Carmelo Musumeci


Nato colpevole
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Lettera di un ergastolano al nuovo Ministro della Giustizia

Dopo più di un quarto di secolo di carcere duro, sono ormai 20 mesi che sono sottoposto al regime di semilibertà, anche se il mio fine pena rimane, come per tutti gli ergastolani, il 31 dicembre 9.999. Da un anno e otto mesi passo le notti in carcere e tutte le mattine esco per recarmi in una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, dove presto servizio volontario. In questo modo sono felice perché la mia pena ha finalmente iniziato ad avere un senso e fa bene a me stesso e alla società.
Continuo comunque a lottare contro la pena dell’ergastolo, perché io sono l’eccezione che conferma la regola e, purtroppo, stando così le cose, molti miei compagni usciranno solo cadaveri dalle loro celle.
Signor Ministro, che ne pensa della pena dell’ergastolo? Non crede che pretendere di migliorare una persona per poi farla marcire dentro sia una pura cattiveria? Anche perché in carcere se uno rimane cattivo soffre di meno.

Signor Ministro, credo che una persona in carcere dovrebbe perdere solo la libertà e non la dignità, la speranza, la salute, l’amore e, a volte, anche la vita. Diciamolo chiaramente: quasi sempre si finisce in questi posti per avere commesso dei reati, ma poi nella maggioranza dei casi si va, di fatto, in un luogo che nega la legalità e dove la legge infrange la sua stessa legge.
In carcere in Italia sembra di stare in un cimitero, con molti detenuti nelle brande sotto le coperte a guardare i soffitti, imbottiti di psicofarmaci. Il problema è che molti di noi non sono ancora morti, anche se a volte ci comportiamo come se lo fossimo. Il carcere ti lascia la vita, ma ti divora la mente, il cuore, l’anima e gli affetti che fuori ti sono rimasti. E quelli che riescono a sopravvivere, una volta fuori, saranno peggio di quando sono entrati. La società vorrebbe chiudere i criminali e buttare via le chiavi, ma bisogna rendersi conto che prima o poi alcuni di questi usciranno. E molti saranno più cattivi di quando sono entrati. È difficile migliorare le persone con la sofferenza e l’odio.

Signor Ministro, il carcere in Italia non è la medicina ma è, invece, la malattia, che fa aumentare la criminalità e la recidiva. E che molto spesso aiuta a formare cultura criminale e mafiosa, La galera è spesso una macelleria che non ha nessuna funzione rieducativa o deterrente, come dimostra il fatto che la maggioranza dei detenuti ritorna a delinquere in continuazione. Come si può pensare di garantire la sicurezza sociale tenendo in carcere tossicodipendenti, che hanno bisogno solo di cure e che se curati non diventerebbero mai spacciatori? Come si fa a tenere un uomo dentro per sempre, con l’ergastolo ostativo, molto spesso “colpevole” di avere rispettato le leggi della terra e della cultura dove è nato e cresciuto, senza dargli la speranza di poter diventare una persona migliore? Perché queste persone dovrebbero smettere di essere mafiose se non hanno la speranza di un futuro diverso? Cosa c’entra la sicurezza sociale con tutte le privazioni previste dal regime di tortura del 41 bis? Il carcere in Italia, oltre a non funzionare, crea delle persone vendicative perché alla lunga trasforma il colpevole in una vittima: quando si riceve del male tutti i giorni si dimentica di averne fatto. E che dire dei numerosi suicidi di questi mesi? Io penso che molti detenuti che si tolgono la vita forse scelgono di morire perché si sentono ancora vivi. E forse, invece, alcuni rimangono vivi perché si sentono già morti o hanno già smesso di vivere. Altri forse lo fanno per ritornare a essere uomini liberi. E molti si tolgono la vita perché non hanno altri modi per dimostrare la loro umanità.

Signor Ministro, mi permetto di ricordare ad alcuni politici, che fanno certe dichiarazioni per avere consensi elettorali, che il carcere, così com’è oggi in Italia, non rieduca nessuno, anzi ti fa diventare una brutta persona. E se fai il “bravo” è solo perché sei diventato più cinico di quando sei entrato. Credo che “maggiore sicurezza” dovrebbe significare più carceri vuoti, perché fin quando ci saranno carceri pieni vuol dire che i nostri politici hanno sbagliato mestiere. La nostra Costituzione stabilisce che la condanna deve avere esclusivamente una funzione rieducativa, e non certo vendicativa. E la pena non deve essere certa, ma ci dev’essere la certezza del recupero, per cui in carcere un condannato dovrebbe stare né un giorno in più, né uno in meno di quanto serva. Io aggiungo che ci dovrebbe stare il meno possibile, per non rischiare di farlo uscire peggiore di quando è entrato.

Signor Ministro, in tanti anni di carcere ho capito che la mafia che comanda si sconfigge dando speranza e affetto sociale ai suoi gregari, facendoli così cambiare culturalmente e uscire dalle organizzazioni criminali. Sì, è vero, molti ergastolani non sono dei santi e se stanno dentro è perché hanno commesso gravi reati. Questo lo sanno anche loro, ma non sono più gli uomini del reato di 20 o 30 anni prima, non sono più i giovani di allora. Ormai sono uomini adulti, o anziani, che non hanno alcuna prospettiva reale di uscire dal carcere, se non da morti. Molti di loro sono stati condannati alla pena dell’ergastolo per reati commessi a 18/20anni, appena maggiorenni, e, per quante ne possano aver fatte, non potevano certo essere i boss della mafia che ha distrutto l'Italia. Sono stati, al massimo, manovalanza a servizio della mafia. Ora sono persone che sanno di aver fatto errori, anche grossi, che stanno pagando e l'unica cosa che chiedono è una data certa del loro fine pena. In carcere quello che manca più di tutto è proprio la speranza di riavere affetto sociale. Solo questo può sconfiggere la mafia e creare sicurezza. I padri della nostra Costituzione lo sapevano bene -forse perché alcuni di loro in carcere hanno trascorso tanti anni- se hanno stabilito che la pena deve avere solo una funzione rieducativa.

Signor Ministro, vivere in carcere senza avere la speranza di uscire è aberrante. La pena dell’ergastolo è un insulto alla ragione, al diritto, alla giustizia e, penso, anche a Dio. A me sembra che finora le politiche, ultraventennali, del carcere duro e del fine pena anno 9.999 abbiano portato più vantaggi alle mafie (almeno a quelle politiche e finanziarie) che svantaggi, dato che anche gli addetti ai lavori affermano che l’élite mafiosa è più potente adesso di prima. A questo punto, io penso che se è solo una questione di sicurezza, e non di vendetta sociale, sia più sicura per la collettività la pena di morte che la pena dell’ergastolo o il regime di tortura del 41bis. Qualcuno sostiene che il carcere duro, almeno all’inizio, sia stato utile, ma questo a che prezzo? Io credo che alla lunga il regime di tortura del 41bis, e una pena realmente senza fine come l’ergastolo ostativo, abbiano rafforzato la cultura mafiosa, perché hanno innescato odio e rancore verso le Istituzioni anche nei familiari dei detenuti. Penso che sia davvero difficile cambiare quando sei murato vivo in una cella e non puoi più toccare le persone che ami, neppure in quell’unica ora al mese di colloquio che ti spetta. Con il passare degli anni i tuoi stessi familiari incominciano a vedere lo Stato come un nemico da odiare e c’è il rischio che i tuoi figli, che si potrebbero invece salvare, diventino loro stessi dei mafiosi.

Signor Ministro, sono rimasto perplesso di fronte al programma di costruire nuovi istituti penitenziari, perché nei Paesi in cui ci sono pochi carceri ci sono anche meno delinquenti. Non citerò i dati sulla recidiva, ma per esperienza personale penso che il carcere in Italia non fermi né la piccola né la grande criminalità, piuttosto la produca. E questo probabilmente perché quando vivi intorno al male non puoi che farne parte. Penso che spesso non siano i reati commessi a far diventare una persona criminale, bensì i luoghi in cui è detenuta e gli anni di carcere che vengono inflitti. Si vuole assumere nuovo personale di Polizia, ma siamo il paese nel mondo che, in rapporto al numero di detenuti, ha più agenti penitenziari. Non pensa che sarebbe meglio se in carcere ci fossero più educatori, psicologhi, psichiatri, insegnanti o altre figure di sostegno?

Signor Ministro, credo che sia sbagliato cedere parte della nostra umanità per vivere in una società più sicura. Sigmund Freud affermava che l’umanità ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di sicurezza.
Io posso dire che per me è molto più “doloroso” e rieducativo adesso fare il volontario fuori che non gli anni passati murato vivo in isolamento totale durante il regime di tortura del 41bis. Trattato in quel modo dalle Istituzioni, mi sentivo innocente del male fatto; ora, invece, che sono trattato con umanità, mi sento più colpevole delle scelte sbagliate che ho fatto nella mia vita. E penso che questo potrebbe accadere anche alla maggioranza dei prigionieri che sono ancora detenuti in quel girone infernale. Sono convinto che anche il peggiore criminale, mafioso o terrorista, potrebbe cambiare con una pena più umana e con un fine pena certo. Ci sono persone che hanno passato più anni della loro vita dentro che fuori. Persone che sono cambiate, o potrebbero cambiare, ma che non potranno mai dimostrarlo perché nel certificato di detenzione c’è scritto che la loro pena finirà nel 9.999. In tutti i casi, il rischio zero non esiste per nessuna persona, perché siamo umani. In noi c’è il bene e il male e, a volte, spetta anche alla società rischiare, pur di trarre fuori il bene. È vero che una società ha diritto di difendersi dai membri che non rispettano la legge, ma è altrettanto ragionevole che essa non lo debba fare dimostrando di essere peggiore di loro. Purtroppo, a volte, questo accade. Penso che il regime di tortura del 41bis, insieme alle pene che non finiscono mai, non diano risposte costruttive, né tanto meno rieducative. Non si può educare una persona tenendola all’inferno per decenni, senza dirle quando finirà la sua pena, soprattutto nel caso, non raro, che essa non abbia ulteriori probabilità di reiterare i reati. Lasciandola in quella situazione di sospensione e d’inerzia la si distrugge e, dopo un simile trattamento, anche il peggiore assassino si sentirà “innocente”.

Signor Ministro, non voglio convincerla, desidero solo farle venire qualche dubbio. Non posso fare altro.

 

Carmelo Musumeci
Luglio 2018


 


Diario Giugno 2018

1/06/2018
     Ho ricevuto questa bellissima lettera:
Caro papà di “Coda Bianca”,
lo so, questo non è il suo vero nome, e anche se il nostro professore ci ha detto come si chiama, io ho preferito iniziare la nostra lettera così. Non perché non lo ricordassi, anzi se devo essere sincera il suo nome mi è rimasto impresso nella mente. Perché? Semplice! Non ho mai “conosciuto” una persona dal cuore così puro. So di non conoscere la sua storia. Non ho idea dello sbaglio che ha commesso per finire in quel “limbo” che è il carcere – che non augurerei neanche al mio peggior nemico. Ma quella meravigliosa lettera dedicata a “Coda Bianca” il giorno del suo compleanno… non posso non dire di non aver pianto. Mi sono sentita come se il mio “Principe” – così chiamo il mio Babbo – fosse stato sbattuto dietro a quelle freddissime sbarre. Il mio mondo si è come colorato di grigio. Ogni singolo colore era come svanito, e al suo posto davanti ai miei occhi è comparsa la figura di un uomo che veniva portato via dalla polizia e una bambina che si disperava mentre vedeva il suo principe portato via. Ho immaginato il suo dolore e, senza che io gli dessi alcun permesso, è entrato nel mio cuore, riempiendo quest’ultimo di tristezza e paura. Tristezza, perché non riuscivo a capire come si potesse punire un figlio a tal punto da separarlo per chi sa quanto tempo dal padre; e paura, paura per Coda Bianca, che magari pensava di non rivedere più il suo principe. Ma, come in tutte le favole, il principe oggi è tornato dalla sua principessa e adesso vivono felici e contenti.
L’ultima frase della lettera: “Buon compleanno figlia dell’uomo ombra” mi ha davvero colpito. Però io non la considero un “uomo ombra”, anzi, io la chiamerei “uomo luce”, perché sono certa che con le sue parole è riuscito a portare tantissima luce nel cuore “nero” di sua figlia. Ma non si preoccupi: non è nero perché lei è una persona malvagia – con un padre come lei penso sia tutto il contrario. Il suo cuore è nero perché in esso c’è paura, incertezza e molta ma molta tristezza, ma sono certa che con quelle parole lei è riuscito a portare nel suo cuore tutta la luce necessaria per eliminare l’oscurità che si era creata.
Mi dispiace, ma devo concludere velocemente la lettera, mancano solo cinque minuti al suono della campanella. Però ho un’ultima cosa da dirle: grazie! Ho finalmente capito che tipo di genitore voglio essere da grande. Giorgia.

2/06/2018
     Ho fatto leggere la lettera di Giorgia a Don Saulo e mi ha risposto con queste parole:
Anche quando Gesù entrò in Gerusalemme (la domenica delle palme), quelli che applaudivano e cantavano di più erano i bambini... E i grandi avrebbero voluto zittirli! Ma Gesù no... Anche adesso, i bambini/ragazzi sono i più capaci di percepire anche i sentimenti nascosti... Coraggio, Carmelo! Don Saulo

3/06/2018
     Oggi sono stato in una di Assisi perché la lotta per l’abolizione della pena di morte mascherata, come chiama l’ergastolo Papa Francesco, dev’essere fatta anche nelle chiese. Ho detto a suor Francesca che nel Medioevo ti ammazzavano, ti cavavano gli occhi, ti tagliavano un braccio, ma il dolore non durava per sempre. Ora, invece, la pena dell’ergastolo è nello stesso tempo una pena di morte, una tortura e un dolore all’infinito. Un vero e proprio incubo a occhi aperti, da cui non è possibile svegliarsi.

4/06/2018
     Quando parlo della Comunità dove mi trovo, nelle mie testimonianze dico che la Papa Giovanni XXIII è una grande famiglia che dona piccole famiglie a chi non ne ha e faccio l’esempio dei bambini nati con gravi problemi fisici che se abbandonati in un ospedale avrebbero pochi anni di vita, invece adottati riescono a vivere più a lungo e bene, perché l’amore è la migliore delle medicine. E perché non dare questa medicina anche per i cattivi e colpevoli per sempre?

5/06/2018
     Ho scritto in un articolo che in Italia ci sono molti umani che tengono chiusi in una cella altri umani da più di 30 anni e, in alcuni casi, da oltre 40 anni. Ci sono molti giovani ergastolani che aspettano solo di invecchiare e vecchi ergastolani, stanchi e ammalati, che invece aspettano di morire, per finire la loro pena. Una pena senza fine non potrà mai essere né giusta, né umana.


6/06/2018
     La notizia che un ergastolano di 58 anni si è suicidato, la sera del 5 giugno nel bagno della sua cella del circuito Alta sicurezza della casa circondariale Le Sughere di Livorno, mi ha fatto stare male perché mi ha fatto ripensare che per un quarto di secolo spesso ho pensato anch’io di farla finita.

7/06/2018
     Questa mattina uscendo dal carcere ho trovato nella mia posta queste parole che mi hanno dato un buon buongiorno:
Gentile Musumeci, da tempo sto seguendo i suoi interventi in una rivista mensile, che mi hanno avvicinato ad una realtà, tragica, della condizione di ergastolano, che spesso "noi" giudichiamo con superficialità, indifferenza, se non con spocchia saccente e disinformata. La Sua sensibilità trasmette il senso della possibile distorsione tra il reato e la pena, intesa anche come veicolo di cambiamento profondo e non solo fine a sé stessa. Credo che Lei sia un unicum, nella realtà carceraria, ma comunque un esempio di come le cose possano essere discusse e cambiate da parte delle Istituzioni. La ringrazio della possibilità offertami di guardare oltre l’ovvio ed il banale e cercherò anche di comprare i suoi libri. Non si finisce mai di imparare. Cordialmente Francesco.

8/06/2018
     Sembra che più che in primavera siamo in autunno e ieri sera proprio mentre rientravo in carcere è scoppiato un temporale. Per fortuna c’era un’ergastolana semilibera come me che mi ha aspettato, con l’ombrello, e siamo entrati insieme dentro l’Assassino dei Sogni.

9/06/2018
     Un mio vecchio amico ergastolano, da più di trent’anni in carcere, che conosco da una vita, mi ha scritto:
“Continuo a sognare un calendario per marcare i giorni che passano, per arrivare al mio fine pena.”

10/06/2018
     Riguardo alla recidiva di quei detenuti che ritornano in galera, oggi ho detto a una guardia che spesso lo Stato è complice di chi esce dal carcere e ricommette reati, perché che altro potrebbe fare se non trova un lavoro, una casa, una famiglia, degli amici?

11/06/2018
     Per il nuovo digiuno del 26 giugno, per chiedere l’abolizione dell’ergastolo, sto scrivendo a molti ergastolani chiedendo loro di aderire, per dimostrare che siamo vivi, siamo qui e continuiamo ad esistere.

12/06/2018
     Ho saputo che è morto Nino. Era calabrese, piccolo di statura, pelle scura, occhi celesti.
Sorrideva sempre, amava la vita e la famiglia.
Io e Nino siamo stati in cella insieme per sei mesi.
Da tempo sapevo che Nino era malato e una volta mi aveva confidato che il suo desiderio più grande era quello di morire libero con accanto i suoi familiari.
Purtroppo invece è morto solo e murato in una cella.

13/06/2018
     Ho scritto una lettera di condoglianze ai parenti di Nino e ho pensato che non tutti sanno, o fanno finta di non sapere, che per malasanità non si muore solo fuori, in carcere si muore più spesso e più soli.
Il carcere in Italia oltre a non rieducarti ti ammazza e lo fa in silenzio, senza che nessuno sappia nulla.

14/06/2018
     Come commento di un mio articolo sui suicidi in carcere, Don Saulo mi ha scritto queste belle parole:
...mistero del buio che attira come in un baratro...
Mistero di una stella che nonostante il buio continua a brillare...
Tu sei testimone di questa “resurrezione”: grazie!
Il Cardinal Martini diceva a noi preti di non parlare del dolore se prima non si è sofferto.
Tu - non noi preti! - sei autorizzato a parlare anche del suicidio.
Grazie che trasmetti speranza; nonostante tutto.
La tua poesia, assomiglia a una preghiera nascosta: posso farla diventare preghiera svelata?

15/06/2018
     Che stupidi che sono i nostri governanti: vogliono aumentare le pene, non hanno ancora capito che, per quanto possa sembrare strano, non devono essere aumentate, semmai diminuite, per sconfiggere certi fenomeni criminali. Ricordo a proposito che, per i detenuti che scontano l’intera pena, la recidiva sale il 70%, invece per chi sconta pene alternative al carcere, la recidiva non supera il 12%.

16/06/2018
     Ho letto: Detenuto suicida con la bombola a gas. Il sindacato degli agenti di Polizia penitenziaria ha chiesto che siano vietate. Come se uno non si potesse suicidare impiccandosi con le lenzuola, le maniche di una camicia,ecc… Per esempio, uno l’ha fatto con un semplice maglione.
È come proporre di non costruire più automobili perché nelle strade italiane ci sono troppi decessi per incidenti di macchine.
Se si levassero i fornellini a gas nelle prigioni, come farebbero i detenuti a mangiare? Non lo sa il sindacato degli agenti della Polizia penitenziaria che il cibo che passa l’Amministrazione dell’istituto non basterebbe neppure per i topi che vivono in carcere?

17/06/2018
     Alcune dichiarazioni dei nuovi governati mi fanno pensare che spesso i politici usano la mafia per andare al governo e poi, sempre gli stessi politici, usano la mafia per farlo cadere.

18/06/2018
     In rete mi fanno spesso commenti forcaioli, ad uno ho risposto così: Non tutti gli ergastolani sono stati spietati e senza scrupoli, cosa che forse sono anche coloro che non hanno mai infranto la legge scritta.

19/06/2018
     Ricevo sempre continuamente brutte notizie dalle nostre “patrie galere”. Credo che il carcere non potrà mai funzionare, perché invece di fare bene fa tanto male. E neppure può rieducare, perché, piuttosto, ti diseduca alla vita. Può solo farti diventare più cattivo di quando sei entrato.

20/06/2018
     Per il digiuno del 26 di giugno, contro la pena dell’ergastolo, ho scritto ad un mio compagno:
Lo so! Il momento non è dei più propizi: cresce la richiesta di lotta alla criminalità, confusa con quella ai migranti e poveri, ma che abbiamo da perdere? È ovvio che non otterremo un granché, ma gli uomini e donne che combattono e lottano vincono sempre, anche quando perdono. L’ergastolano può perdere la speranza, molti l’hanno già persa, ma almeno alcuni non devono mai perdere la forza di lottare.

21/06/2018
     Mi hanno concesso la licenza per essere domani al Palazzo di Giustizia di Milano, per la presentazione dei miei libri, e coglierò l’occasione per parlare della pena di ergastolo.

22/06/2018
     Oggi è stata una giornata particolare: sono ritornato al Palazzo di Giustizia di Milano, ma non da detenuto con le manette ai polsi, bensì da uomo libero (semilibero) per presentare il mio libro “La Belva della cella 154” e parlare dell’ergastolo ostativo.

23/06/2018
     Sono rientrato dalla trasferta Milano. Domani rientrerò in carcere. Ogni volta che esco mi sento un uomo libero, ma l’Assassino dei Sogni è sempre lì, pronto, a ricordarmi che sono ancora un suo prigioniero.

24/06/2018
     Oggi un amico, commentando il mio attivismo in rete per l’abolizione dell’ergastolo, mi ha scritto:
Dalle strade, alle scuole, ai conventi fino ai Palazzi di Giustizia, che il vento ti aiuti a divulgare questa grande Battaglia. Un abbraccio!!

25/06/2018
     La figlia di un ergastolano ha scritto a suo padre queste bellissime parole:
“Il 26 giugno digiunerò insieme a te, perché, papà, questa non è solo la tua lotta, non è solo la lotta degli ergastolani, questa è anche la mia lotta.”

26/06/2018
     Oggi, giorno del terzo digiuno nazionale, ho fatto girare queste parole:
La certezza della pena produce altra criminalità.
Nuovo digiuno per l’abolizione dell’ergastolo, martedì 26 giugno 2018.
Probabilmente le maggioranze politiche, e quella del Paese, sono contrarie all’abolizione dell’ergastolo, ma la storia è piena di maggioranze che sbagliano. Essere in molti non significa di per sé che si abbia ragione. (Associazione Liberarsi)

27/06/2018
Mi è capitato di leggere il contratto di governo M5S-Lega sulla giustizia e sono rimasto perplesso di fronte al programma di costruire nuovi istituti penitenziari, perché nei Paesi in cui ci sono pochi carceri ci sono anche meno delinquenti.

28/06/2018
Ieri sera ho scambiato due chiacchiere con la guardia che mi ha accompagnato in cella e ho detto che spesso non sono i reati commessi a far diventare una persona criminale, bensì i luoghi in cui è detenuta e gli anni di carcere inflitti. Si vuole assumere nuovo personale di Polizia, ma siamo il paese nel mondo che, in rapporto al numero di detenuti, ha più agenti penitenziari. Credo che sarebbe meglio se in carcere ci fossero più educatori, psicologhi, psichiatri, insegnanti o altre figure di sostegno.

29/06/2018
Ho letto sul giornale che il nuovo governo vuole revisionare la ‘sorveglianza dinamica’ e il regime penitenziario ‘aperto’, ma come si fa a migliorare stando chiusi in una cella, sdraiati in una branda guardando il soffitto 22 ore su 24? Credo che si dovrebbe stare molto attenti al trattamento delle persone in carcere, perché quando usciranno, molto probabilmente, saranno diventate più devianti e criminali di quando sono entrate. E odieranno la società e le istituzioni ancora di più, per averle fatte diventare dei “mostri”.

30/06/2018
Credo che i politici che per consenso elettorale invocano a gran voce la “certezza della pena” non facciano gli interessi di chi li ha eletti, ma facciano piuttosto, senza volerlo, gli interessi della criminalità, perché i suoi adepti in carcere non saranno mai stimolati a cambiare. Chi sconta la pena fino all’ultimo giorno esce arrabbiato e convinto di avere pagato il suo debito.

 


Diario Maggio 2018

1/05/2018
     Chissà se un giorno riuscirò a ritornare ad essere un uomo libero del tutto, ma intanto io ci provo con tutte le mie forze, per me e per i miei compagni, perché tutti dovrebbero avere la speranza di diventare uomini migliori.

2/05/2018
     Il giorno 4 maggio sarò a Venezia per un convegno dal titolo “Uno Stato civile lo si giudica anche dalle sue carceri” e in questo modo potrò continuare a dare voce e luce ai miei compagni murati vivi senza speranza.

3/05/2018
     Questa mattina alle sei e mezza, all’uscita dal carcere, è scoppiato un temporale primaverile, ma io sono uscito subito lo stesso, a differenza dei miei compagni, perché è bellissimo camminare da ergastolano semilibero sotto la pioggia.

4/05/2018
     Oggi durante il convegno a Venezia, a una domanda di un giornalista, ho risposto:
Sapete qual è la cosa più brutta della giornata dell’ergastolano? Che l’indomani inizia tutto daccapo, che sarà una giornata come ieri, come sarà domani e dopodomani, come sarà per sempre.

5/05/2018
     Sono rientrato in carcere stanco morto ma felice di questa bella esperienza veneziana, che porterò sempre con me, nella mia mente e nel mio cuore.

6/05/2018
     Un compagno ergastolano mi ha scritto:
Oggi compio gli anni, sono 57 anni. L’ultimo trascorso fuori da uomo libero fu nel 1980, sono trascorsi 38 anni. Mi rivedo ragazzo esuberante, libero e padrone del mondo, e mi ritrovo anziano e senza prospettive per il futuro. Un mattone fuori posto e tutta la vita cambia totalmente direzione, con un destino che neanche potevi immaginare. Rifletto e mi chiedo qual è lo scopo a mantenere in carcere persone che hanno scontato i loro errori trascorrendo la loro esistenza nelle patrie galere, l’unica parola che mi viene in mente è vendetta. Non trovo altro obiettivo che fare terrore per educare le future generazioni, in caso contrario repressione, torture e abusi sono a sfondo cieco. Comunque mi sono rassegnato al mio destino, forse per porre termine alla sofferenza, ma questo non addomesticherà la lotta per cercare di cambiare ciò che il fato mi ha riservato in sorte.

7/05/2018
     Riflettendo sulle parole che ho ricevuto ieri da un compagno ergastolano, ho pensato che migliorare una persona e poi farla marcire dentro è una pura cattiveria, perché in carcere si soffre di meno se uno rimane cattivo.

8/05/2018
     Alla sera prima di andare a dormire, spesso qualche compagno passa dalla mia cella per darmi la buonanotte, qualcuno si sfoga delle difficoltà che sta trovando fuori e mi dispiace che più di tentare di confortarli non posso fare altro.

9/05/2018
     Oggi a una domanda di una studentessa per la sua tesi ho risposto che il carcere divora l’amore di chi sta fuori e uccide l’amore di chi sta dentro, che la rabbia e la disperazione in carcere aiutano a sopravvivere, ma solo l’amore può aiutare a vivere.

10/05/2018
     Una mia lettrice, che ha letto il mio ultimo libro, mi ha scritto queste belle parole:
Ciao Carmelo, ho letto il tuo libro "La Belva della cella 154" e l'ho letto d'un fiato... volevo farti i complimenti, mi è piaciuto davvero tanto e penso che tutti dovrebbero leggerlo, soprattutto chi ha dei pregiudizi verso le persone detenute, perché forse inizierebbero a pensare. Trovo davvero ingiusto rinchiudere una persona in una cella e abbandonarla lì... Il carcere dovrebbe essere rieducativo e non punitivo. E soprattutto penso che sia giusto che chi si ritrova a scontare una pena in carcere venga trattato come una Persona quale è. Un abbraccio… Deborah

11/05/2018
     Ho scritto a un noto politico queste parole:
Molti non sanno che la nostra Carta Costituzionale, scritta soprattutto da partigiani che sono stati detenuti nelle carceri fasciste, prevede che la pena abbia principalmente lo scopo di tendere alla rieducazione, quindi qualsiasi pena detentiva non può e non deve essere certa quando ha esaurito la sua funzione rieducativa.

12/05/2018
     Spesso penso che vorrei tanto tornare indietro e cambiare alcune cose della mia vita. Poi, però, scrollo lentamente e tristemente la testa perché è una cosa che non posso fare. Non posso tornare indietro e vivere la mia vita diversamente, ma adesso almeno posso vivere questa che mi aspetta.

13/05/2018
     Mi piace aiutare i giovani laureandi con le loro tesi. Oggi una ragazza mi ha scritto:
Carissimo dott. Musumeci, mi sono laureata qualche giorno fa, e come tesi di laurea ho trattato l'ergastolo ostativo. Oltre a ringraziarla per gli spunti di riflessione, mi sento in dovere di dirle che piange il cuore nel sapere che ci sono tante, tantissime, persone che vivono questa situazione.
Bisogna continuare a lottare. Qualcosa prima o poi dovrà cambiare. Un saluto

14/05/2018
     Mi ricordo che quando stavo in carcere tutto il giorno rimanevo sveglio di notte e dormivo di giorno, perché in carcere, quando si è tristi, si ama più la notte che il giorno. Adesso invece alla notte dormo come un ghiro e di giorno sono sveglio perché sono felice di passare le giornate da uomo semilibero.

15/05/2018
     Ho ricevuto una lettera da un mio compagno e mi ha dato la triste notizia che si è lasciato con la moglie. Purtroppo durante la detenzione gli affetti col tempo si perdono, anche a causa delle poche ore di colloquio a disposizione. E, irrimediabilmente, si sfasciano le famiglie.

16/05/2018
     Anche oggi piove, sembra che la primavera stenti ad arrivare.
Per fortuna quando esco nel mio cuore è sempre primavera e sento subito la mia compagna al telefono, che mi dà il buon giorno.

17/05/2018
     Oggi ho risposto al mio compagno che si è separato dalla moglie, detenuto in un carcere sardo. Ho cercato di fargli coraggio, ma penso di non esserci riuscito. Purtroppo, il carcere è il luogo dove hai più bisogno d’amore, ma sembra che i nostri governanti siano gelosi dell’amore. In carcere si vede così poco amore che, quando uno ne ha un poco, te lo vogliono persino portare via. Quei pochi detenuti che sono amati vengono trasferiti in carceri lontani.

18/05/2018
     Ho letto che in due giorni si sono tolti la vita altri due detenuti ed ho pensato a un mio compagno che non c’è più, che una volta mi aveva confidato: “Io non mi ucciderò mai, ma sento spesso il desiderio di farlo.” Io avevo pensato che sono proprio quelli che dicono che non lo faranno mai ad essere più a rischio. E non mi sbagliavo, perché anni dopo anche lui si è tolto la vita.

19/05/2018
     Ho scritto un articolo, dal titolo “Cultura mafiosa anche in una certa antimafia”, che inizia così: “Alcuni professionisti (a mio parere poco professionisti) dell’antimafia si sono lamentati che dei giudici abbiano stabilito che i Garanti regionali dei detenuti possano colloquiare con i prigionieri sottoposti al regime di tortura democratica del 41 bis senza le consuete cautele, come il vetro divisorio fino a soffitto e la registrazione audiovisiva. Qualcuno di questi professionisti ha persino dichiarato: “Così si indebolisce il 41 bis: rischio messaggi all’esterno (…) perché il garante regionale seppur involontariamente può essere tramite di messaggi del detenuto." (Il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2018). Seguendo questo tipo di ragionamento, per non correre nessun rischio e in nome del sospetto, il detenuto sottoposto al 41 bis non dovrebbe mai essere messo nelle condizioni di venire a contatto con nessuna persona delle istituzioni. Neppure con il direttore, le guardie, gli infermieri, i medici e i giudici, se non tramite un vetro divisorio e con colloqui audiovideo registrati, perché anche loro seppur involontariamente potrebbero essere tramite di messaggi del detenuto.”

20/05/2018
     In un’intervista, ad una domanda sulla pena dell’ergastolo ho risposto che non si può vivere senza speranza e tutti ne hanno diritto, tutti. Negarla è andare contro ogni senso dell’umano e, ancor più, della fede per i credenti.

21/05/2018
     Questa notte ho sognato di essere fuori, poi però mi sono svegliato e mi sono accorto di essere dentro. E ho pensato che non è facile vivere con un piede dentro e uno fuori, ma subito dopo il mio cuore mi ha rimproverato e mi ha invitato a non lamentarmi troppo perché prima avevo tutti e due piedi dentro. Come dargli torto!

22/05/2018
     Non c’è nulla da fare, non riesco a farmi dare la patente di guida, nonostante siamo passati 27 anni da quando me l’hanno ritirata, e sto pensando che se un lupo cattivo riesce a diventare buono i buoni non te lo perdoneranno mai.

23/05/2018
     Quando metto in rete qualche articolo per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’abolizione dell’ergastolo ricevo spesso dei commenti negativi: “Favorevole all'abolizione dell'ergastolo. Però ripristiniamo la pena di morte”, che mi feriscono, ma non mi fermano.

24/05/2018
     Ho scritto in rete:
“Ricordatevi: nuovo digiuno per l’abolizione dell’ergastolo, martedì 26/6/2018, giornata dedicata alle vittime della tortura, quindi anche ai detenuti condannati alla pena dell'ergastolo".
Penso che questa società stia perdendo la capacità di pensare, di amare e di essere umana, perché quando la giustizia punisce dovrebbe preoccuparsi anche di farlo senza arrecare altro male. Tanto, in realtà, non si può rimediare più al male già fatto. Molti, purtroppo, confondono la giustizia con la vendetta. E una pena che non finisce mai, come la condanna all’ergastolo, non è altro che una vendetta, che non rende migliore né chi la emette né chi la subisce. La pena per essere giusta dovrebbe pensare anche al futuro e non solo al passato. L’ergastolo invece guarda sempre indietro e mai avanti. La pena - per essere capita, compresa ed accettata - deve avere una fine; una pena che non finisce mai non può essere capita, né compresa, né tantomeno accettata.

25/05/2018
     Mi hanno concesso tre giorni di licenza per andare alla Fiera di Forlì con il popolo della Comunità Papa Giovanni XXIII e sono particolarmente contento.

26/05/2018
     Oggi ho fatto un intervento al convegno annuale della Comunità Papa Giovanni XXIII, dal titolo provocatorio "Condannare gli ergastolani alla pena di essere amati" e sono stato molto applaudito.

27/05/2018
     È il secondo anno che partecipo alla tre giorni della Comunità Papa Giovanni e anche quest’anno ho fatto un bagno di umanità vera!

28/05/2018
     Questa sera ritorno a dormire in carcere, ma sono particolarmente contento di avere proposto ai membri della Comunità Papa Giovanni di provare ad “adottare” nelle loro famiglie un ergastolano, magari quelli da circa trenta anni in carcere, perché a molti di loro la mia idea è piaciuta.

29/05/2018
     Ho letto anche che si è gridato allo scandalo perché un magistrato di sorveglianza ha concesso un permesso di qualche ora, con scorta, ad un ergastolano in regime di 41 bis per vedere la mamma malata ultranovantenne, per il rischio che il figlio possa ordinare e mandare messaggi ai suoi gregari. Credo che a questo punto, per evitare qualsiasi timore, tutti dovrebbero essere sorvegliati a vista, perché anche i politici e i funzionari dello Stato potrebbero usare il loro potere per rubare e corrompere e anche le persone normali, incensurate, con la fedina penale pulita, potrebbero uccidere all’improvviso moglie e figli (come purtroppo accade).

30/05/2018
     La nuova maggioranza politica insiste sulla certezza della pena e allora ho scritto un articolo citando Sigmund Freud, che affermava: L’umanità ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di sicurezza.  Per questo io penso che sia meglio vivere in uno Stato di diritto e democratico, anche a rischio che mi vengano a rubare in casa, piuttosto che vivere in uno Stato più sicuro ma poliziesco. Sì, è vero, prevenire è meglio che curare, ma non bisogna però esagerare perché la prevenzione su tutto e tutti può diventare una malattia contagiosa che porta più danni che benefici.

31/05/2018
     Ho reso pubblico l’intervento che ho fatto al convegno annuale della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, svoltosi nei giorni scorsi a Forlì:

Condannare gli ergastolani alla pena di essere amati

Da un quarto di secolo lotto per l’abolizione dell’ergastolo, ma in questo periodo mi è venuto il dubbio che ho fatto poco per cercare di migliorare gli ergastolani. Le due cose, secondo me, invece dovrebbero marciare di pari passo. Migliorare una persona e poi farla marcire dentro è una pura cattiveria, perché in carcere si soffre di meno se uno rimane cattivo, ma nello stesso tempo far uscire una persona senza che il carcere abbia tentato di farlo diventare buono, può essere pericoloso per la società.
Che fare? Penso che, oltre a continuare a lottare per l’abolizione dell’ergastolo, bisogna anche tentare di migliorare gli stessi ergastolani.
Come farlo? Parto dalla mia esperienza. Quello che a me ha fatto bene più di tutto non è stato certo lo studio, o i libri, e neppure l’amore della mia famiglia: certo queste cose sono state importanti, ma da sole non sarebbero bastate. La mia vera rivoluzione interiore è avvenuta con l’incontro della Comunità Papa Giovanni XXIII, perché ad un certo punto della mia vita mi sono accorto che una piccola parte della società mi amava ed io ho smesso di odiarla. E se questo è accaduto a me, il più delinquente dei delinquenti, può accadere anche ad altri. Ecco, in sintesi, la mia proposta a tutta la Comunità: perché alcune case famiglie non adottano a tutti gli effetti un ergastolano? Fare quello che avete fatto con me. Si potrebbe iniziare con un esperimento pilota con alcuni ergastolani, dare a ciascuno di loro una “Casa Famiglia” o una seconda famiglia (alcuni di loro non ne hanno più una).
Quando parlo della Comunità nelle mie testimonianze dico che la Papa Giovanni XXIII è una grande famiglia che dona piccole famiglie a chi non ne ha e faccio l’esempio dei bambini nati con gravi problemi fisici che se abbandonati in un ospedale avrebbero pochi anni di vita, invece adottati riescono a vivere più a lungo e bene, perché l’amore è la migliore delle medicine. E perché non dare questa medicina anche ai cattivi e colpevoli per sempre? Aggiungo anche che la Papa Giovanni non si occupa solo dei buoni ma anche dei cattivi e per questo hanno preso anche me, quindi perché alcune case famiglie, quelle che se la sentono, non provano ad “adottare” nella loro famiglia un ergastolano, magari quelli da circa trenta anni in carcere?
Parliamone e confrontiamoci.
Un abbraccio.
Carmelo

 


 ERGASTOLO: il senso di una pena senza fine

 di Francesca Ambroso

 

 DIBATTITO Agnese Moro, Nadia Bizzotto e Carmelo Musumeci al Teatro Montegrappa con la loro battaglia contro il carcere a vita.

Un dibattito aperto

Ergastolo: il senso di una pena senza fine
Oggi in Italia sono 1500 gli ergastolani ostativi. È giusta la condanna senza termine? In che misura la detenzione può riabilitare?
 
 
Qual è il vero ruolo della giustizia? Ha senso una condanna a vita? Qual è il valore della dignità umana? In che misura una pena può riabilitare un criminale?
Sono tante le domande emerse dall’incontro-dibattito di venerdì scorso al Teatro Montegrappa moderato dal giornalista di Famiglia Cristiana Alberto Laggia. Ospiti l’ergastolano Carmelo Musumeci, la rosatese Nadia Bizzotto, responsabile della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da Don Oreste Benzi, e Agnese Moro, ospite d’eccezione che ha portato la sua testimonianza intima e personale sulla vicenda vissuta con la morte del padre. “I mandanti e assassini di mio padre sono stati individuati e condannati- ha affermato Agnese Moro- ma  questo non mi ha liberata dal dolore. Ho trovato davvero la pace solo quando ho perdonato”. In questo senso Agnese Moro appoggia oggi la battaglia a favore dell’abolizione della pena dell’ergastolo che sta portando avanti Nadia Bizzotto, da anni impegnata come volontaria nelle carceri, specie fra i detenuti a vita, gli ergastolani ostativi, i cosiddetti “sepolti vivi” che scontano la condanna per reati associativi e hanno rifiutato la via della collaborazione. Per loro, secondo l’articolo 4bis dell’Ordinamento Penitenziario, le porte del carcere non si apriranno mai, neanche dopo 20, 30 o 40 anni.
È tra questi carcerati che Nadia ha incontrato Carmelo Musumeci.
È stato proprio lui ad aprire la serata con il racconto della sua vita, dai primi passi nel mondo della malavita, complice un’infanzia difficile in una terra complessa, fino al pentimento all’impegno di intraprendere una battaglia che oggi lo porta a testimoniare lo stato morale in cui versano i 1500 ergastolani ostativi condannati a quella che lui definisce una “pena di morte viva”. Dopo 25 anni di carcere ostativo Carmelo ha ottenuto su istanza la semilibertà. Nel frattempo ha conseguito 3 lauree ed ha scritto diversi libri. Ormai da anni si batte per l’abolizione dell’ergastolo a favore di forme di pena alternative che puntino al recupero dei criminali.
Nel suo libro “Angelo Senza Dio” è raccontato il suo incontro con Nadia Bizzotto. “Quello che veramente mi ha cambiato-ha raccontato Musumeci-sono state le relazioni sociali. L’incontro con Nadia, Agnese Moro e con il suo messaggio di perdono, è stato devastante.  Avere la consapevolezza che c’era qualcuno che aveva fiducia in me, nonostante il mio vissuto, mi ha spiazzato. È l’amore sociale che fa uscire il vero senso di colpa. È questa la pena terribile”.
Quando entrai per la prima volta in un carcere -ha raccontato Nadia Bizzotto- mi resi conto che quelli rinchiusi là dentro erano uomini che soffrivano profondamente. Nelle carceri oggi ci sono più di cento reclusi da oltre trent’anni. La scienza dimostra che nel tempo le persone cambiano. Vanno recuperate, come dice l’articolo 27 della Costituzione. Se al male si aggiunge altro male lo si moltiplica. Quello che oggi spinge la mia attività è portare fuori dalle sbarre la voce di quei sepolti vivi”.
Una platea attenta e silenziosa ha ascoltato con profondo rispetto per più di due ore le ragioni di una battaglia che ha fatto incontrare tre persone profondamente diverse ma unite da uno stesso obiettivo.
Difficile tirare conclusioni. Impossibile pretendere un unico punto di vista.
Giustizia, libertà, perdono verso gli altri e verso sè stessi, pentimento, possibilità.
Temi forti, profondi, che non smettono di interrogare le coscienze.
Su questo si è riflettuto, senza condanne e senza giudizi.
Su questo va avanti un dibattito ancora sempre aperto.
 

Video registrazione dell'incontro:

 

 


         

La Belva della cella 154

 

 Dalla prefazione di Alessandra Celletti:  

È la prima volta (e probabilmente l’ultima) che scrivo la prefazione ad un libro. Ad essere sincera non sono neanche una grande lettrice, anzi. Ma quando Carmelo mi ha chiesto di firmare io qualche riga per presentare “La Belva della cella 154” non ho saputo dirgli di no. È difficile dire di no a Carmelo perché quando ti guarda con il suo sorriso e i suoi occhi malinconici ti trasmette la dolcezza e la purezza di un bambino; e perché nei suoi interminabili 26 anni di reclusione di no ne ha già ricevuti abbastanza. E poi ero curiosa di leggere in anteprima un libro da un titolo così…

Mi ha consegnato personalmente il dattiloscritto prima di salutarci alla fine di una giornata di libertà, trascorsa passeggiando per Roma, mangiando un gelato alla fragola, ridendo e parlando del più e del meno… proprio come persone “normali”, abituate ad aprire una finestra per far entrare sole e aria pulita, ad uscire di casa per andare a lavorare o per fare una passeggiata, ad abbracciare le persone care, a parlare con loro. E mentre camminavamo per la città a volte mi chiedevo come fosse stato possibile per lui restare normale e non diventare pazzo in condizioni disumane come quelle subite nel carcere dell’Asinara, nel regime del 41 bis, senza alcuna speranza di uscire vivo...

Quando un paio di anni fa ho conosciuto la storia di Carmelo Musumeci, ergastolano ostativo, o come lui si definiva “uomo ombra” ho promesso a me stessa, a lui e a Nadia Bizzotto (sua tutor e “diavolo custode”) che non sarebbe finita così e che presto Carmelo sarebbe tornato ad essere un uomo libero. Ho sentito fortemente che nessuno può essere privato all’infinito di ciò che caratterizza l’essenza stessa dell’essere umano: la libertà.

Qualche volta i miracoli succedono, o forse il desiderare qualcosa con tutto il cuore fa sì che succedano… O l’impegno civile unito al grande affetto che Nadia ha manifestato per tanti anni… Comunque l’altro giorno, in giro per Roma, per Carmelo era uno dei primi giorni di permesso. Da poco tempo non è più ostativo e per lui si è riaccesa la speranza di riabbracciare la condizione e la qualità di “essere umano”, cioè libero.

Mentre scrivo queste righe provo una profonda felicità al pensiero della meravigliosa trasformazione. E parlo appunto della trasformazione della sua condizione giudiziaria e non di quella del suo cuore, perché (ne sono certa) nel cuore di Carmelo l’amore c’è sempre stato. Come nel cuore di Nino, la belva della cella 154.

Non fatevi ingannare dal titolo, né dalle prime pagine che descrivono Nino come un pazzo, un colosso cattivo che rifiutava il mondo, uno spietato capace di uccidere. In realtà “La Belva della cella 154” racconta una storia d’amore, di amicizia e di perdono, dove tutta la durezza e la crudeltà si sciolgono come neve al sole.

Potrete sperimentare la disperazione di perdere l’unico amore della vostra vita, l’adrenalina di una partita a poker in cui vi state giocando il tutto per tutto, la rabbia di veder uccidere sotto i vostri occhi il migliore amico. Potrete sentire cosa significa non avere nessun altro affetto che quello di un gatto…

È una storia che procede con un ritmo incalzante e in cui, attraverso l’alternanza di momenti passati e di un presente disumano, si respira la dimensione di uno spazio infinito e di un ritmo eterno. Nino (o se volete Carmelo) ci trasporta in un universo senza inizio e senza fine, un “universo elastico” che continuamente si espande e si contrae, un universo dove nessuno comanda sugli altri perché tutti hanno bisogno uno dell’altro. E soprattutto di un futuro.

Alessandra Celletti

  

*Alessandra Celletti nasce in ambito classico, ma le sue esperienze musicali e artistiche si moltiplicano in un ambito musicale e creativo molto personale. Lontana dalle etichette, la sua musica è un caleidoscopio sonoro con un suo unico e imprescindibile centro gravitazionale: il pianoforte.

 

Il libro è prodotto e venduto da Amazon: Clicca qui per acquistarlo  

oppure si può richiedere a: zannablumusumeci@libero.it

 


  

Angelo SenzaDio booktrailer

    


Carmelo Musumeci: la libertà negli stati d’animo


di  Dario Lo Scalzo - Matilde Mirabella


 

https://www.pressenza.com/it/2017/04/carmelo-musumeci-la-liberta-negli-stati-danimo/

  

Abbiamo incontrato un uomo gentile e forte, col sorriso sulle labbra e un cuore aperto. Ne è venuta fuori una video intervista vibrante, emozionante, ricca di spunti esistenziali, forte. Imperdibile!


(Foto di Dario Lo Scalzo)

 


Carmelo Musumeci è un ergastolano. L’abbiamo incontrato in una piccola cittadina in provincia di Perugia, dove da pochi mesi gode del regime di semi-libertà dopo 26 anni trascorsi in carcere, nell’”assassino dei sogni” come lo definisce lui.

Nasce in un paesino in provincia di Catania, un’infanzia difficile e povera, fitta di botte e maltrattamenti, e infine la decisione di “vendicarsi del mondo”.

Diventa un boss della mafia, e negli anni ’80 è protagonista di una guerra tra bande che insanguina la Versilia.

La sua prima vita termina con una sentenza: ergastolo in regime di 41bis. In quell’ottobre del ’91 Carmelo entra in carcere senza alcuna speranza di uscirne. Lì subisce maltrattamenti, botte, isolamento totale per un anno e mezzo in una cella angusta senza poter parlare con nessuno, trasferimenti da un carcere all’altro.

C’è chi dice che un delinquente merita tutto questo, per ciò che ha fatto, ma la vendetta, anche se travestita da giustizia, non ripara nulla e distrugge il buono che resta, sempre. O quasi. Perché Carmelo ha uno spirito ribelle e si rifiuta di arrendersi, così si ribella anche alla vendetta e lotta: comincia a studiare, scrive a personalità come il Papa, tiene un blog, si laurea prima in Sociologia del Diritto, poi in Giurisprudenza e ancora, più recentemente, in Filosofia.

Contro ogni aspettativa, riesce a ottenere la semi-libertà.

Oggi nella comunità della Casa Famiglia Giovanni XXIII fa il volontario e aiuta bambini e adulti disabili, scrive libri, e continua a lottare contro il carcere a vita.

Abbiamo incontrato un uomo gentile e forte, col sorriso sulle labbra e un cuore aperto. Ne è venuta fuori una video intervista vibrante, emozionante, ricca di spunti esistenziali, forte. Imperdibile!

Dalla Giustizia all’amore per la famiglia, dalla mafia al gusto della libertà, dal carcere duro alla fatica della felicità.

Di questo e di tanto altro ci parla Carmelo in un’intervista che apre lo spirito e la mente e che porta alla riflessione non solo sullo stato delle carceri italiane e sulla condizione che l’uomo arriva ad imporre al suo simile, ma anche ad una considerazione interiore, quella verso noi stessi e la nostra stessa esistenza.

Qui di seguito la video intervista a Carmelo Musumeci: 

https://www.youtube.com/watch?v=itJm43kfPno

  


 

Angelo SenzaDio

l'ultimo libro di Carmelo Musumeci

     Tra romanzo e realtà, tra carcere e amicizia,

 il racconto di un incontro che ha cambiato due vite.

 

 Prefazione di Agnese Moro

       Scrive sempre bene Carmelo Musumeci, con un linguaggio capace di esprimere forti sentimenti e emozioni; dolore, rabbia, e speranze deluse. Mai superficiale. Mai compiacente. È un cuore che grida sofferenza – patita e inflitta - rimpianto per ciò che sarebbe potuto essere, e amore. Per i suoi cari – che ben lo ricambiano - e per una vita che si vorrebbe potesse essere, per lui per la prima volta, colma di affetti e di serenità. Da poter vivere pienamente.

     Una prospettiva, nel suo caso, per ora purtroppo ben lontana dal poter essere realizzata, per il fatto che Carmelo sta scontando una condanna all’ergastolo, pena che ferisce i nostri valori costituzionali, che anelano al recupero e al reinserimento del colpevole.
     La storia che Carmelo ci racconta in questo bel libro “Angelo SenzaDio” ci aiuta a capire quanto sia assurda una concezione della pena che non voglia cogliere il cambiamento della persona. Carmelo, infatti, ci racconta la storia di una rinascita. E di una amicizia. Intimamente legate l’una all’altra. In una vita difficile, giocata sul filo della rabbia e della disillusione, della solitudine e dell’abbandono, in un giorno qualsiasi, si infila nella vita di Lorenzo, il SenzaDio - il nostro protagonista - una nuova presenza. È il termine giusto “si infila”: senza presentazioni, preavvisi, orpelli, trombe, nel cuore di Lorenzo viene a trovarsi un angelo. È un angelo abbastanza strano, per la verità, un po’ amorevole e un po’ guerriero. Rompe la sua solitudine e lo aiuta, spesso con un trattamento forte, a ritrovare un se stesso fin lì dormiente. All’Angelo importa solo di lui, del suo benessere, della sua incolumità, e glielo fa capire in molti modi. Non cerca di redimerlo, non è preoccupato per la sua anima. Forse sa che appena si torna ad amare liberamente il cambiamento è già avvenuto.

     L’amicizia è un’esperienza che il SenzaDio non ha mai fatto prima, e il sentimento principale di Lorenzo di fronte all’Angelo, quello che ci fa intuire la drammaticità della sua situazione precedente, è proprio lo stupore di non essere più solo. È un fatto del tutto nuovo per lui, che lo spiazza, lo smuove, lo lascia indifeso e predisposto a sopportare di provare anche sentimenti positivi nei confronti delle persone. Una situazione inedita che porterà Lorenzo a fare scelte generose e estreme; scelte fino a poco prima impensabili.

     È un bellissimo racconto, pieno di profonda e struggente umanità. È anche un modo poetico di descrivere la nascita di un’amicizia per quello che questa significa soprattutto per il cuore di chi non avrebbe osato sperare di trovarla mai, e tantomeno nel carcere che ruba, a chi lo vive, anche i sogni.
     Ma nel “Angelo SenzaDio” c’è anche qualcosa d’altro. Perché ci parla della possibilità di cambiare che ogni essere umano ha dentro di sé. E di quanto sia importante non essere mai lasciati soli. Con un linguaggio tanto poetico, e a tratti davvero struggente, Carmelo ci racconta la storia di un’anima. Che può essere la sua, quella di altri, o di noi che leggiamo, quando, grazie all’affetto e alla fiducia di qualcuno, riusciamo di nuovo a parlare con noi stessi, lasciando una strada sbagliata e dando invece voce alla nostra più profonda umanità, che aspira sempre a cose belle e grandi.

     La capacità delle persone di cambiare è un tema fondamentale - direi cruciale - dal punto di vista umano, ma anche da quello politico e sociale. Riguarda il modo, ottimistico o pessimistico, che abbiamo di vedere noi stessi, gli altri, la vita e la storia. Se gli uomini non possono cambiare, superando egoismo, violenza, e quanto altro di negativo abita il nostro cuore, anche la storia umana è condannata a restare sempre uguale a se stessa, in una continua lotta per la sopraffazione degli uni su gli altri. Molti vedono il mondo e la vita così; e gli sfugge il nuovo che avanza, mancando di speranza e di coraggio. Per loro il mondo è sempre ugualmente triste e condannato.
     Il nostro atteggiamento di fronte alla possibilità o meno di cambiare delle persone – e della storia – definisce anche la nostra vicinanza o la nostra lontananza dalla nostra Costituzione. Nata dalla speranza e dalla volontà di tanti italiani di vivere in modo diverso e degno dopo gli anni buissimi del fascismo, della guerra, della odiosa occupazione nazista, delle deportazioni nei campi di sterminio, delle bombe, delle delazioni, delle torture, della povertà, della fame, della ingiustizia e della paura. Tragedie da ricordare, ma anche da superare costruendo una nuova Italia. Ed era tanto difficile farlo.

     Personalmente sono molto grata a Carmelo, perché con i suoi libri, con la sua vita e con le sue battaglie mi ha insegnato qualcosa di veramente importante per me. Tante persone che come me hanno subito gli effetti di gesti violenti descrivono la propria situazione come un ergastolo. Carmelo mi ha insegnato a capire che questa frase non è vera. E a vedere le risorse che abbiamo a disposizione per tornare a vivere. Certo, il dolore non passa; il passato rischia di essere sempre presente; l’esistenza non potrà più in nessun caso essere quella di prima. Ma abbiamo tante risorse delle quali poter usufruire per sopportare questa condizione. Carmelo non può farlo, ma io posso andare a trovare persone che amo e che mi amano. Posso viaggiare. Posso telefonare, scrivere una mail e avere subito una risposta. Posso godere uno spettacolo della natura che con la sua bellezza mi faccia sentire parte di un tutto speciale. Posso fare una passeggiata, andare al cinema, mangiare qualcosa di buono. Andare in chiesa; andare in libreria e comperare un libro. Guardare le vetrine. Posso abbracciare i miei figli quando voglio, sempre che loro siano d’accordo, e comunque sentire in ogni momento la loro voce. Posso rilasciare un’intervista, partecipare a una manifestazione, votare. Posso stare nel vento, fare un bagno in mare. Dormire e mangiare quando voglio. Stare da sola. Andare a messa. Fare progetti. E attuarli.

     L’ergastolo, e soprattutto quello ostativo, significa, invece, non poter fare mai queste cose. È la parola ”mai” quella fondamentale. Insormontabile. Eppure Carmelo Musumeci ci insegna con la sua vita e con questo libro che anche da questo terribile e disumano “mai” possono nascere fiori, poesia, amore per la vita e per gli uomini. Magari grazie ad un angelo che risveglia tutto il buono che c’è dentro ognuno di noi e che attende con ansia una parola o una carezza per poter sbocciare. Sta a noi, se siamo saggi, raccogliere questo nuovo che nasce e consentirgli di vivere pienamente.

                                                                                   Agnese Moro

 

 

Prodotto e distribuito da Amazon

 

 


  


  

   

41bis, ergastolo e semilibertà in Italia: un'intervista a chi ci è passato

di
LEON BENZ

https://www.vice.com/it/article/41bis-ergastolo-e-semiliberta-in-italia-carmelo-musumeci


In carcere da 25 anni e dopo un'esperienza al 41bis, a Carmelo Musumeci è stata concessa la semilibertà.

Nel 1991, l'allora 36enne Carmelo Musumeci è stato arrestato con l'accusa di omicidio e di essere organizzatore di un'associazione mafiosa che si occupava di bische, delitti contro il patrimonio e spaccio di cocaina. Un anno dopo, è arrivata la sentenza definitiva che lo ha condannato all'ergastolo.
Da allora sono passati 25 anni: Musumeci ha girato diversi penitenziari italiani, preso due lauree in giurisprudenza e una in filosofia, e infine  nel novembre del 2016, mentre era nel penitenziario di Padova gli è stata concessa la semilibertà, da lui richiesta tramite istanza. Nonostante l'ergastolo, grazie al regime della semilibertà ha la possibilità di uscire durante le ore diurne per prestare attività di volontariato (nel suo caso, sostegno scolastico e ricreativo a persone portatrici di handicap presso una struttura).
Negli ultimi tempi, Musumeci ha pubblicato diversi libri, l'ultimo dei quali intitolato L'urlo di un uomo ombra. Da anni tiene anche un diario sul suo sito, e si spende per una campagna contro la formula detentiva dell'ergastolo: è così che è diventato una delle figure pubbliche più note per chi si trova nella sua stessa condizione.
Per capire cosa si prova a scontare una pena a vita e mettere piede fuori dal cacere dopo 25 anni di reclusione, ho incontrato Musumeci in una delle sue ore di semilibertà cercando di sospendere il giudizio sui reati che ha commesso per parlare liberamente di sistema penitenziario, del concetto di ergastolo e di come ha ritrovato il mondo che aveva lasciato.


VICE: Raccontami come sei finito in carcere.
Carmelo Musumeci: Sono cresciuto in un paesino ai piedi dell'Etna. Eravamo poveri, e io ho cominciato a nutrirmi della cultura di strada già da piccolo. Mia nonna, per esempio, mi ha insegnato a rubare al supermercato quando ero ancora un bambino, e così la prima volta sono finito in carcere che ero ancora minorenne.
Intorno ai 15 anni i miei genitori si sono separati e sono stato mandato in un collegio al nord. Là ho iniziato a covare rabbia nei confronti del mondo e delle istituzioni, e quando poi sono tornato a casa ho trovato le stesse difficoltà economiche che avevo lasciato: in quel momento, forse inconsapevolmente, avevo già imboccato le strade sbagliate. Ho iniziato con una serie di piccoli reati e poi, dopo aver visto che si poteva guadagnare, ho alzato il tiro: nel 1972 sono stato arrestato durante una rapina in un ufficio postale.
Quando sono uscito mi sono ributtato in quel mondo. Fino a una sera del 1990 in cui, in uno scontro tra bande rivali, mi beccai sei pallottole. Sono sopravvissuto, ma quello era un ambiente in cui o ammazzi o vieni ammazzato. Così poi è successo quello che è successo.

A cosa hai pensato quando ti è arrivata la sentenza definitiva?
     Quando sono stato arrestato sono stato considerato un criminale di spessore, e quindi nel 1991 sono stato sottoposto al 41bis. Mentre stavo in isolamento per un anno e sei mesi, in una cella buia con l'impossibilità di parlare con qualcuno, mi è arrivato il telegramma della mia compagna che confermava l'ergastolo. Be', inutile dire come mi è crollato il mondo addosso: avevo la consapevolezza che non sarei mai più uscito da là.

Il 41bis è il regime carcerario più duro del nostro ordinamento è l'isolamento totale: personalmente non riesco a pensare a come ci si possa convivere. Com'è stato?
     Erano gli anni in seguito alla strage di Capaci e lo Stato era in lotta con l'anti-stato, la mafia: io, tra le accuse, avevo anche quella di associazione mafiosa, e quell'articolo permetteva dei trattamenti più duri per creare collaboratori di giustizia. In pratica vivevo in una cella quasi totalmente buia, ricevevo da mangiare da uno spioncino, avevo poca acqua e sono stato offeso da guardie sbronze. Venivo torturato.

Non hai mai pensato di ucciderti?
     Ci ho pensato costantemente: sarebbe stata la via di fuga più facile. Mi sento anche di dire che chi pensa a togliersi la vita non è vero che non l'ama: chi si toglie la vita in quelle condizione ama la vita talmente tanto che non vuole vedersela appassire. Ho sempre ammirato chi ha avuto il coraggio di farcela perché anche oggi soffro per quello che ho vissuto in quei giorni.
Mi fa ancora male parlarne, non perché ero innocente ma perché ho sofferto per nulla, e tutto questo non aiutava né lo Stato né i parenti delle vittime. Ma quando hai dei figli, hai una responsabilità. Non potevo andarmene così.

Nel tuo diario online definisci le notti passate in carcere, dopo una giornata di quasi libertà, il tuo "ritorno all'inferno." Quali sono le cose più brutte che hai visto?
     Paradossalmente, le cose che ti succedono intorno. Quella che forse mi fa ancora male è del 1992, quando ho visto il trattamento ai ragazzi della strage di Gela [lafaida tra gruppi criminali che nel giro di poche ore, nel novembre del 1990, innescò una catena di agguati mortali]. Erano ancora dei ragazzini, non credo sapessero quello che stavano facendo: ho visto strappargli la vita per sempre in quelle mura. Quello che voglio dire è che il carcere dovrebbe far capire al condannato dove ha sbagliato, ma l'unica cosa che vedevo in quegli anni era un processo che portava al "io ho ucciso ma tu [il carcere] mi stai uccidendo lentamente, giorno dopo giorno."
Penso che la cosa che fa più paura a un criminale è il perdono sociale, perché perdi tutti gli alibi e dici "cazzo, ho fatto del male e queste persone mi stanno perdonando." Quando invece vieni trattato male ogni singolo giorno ti dimentichi del male che hai fatto, e quello che provi non è certamente il rimorso.

Quanto a te, come si svolgeva una tua regolare giornata in carcere?
     Dopo i primi anni ho cambiato carcere spesso: ogni carcere è uno stato a sé, con le proprie regole e i propri ritmi. Ma in generale è tutto molto piatto: mi svegliavo verso l'alba e iniziavo a studiare, nell'ora d'aria facevo una corsetta, e poi verso mezzogiorno mangiavo a mensa. Il pomeriggio rientravo in cella e la sera mi cucinavo qualcosa da mangiare. Questo per migliaia e migliaia di giornate.

È scontato da dire, ma immagino che in una situazione del genere trovare uno scopo ti aiuti ad affrontare le giornate. Come nel caso dello studio. Come funzionava, e come ti procuravi i libri necessari?
     Sì, se non fosse stato per lo studio sarei impazzito. Ho anche iniziato a scrivere, oltre a studiare per laurearmi in giurisprudenza e filosofia: penso che in Italia manchi una letteratura sociale carceraria. Voglio dire, la letteratura è l'anima e la storia di un paese, per questo m'illudo di crearne una con i miei romanzi.
Per quanto riguarda i libri, dopo il 41bis ho potuto averne, fortunatamente. A volte non dovevano essere più di tre, non potevano avere la copertina dura e nonostante fossi iscritto all'università mi mancavano sempre dei manuali. Il solo fatto che cambiavo spesso carcere rendeva sempre difficilissimo l'iter universitario.

A cosa erano dovuti i costanti spostamenti di carcere?
     Diciamo che ero un detenuto scomodo. Dopo un po' che studiavo chiedevo sempre più cose che mi appartenevano come diritto, e questo può dare fastidio ai dirigenti. Era un attivismo scomodo e infatti a chiunque dovesse andare in carcere consiglio assolutamente di procurarsi un codice per capire i propri diritti diritti che spesso vengono trascurati.

Nel tuo caso però a un certo punto sei riuscito a ottenere la semilibertà, caso raro per un ergastolo ex ostativo, per prestare servizio in una comunità. Qual è stata la prima cosa a cui hai pensato?
     Ero sicuro di non avere speranza e di morire in carcere. Quando dopo svariati tentativi mi è stata concessa la semilibertà, non so cosa ho provato qualcosa di inspiegabile, forse, ma molto simile all'ansia e alla paura. Ho pensato alla mia famiglia, ai miei nipoti...

E quando sei effettivamente uscito cosa ti ha sorpreso di più?
     Le piccole cose, paradossalmente, come affacciarsi a una finestra o guardarmi allo specchio in carcere ci sono solo specchi piccolissimi. Mi sono guardato allo specchio e ho visto tutto il mio corpo, ma non era più il mio corpo. Era quello di una persona che non sapevo chi fosse. Poi un'infinità di sensazioni e cose di cui mi ero completamente dimenticato cose come percepire la sabbia tra le dita dei piedi, l'odore del mare, la pelle dei miei figli.

In che modo hai trovato cambiato il mondo? Voglio dire, ti sei perso l'esplosione di Internet...
     Quando sono uscito la prima volta mi sono fermato, e per un po' mi sono guardato intorno immobile. Tutto mi sembrava irreale e diverso da come mi ricordavo il mondo. Le persone sono cambiate, così il modo di vivere e adesso anche prendere un semplice treno, con le persone connesse ai loro pc è come guardare un film di fantascienza. Insomma, è tutto molto strano e mi ci sto abituando piano piano, ma sono dannatamente felice di doverlo fare.

 


 

IL CARCERE COME LUOGO DI ESCLUSIONE E DI ANNULLAMENTO DELLA PERSONA:
UNA CONVERSAZIONE CON CARMELO MUSUMECI*

 http://www.flipnews.org

 
http://www.flipnews.org/component/k2/il-carcere-come-luogo-di-esclusione-e-di-annullamento-della-persona-una-conversazione-con-carmelo-musumeci.html

 

 

 

Written by Roberto Fantini
   Fin dall’inizio della mia carcerazione (un quarto di secolo fa), ho cominciato a scrivere e non ho mai smesso. Per qualsiasi prigioniero la scrittura è un ponte fondamentale per collegarsi al mondo esterno, io quasi ogni giorno mandavo lettere e articoli a mezzo mondo per fare sentire la mia voce e sto continuando a farlo anche in regime di semilibertà. Carmelo Musumeci


Tutti i grandi saggi e maestri dell’umanità, dalle epoche più lontane ad oggi, sempre ci hanno spiegato e insegnato che non sarà mai possibile spegnere l’odio alimentando l’odio, mai estinguere la violenza praticando la violenza, mai estirpare la sofferenza generando sofferenza. Principio filosofico questo assai ben recepito dai Padri costituenti che, nell’affrontare la “questione giustizia”, previdero chiaramente il carattere rieducativo delle pene. Il che dovrebbe comportare, nella realtà, che ogni sistema punitivo venga essere pensato, progettato, diretto ed attuato al fine di favorire al massimo un processo positivo di sviluppo della persona del reo, nella prospettiva di innescare un percorso maieutico volto a far emergere le sue migliori potenzialità, contenendo, arginando, eliminando progressivamente, altresì, tutte quelle inclinazioni di tipo distruttivo che lo hanno precedentemente condotto ad arrecare danni alla collettività.
Tutto ciò, purtroppo, è ancora troppo spesso qualcosa di chimerico. Ancora oggi, le pene che si abbattono sul condannato sono pene che offendono, che feriscono, che seminano dolore e umiliazione, che gettano nella disperazione.
Di questo abbiamo avuto la possibilità di parlare con una persona straordinaria che, nonostante le durezze di una lunga vita imprigionata, ha saputo trovare la via per compiere un bellissimo cammino di maturazione interiore.

- Carmelo, tu, durante la tua lunga esperienza carceraria, hai saputo attuare un ammirevole percorso di autoformazione. In un tuo recente articolo, però, dici che la cosa che più detesti è quando ti viene rivolta la seguente domanda: “Ma, allora, il carcere ti ha fatto bene?” Ci spieghi perché?
     Quando mi fanno questa domanda sembra sottointeso che sono migliorato grazie al carcere, invece penso che sono riuscito a crescere interiormente nonostante il carcere, perché questo è un luogo oscuro ai più, dove il concetto di espiazione diventa un concetto di dominio, di sopraffazione, per farti diventare più cattivo e più criminale. Diciamoci la verità, a molti politici non interessa assolutamente sconfiggere certi fenomeni criminali e devianti, hanno interesse che il carcere continui a essere solo una discarica sociale, per acquisire consensi sociali e voti elettorali.


- Ritengo che la tua notevole esperienza personale possa costituire una fonte preziosa di opportunità per ragionare con maggiore consapevolezza sulla complessità della natura umana, sui suoi limiti, ma anche sulle sue infinite risorse. Non credi?
     Sono d’accordo anche perché, in particolar modo per i giovani, può essere utile conoscere il male, per evitarlo. E raccontare la mia esperienza negativa può essere da deterrente a molti ragazzi a rischio di devianza. Per alcuni anni ho fatto parte di un’ iniziativa che portava intere scolaresche in carcere ad ascoltare le storie dei cattivi. Le modalità erano semplici: venivano intere classi di scuola superiore (a volte più di una classe) e ascoltavano tre storie di detenuti, partendo dalla loro situazione familiare, sociale e ambientale, di dove uno era nato e dove era maturato il reato. Credo che non sia facile per i detenuti raccontare il peggio della loro vita con onestà e obiettività, ma penso anche che sia un modo terapeutico per prendere le distanze dal proprio passato e riconciliarsi con se stessi. Penso che parlare a dei ragazzi, aiuti a formarsi una coscienza di sé e del significato del male fatto agli altri. E guardare gli sguardi e gli occhi innocenti dei ragazzi aiuta molto ciascuno di noi a capire quali siano state le ragioni dell’odio, della rabbia, della violenza dei nostri reati, più di tanti inutili anni di carcere senza fare nulla. Penso che non sia neppure facile per i ragazzi ascoltare dal vivo le nostre brutte storie, anziché sentirle solo alla televisione o leggerle sommariamente nei giornali. Credo che, in questo modo, percepiscano meglio che molte volte dietro certi reati non ci sono dei mostri, ma ci sono semplicemente delle persone umane che hanno sbagliato. Poi dalle nostre risposte alle loro domande scoprono anche che il carcere rappresenta spesso un inutile strumento d’ingiustizia, un luogo di esclusione e di annullamento della persona, dove nella maggioranza dei casi si vive una vita non degna di essere vissuta.

- Sicuramente, i problemi da risolvere nel nostro universo carcerario sono molteplici e assai complessi. A tuo avviso, cosa andrebbe modificato in maniera assolutamente prioritaria e ineludibile? Le strutture? La formazione del personale penitenziario? Il sistema legislativo? Le strategie politiche?
     Tutte queste cose insieme e molto ancora di più. Penso pure che il carcere che funziona sia quello che non costruiranno mai. Molti pensano che il carcere sia la medicina. Ciò non è vero, perché il carcere rappresenta piuttosto una malattia della società, la gabbia dell’odio e della rimozione sociale. In luoghi come questi non si migliora, ma si peggiora. Continuando a sentirci ripetere che siamo irrecuperabili, che siamo dei mostri, che siamo cattivi, alla fine ce ne convinciamo e cerchiamo di esserlo davvero. Nella maggioranza dei casi l’istituzione penitenziaria opera ai margini del diritto, in assenza di ogni controllo democratico, nell’arbitrio amministrativo e nell’indifferenza generale. Ma, forse, la cosa peggiore del carcere è che la tua vita dipende da altri che, continuamente, ti dicono cosa devi fare e quando e come devi farlo. Spesso questi “altri” sono peggiori di te e tu devi per forza sottostare ai loro capricci. Per questo motivo, dentro queste mura, è quasi impossibile conservare dignità e orgoglio. Il carcere è una fabbrica di stupidità. E non migliora certo l’uomo. Il più delle volte lo rende scemo.


- Ti sembra che, nonostante i tanti gravi problemi irrisolti, in questi ultimi anni sia stato possibile registrare qualche segnale di progresso di una certa importanza?
     Qualche segnale c’è stato, ma ancora troppo poco per salvare qualche vita umana ed ho notato che nell’anno appena passato i suicidi in carcere sono stati ancora molti.
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*Carmelo Musumeci nasce il 27 luglio 1955 ad Aci Sant’Antonio, in provincia di Catania. Condannato all’ergastolo, è attualmente in regime di semilibertà presso il carcere di Perugia. Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara, in regime di 41 bis, riprende gli studi da autodidatta, terminando le scuole superiori. Nel 2005 si laurea in Giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo Vivere l’ergastolo.
Nel maggio 2011 si è laureato presso l’Università di Perugia, al Corso di Laurea specialistica in Diritto Penitenziario, con una tesi dal titolo La pena di morte viva: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità. Il 16 giugno 2016 si è laureato in Filosofia, presso l’Università degli Studi di Padova, discutendo la tesi Biografie devianti.
Nel 2007 ha conosciuto don Oreste Benzi e da allora condivide il progetto Oltre le sbarre, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Da anni promuove una campagna contro il “fine pena mai”, per l’abolizione dell’ergastolo.

Chi volesse scrivere a Carmelo Musumeci può farlo al seguente indirizzo email:   zannablumusumeci@libero.it

 Per conoscere la ricchezza delle sue numerose pubblicazioni: www.carmelomusumeci.com

   


 

  Papa Francesco: le sue parole contro l'ergastolo

                                                                                                                                           

 


 

 

 

 Carmelo Musumeci

in permesso a Roma

(24/02/2016)

 

 


 

"DETENUTO IN LIBERTÀ" 

da TG2 Dossier Storie del 30 Aprile 2016
 

 

    


Biografia

Carmelo Musumeci  è nato nel 1955 in Sicilia. Condannato all’ergastolo, è ora in regime di semilibertà nel carcere di Perugia, durante il giorno presta servizio di volontariato presso una Casa Famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi. 
Entrato in carcere nel 1991 con licenza elementare, oggi ha 3 Lauree. Dal 1992 al 1997, mentre è all’Asinara in regime di 41 bis, riprende gli studi e da autodidatta termina le scuole superiori. Nel 2005 consegue la prima Laurea in Scienze Giuridiche,  con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo” , relatore Prof. Emilio Santoro.
Nel Maggio 2011 si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Perugia, con una tesi dal titolo “La ‘pena di morte viva’: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità” ,
con relatore il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale, e Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia e Sociologia del Diritto e Presidente onorario dell’Associazione Antigone per la difesa dei diritti dei detenuti.

Il 16 Giugno 2016 si è laureato in Filosofia, con votazione 110 e lode, presso l'Università degli Studi di Padova, discutendo la tesi “Biografie devianti” relatrice Prof.ssa Francesca Vianello.

Promuove da anni una campagna contro il fine pena mai, per l’abolizione dell’ergastolo.

Chi volesse scrivergli può farlo attraverso questo indirizzo email: zannablumusumeci@libero.it

Bibliografia
Ha pubblicato nel 2010 il libro “Gli uomini ombra”,
nel 2012 “Undici ore d’amore di un uomo ombra”,  prefazione di Barbara Alberti,  e “Zanna Blu”, con prefazione di Margherita Hack, editi da Gabrielli Editori.

Nel 2013 pubblica “L’urlo di un uomo ombra”, Edizioni Smasher;

nel 2014 con Stampa Alternativa-Nuovi Equilibri, per la collana Millelire, “L’Assassino dei Sogni”, Lettere fra un filosofo e un ergastolano, di Carmelo Musumeci, Giuseppe Ferraro;

nel 2015 per Edizioni Erranti “Fuga dall’Assassino dei Sogni” di Alfredo Cosco e Carmelo Musumeci, con prefazione di Erri De Luca;

nel 2016 "Gli ergastolani senza scampo" Fenomenologia e criticità costituzionali dell'ergastolo ostativo di Carmelo Musumeci / Andrea Pugiotto, con prefazione di Gaetano Silvestri e un'appendice di Davide Galliani, Editoriale Scientifica;

nel marzo 2017  "Angelo SenzaDio" con CreateSpace Independent Publishing Platform, prefazione di Agnese Moro; nel novembre 2017 "La Belva della cella 154" sempre con CreateSpace by Amazon, prefazione di Alessandra Celletti.