulla al fascino del racconto d’invenzione, nel quale sono via via intessuti. Lo scrittore Carmelo entra, sì, autobiograficamente nel racconto, ma in che modo? Dapprima come autore la cui penna può salvare o lasciare morire Zanna Blu, in seguito come personaggio il cui agire appartiene ormai al flusso narrativo della vicenda fantastica, e con essa si confonde. La favola di animali dai tratti psicologici "antropomorfi" diventa in tal modo favola "mista", di animali e uomini pronti a incontrarsi nel gran finale (che, ovviamente, non rivelerò).
Da sottolineare, sul piano narratologico, la complessità e varietà dei modi con cui Carmelo si lega al proprio racconto, entrando "fisicamente" nel libro: ora proiettandosi in Zanna Blu stesso, ora persino mettendosi in un rapporto di surreale competizione con lui, fino a divenirne, addirittura, rivale e antagonista. Rinunciando al ruolo tradizionale dello scrittore di racconti di invenzione, che è quello di narratore onnisciente, Carmelo mostra di non sapere, o di non aver deciso (che è la stessa cosa) come le cose andranno a finire, e riconosce quindi a se stesso la facoltà di cambiare idea, vale a dire di cambiare il racconto in corso d'opera: con questo espediente lo scrittore riesce a spiazzare del tutto il lettore, scoraggiandolo, fra l'altro, da ogni tentativo di interpretazione psicanalitica troppo scontata, da manuale.
Anche sul piano stilistico lo scrittore sceglie di non attenersi a un registro univoco, e così l’andamento narrativo tipico della fiaba, con i suoi dialoghi seri e drammatici, con le descrizioni solenni, è tuttavia punteggiato ora qua ora là di qualche battuta scherzosa, e non mancano, per quanto riguarda le scelte di lessico, incursioni veloci nel linguaggio colloquiale anche un po' brusco, ma di sicuro effetto vivacizzante.
Di questo libro restano impresse nella mente e nel cuore del lettore anche le bellissime dediche – ricche di pathos, ma prive di retorica - poste sotto il titolo dei singoli capitoli: didascalie di un mondo di affetti in cui nessuno viene dimenticato, e che anche noi lettori a poco a poco impariamo a conoscere. Anche in forza di queste presenze reali, evocate dallo scrittore a illuminare il senso profondo di ogni tappa del racconto, quando tutto sembra perduto noi sappiamo che non è così: la sua penna saprà ancora tracciare le parole che riapriranno il varco alla speranza.


Recensione di Annamaria Cotrozzi
Ricercatrice Università di PISA, Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica

  

 


 

 Appello di un uomo ombra ai politici italiani

 

     

Carmelo Musumeci appena entrato in carcere 

   

  

    Carmelo Musumeci un anno fa (2013)


Non c’è nessuna giustizia nel tenere murata viva una persona in una cella solo per farle attendere l’arrivo della vecchiaia e poi quello della morte.
(“L’Urlo di un uomo ombra” di Carmelo Musumeci - Edizioni Smasher)

Com’è noto, la Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha ritenuto, nel caso Scoppola contro Italia del 17 settembre 2009, che la condanna all’ergastolo di un ricorrente che a suo tempo aveva chiesto di essere processato con il rito abbreviato, anche se la legge dopo era cambiata in peggio, fosse tramutata in una pena a termine.
In seguito a questo, in Italia la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale, sul caso di un altro ergastolano, hanno dovuto accogliere questo principio. E ora molti Giudici di Esecuzione a molti uomini ombra, ormai ex, stanno tramutando la pena dell’ergastolo in quella temporanea di trent’anni, per i condannati che si trovano nella medesima situazione.

L’Italia è veramente un Paese strano, su tutti i versi, tanto che nel campo penale non ha poi così importanza la gravità della pena per cui sei stato condannato, perché adesso conta di più il periodo in cui sei stato processato.
Praticamente solo chi ha avuto la “fortuna” di essere giudicato nel breve periodo in cui si poteva chiedere il rito abbreviato anche per i condannati all’ergastolo potrà avere la riduzione a 30 anni di pena, tutti gli altri no. Senza nessuna distinzione tra merito o meno, solo per pura casualità.

E un ergastolano l’altro giorno mi ha scritto: Carmelo, come saprai, stanno tramutando a molti uomini ombra la pena dell’ergastolo a trent’anni di carcere. La cosa non può che farmi piacere, però, non ti nascondo che per chi non ha avuto questa “possibilità” di trovarsi al posto giusto nel momento giusto è pur sempre un’ingiustizia. Ecco perché, per un’uguaglianza di diritto, sarebbe doveroso da parte dei politici abolire per tutti l’ergastolo.
E mi è venuta l’idea di lanciare un appello al mondo politico per chiedere l’abolizione dell’ergastolo a tutti, perché la “Pena di Morte Viva” (come chiamiamo l’ergastolo noi condannati senza fine pena) ti lascia in vita. Nient’altro!

A volte penso a quando nei primi anni di carcere trovavo conforto nei ricordi e nei sogni.
Invece adesso se ricordo e sogno soffro ancora di più.
Per questo ormai da molti anni quando apro gli occhi il mattino penso subito a come sarebbe bello se fossi morto all’improvviso durante il sonno. La speranza per noi è il nostro peggiore nemico perché ci costringe inutilmente a sopravvivere per attendere un giorno che non arriverà mai, il 99.9.9999.
In nome della giustizia spesso si commettono le peggiori ingiustizie perché dopo tanti anni di carcere gli ergastolani, uomini ombra, scontano colpe di persone che non ci sono più, perché profondamente cambiate.
Oggi pensavo che il tempo per l’uomo ombra non esiste, perché noi non possiamo aspettarci più nulla di buono. Possiamo solo sperare di morire per finire presto la nostra pena. Non mi resta da fare altro che lanciare questo appello fra le sbarre della mia cella, che probabilmente pochi politici raccoglieranno, per cancellare dal mio certificato detentivo il mio fine pena : 9999, che ha sostituito la vecchia dicitura “Fine pena mai” scritta in rosso.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, Marzo 2014

 


AGNESE MORO:

«PERCHÉ SONO CONTRO L’ERGASTOLO»



«È facile dire a chi ha perso qualcuno perché un altro essere umano gli ha tolto la vita: “Ti faremo giustizia; manderemo il responsabile in prigione per molti anni o per sempre, e tu sarai ripagato”. È una menzogna». La figlia dello statista, in questo suo testo scritto per Famiglia Cristiana, spiega che cosa può davvero “ripagare” chi ha subito la più tremenda delle violenze.

La democrazia repubblicana, così come la disegna la nostra bella Costituzione, non è solo un sistema politico. È anche – e forse soprattutto – un progetto di vita individuale e sociale. Esprime una speranza di giustizia e di pace, che viene dalle generazioni che ci hanno preceduto, che ci accompagna dando sapore alle nostre esistenze, che vorremmo poter trasmettere ai nostri figli e nipoti.

Alla base del progetto della nostra democrazia repubblicana c’è la persona; ci sono le persone reali, la loro dignità, le loro difficoltà, la loro unicità e la loro grandezza. Per l’ideologia fascista che ha preceduto la Repubblica lo Stato era tutto, le persone niente. Per la Repubblica (ovvero per tutti noi), invece, ogni persona è preziosa, e siamo impegnati, tutti insieme, a difenderne i diritti e la dignità.

Ed è per questo che quando uno di noi sbaglia, anche gravemente, noi lavoriamo per impedirgli di seguitare a sbagliare e gli infliggiamo una pena che non è una vendetta, ma che gli deve servire a cambiare e a ritornare tra noi. Dall’articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Noi non buttiamo via nessuno, e rivogliamo tutti indietro. In questo nostro progetto di vita l’ergastolo è decisamente un corpo estraneo; una contraddizione insanabile con la nostra Costituzione. Perché fa della pena una punizione e basta; perché sancisce un allontanamento definitivo e senza appello dal resto della società; perché – come diceva mio padre Aldo Moro nei suoi scritti giuridici – è decisamente contraria al senso di umanità perché nega anche la speranza di poter tornare a vivere la dimensione della libertà che caratterizza così profondamente il nostro essere uomini.

Bisognerebbe avere anche l’onestà e il coraggio di affrontare il tema della giustizia. È facile dire a chi ha perso qualcuno perché un altro essere umano gli ha tolto la vita: “Ti faremo giustizia; manderemo il responsabile in prigione per molti anni o per sempre, e tu sarai ripagato”. È una menzogna. Le perdite subite non si risanano, e nessuna punizione può ripagare di un affetto che non c’è più.

Può invece aiutare – tanto – vedere che chi ha fatto del male ha capito quello che ha combinato, ne è realmente dispiaciuto, vorrebbe con tutte le sue forze non averlo fatto; che riprende a vivere in maniera diversa, cerca di essere utile alla società, porta il rimorso suo e anche il dolore delle proprie vittime.

È quanto di più vicino alla giustizia si possa chiedere. Ed è la saggia via proposta dalla nostra Costituzione.
 

tratto da   Famiglia Cristiana

15.02.2014 


Intervento di Carmelo Musumeci

V Congresso di Nessuno Tocchi Caino

Padova, 19 dicembre 2013

 

 


 Carceri, Speranza (Pd):

“L’abolizione dell’ergastolo è una battaglia di civiltà”




“Io penso che la battaglia per l’abolizione dell’ergastolo sia una battaglia di civiltà e se vogliamo di costituzionalità. Per questo ho firmato una proposta di legge con Danilo Leva, l’ex responsabile della Giustizia del Pd, che va nella direzione del superamento dell’ergastolo”. Così il capogruppo del Pd alla Camera, Roberto Speranza, nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio dal titolo “La giustizia dietro le sbarre”, all’indomani dell’approvazione del decreto Carceri alla Camera. In proposito Leva ha aggiunto: “Dobbiamo chiedere al più presto la calendarizzazione delle proposte di legge che ci sono sull’abolizione dell’ergastolo. Se riusciamo a superare l’uso simbolico che si fa in questo Paese delle pene e del diritto penale, forse riusciremo ad allineare l’Italia alle politiche degli altri Paesi europei”. Durante la conferenza è intervenuto anche il deputato di Per l’Italia (PI), Mario Marazziti, che ha appoggiato la proposta del Pd e ha bollato come “infantile” il piano presentato, invece, dal Movimento 5 Stelle di Manolo Lanaro


7 febbraio 2014

tratto da “Il Fatto Quotidiano”

  


 

 

  
     


 


 

“L’URLO DI UN UOMO OMBRA”,
IL NUOVO LIBRO
DI CARMELO MUSUMECI
(Edizioni Smasher)


In molti mi chiedono perché scrivo così tanto e io rispondo che scrivo innanzitutto per far sapere qualcosa di più di me ai miei figli e per fare conoscere il carcere al mondo esterno, perché mi ha colpito una frase scritta sul muro di un lager nazista: “Io sono stato qui e nessuno lo saprà mai”.
E non è vero che uno scrive per se stesso, si scrive sempre per gli altri. Si scrive per sentirsi vivi. Io scrivo pure per dimostrare a me stesso che nonostante sono sepolto di cemento, sbarre di ferro e cancelli blindati, non solo respiro, ma sono anche vivo.
Scrivo per fare conoscere ai “buoni” il mondo dei “cattivi” perché i libri sono specchi. E riflettono quello che abbiamo dentro.
Scrivo anche perché m’illudo che questo sia l’unico modo che ho per continuare ad esistere al di là del muro di cinta

“Alla sera, quando la giornata dell’ergastolano è finita e sento la mandata del cancello ed il blindato che si chiude ed inizia la notte dell’ergastolano, la più dura, sento la voglia di farla finita, ma subito dopo mi preparo a passare la notte giacché non ho il coraggio di farlo. Si vive con tristezza e malinconia, senza speranza e senza sogni. Si vive una realtà, in una penosa solitudine, più brutta degli stessi incubi con l’angoscia di aspettare la notte ed il giorno senza vivere, come ombre che oscillano nel vento, come pesci in un acquario, con la differenza che non siamo pesci. Vivi una vita che non ti appartiene più, vivi una vita riflessa, una vita rubata alla vita. Per l’ergastolano, il carcere è come un cimitero: invece che morto sei sepolto vivo.”

“L’ergastolo non potrà mai essere giusto.
Il perdono è il sentimento più bello, il più perfetto, il più difficile, il più giusto. L’ergastolano non può guardare in faccia il futuro, può solo guardare il tempo che va via. Anche noi siamo per la certezza della pena, ma non ci fermiamo solo qui. Siamo anche per la certezza del fine pena. Anche noi ergastolani vogliamo un calendario nella cella per segnare con una crocetta i giorni, i mesi, gli anni che passano.
Molti ergastolani sono pure vittime di se stessi ed in tutti i casi non si può essere responsabili per sempre: qualsiasi cosa dovrebbe avere un inizio e una fine.
La legge viene dal greco nomos: distribuire, ordinare e misurare. Ma come si fa a misurare l’ergastolo? L’ergastolo non ha nessuna funzione, è la vendetta dei forti, dei vincitori, della moltitudine.
L’ergastolo è il male e rende innocente chi lo sconta.
Probabilmente la maggioranza politica a quella del paese è contraria all’abolizione dell’ergastolo, ma la storia è piena di maggioranze che sbagliano.
Essere in molti non significa di per sé che si abbia ragione.”

“Scontare l’ergastolo è come giocare a scacchi con la morte: non puoi vincere. Ma io combatto ugualmente tutte le volte contro di lei perché, anche se non potrò vincere, per l’amore dei miei figli, non posso neppure perdere”.      (da “L’urlo di un uomo ombra” Edizioni Smasher)


E’ possibile ordinare “L’urlo di un uomo ombra” in qualsiasi libreria,
oppure tramite l’indirizzo email zannablumusumeci@libero.it curato da volontari:
o direttamente all’editore:
www.edizionismasher.it
editore@edizionismasher.it 


Striscione della Curva Sud Ultrà Cosenza 1914

(si ringrazia foto Zimeca)

 

 


Da una pagina del diario di Carmelo:

 

 

Oggi mi è capitata una cosa strana.
Mi ha chiamato una guardia nella Redazione di “Ristretti Orizzonti” che non avevo mai visto. E mi ha raccontato che il maestro di suo figlio ha letto in classe (quarta elementare) una mia poesia. Suo figlio è rimasto talmente colpito che ha chiesto a suo padre se mi libera.
Questa cosa mi ha fatto talmente piacere che gli ho regalato, con dedica, al bambino il libro di Zanna Blu.

 


 

 "Malati d'ombra"

articolo di Carmelo Musumeci,

scritto per Salute inGrata 06/2013 - Speciale Ergastolani

 

 


 

Perchè firmare contro il carcere a vita?

L’Italia è un Paese che si vanta di aver promosso la moratoria della pena di morte, eppure mantiene nel proprio ordinamento penitenziario una pena di morte mascherata, o come la chiamo io, la “Pena di Morte Viva”. L’ergastolo, soprattutto quello ostativo che non prevedere nessun beneficio e che di conseguenza condanna ad un reale fine pena mai, a morire in carcere, è peggiore è più crudele della pena di morte, perché ti uccide un po’ ogni giorno. Che senso ha murare vivo un uomo fino alla fine dei suoi giorni? Non è più compassionevole ucciderlo subito? In Italia ci sono più di 100 ergastolani che hanno superato i 30 anni di detenzione e che non hanno ad oggi nessuna prospettiva di morire fuori dal carcere. Ma se l’articolo 27 della nostra Costituzione dice che le “pene devono tendere alla rieducazione del condannato” che senso ha rieducare una persona per portarla rieducata alla tomba? Molti di noi preferirebbero fare dei lavori socialmente utili, ripagare il male con il bene, invece che sprecare la vita in carcere, dove non esiste speranza, né futuro. Noi non siamo né vivi né morti, solo delle ombre senza futuro. Il carcere non è la medicina, è la malattia. Il carcere non migliora una persona, solo il tempo e il lavoro interiore ci rendono uomini diversi. Anche la scienza sostiene, e lo spiega bene il prof. Umberto Veronesi, che dopo tanti anni l’uomo di oggi non è più lo stesso del reato: il nostro cervello è completamente nuovo e diverso, molti di noi sono diventati uomini nuovi, perché allora continuare a punirci? Che c'entriamo noi con quelli che eravamo prima?
Nella vita di un ergastolano non ci sono più speranze, né futuro. Non c’è più niente. Solo sofferenza perché il tempo passa e non abbiamo più nulla da aspettare. Siamo destinati per tutta la vita a stare nell’ombra e a morire di vecchiaia murati vivi nelle nostre celle. Questo è un errore, oltre che un orrore, per un Stato patria del Diritto e della Cristianità. La giustizia è tale quando è retributiva, non quando è vendicativa. Uno Stato che si mette alla pari di chi vuole punire, non rieduca e alla fine chi è stato un carnefice diventa anch’essa vittima. Anche gli ergastolani sono per la certezza della pena, ma vanno oltre: vogliono anche la certezza di un fine pena. Non è giusto il carcere a vita perché il male non potrà mai essere sconfitto con altro male e non serve a nessuno la sofferenza di un uomo destinato a morire dentro una cella che è già la sua tomba.

Carmelo Musumeci
Settembre 2013

(per Settimanale OGGI n.36)
      


 

 Papa Francesco

abolisce

l'ergastolo

  

Papa abolisce l'ergastolo Stretta su pedofilia

  Vaticano, Papa Francesco ha abolito l’ergastolo

 Vaticano. Papa Francesco abolisce l’ergastolo e inasprisce le pene per pedofilia e corruzione

  Papa Francesco, Motu proprio su giustizia penale in Vaticano. Abolito l’ergastolo 

 


 Giornata Nazionale di Studi


"Il male che si nasconde

dentro di noi"


Venerdì 17 maggio 2013, Casa di Reclusione di Padova

 


Audio dell'intervento di Carmelo Musumeci:

 

 

 

 


Veronesi: l’ergastolo va abolito,

è anticostituzionale, antiscientifico e antistorico


Agi, 17 maggio 2013



L’ergastolo è “un oltraggio alla scienza”, “come il 41 bis anticostituzionale, antiscientifico e antistorico” e pertanto “va abolito”. Umberto Veronesi continua senza mezzi termini la propria battaglia contro il carcere duro e l’ergastolo ostativo, rei secondo l’oncologo di confliggere senza rimedio con l’obbligo della rieducazione. Nel corso del suo intervento al convegno su detenzione e diritti umani, organizzato dalla Camera penale di Milano, l’oncologo ha ricordato che “il male non esiste nell’uomo, che ha soltanto un’origine ambientale e non genetica e che la scienza ha dimostrato come il cervello si rigeneri continuamente durante la vita”. In base questi due presupposti, secondo Veronesi, “condannare un uomo di 40 anni per un delitto commesso a 20 è come condannare un’altra persona perché, ormai, non è più lui”. Portando ad esempio gli ordinamenti dove “il carcere è una scuola”, che manifestano percentuali di recidiva molto inferiori a quella italiana, Veronesi ha invitato a credere nella certezza del cambiamento, insito negli essere umani, purché stimolato. Per questo, tanto il 41 bis quanto l’ergastolo ostativo sarebbero “Anticostituzionali, antiscientifici e antistorici. La Costituzione - ha concluso - implica e obbliga alla rieducazione. È evidente che condanna a vita e rieducazione siano in banale contraddizione”.  

 

   


 

“Una quaestio sulla pena dell'ergastolo - Sull'incostituzionalità del carcere a vita”

 

Prof. Andrea Pugiotto

(Ordinario di Diritto costituzionale Università di Ferrara)

 

articolo pubblicato sulla rivista ‘Diritto Penale Contemporaneo’

5 marzo 2013 


 

Umberto Veronesi e

Carmelo Musumeci

insieme contro l'ergastolo

 

 

 


  

Anche l' ex Presidente Corte Costituzionale Valerio Onida

è contro l'ergastolo ostativo

 

Valerio Onida, Presidente della Corte Costituzionale nel periodo 2004-2005, in una recente lettera a Carmelo Musumeci che lo interpella sulla costituzionalità dell'ergastolo senza benefici, risponde:

(...) Da questo punto di vista, personalmente non trovo giustificata né conforme alla Costituzione la disciplina che, per i condannati per certi delitti, ammette la concessione della liberazione condizionale solo a coloro che collaborano con giustizia, salvi i casi di collaborazione "impossibile" o "inesigibile". E' vero che la Corte Costituzionale ha dichiarato non fondata la relativa questione (sentenza n.135 del 2003), ma personalmente ritengo tale pronuncia non convincente. E' vero infatti che la collaborazione è rimessa alla volontà dell'interessato, ma non mi sembra giustificato escludere in ogni caso che, anche in assenza di collaborazione, possa ritenersi in concreto il ravvedimento del condannato.

Mi auguro che la questione possa essere riproposta all'esame della Corte, o altrimenti risolta dal legislatore.


 


 
Carmelo Musumeci si trova nel carcere di Padova.

Per chi volesse scrivergli:

Via Due Palazzi, 35/a

35136 PADOVA  

    


   

Carmelo Musumeci vince 1° Premio
Concorso Nazionale “Albero Andronico”
con il libro “Gli Uomini Ombra”


Assente però il protagonista premiato perché il Tribunale di Sorveglianza di Perugia non concede il permesso di partecipare alla premiazione in Campidoglio:
Carmelo Musumeci, 57 anni, condannato all’ergastolo e detenuto ininterrottamente dal 1991, senza poter usufruire di permessi premiali, non ha potuto usufruire neanche di uno speciale permesso di necessità: "Il confronto aperto con parte della società civile, in ipotesi presente alla premiazione, e la possibilità di dibattere pubblicamente le idee presenti nell'opera letteraria premiata non risulta precluso dalla assenza fisica del Musumeci alla premiazione, visto che il detenuto potrà ben delegare un familiare a rappresentarlo ed a ritirare il premio previsto."


COMUNICATO STAMPA Assoc. ALBEROANDRONICO:

PREMIO ALBEROANDRONICO: UN’INIZIATIVA “ROMANA” APERTA AGLI AUTORI DI TUTTO IL MONDO.

Pino Acquafredda, Presidente dell’Associazione “La parola scritta diventa filo che unisce popoli e tradizioni diverse, annulla gli scarti generazionali, le distanze geografiche ed ha il potere di superare anche le sbarre di un carcere”.

“Vorrei che si sapesse che io scrivo, oltre che per passione, per attirare l’attenzione sulle carceri e sulle numerose morti che accadono dentro le loro mura. Vorrei che si sapesse anche che molti scrivono cercando di inventare le trame dei loro romanzi, io invece sono fortunato: a me per scrivere basta ricordare quello che ho vissuto in prima persona o che hanno vissuto i miei compagni”. Sono le parole scritte da Carmelo Musumeci, 57 anni, condannato all’ergastolo e detenuto nel carcere di Spoleto, vincitore nella sezione dedicata ai libri editi del Premio di poesia, narrativa e fotografia “Alberoandronico”, giunto alla quinta edizione. La sua lettera, inviata agli organizzatori, è stata letta durante la cerimonia di consegna dei riconoscimenti nella Sala Protomoteca in Campidoglio. “Gli uomini ombra”, questo il titolo del volume, racconta i drammi e le violenze che si consumano dietro le sbarre, ma anche storie di umanità e di solidarietà tra detenuti. Perché anche chi si è reso colpevole di gravissimi reati, e per questo giudicato nella maniera più severa da un Tribunale, può sempre trovare, attraverso la scrittura, una strada per ritornare in contatto con il mondo che vive fuori dal carcere. Tema, quello della condizione dei detenuti, di particolare attualità in questo momento nel nostro Paese.
Essere sull’onda del presente è proprio la principale missione dell’Associazione che basa il suo essere e il suo operare esclusivamente sul volontariato. Il Premio istituito cinque anni fa, ha confini ampi e spazia dalla poesia all’opera fotografica, dal testo inedito per una canzone d’autore al racconto dedicato ai temi dello sport. Nell’edizione 2011 i partecipanti sono stati 842, per un totale di circa 1300 opere esaminate. I lavori sono arrivati da tutte le regioni italiane, con in testa il Lazio, la Lombardia e la Toscana. Qualche dato statistico per dare le dimensioni del coinvolgimento e della passione di tante persone: 47 % la quota femminile, 22 partecipanti hanno meno di 20 anni e altrettanti hanno invece più di 80 anni. Il più giovane ne ha 10, il meno giovane è nato nel 1915, pochi mesi dopo il volo di Gabriele d’Annunzio su Trieste. Poesie e testi di narrativa sono arrivati anche da Argentina, Albania, Bosnia, Brasile, Cina, Croazia, Egitto, Eritrea, Etiopia, Francia, Germania, India, Romania, Repubblica di San Marino, Somalia, Svezia, Svizzera, Venezuela, Ucraina e Usa. Un bel giro del mondo per la lingua italiana.
La Giuria, composta da critici, scrittori, giornalisti, fotografi ed esponenti del mondo della cultura, ha valutato con estrema attenzione tutti i lavori e ha assegnato numerosi riconoscimenti.
Oltre a Musumeci, si sono affermati Franco Fiorini di Frosinone (poesia), Cristina De Filippis di Pofi (sillogi), Antonio Bonelli di Casalpusterlengo Lodi (racconti), Antonio Giordano di Palermo (sul tema “la strada, la casa, la città, l’ambiente: vivere e costruire il territorio), Gianluca Marini di Fonte Nuova (testi per una canzone), Fabio Pasian di Trieste (sport), Francesca D’Onofrio di Roma (mare), Salvatore Cangiani di Sorrento (poesia dialettale) e Raffaele Di Santo di Roma (fotografia).
“Il sogno di scoprire nuovi grandi poeti o scrittori - ha detto Pino Acquafredda, Presidente dell’Associazione Alberoandronico - un sogno non è, ma una realtà. E’ la consapevolezza di essere diventati un riferimento di qualità e una vetrina per la cultura italiana, specie quella fuori dai circuiti ufficiali. L’Albero” è ormai un punto fermo nel mondo letterario, costituendo anche un’opportunità di affermazione per talenti di ogni età”.
L’Associazione, che basa il suo essere e il suo operare esclusivamente sul volontariato, ha ricevuto un importante sostegno, quello del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha inviato una medaglia di rappresentanza. Una curiosità: il Premio prende il nome da un pioppo che si trova in Via Livio Andronico, nel quartiere romano della Balduina, nel Municipio 19.
Sull’onda del successo del 2011, sul sito www.alberoandronico.net è già pronto il bando per l’edizione 2012 aperta alla partecipazione di tutti.

Associazione culturale, sociale e sportiva Alberoandronico
334 7411438
Ufficio Stampa
339 3494120
www.alberoandronico.net

 

  


Cos’è l’ergastolo ostativo?

E’ una pena senza fine che in base all’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario, mod con Legge 356/92, nega ogni misura alternertiva al carcere e ogni beneficio penitenziario ai chi è stato condannato per reati associativi:

“Pochi sanno che i tipi di ergastolo sono due: quello normale, che manca di umanità, proporzionalità, legalità, eguaglianza ed educatività, ma ti lascia almeno uno spiraglio; poi c’è quello ostativo, che ti condanna a morte facendoti restare vivo, senza nessuna speranza.

Per meglio comprendere la questione bisogna avere presente la legge 356/92 che introduce nel sistema di esecuzione delle pene detentive una sorta di doppio binario, nel senso che, per taluni delitti ritenuti di particolare allarme sociale, il legislatore ha previsto un regime speciale, che si risolve nell’escludere dal trattamento extramurario i condannati, a meno che questi collaborino con la giustizia: per questo motivo molti ergastolani non possono godere di alcun beneficio penitenziario e di fatto sono condannati a morire in carcere.
L’ergastolano del passato, pur sottoposto alla tortura dell’incertezza, ha sempre avuto una speranza di non morire in carcere, ora questa probabilità non esiste neppure più.
Dal 1992 nasce l’ergastolo ostativo, ritorna la pena perpetua, o meglio la pena di morte viva.”

Insomma l’ergastolo ostativo è stare in carcere per tutta la vita, è una pena che viene data a chi ha fatto parte di un’associazione a delinquere e che ha partecipato a vario titolo a un omicidio, dall’esecutore materiale all’ultimo favoreggiatore. Non è invece previsto l’ergastolo ostativo agli stupratori, ai pedofili e a tutti coloro che ledono una persona fino ad ucciderla. Ostativo vuol dire che è negato ogni beneficio penitenziario: permessi premio, semilibertà, liberazione condizionale, a meno che non si collabori con la giustizia per l’arresto di altre persone. Chi invece non collabora, per paura di vendette omicide sulla propria famiglia, per non mettere un’altra persona in carcere al proprio posto o perché non è in grado di dimostrare che non può aggiungere altro a quanto già emerso sull’associazione di cui ha fatto parte, queste persone sono condannate a restare per tutti i giorni della propria vita in carcere.
Si continua a parlare di “pentiti”, mentre in realtà si dovrebbero chiamare semplicemente “collaboratori di giustizia”, perché è evidente che la collaborazione è una scelta processuale, mentre il pentimento è uno stato interiore. La collaborazione permette di uscire dal carcere, ma non prova affatto il pentimento interiore della persona. In realtà sono gli anni di carcere, nella riflessione e nella sofferenza, che portano ad una revisione interiore sugli errori del passato. Tutto questo nonostante un sistema carcerario che abbandona i detenuti a se stessi e che non agevola affatto la rieducazione e, nel caso degli ergastolani ostativi, esclude completamente ogni speranza di reinserimento sociale.*

Noi incontriamo ogni settimana decine e decine di persone condannate all’ergastolo, senza speranza, ostative ai benefici penitenziari, persone che sono in carcere dal 1979, ragazzi di 40 anni che sono stati condannati all’ergastolo a 18 anni e che non sono mai usciti, neanche per il funerale del padre. Ragazzi che hanno vissuto più tempo della loro vita in carcere che fuori.

In Italia ci sono più di 100 ergastolani che hanno alle spalle più di 26 anni di detenzione, il limite previsto per accedere alla libertà condizionale. La metà di questi 100 ha addirittura superato i trent’anni di detenzione.
Al 31 dicembre 2010 gli ergastolani in Italia erano 1.512: quadruplicati negli ultimi sedici anni, mentre la popolazione “comune” detenuta è “solamente” raddoppiata

Al 31 dicembre 2010 i detenuti presenti nelle carcere italiani erano 67.961 e quelli in semilibertà poco più di 900 e di questi solo 29 sono ergastolani. 29 su 1.512, a fronte di quasi 100 in detenzione da oltre 26 anni: non esiste, eccome, in Italia la certezza della pena?

Paolo Canevelli, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia ha rilasciato questa dichiarazione:
(...) Per finire, e qui mi allaccio ai progetti di riforma del Codice penale, non so se i tempi sono maturi, ma anche una riflessione sull'ergastolo forse bisognerà pure farla, perché l'ergastolo, è vero che ha all'interno dell'Ordinamento dei correttivi possibili, con le misure come la liberazione condizionale e altro, ma ci sono moltissimi detenuti oggi in Italia che prendono l'ergastolo, tutti per reati ostativi, e sono praticamente persone condannate a morire in carcere.
Anche su questo, forse, una qualche iniziativa cauta di apertura credo che vada presa, perché non possiamo, in un sistema costituzionale che prevede la rieducazione, che prevede il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, lasciare questa pena perpetua, che per certe categorie di autori di reato è assolutamente certa, nel senso che non ci sono spazi possibili per diverse vie di uscita.

(Roma 28 maggio 2010, intervento al Convegno Carceri 2010: il limite penale ed il senso di umanità).

Aldo Moro nelle sue lezione universitarie avvertiva gli studenti, ma forse anche il legislatore e i politici:
«Ricordatevi che la pena non è la passionale e smodata vendetta dei privati: è la risposta calibrata dell’ordinamento giuridico e, quindi, ha tutta la misura propria degli interventi del potere sociale, che non possono abbandonarsi ad istinti di reazione e di vendetta, ma devono essere pacatamente commisurati alla necessità, rigorosamente alla necessità, di dare al reato una risposta quale si esprime in una pena giusta».

*Dall’introduzione di Angelini Giuseppe e Bizzotto Nadia, Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII, al libro “Gli Uomini Ombra” di Carmelo Musumeci- Ed. Gabrielli 2010

   
 


Carmelo Musumeci nasce il 27 luglio 1955 ad Aci Sant’Antonio in provincia di Catania. Si trova ora nel carcere di Padova. Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara in regime di 41 bis riprende gli studi e da  autodidatta  termina le scuole superiori.

Nel 2005 si laurea in giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo”.

Nel Maggio 2011 si è laureato all’Università di Perugia al Corso di Laurea specialistica in Diritto Penitenziario, con una tesi dal titolo “La ‘pena di morte viva’: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità”, con relatore il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale, e Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia e Sociologia del Diritto e Presidente onorario dell’Associazione Antigone per la difesa dei diritti dei detenuti.

Nel 2007 conosce don Oreste Benzi e condivide il progetto “Oltre le sbarre”, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Ha pubblicato nel 2010 il libro “Gli uomini ombra”, nel 2012 “Undici ore d’amore di un uomo ombra” e “Zanna Blu”, con la prefazione di Margherita Hack, pubblicati da Gabrielli Editori,   Nel 2013 pubblica “L’urlo di un uomo ombra”, Edizioni Smasher.

È promotore da anni di una campagna contro il fine pena mai, per l'abolizione dell'ergastolo

Chi volesse scrivergli può farlo attraverso amici volontari, che tengono per lui questo indirizzo email:  zannablumusumeci@libero.it