Carmelo Musumeci

  


Papa Francesco ancora contro la "Pena di Morte Viva"

Nel corso del viaggio apostolico in Cile, il 16 gennaio 2018, durante una visita in un carcere femminile, Papa Francesco ha pronunciato queste importanti parole:

"Una pena senza futuro, una condanna senza futuro non è una condanna umana: è una tortura. Ogni pena che una persona si trova a scontare per pagare un debito con la società, deve avere un orizzonte, l’orizzonte di reinserirmi di nuovo e quindi di prepararmi al reinserimento. Questo esigetelo, da voi stesse e dalla società. Guardate sempre l’orizzonte, guardate sempre avanti verso il reinserimento nella vita ordinaria della società."

     Caro Francesco, grazie delle tue parole.
Con l’associazione Liberarsi, che ha sempre sostenuto la campagna contro il carcere a vita, e altri stiamo organizzando il secondo giorno di digiuno nazionale, per venerdì 30 marzo 2018, contro la pena dell'ergastolo. Cercheremo di coinvolgere anche questa volta il massimo delle persone interessate, le associazioni di volontariato, i nuovi parlamentari, i centri sociali, esponenti della magistratura, dell'università, delle camere penali, uomini e donne di tutte le chiese, fedi religiose e movimenti spirituali, intellettuali, e personaggi del mondo dello spettacolo e dell'informazione.
Tutte le persone del mondo libero che vorranno aderire alla giornata di digiuno del 30 marzo 2018 potranno farlo dal sito http://www.liberarsi.net compilando l’apposito modulo, nella sezione in home dal titolo “Aderisci allo sciopero della fame del 30 marzo per l’abolizione dell’ergastolo”.

     Caro Francesco, contiamo sul tuo sostegno pubblico: ti confidiamo che ci sono delle sere in cui il pensiero che noi possiamo rimanere in carcere per tutta la vita non ci fa dormire. E la disperazione è un’arma pericolosa. Se però avessimo un fine pena… Se sapessimo il giorno, il mese e l’anno in cui potremmo uscire… Forse riusciremmo a essere delle persone migliori… Forse riusciremmo a essere delle persone più umane… Forse riusciremmo a non essere più cattivi.
L’ergastolano è un morto vivente, perché respira senza vivere, in attesa d’invecchiare e di morire. Negare ad una persona la certezza di un fine pena è un crimine grande come quello che si vuole punire.

“Nessuno di noi è una cosa: siamo tutti persone, e come persone abbiamo questa dimensione della speranza. Non lasciamoci “cosificare”. Non sono un numero, non sono il detenuto numero tale, sono Tizio o Caio che porta dentro di sé la speranza e vuole dare alla luce speranza.”

     Caro Francesco, devi sapere che gli “uomini ombra” (così gli ergastolani si chiamano fra di loro) non hanno più niente in comune con gli altri prigionieri, perché vivono in un mondo completamente diverso. Tutti gli altri prigionieri, infatti, hanno delle speranze, dei sogni. Noi invece non abbiamo più nulla. La cosa più brutta per l’uomo ombra è che il suo futuro non dipende più da lui, perché con la pena dell’ergastolo egli diventa solo uno spettatore della propria vita.

“Tutti sappiamo che molte volte, purtroppo, la pena del carcere si riduce soprattutto a un castigo, senza offrire strumenti adeguati per attivare processi. È quello che dicevo della speranza: guardare avanti, generare processi di reinserimento. Questo dev’essere il vostro sogno: il reinserimento. E se è lungo portare avanti questo cammino, fare il meglio possibile perché sia più breve. Ma sempre reinserimento. La società ha l’obbligo – l’obbligo! – di reinserire tutte voi.”

     Caro Papa Francesco, noi uomini ombra non possiamo avere nessun futuro migliore perché non abbiamo più alcun futuro. Per lo Stato noi non esistiamo. Siamo come morti. Siamo solo carne viva immagazzinata in una cella a morire. Eppure a volte, quando ci dimentichiamo di essere dei morti che camminano, ci sentiamo ancora vivi. E questo è il dolore più grande per un uomo condannato a essere morto. A che serve vivere se non hai nessuna possibilità di vivere? Se non sai quando finisce la tua pena? Se sei destinato a essere colpevole e cattivo per sempre?

“Essere privato della libertà non è la stessa cosa che essere privo di dignità, no, non è la stessa cosa. La dignità non si tocca, a nessuno. Si cura, si custodisce, si accarezza. Nessuno può essere privato della dignità.
Dignità che genera dignità. La dignità si contagia, si contagia più dell’influenza; la dignità si contagia. La dignità genera dignità.”

      Caro Francesco, tutti dovrebbero avere il diritto di sperare, perché senza speranza è più facile morire che vivere tutta la vita chiusi in una cella.
Vivere in carcere senza avere la speranza di uscire è aberrante. La pena dell’ergastolo è un insulto alla ragione, al diritto, alla giustizia e, penso, anche a Dio.

Carmelo Musumeci
Gennaio 2018


Le frasi in corsivo sono del discorso di Papa Francesco nel Centro Penitenziario Femminile di Santiago del Cile, 16 gennaio 2018. Il testo integrale si può trovare QUI

 


 

"Potere al popolo": e se sulla giustizia avessero ragione?


     La proposta elettorale del movimento politico “Potere al popolo” di combattere le mafie con l’abolizione dell’ergastolo e del 41bis ha fatto gridare allo scandalo, in malafede alcuni professionisti dell’antimafia e in buonafede una parte del popolo della sinistra.
     Ho passato oltre 35 anni dei miei 62 in carcere, 5 dei quali in regime di 41bis all’Asinara, e credo che le persone intelligenti abbiano poche certezze e molti dubbi e quindi forse conviene ragionarci un po’sopra.
A me sembra che finora le politiche, ultraventennali, del carcere duro e del fine pena anno 9.999 abbiano portato più vantaggi alle mafie (almeno a quelle politiche e finanziarie) che svantaggi, dato che anche gli addetti ai lavori affermano che l’élite mafiosa è più potente adesso di prima.
A questo punto, io penso che se è solo una questione di sicurezza, e non di vendetta sociale, sia più sicura per la collettività la pena di morte che la pena dell’ergastolo o il regime di tortura del 41bis.
Qualcuno sostiene che il carcere duro, almeno all’inizio, sia stato utile, ma questo a che prezzo? Io credo che alla lunga il regime di tortura del 41bis, e una pena realmente senza fine come l’ergastolo ostativo, abbiano rafforzato la cultura mafiosa, perché hanno innescato odio e rancore verso le Istituizioni anche nei familiari dei detenuti.
Penso che sia davvero difficile cambiare quando sei murato vivo in una cella e non puoi più toccare le persone che ami, neppure in quell’unica ora al mese di colloquio che ti spetta. Con il passare degli anni i tuoi stessi familiari incominciano a vedere lo Stato come un nemico da odiare e c’è il rischio che i tuoi figli, che si potrebbero invece salvare, diventino loro stessi dei mafiosi.
Credo che sia sbagliato cedere parte della nostra umanità per vivere in una società più sicura. Ricordo che ai miei tempi il carcere duro veniva applicato indistintamente, anche ai giovani, a ragazzi appena maggiorenni, che certo non potevano essere dei “boss”, per avere il consenso politico e sociale, più che per motivi di sicurezza.
Posso dire che per me è molto più “doloroso” e rieducativo adesso fare il volontario in una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII (fondata da Don Oreste Benzi) che gli anni passati murato vivo in isolamento totale durante il regime di tortura del 41bis. Trattato in quel modo dalle Istituzioni, mi sentivo innocente del male fatto; ora, invece, che sono trattato con umanità, mi sento più colpevole delle scelte sbagliate che ho fatto nella mia vita. E penso che questo potrebbe accadere anche alla maggioranza dei prigionieri che sono ancora detenuti in quel girone infernale. Sono convinto che anche il peggiore criminale, mafioso o terrorista potrebbe cambiare con una pena più umana e con un fine pena certo. Ci sono persone che sono sottoposte al regime di tortura del 41bis da decenni, ergastolani che quando sono entrati in carcere avevano compiuto da poco diciott’anni e che ora hanno passato più anni della loro vita dentro che fuori. Persone che sono cambiate, o potrebbero cambiare, ma che non potranno mai dimostrarlo perché nel certificato di detenzione c’è scritto che la loro pena finirà nel 9.999. A fronte del luogo comune che in Italia l’ergastolo di fatto non esiste, è solo il caso di ricordare che in Italia ci sono oltre 1.600 ergastolani, di cui la maggior parte ostativi ad ogni beneficio penitenziario e che quindi sono realmente destinati a morire in galera, senza aver mai messo piede fuori, in decenni e decenni di carcere.
In tutti i casi, il rischio zero non esiste per nessuna persona, perché siamo umani. In noi c’è il bene e il male e, a volte, spetta anche alla società rischiare, pur di trarre fuori il bene. Credetemi, il regime del 41bis e una pena senza fine riducono le persone a dei vegetali - quando va bene - o in esseri ancor più criminali di quando sono entrati in carcere.
È vero che una società ha diritto di difendersi dai membri che non rispettano la legge, ma è altrettanto ragionevole che essa non lo debba fare dimostrando di essere peggiore di loro. Purtroppo, a volte, questo acca
de. Penso che il regime di tortura del 41bis, insieme alle pene che non finiscono mai, non diano risposte costruttive, né tanto meno rieducative. Non si può educare una persona tenendola all’inferno per decenni, senza dirle quando finirà la sua pena, soprattutto nel caso, non raro, che essa non avrà ulteriori probabilità di reiterare i reati. Lasciandola in quella situazione di sospensione e d’inerzia la si distrugge e, dopo un simile trattamento, anche il peggiore assassino si sentirà “innocente”, mentre le persone “perbene” rischieranno di essere “colpevoli”. Non voglio convincervi, desidero solo farvi venire qualche dubbio. Non posso fare altro.

Carmelo Musumeci
Gennaio 2018

 


Diario 1-17 Gennaio 2018

1/01/2018
    Com’è bello l’anno nuovo se ci sveglia a casa, specialmente per chi come me per un quarto di secolo ha cominciato l’anno nuovo aprendo gli occhi in una cella di pochi metri quadri, con un letto, un tavolino, uno sgabello, un bagno alla turca, nascosto da un muretto alto un metro, e un lavandino. E senza rumore di ferraglia e battiture delle sbarre.

2/01/2018
     Chissà perché quando sei felice il tempo vola e purtroppo è arrivato troppo presto il giorno che devo ripartire. Questa sera devo dormire in carcere, ma mi consolo che porterò con me i ricordi dei bei momenti passati con i miei familiari, che mi daranno l’energia per continuare a lottare.

3/01/2018
     Si ricomincia: risveglio in carcere, autobus, treno, ancora autobus, lavoro, ma la Comunità Papa Giovanni XXIII è ormai la mia seconda famiglia e mi trovo molto bene e dopo questi bei giorni passati in famiglia mi sento molto più forte di prima.

4/01/2018
     Che delusione e tristezza: nella nuova riforma dell’ordinamento penitenziario hanno accantonato la questione affettiva dei detenuti. In un momento storico dove si parla di umanizzare le carceri e di incentivare le misure alternative, è da folli pensare che l’amore non possa fare bene ai prigionieri. Possibile che i nostri politici non comprendano l’importanza di coltivare l’affettività? Salverebbero molte famiglie, molti matrimoni e darebbero molte più possibilità di reinserimento ai detenuti, che una volta fuori non si ritroverebbero soli e a rischio di nuova devianza.

5/01/2018
     Da dentro il carcere continuano ad arrivarmi sempre brutte notizie; dal carcere di Treviso, Luigi mi scrive:
(…) Qui, pensa che nei colloqui i familiari non hanno nemmeno i bagni, per andarci devono uscire dai colloqui e devono andare all’entrata in portineria e perdi 15 minuti. Ti dico solo che ho assistito in sei mesi ad oltre tre tentativi di impiccagione, senza che nemmeno un giornale ne parlasse, senza contare che gli atti di autolesionismo sono all’ordine del giorno. Pensa che passano pasta in bianco tutti i giorni. Alle due di notte spengono la televisione. Credimi, buona parte dei detenuti non si ribella perché li tengono sedati dalla mattina alla sera (…)

6/01/2018
     Ieri sono stato a un matrimonio di un membro della Comunità Papa Giovanni XXIII e vedendo gli sposi così felici sono stato tanto felice anch’io. Credo che l’amore sia l’energia più potente dell’Universo che scaturisce dai nostri cuori e che due cuori uniti ne producano molta di più che milioni di cuori soli.

7/01/2018
     Sto mandando per i carceri questo comunicato:

ABBIAMO UN SOGNO:L'ABOLIZIONE DELL'ERGASTOLO
L'associazione Liberarsi ha sempre sostenuto la campagna contro il carcere a vita e per questo sta organizzando il secondo giorno di digiuno nazionale, venerdì 30 marzo 2018, contro la pena dell'ergastolo.
Cercheremo di coinvolgere anche questa volta il massimo delle persone interessate, le associazioni di volontariato, i nuovi parlamentari, i centri sociali, esponenti della magistratura, dell'università, delle camere penali, uomini e donne di tutte le chiese, fedi religiose e movimenti spirituali, intellettuali, e personaggi del mondo delle spettacolo e dell'informazione. Come promotori ci sembra giusto siano però gli ergastolani e le ergastolane, affiancati, per solidarietà, dal maggior numero di detenuti e detenute.
È dalle carceri che anche questa volta deve partire questa campagna e poi deve avere l'appoggio di tanti cittadini e cittadine.
Scriveteci numerosi e vi faremo delle richieste precise, ma siate anche voi, che ricevete questo primo messaggio, a darci consigli e a diffondere questa campagna contro il carcere a vita.
Ricordatevi: venerdì 30 marzo 2018: giornata di digiuno nazionale per l'abolizione dell'ergastolo in Italia!

8/01/2018
     Mi sono arrivati in ritardo gli auguri di Roberto e le sue parole fanno sempre sorridere il mio cuore:
(…) Qui le cose vanno sempre di male in peggio. Ci hanno tolto il vino con mio immenso dolore e a metà gennaio arriva il nuovo direttore che viene da Cuneo. Io continuo a lavorare, a studiare, e a non andare in permesso. Ti faccio i miei più grandi auguri per l’anno prossimo, spero che finalmente un giorno ci si possa rivedere attorno a un bel tavolo, senza chiavi che sbattono e cancelli che si chiudono. Un abbraccio.

9/01/2018
     È da un paio di giorni che ho l’influenza, ma questa mattina ho deciso di lasciarla in carcere perché la libertà è la migliore delle medicine.

10/01/2018
     La proposta di abolire l’ergastolo e il regime di tortura del 41 bis, inserita nel programma sulla giustizia del Movimento politico “Potere al popolo”, che si presenterà alle prossime elezioni, sta facendo discutere. In molti non sanno cosa accade veramente dentro l’inferno delle nostre “Patrie Galere”, perché nella maggioranza dei casi i mass media danno notizie ma non fanno informazione.

11/01/2018
     Non è facile (ed è anche pericoloso) per un semilibero continuare a interessarsi e a scrivere di carcere, per portare un po’ di umanità nelle nostre infernali “Patrie Galere”, ma quando ricevo parole come queste penso che ne valga la pena: Grazie a te Carmelo per ciò che stai facendo. Mi sono avvicinata all'argomento circa due settimane fa, quando l'uomo che avrei dovuto sposare tra un mese è stato nuovamente arrestato per un definitivo. Ho visto che negli ultimi tempi ci sono già stati 4 suicidi in carcere, voglio partecipare attivamente affinché le condizioni cambino e l'ergastolo venga abolito. Grazie per il tuo impegno e in bocca al lupo per tutto.

12/01/2018
     Quando rientro alla sera in carcere i miei compagni continuano a chiedermi consigli giuridici e istanze da fare perché molti di loro non hanno i soldi per pagarsi un avvocato e lo faccio volentieri, perché far del bene fa più bene a chi lo fa che a chi lo riceve.

13/01/2018
     La proposta elettorale del movimento politico “Potere al popolo” di combattere le mafie con l’abolizione dell’ergastolo e del 41bis sta facendo gridare allo scandalo, in malafede alcuni professionisti dell’antimafia e in buonafede una parte del popolo della sinistra. A me sembra che finora le politiche, ultraventennali, del carcere duro e del fine pena anno 9.999 abbiano portato più vantaggi alle mafie (almeno a quelle politiche e finanziarie) che svantaggi, dato che anche gli addetti ai lavori affermano che l’élite mafiosa è più potente adesso di prima.

14/01/2018
     Ho letto la bella notizia che per i detenuti francesi vogliono liberalizzare le telefonate, così da poter sentire i loro familiari quando vogliono. E ho pensato che se lo facessero anche in Italia salverebbero molti prigionieri che decidono in solitudine di togliersi la vita perché mai come dentro le mura di un carcere una telefonata ti salva la vita.

15/01/2018
     Questa mattina sono uscito con la febbre alta e la guardia che mi ha aperto la cella mi ha consigliato di non uscire e di mettermi a letto. Gli ho sorriso e gli ho risposto che è sempre meglio morire fuori che dentro.

16/01/2018
     Ho fatto un piccolo favore alla donna di un detenuto che cercava una casa di accoglienza per chiedere gli arresti domiciliari per il suo compagno, recluso in un carcere della Lombardia, e mi ha ringraziato con queste belle parole:
Ci fossero più persone come te il mondo andrebbe avanti in maniera migliore. In questo momento difficile mi son resa conto che a nessuno di quelli che mi circonda importa veramente di me, non ho avuto nessuno pronto a chiedermi come sto o se mi serve una mano. Fa niente, da sola sto cercando di dare una mano al mio compagno. Sei stato l'unico a interessarsi senza un motivo, quindi ti ringrazio davvero tanto. E quando uscirà ti manderò una nostra foto.

17/01/2018
     In politica si è sempre detto che il garantismo e l’impegno per i detenuti fanno perdere voti.
Io, invece, credo che se qualcuno s’interessasse del carcere i voti li potrebbe anche prendere. E la proposta elettorale del movimento politico “Potere al popolo” di combattere le mafie con l’abolizione dell’ergastolo e del 41bis mi ha fatto venire l’idea di fare campagna elettorale all’interno delle carceri per le prossime elezione legislative del 4 marzo 2018.

 


 

Diario Dicembre 2017

1/12/2017
     Quando rientro in carcere alla sera, c’è il mio compagno di cella che mi fa una testa come un pallone, lamentandosi dell’educatore, del magistrato di sorveglianza, del medico, dell’infermiere ecc…, forse perché in carcere nessuno ha la pazienza di ascoltare quello che dice un detenuto e quasi nessuno parla con lui. Io però lo ascolto con pazienza perché a suo modo è anche simpatico e dice alcune cose che condivido.

2/12/2017
     Ho saputo che domenica 10 dicembre all'esterno dei penitenziari di Cosenza, Bari e Napoli si terranno dei presidi di solidarietà per rendere visibile lo sciopero della fame dei detenuti, per dare voce alle ragioni di questa lotta. A Cosenza l’appuntamento è per le 12 di domenica sotto il carcere di via Popilia, a Bari alle 11 e a Napoli dalle 10, sotto il carcere
di Secondigliano. Non lasciamoli soli! Cosenza contro il Carcere, Non Solo Marange – collettivo di mutuo soccorso Bari, Liberiamoci dal carcere - Napoli. Associazione Yairaiha Onlus•

3/12/2017
     Ogni tanto dalla struttura dove lavoro vado al centro del paese di Bevagna a piedi, per fare qualche commissione. Sono tre chilometri ad andare e tornare, ma cammino volentieri pensando che fino ad un anno fa marciavo solo da un muro all’altro, privo di sogni e di ogni speranza. Passeggiavo nella mia cella, da una parte all’altra, senza saper cosa fare. Indeciso a volte se morire o vivere.

4/12/2017
     Per la “Campagna digiuna per la vita 9.999” sto scrivendo ad alcuni giornalisti, chiedendo loro di darci spazio, voce e luce per questa iniziativa, perché penso che per molti cittadini liberi la prigione sia un mondo ignoto, forse perché scrivere e parlare di carcere è pericoloso per chiunque e ci vuole coraggio a farlo.

5/12/2017
     Per il giorno di digiuno nazionale contro la pena dell’ergastolo di domenica 10 dicembre 2017, per sensibilizzare l’opinione pubblica continuo a scrivere brani: I passi degli ergastolani sono lenti e corti, forse perché non possono andare da nessuna parte e i loro sogni finiscono dove iniziano, e muoiono passo dopo passo. I loro cuori si spengono dentro a poco a poco, perché avranno sempre un presente uguale al futuro, poiché la loro vita diventerà una malattia o una morte lenta, bevuta a sorsi”.

6/12/2017
     Ecco cosa hanno scritto dalla Camera Penale di Milano: La Camera Penale di Milano, così come l’Unione delle Camere Penali Italiane, ormai da anni si batte per la revisione delle norme che hanno introdotto l’ergastolo ostativo. La pena dell’ergastolo, se comminata per i reati previsti dal primo comma dell’art. 4 bis del nostro ordinamento penitenziario, è caratterizzata dalla impossibilità di accesso ai benefici penitenziari. Una pena perpetua, senza via di scampo. In occasione dell’anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani del prossimo 10 dicembre ci sembra doveroso, dunque, rilanciare un appello pubblico per il superamento dell’ergastolo ostativo, aderendo all’iniziativa di digiuno per l’abolizione dell’ergastolo promossa per tale giornata dall’associazione “Liberarsi”.

7/12/2017
     Mi è arrivato lo scritto di un compagno ergastolano, per il digiuno del 10 dicembre 2017 contro l’ergastolo: Cosa comporti per un uomo espiare la pena dell'ergastolo proverò a spiegarlo meglio proponendovi questa riflessione: immaginate di vivere dentro una stanza grande quanto uno sgabuzzino, una stanza che abbia il lettino rivolto verso l'entrata e sia chiusa da un cancello e da una porta di ferro, che lascia spazio alla luce solo attraverso una piccola feritoia. Immaginate, ora, di aprire ogni mattino gli occhi e di trovarvi a fissare questo cancello e questa porta, avendo dentro il cuore la speranza che prima o poi si aprirà e, subito poi, fulminea, vi sovvenga la consapevolezza che questa speranza è soltanto un espediente per allontanare da voi la verità: quella di essere destinati a invecchiare e a morire in carcere. Ecco, vivere l'ergastolo significa proprio questo: abitare dentro un presente che trascorre uguale un giorno dopo l'altro senza prospettive né promesse, solo in attesa che la tua vita, inutilmente, si esaurisca. Salvatore Torre.

8/12/2017
     Questa sera al Tg5 delle 20 hanno trasmesso una mia intervista dove parlo della giornata di digiuno di domenica 10 dicembre, contro l'ergastolo: una pena di morte in vita.

9/12/2017
     Per sostenere il digiuno di domani, l’ex senatrice Maria Luisa Boccia ha pubblicato un bellissimo articolo sul giornale “Il Manifesto”:
“Abbiamo un sogno: l’abolizione dell’ergastolo in Italia. Con l’ergastolo la vita diventa una malattia, e gli ergastolani non vengono uccisi, peggio, sono lasciati morire. Molte persone pensano che la pena dell’ergastolo non esista, quindi è inutile toglierla. Ma se non esiste, perché c’è? Molti non sanno che con questa terribile condanna si raggiunge il confine dell’inesistenza perché la vita non vale più nulla e viene resa peggiore della morte”. Con queste parole si apre l’appello Una campagna digiuna per la vita. A me hanno ricordato la campagna “Mai dire mai”, promossa da ergastolani nell’autunno 2007. Consisteva in una lettera al Presidente della Repubblica, di poche righe. “Io – seguiva il nome - chiedo che la mia condanna sia tramutata in pena di morte, perché sono stanco di morire un poco ogni giorno.” . Il presidente Napoletano rispose, rinviando al Parlamento di intervenire nel merito. Senza alcun seguito, non certo per la rapida fine della legislatura. Oggi come allora sono gli ergastolani a porre con forza ed intelligenza la questione dell’abolizione dell’ergastolo. 

10/12/2017
     Oggi è giornata di digiuno nazionale contro il carcere a vita e voglio ringraziare in particolar modo per il suo sostegno alla “Campagna digiuna per la vita” Agnese Moro, per il suo articolo pubblicato su “La Stampa” di oggi, dal titolo: “La strada da percorrere per allontanarci dalla vendetta”.

11/12/2017
     Anche la giornalista Francesca De Carolis ha scritto un bell’articolo di sostegno alla “Campagna digiuna per la vita”:
Non so che programmi avete… fra il ponte dell’Immacolata e l’attesa della festa che verrà… forse già in molti, quelli che ne hanno possibilità e disponibilità, ad imbandire la tavola delle feste… fra fruscii di tovaglie e tintinnar di piatti, di vetri e di posate… Non per rovinarvi questo assaggio di Natale, ma vorrei invitarvi a sbirciare in alcuni luoghi dove si è digiunato. Perché sono più di duemilatrecento, per la precisione duemilatrecentotrentaquattro, le persone che ieri non hanno toccato cibo, lì, al chiuso delle mura dei nostri istituti di pena. Da Trieste a Siracusa, da Oristano a Fossombrone, da Torino a Rossano… persone condannate all’ergastolo, ma non solo… E con loro moltissimi altri che, fuori le mura, hanno aderito a questa giornata di digiuno voluta dall’Associazione Liberarsi, che da sempre ha un sogno: l’abolizione dell’ergastolo in Italia. (…) Disse Pietro Ingrao: “Io sono contro l’ergastolo prima di tutto perché non riesco a immaginarlo”. E voi, riuscite a immaginarlo? Ma non è solo una questione di bontà, anzi non lo è affatto. È questione piuttosto di diritti e di diritto. Del diritto e dei diritti che ogni giorno muoiono soffocati nelle nostre carceri… Dove si è digiunato… Il digiuno non fa rumore… ma vi è arrivato? Fra tanto tintinnar di stoviglie, vi arriva l’urlo di tutto questo silenzio?

12/12/2017
     Il freddo è proprio arrivato e quando esco alle sei e mezza del mattino trovo che intorno a me è tutto gelato, ma il mio cuore è caldo perché è felice di passare un’altra giornata fuori dalle mura del carcere.

13/12/2017
     Un altro prigioniero ha deciso di togliersi la vita, ancora un altro, e chissà quanti altri ancora lo faranno. Purtroppo quando ti senti solo e la tua vita diventa insopportabile non è facile trovare la forza per continuare a vivere.

14/12/2017
      Con l’Associazione Liberarsi, abbiamo scritto questo comunicato:
Carissimi amici, innanzitutto grazie per aver aderito allo sciopero della fame del 10 dicembre 2017 per l’abolizione dell’ergastolo. Cosa abbiamo ottenuto? Non poco. Diciamo che abbiamo agitato le acque dello stagno “giustizia”. Ne ha parlato il TG5, vari giornali, Radio Radicale, siti web e social network. Il Ministro della Giustizia, il D.A.P. e i direttori di quasi tutte le carceri hanno dovuto, ancora una volta, prendere atto che in Italia esiste una condanna peggiore della pena di morte, una condanna che tumula le persone murandole vive prima che giungano a morte naturale.
Noi dell’Associazione Liberarsi ci siamo, non ci fermeremo qua né abbandoneremo i detenuti, in modo particolare quelli che sono condannati all'ergastolo e quelli sottoposti al regime del 41 bis.
Il prossimo anno ci sarà un nuovo digiuno contro l’ergastolo. L’appuntamento è per venerdì 30 marzo 2018. Sarà nostra cura inviarvi i moduli per l’adesione. Buone feste. Per l’Associazione Liberarsi onlus Giuliano, Bruno, Carmelo, Anna, Franco, Paolo.

15/12/2017
     Oggi una mia lettrice mi ha mandato queste parole, che mi hanno riscaldato il cuore:
Caro Carmelo, le tue parole graffiano la carne e il cuore e mi fanno morire di dolore...di dolore pensando a come ti sei sentito in quei momenti… comunque Dio poi ti ha parlato nel corso degli anni e ti ha trasformato in un altra persona, quella che sei oggi.. Un uomo dolce sensibile, con dei valori che pochi hanno nella società moderna dei cosiddetti "normali"… Di normale oggi c'è rimasto poco, Carmelo, e a volte una persona deve attraversare il fuoco per risorgere. Io non so perché hai dovuto affrontare tutto ciò che ti è capitato, ma so solo che sono contenta che tu esista. Sono contenta di averti scoperto per caso ascoltando la tua storia a Romena. Dio ti ha fatto risorgere come ha fatto con Gesù... Questo è stato un grande dono…ha messo l'oro nelle tue ferite. Spero che il bene che io e tante altre persone ti vogliamo ti faccia comprendere che sei importante per noi, un esempio ... Spero che accada un altro miracolo e che tu possa uscire del tutto dal carcere, per stare sempre con la tua famiglia e aiutare le coscienze a comprendere cose che tu hai vissuto sulla tua pelle, che hai studiato e hai imparato per capire la legge e quello che stavi subendo. Ti voglio bene Carmelo, anche se non ti conosco, avevo la voglia di dirtelo…ti vorrei abbracciare… auguri di buon Natale a te e ai tuoi cari.

16/12/2017
     Spesso aiuto gli studenti universitari nelle loro tesi e oggi uno di loro, laureatosi con lode, mi ha mandato una foto di un premio e mi ha scritto:
“Questa medaglia è anche tua … l’ho ottenuta con una tesi alla quale hai dato un grosso contributo.”

17/12/2017
     Chi non ha tempo non aspetti tempo e per organizzare il prossimo digiuno sto scrivendo ai miei compagni:
Abbiamo deciso di battere il ferro finché è caldo (tiepido sic!). Come potrai leggere dalla “Rassegna Stampa dal fine pena 9.999, numero 15- Dicembre 2017” che ti allego, abbiamo pensato a un nuovo digiuno contro l’ergastolo per venerdì 30 marzo 2018, perché un evento fine a se stesso non serve a nulla, bisogna insistere. Ti allego i moduli per questo nuovo digiuno: lo so che gli ergastolani e i detenuti sono stanchi di mettere firme, ma non vedo altri modi per attirare l’attenzione. E quelli fuori senza la solidarietà e il sostegno di quelli dentro possono fare ben poco.

18/12/2017
     Ecco una recensione del mio ultimo libro “La Belva delal cella 154”:
Lo spaccato di una vita tra le mura di una cella che assorbe il lettore avvolgendolo e coinvolgendolo pienamente all'interno dei pensieri di un ergastolano che, seppur da lungo tempo arreso e reso bestia, ripercorre assieme a un gatto (unica relazione a mantenerlo umano) i momenti più significativi della sua vita e risveglia tutto quanto in lui era rimasto sopito e lo prepara a una nuova speranza... Una vera e propria catarsi, che mostra, gridandolo, come un uomo non possa essere ridotto all'ombra di se stesso, di quanto rischia di andare per sempre perso nella spirale di un male senza fine, fatto e subito. Un racconto con un lieto fine dal retrogusto un po' amaro, apparendo più come il racconto del sogno più profondo di chi scrive, mentre tante ombre continuano a svegliarsi ogni mattina nella stessa cella. La Belva della cella 154 è solo un uomo. Sei tu. Sono io.

19/12/2017
     Oggi mi è arrivata una lettera da un mio compagno che non sentivo da vent’anni e le sue parole mi hanno fatto ricordare il brutto periodo che ho passato nel carcere di Parma: Ciao Carmelo, non ti ricorderai di me, sono passati molti anni, eravamo insieme nel carcere di Parma, io non ti ho mai dimenticato. Ho sempre seguito tutte le tue battaglie contro l’ingiustizia di questa infame pena e di tutti i soprusi che ci sono nelle carceri e questo ti fa onore. Mi ricordo di quante volte sei stato qui a Parma in isolamento in punizione, quanti scioperi della fame hai dovuto affrontare per avere giustizia, poi risalivi a volte con la barba lunga e il fisico provato, ma sempre con il sorriso sulle labbra. (…) Io attualmente ho scontato 25 anni, ho passato più anni dentro che fuori e ti confido che sono stanco di sperare che qualcosa cambi. Vorrei avere la tua forza, ma non ce lo l’ho. Continua a lottare, se puoi, anche per me.

20/12/2017
      A una domanda di una studentessa, che sta facendo la tesi sull’ergastolo, ho risposto che questa terribile condanna è una pena di morte al rallentatore, perché senza speranza il cuore e la mente di un prigioniero muoiono lentamente.

21/12/2017
     Mi hanno concesso dieci giorni di licenza per trascorrere le feste a casa e sono molto felice di passare qualche giorno con la mia compagna, i miei figli e i miei nipotini, senza dover andare a dormire in carcere alla sera. Sento, però, un po’ di malinconia per i miei compagni ergastolani che passeranno le feste sepolti vivi nelle loro celle, lontani dai loro cari.

 22/12/2017
     Ho visto ieri sera che nel piazzale interno del carcere hanno allestito un albero di Natale con le luci e mi ha trasmesso malinconia perché mi sono ricordato tutte le festività che per un quarto di secolo ho passato dentro. Poi il mio pensiero è andato a tutti i prigionieri che passeranno questo Natale dentro una cella lontano dai loro familiari.

23/12/2017
     Oggi ho incartato i regali per i miei nipotini e i miei figli e ho fatto la valigia, domani parto per andare a casa, il mio cuore però è già arrivato da loro.

24/12/2017
     In macchina è più comodo viaggiare e si arriva prima, ma per uno che è stato 27 anni in carcere viaggiare in treno è bellissimo e romantico. E oggi sono stato per tutto il tempo a guardarmi intorno fin quando non sono arrivato a casa, poi ho guardato solo la mia compagna, che mi aspetta da più di un quarto di secolo.

25/12/2017
     Io e la mia compagna siamo andati a passare il Natale dai miei figli e nipoti e il momento più bello è stato quando ci siamo scambiati i regali sotto l’albero. Dopo mangiato abbiamo giocato a carte e ho perso perché ero troppo emozionato e felice per vedere le carte.

26/12/2017
     Devo firmare nella Caserma dei Carabinieri tutti i giorni e, nonostante abbia chiesto di farlo al mattino, mi hanno dato l’ordine di recarmi solo tra le ore 15.00 e le ore 15.30, complicandomi la vita quando devo prendere il treno per andare a trovare i miei figli e i miei nipotini, ma in questi giorni sono troppo felice per arrabbiarmi.

27/12/2017
     Come è bello svegliarsi al mattino e trovarsi a casa, l’ho sognato tante volte, ma senza la speranza che un giorno si avverasse e forse ce l’ho fatta proprio per questo.

28/12/2017
     Oggi ho fatto una lunga passeggiata sulla spiaggia. Il mare era mosso e le onde arrivavano quasi a toccarmi. Dio mio, quanto mi è mancato il mare in questi anni.

29/12/2017
     Oggi ho passato qualche ora con i miei nipotini, poi li ho portati a far merenda al bar e mi hanno fatto tante domande e mi hanno chiesto perché dormo in carcere e non in casa dalla nonna. Con i bambini non puoi mentire e ho detto che quando ero giovane sono stato tanto cattivo e adesso devo pagare il mio debito con la giustizia.

30/12/2017
     Oggi mia figlia mi ha portato a comprare un paio di pantaloni in un grande magazzino e mi è parso che le parti si siano invertite, una volta ero io che la portavo e sceglievo come vestirla. È stata una bella esperienza ed ho pensato che non è poi così male invecchiare quando sei circondato da persone che ti vogliono bene.

31/12/2017
     È l’ultimo giorno dell’anno e ho scritto questi auguri di Buon Anno:

BUON ANNO 2018 DA UN ERGASTOLANO SEMILIBERO

Buon anno ai prigionieri e a tutti i prigionieri di se stessi;
buon anno ai giudici che pretendono di giudicare senza essere giudicati;
buon anno a tutti gli innocenti, pure ai colpevoli e a quelli colpevoli di essere innocenti;
buon anno ai forcaioli purché si ricordino che il carcere è come un'autostrada e ci potrebbero passare pure loro;
buon anno a quelli che sono morti per essere vivi e a quelli che tentano di essere vivi per non morire;
buon anno a tutti quelli che soffrono, piangono, a quelli che ridono e sono felici, ai pazzi e ai normali che fanno i pazzi per non impazzire;
buon anno a quelli che hanno speranza, a quelli che l'hanno persa e a quelli che si illudono e sognano e a quelli che non reggono il peso della prigione e della sofferenza;
buon anno a tutti i prigionieri del mondo, pure a quelli con il fine pena nell’anno 9.999;
buon anno a tutti quelli che si sono tolti la vita in carcere e a quelli che se la toglieranno quest’anno;
buon anno a quelli che si sentono piccoli perché solo così si può essere grandi;
buon anno a quelli che credono che una verità non è che un aspetto della verità;
buon anno a quelli che credono che il giudizio per essere giusto dovrebbe tener conto non soltanto del male che uno ha fatto, ma anche del bene che potrebbe fare, non solo della sua capacità di delinquere, ma anche della sua capacità di redimersi;
buon anno a quelli che sono ciò che sono, che non si piegano alle ingiustizie e non si rassegnano;
buon anno anche ai deboli che sono forti perché non lo nascondono;
buon anno a tutte le vittime dei prigionieri e ai prigionieri vittime di se stessi e della società;
buon anno ai nostri guardiani che non ci fanno capire dove abbiamo sbagliato ma solo ci puniscono perché abbiamo sbagliato;
buon anno a quelli che capiscono la giustizia vivendo l'ingiustizia fra le mura di un carcere;
buon anno a tutti i prigionieri che pure in catene pensano da uomini liberi;
buon anno ai professionisti dell’antimafia che continuano a produrre solo altra mafia, perché la devianza e la criminalità si sconfiggono soprattutto culturalmente;
buon anno ai politici che usano i mass media per manipolare le coscienze;
buon anno a quelli che pensano che la vita presenti sempre nuove sfide, che aiutano a crescere e a mettersi in discussione;
buon anno a quelle persone che sono convinte che il terrorismo religioso o politico e la criminalità organizzata si combattano e si vincano con la pena di morte o con la pena dell’ergastolo, o con il regime di tortura del 41 bis, perché non sanno quanto si sbagliano: la storia ci insegna il contrario e il male, da solo, anche se dato in nome della legge o del Dio di turno, moltiplica altro male;
buon anno a quelli che cercano di trasformare i cattivi in buoni, perché solo così le vittime dei reati vengono “vendicate”, con il senso di colpa di chi comprende il male fatto, e chi perdona trova un po’ di pace e si libera, almeno di un poco, del male ricevuto;
buon anno ai deboli, ai derelitti, agli ultimi, ai poveri e ai ricchi che sono poveri, ai potenti della terra, a tutti noi che ci siamo e a quelli che non ci sono più;
buon anno anche a Papa Francesco che ha abolito la pena dell’ergastolo nella Città del Vaticano.


 

Diario Novembre 2017

1/11/2017
      Questa notte ho dormito fuori dal carcere, perché ero in licenza, e questa mattina quando mi sono svegliato ho aperto gradualmente gli occhi perché è bellissimo guadare intorno e non vederti circondato da sbarre.

2/11/2017
     Da quando mi hanno concesso di uscire al mattino e rientrare in carcere alla sera mi sembra di aver trovato un po’ di pace con me stesso e con il resto del mondo. Penso che ci voglia poco per migliorare un prigioniero: basta dargli un po’ di speranza che la sua vita può cambiare.

3/11/2017
     Oggi ho ricevuto queste parole che mi hanno fatto particolarmente piacere:
Ciao Carmelo...ci siamo scritti da dietro le sbarre, ormai due anni fa l'ultima volta. È più di un piacere conoscere gli ultimi risvolti della tua esistenza. Quando dico che i tuoi scritti mi hanno dato forza non mento, se ora ti scrivo che sei un esempio per ciò che sarà di me e della mia vita randagia non è piaggeria, è una sfida! Ti mando un abbraccio da oltre le sbarre stavolta...e anche se entrambi non del tutto liberi...mai così tanto vicini.

4/11/2017
     I carceri che hanno aderito al giorno di digiuno nazionale, indetto per domenica 10 dicembre 2017, Anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani, contro la pena dell’ergastolo sono: Carcere di Fossombrone, Carcere di Trieste, Carcere di Opera (Milano), Carcere di Trieste, Carcere di Treviso, Carcere Femminile di Vigevano, Carcere di Oristano, Carcere di Prato, Carcere di Saluzzo, Carcere di Verona, Carcere di Spoleto, Carcere di Rebibbia (Roma), Carcere di Padova, Carcere di Catania, Carcere di Livorno, Carcere di Rossano (Cosenza), Carcere di Siracusa, Carcere di Torino, Carcere di Civitavecchia (Roma), Carcere di Caltanissetta, Carcere Catanzaro Siano.
Circa 2.000 detenuti ed ergastolani hanno già aderito, si possono leggere i loro nominativi sul sito www.liberarsi.net e spero che prima del 10 dicembre diventeranno ancora di più.

5/11/2017
     Tutte le sere il portone del carcere mi si apre davanti come un buco nero e l’Assassino dei Sogni con il suo odore di sbarre e cemento armato mi ricorda che mi tiene ancora in pugno.

6/11/2017
     Una mia lettrice, che ha letto il mio ultimo libro, mi ha scritto:
Ciao Carmelo, ho finito di leggere il tuo libro: l’ho trovato bello, appassionante, ricco di umanità. Io ho sempre pensato che si può cambiare, a tutti deve venir data questa possibilità, tu ne sei l'esempio. È chiaro che il passato non si può cancellare, ma senz'altro si può migliorare il futuro e tu, caro amico, ci sta riuscendo alla grande... Non fermarti, continua la tua battaglia. Ti auguro che presto tu possa essere completamente libero. Grazie per questo tuo bel libro, felice di averlo letto. Ciao Carmelo, un caro saluto e un grande abbraccio.

7/11/2017
     Tutte le sere, appena varco il portone del carcere, mi torna in mente tutto quello che ho passato fra quelle mura e mi viene un nodo alla gola che caccio via solo l’indomani mattina quando riesco.

8/11/2017
     È quasi un anno che sono in regime di semilibertà, uscendo al mattino e rientrando alla sera in carcere, ma non mi sono ancora abituato: tutte le mattine quando mi aprono il portone il mio cuore mi batte all’impazzata dalla gioia.

9/11/2017
     Provo rabbia quando leggo alcune dichiarazioni forcaiole sulla criminalità organizzata di certi politici allo sbaraglio. Non si rendono conto che un certo tipo di antimafia produce solo altra mafia, perché la devianza e la criminalità si sconfiggono soprattutto culturalmente.

10/11/2017
     Ho letto che il sovraffollamento nelle carceri in questo ultimo periodo sta aumentando e che molti detenuti che escono ritornano nuovamente dentro dopo poco tempo. Credo che ci sia poco da meravigliarsi, perché il carcere distrugge il cuore e la mente dei suoi prigionieri. Ci dovrebbero insegnare il bene, invece insegnano solo il male.

11/11/2017
     A volte in treno ascolto delle discussioni forcaioli fra i passeggeri, sugli emigrati e su chi commette reati, che mi fanno amaramente sorridere. E credo che le persone la pensino in un certo modo non perché siano cattive, ma perché fondano le loro convinzioni su una cattiva informazione. D’altronde la gente ha voglia di sapere e dalle informazione che riceve decide cosa pensare. I politici questo lo sanno bene e spesso usano i mass media per manipolare le coscienze.

12/11/2017
     Una guardia questa mattina si lamentava del fatto che i detenuti sono irrecuperabili, perché quando escono dopo poco tempo rientrano subito. Gli ho risposto che non è colpa loro perché il carcere così com’è in Italia non ti fa capire perché hai sbagliato, ma ti punisce solo perché hai infranto un articolo di legge.

13/11/2017
     Oggi a un compagno semilibero come me gli discutono l’affidamento al servizio sociale e ieri sera mi ha confidato che ha un po’ paura a ritornare ad essere un uomo libero. Ho cercato di fargli coraggio dicendogli che la vita ci presenta sempre nuove sfide che ci aiutano a crescere e a metterci in discussione.

14/11/2017
     Al mattino insieme a me esce una ergastolana che va a fare le pulizie in alcuni uffici. E ho pensato che si parla e si scrive poco delle donne detenute, e ancora di meno delle donne ergastolane, forse perché il carcere all’origine era nato solo per gli uomini e storicamente una volta le donne venivano mandate in istituti di correzione, o forse perché i maschietti si vergognano un poco (solo un pochino) di tenere delle donne in prigione. Sta di fatto che nell’inferno delle nostre “Patrie Galere” le femmine sono trattate anche peggio dei maschi e da subito sono costrette a perdere la loro femminilità (che per loro è molto peggio che perdere la sessualità) perché è molto complicato ottenere l’indispensabile per sentirsi donna. Per loro il carcere è molto più terribile che per i maschi perché varcata la porta di un carcere la prima cosa che ti dicono è di spogliarti e di fare le flessioni.

15/11/2017
     Nell’interessante libro dell’avvocato Nicodemo Gentile dal titolo “Laggiù tra il ferro” (Editore Imprimatur) ho appena letto questo brano:
Qualche mese fa mi trovavo in Cassazione per discutere un ricorso e, prima che chiamassero il mio procedimento, ho assistito alla accorata discussione di una collega, che rappresentava gli interessi di un'associazione animalista costituitasi parte civile nei confronti di un ristoratore, reo di aver tenuto astici ed aragoste in acqua e ghiaccio con le chele legate. Appresi dalla stampa, qualche giorno dopo, che la Collega aveva colto nel segno: i Giudici (sentenza 30177 del 17.01.2017) confermarono la condanna dell'uomo, perché – spiegarono – passi che vengano cucinati quando sono ancora vivi, come vuole la consuetudine sociale, ma non possono essere conservati in modo tale da arrecare loro, "esseri senzienti", inutili sofferenze. Tanto basta per integrare il reato di maltrattamento di animali. È senz'altro apprezzabile la sensibilità che questi Giudici hanno mostrato di fronte alle sofferenze di astici e aragoste, ma sarebbe auspicabile, con i dovuti distinguo, una apertura maggiore nei confronti di altri "esseri senzienti", gli uomini e le donne che popolano le nostre carceri, la cui detenzione spesso si sostanzia in un trattamento addirittura deteriore rispetto a quello riservato agli animali.

16/11/2017
     Molte persone sono convinte che il terrorismo religioso o politico e la criminalità organizzata si combattano e si vincano con la pena di morte o con la pena dell’ergastolo, e con il regime di tortura del 41 bis. In realtà non sanno quanto si sbagliano, perché la storia ci insegna il contrario e il male, da solo, anche se dato in nome della legge o del Dio di turno, moltiplica altro male.

17/11/2017
     Siamo già in campagna elettorale e alcuni politici per cercare consensi approfittano delle tematiche securitarie per vincere le elezioni. Quasi nessun politico, invece, si rende conto che in Italia il carcere non funziona, se l’ottanta per cento delle persone che entrano in galera una volta fuori poi ci rientrano. Penso che solo l’amore sociale può fare uscire il senso di colpa per il male fatto, non certo una pena che fa solo male.

18/11/2017
     Sono stato alla chiesa di Santo Spirito a Perugia, da Don Saulo, per parlare durante la Messa ai suoi parrocchiani della “Campagna digiuna per la vita 9.999”. Ho detto che in carcere quello che manca più di tutto è proprio l’amore sociale. Solo questo può sconfiggere la mafia e creare sicurezza nella società. I padri della nostra Costituzione lo sapevano bene, forse perché alcuni di loro in carcere hanno trascorso tanti anni, se hanno stabilito che la pena deve avere solo la funzione rieducativa.

19/11/2017
     Anche oggi sono stato alla chiesa di Don Saulo e ho detto che bisogna amare anche i cattivi, seppur non riesci a migliorarli, perché l’uomo non cambia se viene trattato male, anzi peggiora.

20/11/2017
    C’è stato un servizio a TV 2000 con una mia intervista e ho ribadito che la pena, qualsiasi pena, dovrebbe fare solo bene e non male, come invece accade oggi nelle nostre Patrie Galere, nella stragrande maggioranza dei casi.

21/11/2017
     Ho letto in internet un brutto commento ad un mio articolo e ho pensato che molte persone sono convinte che far star male i prigionieri possa servire a fare giustizia o a evitare futuri reati. Che stolti!

22/11/2017
     Oggi sono stato all’Università di Perugia per dare una mia testimonianza agli studenti della Facoltà di Scienze Politiche. È stata una bella esperienza. Ho risposto a tante loro domande, spiegando che un desiderio di giustizia dovrebbe essere quello di trasformare i cattivi in buoni perché solo così le vittime vengono vendicate.

23/11/2017
     Ho letto che la pagina che tira di più dei giornali è quella della cronaca nera, ma molti lettori non sanno che la criminalità è molto diversa da come è raccontata e dai luoghi comuni che si hanno su di essa. Non ci sono buoni o cattivi, ci sono solo azioni buone o cattive. E molti non sanno che si può entrare in carcere per un amore spezzato, un bene frainteso, una vita derubata, un sentimento di rivalsa, una educazione sbagliata, o per tanti altri motivi che poco hanno a che vedere con la cattiveria.

24/11/2017
     Ad una vittima di un brutto reato ho risposto, con delicatezza, che chi perdona trova un po’ di pace e si libera, almeno di un poco, del male ricevuto.

25/11/2017
     Ho saputo che è fuggito un detenuto in permesso premio, che conoscevo bene, e non mi sono meravigliato perché in tanti ani di carcere non ha mai partecipato a una protesta, non ha mai preso un rapporto disciplinare o una denuncia e neppure San Francesco ci riuscirebbe nell’inferno delle nostre “Patrie Galere”. Purtroppo ci sono alcuni detenuti che fanno i buoni, ma non sono diventati buoni, sono diventati come il carcere li vuole.

26/11/2017
     La “Campagna digiuna per la vita 9.999” sta raccogliendo tanti consensi fra gli ergastolani e uno di loro mi ha scritto queste tristi parole: “Se non sai il giorno, il mese e l’anno in cui finirà la tua pena, praticamente sei inghiottito da un buco nero e hai davanti a te una distanza infinita senza nessun orizzonte”.

27/11/2017
     Un altro suicidio in carcere. Spesso molti mi chiedono perché alcuni prigionieri si tolgono la vita. Non è facile rispondere a questa domanda, penso che purtroppo per alcuni detenuti non ci sia poi così tanta differenza tra trovarsi sepolti sottoterra o murati vivi in una cella.

28/11/2017
     Oggi sono intervenuto a Radio Radicale per il digiuno contro l'ergastolo fissato per il 10 dicembre. Ospiti: l'on Mario Marazziti, Presidente della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati e Rita Bernardini.

29/11/2017
     Per la “Campagna digiuna per la vita 9.999” oggi ho scritto: Ecco perché bisognerebbe abolire questa terribile e crudele pena: la pena dell’ergastolo è una sentenza senza speranza e con questa condanna gli ergastolani muoiono ancor prima di finire la loro pena. E li vedi camminare in carcere in modo diverso da tutti gli altri prigionieri, perché fanno su e giù come morti in vita. Si muovono come spettri, guardando il tempo che va via, facendo una decina di passi avanti e una decina di passi indietro. Perduti per sempre in un mondo perduto, senza avere nulla, neppure il nulla, per cui attendere, sperare e vivere.

30/11/2017
     Oggi sono stato a raccogliere le olive con alcuni membri della Comunità Papa Giovanni XXIII. È stato molto faticoso perché non sono più abituato a fare sforzi fisici, ma mi sono anche divertito e ho pensato che quando ero sepolto vivo fra sbarre e cemento sognavo sempre di passare una giornata come questa in mezzo alla natura.

 


La Belva della cella 154

 

 Dalla prefazione di Alessandra Celletti:  

È la prima volta (e probabilmente l’ultima) che scrivo la prefazione ad un libro. Ad essere sincera non sono neanche una grande lettrice, anzi. Ma quando Carmelo mi ha chiesto di firmare io qualche riga per presentare “La Belva della cella 154” non ho saputo dirgli di no. È difficile dire di no a Carmelo perché quando ti guarda con il suo sorriso e i suoi occhi malinconici ti trasmette la dolcezza e la purezza di un bambino; e perché nei suoi interminabili 26 anni di reclusione di no ne ha già ricevuti abbastanza. E poi ero curiosa di leggere in anteprima un libro da un titolo così…

Mi ha consegnato personalmente il dattiloscritto prima di salutarci alla fine di una giornata di libertà, trascorsa passeggiando per Roma, mangiando un gelato alla fragola, ridendo e parlando del più e del meno… proprio come persone “normali”, abituate ad aprire una finestra per far entrare sole e aria pulita, ad uscire di casa per andare a lavorare o per fare una passeggiata, ad abbracciare le persone care, a parlare con loro. E mentre camminavamo per la città a volte mi chiedevo come fosse stato possibile per lui restare normale e non diventare pazzo in condizioni disumane come quelle subite nel carcere dell’Asinara, nel regime del 41 bis, senza alcuna speranza di uscire vivo...

Quando un paio di anni fa ho conosciuto la storia di Carmelo Musumeci, ergastolano ostativo, o come lui si definiva “uomo ombra” ho promesso a me stessa, a lui e a Nadia Bizzotto (sua tutor e “diavolo custode”) che non sarebbe finita così e che presto Carmelo sarebbe tornato ad essere un uomo libero. Ho sentito fortemente che nessuno può essere privato all’infinito di ciò che caratterizza l’essenza stessa dell’essere umano: la libertà.

Qualche volta i miracoli succedono, o forse il desiderare qualcosa con tutto il cuore fa sì che succedano… O l’impegno civile unito al grande affetto che Nadia ha manifestato per tanti anni… Comunque l’altro giorno, in giro per Roma, per Carmelo era uno dei primi giorni di permesso. Da poco tempo non è più ostativo e per lui si è riaccesa la speranza di riabbracciare la condizione e la qualità di “essere umano”, cioè libero.

Mentre scrivo queste righe provo una profonda felicità al pensiero della meravigliosa trasformazione. E parlo appunto della trasformazione della sua condizione giudiziaria e non di quella del suo cuore, perché (ne sono certa) nel cuore di Carmelo l’amore c’è sempre stato. Come nel cuore di Nino, la belva della cella 154.

Non fatevi ingannare dal titolo, né dalle prime pagine che descrivono Nino come un pazzo, un colosso cattivo che rifiutava il mondo, uno spietato capace di uccidere. In realtà “La Belva della cella 154” racconta una storia d’amore, di amicizia e di perdono, dove tutta la durezza e la crudeltà si sciolgono come neve al sole.

Potrete sperimentare la disperazione di perdere l’unico amore della vostra vita, l’adrenalina di una partita a poker in cui vi state giocando il tutto per tutto, la rabbia di veder uccidere sotto i vostri occhi il migliore amico. Potrete sentire cosa significa non avere nessun altro affetto che quello di un gatto…

È una storia che procede con un ritmo incalzante e in cui, attraverso l’alternanza di momenti passati e di un presente disumano, si respira la dimensione di uno spazio infinito e di un ritmo eterno. Nino (o se volete Carmelo) ci trasporta in un universo senza inizio e senza fine, un “universo elastico” che continuamente si espande e si contrae, un universo dove nessuno comanda sugli altri perché tutti hanno bisogno uno dell’altro. E soprattutto di un futuro.

Alessandra Celletti

  

*Alessandra Celletti nasce in ambito classico, ma le sue esperienze musicali e artistiche si moltiplicano in un ambito musicale e creativo molto personale. Lontana dalle etichette, la sua musica è un caleidoscopio sonoro con un suo unico e imprescindibile centro gravitazionale: il pianoforte.

 

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 Diario Ottobre 2017

 1/10/2017
     Oggi mi sono fatto una bella passeggiata da solo nel bosco e ho pensato che l’autunno è una seconda primavera.
Camminando sulla terra battuta e sentendo il rumore delle foglie secche mi sono reso conto quanto, per un quarto di secolo, murato vivo nella mia cella, mi sia mancata la natura.
Poi mi sono appoggiato a un albero e mi ho respirato tranquillo l’odore della terra, della resina e dell’erba.

2/10/2017
     Da alcune sere quando rientro in carcere trovo un gatto che mi aspetta davanti alla porta, in cerca di cibo e forse di qualche carezza.

3/10/2017
     Oggi pensavo che è quasi un anno che mi hanno concesso la semilibertà. Credo di aver vissuto più in questo periodo che in ventisei, inutili, anni di carcere. È stato soprattutto gratificante occuparmi dei ragazzi della struttura dove lavoro e conoscere tante bellissime persone della Comunità Papa Giovanni XXIII. Peccato che molti non comprendano che continuare a scontare una pena insieme ai buoni fa più bene che stare in carcere, sia per noi che per loro.

4/10/2017
    Oggi ho letto un articolo di un noto giornalista che dichiarava che bisogna buttare le chiavi per tutti i detenuti che si sono macchiati di gravi reati, perché se la sono cercata.
Non sono per nulla d’accordo, perché a mio parere il libero arbitrio rimane un’invenzione per giustificare la punizione e la carcerazione, perché in verità pochi scelgono veramente quello che diventano nella vita.

5/10/2017
     Per il mio ultimo libro sto ricevendo dai miei lettori tanti complimenti, che mi danno l’energia per continuare a lottare.
Ecco cosa mi ha scritto Severino:
Il tuo libro Angelo SenzaDio è uno tra i più belli che io abbia mai letto e lo consiglio a tutti: sono sempre stato contrario all’ ergastolo ma, ora, lo sono ancora di più. E ho subito firmato per abolirlo.

6/10/2017
     Nella struttura dove faccio il volontario ormai mi conoscono in molti e qualcuno spesso mi fa qualche domanda sul carcere. Oggi a una di queste domande ho risposto che in Italia il carcere non funziona perché quando ci entri smetti di essere una persona e diventi una cosa.

7/10/2017
     Oggi ho passato una giornata particolare perché sono stato invitato a un matrimonio di una ragazza della Comunità Papa Giovanni XXIII e mi sono divertito molto. E ho pensato che nella mia prima vita mi ci volevano tante cose per sentirmi contento, adesso invece in questa nuova vita mi basta stare in mezzo alla gente per sentirmi felice.

8/10/2017
     La struttura dove lavoro confina con il cimitero di Bevagna. E ogni tanto nelle pause, un po’ anche per riflettere, mi faccio un giro tra le tombe per trovare un po’ di pace. Oggi mentre guardavo le lapidi ho pensato che i morti sembrano più vivi di tanti detenuti che ho conosciuto in carcere.

9/10/2017
     Ieri sera in carcere ho preso le difese di un compagno che è rientrato con qualche minuto di ritardo e sono stato rimproverato per averlo fatto, perché secondo loro mi dovrei fare i fatti miei. Non c’è nulla da fare: spesso la solidarietà e la sensibilità sociale da parte dei detenuti in carcere dà fastidio.

10/10/2017
     È un paio di mattine che perdo il treno e, mentre aspetto quello che viene dopo, mi siedo sulla panchina del binario due e osservo tutti gli altri viaggiatori che vanno e che vengono. Questa mattina, vedendo così tanti extracomunitari, riflettevo su quanto è cambiata la società durante tutto il tempo che sono stato in carcere.

11/10/2017
     Questa mattina ci hanno aperto il cancello con qualche minuto di ritardo e sia a me che ai miei compagni era venuta l’ansia perché al carcere non ci fai mai l’abitudine, cerchi solo di adattarti senza mai riuscirci.

12/10/2017
     Per la “Campagna Digiuna per la Vita - 9999” hanno già aderito 1109 fra detenuti ed ergastolani, che digiuneranno domenica 10 dicembre 2017 (Anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani) contro la pena di morte viva (l’ergastolo). E spero che presto lo faranno tanti altri prigionieri. Possono aderire anche le persone del mondo libero, tramite il sito www.liberarsi.net .

13/10/2017
     Il carcere ha clamorosamente fallito il suo obiettivo di far diminuire i reati, anzi li moltiplica, perché penso che la galera nel nostro paese violi sistematicamente i diritti fondamentali dell’uomo. Non solo, ma distrugge anche la dignità umana dei detenuti e delle loro famiglie.
Io, forse, ce l’ho fatta perché non ho mai smesso di sognare, ma anche di sperare di realizzarli i miei sogni.

14/10/2017
     Oggi sono stato a Firenze ad un convegno di scrittori e scrittrici delle carceri, dal titolo ”Vagabondi delle stelle”. È stato un bellissimo incontro e nel mio intervento ho ribadito che le persone che non hanno mai letto un libro mi fanno paura. Sono convinto che i cambiamenti culturali inizino con la scrittura, anche per questo in 26 anni di carcere ho sempre detto ai miei compagni di leggere e scrivere: solo in questo modo possiamo cambiare noi stessi e il mondo che ci circonda.

 15/10/2017
     La mia suora del cuore mi ha invitato per il suo venticinquesimo anniversario di professione religiosa. E questa notte invece di dormire in carcere ho dormito nel Monastero di clausura S. Maria della neve e S. Domenico, a Pratovecchio. Ho passato una delle più belle giornate della mia vita e mi sono tanto emozionato, come quando ero bambino. Per la prima volta ho assistito a una Messa come se fosse una festa. Andare da Suor Grazia e dalle sue consorelle è come fare un salto in Paradiso e quando ritorno mi sento più felice, amato e pieno di energie positive.

16/10/2017
     Oggi mi sono ritrovato spesso a pensare alla bella giornata che ho trascorso ieri con Suor Grazia, perché è la persona con il più grande cuore e anima che abbia mai conosciuto. Spero di avere presto l’occasione di andare di nuovo a trovarla. E, chissà, forse il prossimo libro lo scriverò fra le mura del suo convento.

17/10/2017
     Non ci posso fare nulla, ogni sera quando rientro in carcere sono teso come una corda di violino e penso che la certezza della pena per molti non è certo un deterrente, spesso piuttosto è vero il contrario. Molti non sanno che il carcere non paga in sicurezza sociale e comporta uno spreco inutile di soldi da parte dello Stato.

18/10/2017
     Anche questa mattina ho perso il treno, sembra che questo figlio di puttana appena mi vede scappi via e mi tocca stare un’oretta al binario due per aspettare il successivo. Mi consolo pensando che fino a un anno fa mi sembrava impossibile che un giorno sarei uscito dal carcere. Adesso invece ho una nuova possibilità di rimettermi in cammino.

19/10/2017
    Oggi un membro della Comunità dove lavoro mi ha chiesto come va il rapporto con i miei figli e gli ho confidato che spesso chi si è fatto tanti anni di carcere e non è stato con loro mentre crescevano, rimane ai loro occhi ciò che essi hanno capito di noi.

20/10/2017
     Oggi, dopo più di un quarto di secolo, sono tornato da uomo nuovo nella città di La Spezia, dove sono cresciuto e dove è iniziata la mia carriera criminale, a presentare il mio ultimo libro “Angelo Senza Dio” e ho chiesto scusa di e con il cuore a tutta la comunità spezzina per le mie scelte devianti.

21/10/2017
     Ormai è quasi un anno che svolgo, da detenuto semilibero, attività di volontariato in una struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi. Ma ciò rappresenta quasi un’eccezione e perciò continuo ancora a lottare contro il carcere a vita, per i miei compagni e per me, perché comunque il mio fine pena rimane nel 9.999.

22/10/2017
     Quando al mattino esco dal carcere mi scappa sempre il primo sorriso della giornata, perché non mi stanco mai di guardare il bellissimo spettacolo della vita che c’è fuori. E mi dispiace per le persone che incontro nell’autobus o in treno o sulla strada che sorridono poco.

23/10/2017
     Per la campagna contro il carcere a vita, stiamo organizzando un giorno di digiuno nazionale per domenica 10 Dicembre 2017 (Anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani) contro la pena dell’ergastolo. E ho pensato di coinvolgere i sacerdoti e chiedere loro di parlare di questa iniziativa ai parrocchiani durante o dopo la Santa Messa e di ricordare a loro queste parole di Papa Francesco: “Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, io lo collego con l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa, nel Codice penale del Vaticano, non c’è più, l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte nascosta.” (Discorso di Papa Francesco alla delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale, 23 ottobre 2014)

24/10/2017
     Sta per uscire il mio ultimo libro, sempre su Amazon, dal titolo” La Belva della cella 154”, con la prefazione della splendida pianista Alessandra Celletti e sono felice come se mi nascesse un figlio perché per me tutti i miei libri sono come dei figli.

25/10/2017
     Alla mattina incontro spesso in treno due studenti che si scambiano gesti affettuosi e la vista di loro così felici mi fa amare ancor di più la libertà, probabilmente perché in carcere per un quarto di secolo ho visto solo sofferenza.

26/10/2017
     Oggi a una domanda di una studentessa, a cui sto dando una mano per la sua tesi sul carcere, ho risposto:
Il carcere così com'è oggi ti vuole solo sottomettere, prima lo faceva con la forza fisica, ora lo fa con quella psicologica, perché qui nulla è lasciato al caso. Ormai il carcere non vuole prenderti solo il corpo, quello l’ha già. L'Assassino dei Sogni, come chiamo io il carcere, vuole di più, molto di più. L'Assassino dei Sogni vuole prenderti anche il cuore e l'anima.

27/10/2017
     Oggi ho riletto tutto il mio ultimo romanzo, per controllare se ci fossero errori o refusi, e, senza accorgermene, mi sono venute le lacrime agli occhi, perché racconto una delle storie più tristi che abbia mai sentito in carcere.

28/10/2017
     Mi fa sempre effetto quando vedo Paolo muoversi al buio e ieri passando dalla sua camera per un attimo ho cercato l’interruttore della luce, per tentare di aiutarlo. Subito dopo mi sono dato dello stupido. È che è così intelligente… e si muove meglio di me, tanto che mi scordo persino che è un non vedente.

29/10/2017
     Ad un mio compagno ergastolano hanno applicato l’isolamento diurno e gli ho consigliato di non buttarsi giù e di continuare la sua crescita interiore per dimostrare che a volte i prigionieri sono migliori delle istituzioni che ci governano e che sentiamo lontane ed estranee (e che molto spesso non riescono neppure a rispettare le leggi che si sono date).

30/10/2017
     Domani sarò in licenza a Rimini insieme ai membri della Comunità Papa Giovanni XXIII, per ricordare il decennale della scomparsa del fondatore, Don Oreste Benzi, che ho conosciuto nel carcere di Spoleto in una sua storica visita. Glielo devo, perché è stato il primo sacerdote, molto prima anche di Papa Francesco, a schierarsi contro l’ergastolo.

31/10/2017
     Oggi in una intervista telefonica mi hanno chiesto perché continuo a scrivere nonostante che durante il giorno sia un uomo libero. Ho risposto che spesso, a causa del nostro passato e dei nostri errori, la società esterna e l’istituzione carceraria ci considerano come soggetti (spesso oggetti) incapaci di avere relazioni, emozioni, sensazioni. Io scrivo perché, invece, voglio dimostrare che dietro i nostri errori ci sono ancora delle persone che, nonostante tutto, sono uguali a quelle del mondo libero.
 

  


 

 

Il decalogo di tortura al carcere duro del 41 bis

Spesso in carcere anche le ingiustizie più piccole pesano come macigni, specialmente le ingiustizie gratuite. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

Un nuovo provvedimento emanato dal DAP (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) del Ministero della Giustizia regolamenterà, e torturerà democraticamente, i detenuti sottoposti al regime di tortura del 41 bis.
Quando ho letto questa Circolare ho pensato che difficilmente, per non dire mai, il carcere riesce a educare il prigioniero, ma alcune volte, per fortuna, riesce a far riflettere.
Queste parole di Gherardo Colombo, ex Procuratore di Mani Pulite, che di gente in carcere ne ha sbattuta parecchia, lo confermano:


“Se vogliamo educare al bene, per farlo dobbiamo utilizzare il bene. La vendetta non può bastare. Eppure, il nostro sistema penale fa proprio questo. E stop. Garantisce nel migliore dei casi un risarcimento economico. Ma così il dolore della vittima, con il quale solidarizza il nostro senso di giustizia, non incontrerà mai il dolore del colpevole, anch'egli oggetto del nostro senso di giustizia ("deve pagare"). In questo modo crediamo di "fare giustizia", invece scaviamo un solco. Creiamo nuove lacerazioni. E aumentiamo la recidiva. Fino a un certo punto della mia vita sono stato convinto che il carcere fosse educativo. Poi ha cambiato idea. Se vogliamo educare al bene, per farlo dobbiamo utilizzare il bene.”

Anch’io la penso in questo modo. Questa mattina, all’uscita del carcere, ho incontrato un detenuto che conoscevo da molto e che ha finito di scontare la pena. Ho pensato che dopo tanti anni di carcere ci vorrà tanto tempo perché si riadatti a una vita normale. Gli ho fatto coraggio, come se stesse andando in guerra perché non gli sarà facile non ritornare in galera. Credo che chi commette dei reati vada fermato, ma una volta in carcere la pena dovrebbe fare “male” esclusivamente per farti diventare buono. In realtà, invece, il carcere in Italia fa male solo per farti diventare più cattivo o più mafioso di quando sei entrato.
Per paura di essere frainteso, scrivo subito che la mafia mi fa schifo e in carcere mi sono sempre scontrato con la cultura mafiosa e a modo mio l’ho sempre combattuta. Mi fa, però, schifo anche la mafia dei poteri forti, che finge di combattere i mafiosi ma in realtà vuole prendere il loro posto, o mira a vantaggi mediatici o politici.
Penso che tra le istituzioni dell’antimafia ci siano tante persone buone, e in buona fede, convinte di fare bene, ma ci siano anche tanti opportunisti.
Ecco alcuni brani di questa circolare: “Il regime detentivo speciale di cui all’art. 41 bis dell’ordinamento penitenziario è una misura di prevenzione che ha come scopo quello di evitare contatti e comunicazioni tra esponenti della criminalità organizzata.”
Bene! Credo che su questo dovremmo essere tutti d’accordo, ma io non sono d’accordo su alcune di queste restrizioni che non hanno questo obiettivo, ma tendono esclusivamente a complicare la vita dei prigionieri: “È vietato lo scambio di oggetti tra tutti i detenuti/internati, anche appartenenti allo stesso gruppo di socialità.” A parte che la solidarietà è un valore, e se uno rimane senza sigarette, sciampo, dentifricio?
“Vietato affiggere alle pareti foto.” Perché? Non credo che questo divieto consenta di prevenire contatti del detenuto con l’organizzazione criminale di provenienza. Un prigioniero vive di piccole cose e avere attaccato alle pareti della propria cella le foto dei familiari è importante.
“Gli effetti personali relativi all'igiene personale, per loro natura pericolosi e potenzialmente offensivi, verranno consegnati ai detenuti/internati all'apertura della porta blindata della camera, e poi ritirati al termine della giornata.” Perché? A mio parere questi oggetti sono più “pericolosi” di giorno che di notte, quando il prigioniero è solo e murato da un cancello blindato.
“È fatto divieto al detenuto/internato di ricevere libri e riviste dall’esterno, dai familiari o da altri soggetti tramite colloqui o pacco postale.” Perché? Credo che la lettura potrebbe aiutare molto a sconfiggere l’anti-cultura mafiosa. “Può detenere all’interno della camera un numero massimo di quattro volumi per volta.” Perché solo quattro libri? Penso piuttosto che ci dovrebbe essere una buona legge per “condannare” i detenuti a tenere più libri in cella e, forse, anche una norma per obbligare chi ha scritto questa circolare a leggere di più.

“I detenuti/internati 41 bis possono permanere all'aperto per non più di due ore al giorno.” Perché? L’aria è criminogena?
“È consentito tenere nella propria camera immagini e simboli delle proprie confessioni religiose, nonché fotografie in numero non superiore a 30 e di dimensione non superiore a 20x30.” Perché troppe foto dei familiari e figurine dei santi fanno male alla sicurezza?”
“Colloqui visivi della durata massima di un'ora, nella misura inderogabile di uno al mese, presso locali all’uopo adibiti, muniti di vetro a tutta altezza. Il chiaro ascolto reciproco da parte dei colloquianti sarà garantito con le attuali strumentazioni all'uopo predisposte. Il detenuto/internato potrà chiedere che i colloqui con i figli e con i nipoti in linea retta, minori di anni 12, avvengano senza vetro divisorio per tutta la durata (dell’ora di colloquio)”. I colloqui sono audio/video registrati, allora perché impedire a una madre o a un padre, anziani, di poter abbracciare il proprio figlio?
Mi fermo qui, non elenco tutte le numerose restrizioni di questo decalogo che disciplina questo girone infernale, che crea dei mostri vegetali, perché dopo alcuni anni di regime di 41 bis il prigioniero non pensa più a niente e diventa solo una cosa fra le cose. Non credo che proibire ai detenuti di abbracciare figli, padri, nipoti e madri per decenni serva a sconfiggere la mafia, come non serve a questo neppure proibire di attaccare le loro foto alle pareti della cella.

Credo che lo Stato possa dire di aver già sconfitto militarmente la mafia, ma forse continua a fare di tutto per alimentare la cultura mafiosa, perché anche questo decalogo porterà odio verso lo Stato e le sue istituzioni.


Carmelo Musumeci
Ottobre 2017

 


Prigionieri della libertà

 Una ex detenuta e un ergastolano semilibero si scrivono

 

Avevo già capito che i posti per il paradiso erano pochi, mentre l’inferno era aperto a tutti. E fin da piccolo giurai a me stesso che nella vita avrei lottato con tutte le mie forze per salire in paradiso. Ancora, però, non sapevo che sarei sceso solo all’inferno.   Dal libro di Carmelo Musumeci “Angelo SenzaDio” disponibile su Amazon

 
Ciao Carmelo,
                           stasera è una di quelle serate in cui il cervello vola verso altri orizzonti che sono sempre lontani dall'immaginario comune. A volte mi sembra di vivere due vite, una in cui mi sembra di essere come tutti gli altri, e l'altra in cui mi sembra di essere perennemente in uno stato di prigionia. Le due vite non si incontrano mai, perché ancora, dopo tanti anni che sono uscita dal carcere, non sono riuscita mai a spiegare alle persone care che cosa significhi essere privati della libertà. Allora mi sembra una doppia prigionia, quella fisica e quella mentale, perché sono convita che detenuti si rimanga tutta la vita e, nonostante tu faccia di tutto per cancellare quel brutto ricordo, succederà una bella notte che sognerai la guardia che ti sveglia con la torcia, oppure sentirai il rumore delle chiave che ti ronza nella mente. Quando aprirai gli occhi penserai: “meno male che è solo un sogno!”. Ma, in realtà, non è così perché in Italia in galera ci finisci sempre due volte: la prima da presunto innocente e la seconda da condannato. Poco importa se nel mezzo una persona si ricostruisce una vita, perché la legge è questa e non ci sono altre vie d'uscita.
     Rieducazione, reinserimento e altro ancora diventano un lontano miraggio perché, come in tutte le cose che contraddistinguono il nostro modo di essere, nessuno è realmente interessato alla sofferenza altrui. Se dovessi raccontarti la mia vita in una sola parola potrei usare il termine “diversa”, perché è così che mi sento ora che ho quasi trent'anni. Ed è stato così anche da bambina quando, invece di giocare con le amichette, mi piaceva aiutare gli altri. Così sono cresciuta, senza malizia e nella convinzione che se fai del bene ottieni lo stesso. Ma nulla è stato come pensavo. Dopo quello che ho vissuto, ho perso fiducia negli esseri umani, ma soprattutto ho capito che esiste una certa tendenza a “godere delle sofferenza altrui” che mi spaventa tremendamente.

     Ti scrivo questo perché ti penso molto spesso, penso molto spesso alle parole che ci siamo dette nel corso di quel pomeriggio passato insieme. Mi rendo conto di come siano complesse le relazioni umane e di come basti davvero un piccolo gesto per cambiare una vita; nel tuo caso possiamo dire per sempre (…ma anche nel mio). Credimi, se fosse per me potrei riempire le mie giornate di seminari sul carcere, sull'ergastolo o su qualsiasi argomento che parli di “umanità”, ma mi sto rendendo sempre più conto che nelle persone c'è solo una terribile voglia di trovare “il cattivo” e poca voglia di capire il perché di molte cose. Vivo questa frustrazione quotidianamente e la cosa che mi fa più male è vedere alcune mie colleghe (che studiano servizio sociale!) che mi dicono di stare dalla parte delle vittime e non dei carnefici. Ti rendi conto del livello in cui siamo arrivati? Dopo anni di istruzione ci sono persone che ancora non sono in grado di sviscerare le situazioni, ma si sentono in diritto di poter giudicare e condannare. Sono sempre più convinta che, se raccontassi a qualcuna di queste future assistenti sociali qualcosa del mio passato cambierebbero subito idea di me.
     Ma io mi chiedo: è mai possibile che uno debba vivere in eterno con questa stima? Ma come si fa a sentirsi liberi davvero quando le persone ti ricorderanno per quello che tu hai fatto 10 anni fa e non per quello che fai oggi?

     Ti ammiro Carmelo perché ci sono delle volte che vorrei solo piangere, ci sono delle volte che non ho più voglia di lottare e di spiegare le mie ragioni. Come fai? Come hai fatto a trovare dentro di te tutta questa forza e tutta questa pazienza di amare il prossimo? Forse sono domande banali, ma meritano una risposta che sia ripetuta quotidianamente.
     Mio papà, quando ero piccola, mi diceva sempre: tu devi lottare per essere libera, per poter essere quello che desideri e per poter fare quello che ti piace. Ma la libertà si paga sempre a caro prezzo; a volte per guadagnartela la devi perdere del tutto!
      Non so l'inferno che hai passato, l'ho letto dai tuoi libri, ho cercato di capirlo fino in fondo, ma solo tu puoi essere testimone della tua sofferenza. Quello che posso dirti però è che questo incontro mi ha cambiato la vita. Non sapevo nemmeno che cosa fosse l'ergastolo finché un giorno non ho letto della presentazione del libro tuo e di Pugiotto a Firenze, e da lì è iniziato il mio viaggio. Ti ringrazio di tutto, di ogni singola parola che ci siamo scambiati, della tua dolcezza nel raccontare le cose, della tua accoglienza, della tua voglia di donarmi in po’ di te stesso, del tuo interesse verso tutti noi studenti e di tante altre cose che porto nel mio cuore. E se penso che ti “abbiamo” (perché questa è una colpa che tutti abbiamo a livello societario) tolto tutti questi anni di vita, mi sento profondamente in colpa e mi sento in dovere di chiederti scusa per non aver fatto molto per cambiare le cose. Perché è giusto che le cose cambino ed è giusto che nessuno muoia in carcere senza la speranza di poter uscire.

      Concludo dicendoti che sei sempre nei miei pensieri, perché se qualcuno mi chiedesse oggi cosa significhi essere libero io penserei a te, perché sei un esempio di intelligenza e di libertà interiore.
Ciao Carmelo un abbraccio forte e un sorriso.


Ciao Anna,
                   sul treno che prendo al mattino quando esco dal carcere ci sono molti ragazzi che vanno a scuola. Questa mattina alcuni di loro si passavano la palla con le mani e alcuni passeggeri li guardavano male. Io, invece, sorridevo loro e quando la palla per caso è andata a sbattere sul mio posto a sedere, l’ho raccolta e, con timidezza, mi sono messo a giocare con loro. Quando prendo il treno, mi siedo sempre nel posto vicino al finestrino. A differenza degli altri passeggeri che guardano il loro telefonino, io mi metto ad osservare il panorama che sfreccia davanti a me. E mi viene in mente con tristezza quando mi traferivano da un carcere all’altro con le manette ai polsi e vedevo la libertà solo dai fori della parete del blindato.
     Ieri notte, un mio compagno che ha continuamente paura del terremoto, ci ha svegliato alle due di notte perché aveva sentito la branda tremare. Io non sentito nessuna scossa e gli ho detto di spegnere la luce e di mettersi a dormire tranquillo perché i carceri, a differenza delle case, li costruiscono solidi e tutti in cemento armato per non fare scappare i prigionieri.

     Non c’è nulla da fare: alla sera, appena passo la porta dell’Assassino dei Sogni, sento l’inconfondibile puzza di ogni prigione in cui sono stato: l’odore di dolore. Al mattino, quando arrivo nella struttura dove lavoro, mi faccio subito una doccia per levarmelo di dosso.
     Da poco tempo sono stato qualche giorno in licenza da mio figlio e ho avuto la conferma che in alcuni casi i “cattivi” cambiano, ma i buoni non cambiano mai. Infatti una notte, alle due in punto, la polizia ha suonato il campanello per controllare se ero in casa. Mio figlio è venuto in camera a svegliarmi ed insieme a lui si sono alzati anche i miei due nipotini. Questa visita fuori luogo e fuori orario mi ha ferito perché ho capito che per molti rimarrò sempre l’uomo del reato. Inoltre, mi è dispiaciuto soprattutto per mio figlio perché immagino abbia rivissuto la notte in cui sono venuti ad arrestarmi.
     All’indomani, per la prima volta nella mia vita, sono andato a prendere a scuola i miei nipotini e l’ultimo giorno di licenza l’ho trascorso solo con loro. Così mi sono messo da parte nel mio cuore le belle emozioni che ho provato, per i giorni tristi che verranno. Purtroppo sono sicuro che verranno perché il mio fine pena, anche se di giorno uscirò dal carcere, rimarrà sempre il 9.999.

Carmelo Musumeci
Anna (…)

Luglio 2017

   


Angelo SenzaDio

recensione di Tiziana Caputo

   
 
Nascere non basta. 
È per rinascere che siamo nati. 
Ogni giorno (Pablo Neruda)
 
 
     Quando ho preso tra le mani questo libro mi ha subito commosso la foto, e dentro me mi son detta: “ecco l’angelo di Carmelo e poi, di getto, mi è venuta da scrivere questa preghiera: 
Angelo di Dio che sei il Suo custode (di Carmelo)
Illuminalo, custodiscilo e reggilo nel suo cammino
cosi nell’attesa della sua presenza 
Tu possa far spazio nella sua assenza 
e portarlo a te mano nella mano,
 cosi come ti è stato affidato sin dall’eternità.
 
     Un ergastolano è un uomo che non riesce più neppure a sognare, che non ha pressoché niente da raccontare, che non c'è mai nella vita delle persone che ama di più. 
 
      Un ergastolano, entrato in carcere con la quinta elementare, che in carcere è riuscito a studiare, a laurearsi, a diventare una persona colta e competente, ma che nello stesso tempo sentiva crescere dentro di sé un senso di vuoto, di inutilità: si domandava: a chi potrò insegnare qualcosa, quale sapere riuscirò a trasmettere, che me ne farò della mia cultura? Stavo meglio quando vivevo nella mia ignoranza, nel mio mondo chiuso.
In fondo "essere qualcuno" negli ambienti della criminalità non è così difficile, e se non ti fai tante domande, se non metti in discussione il tuo passato, continui anche dalla galera a restare attaccato a quelle sicurezze, e l'unica traccia di te che lascerai è quella triste dell'appartenenza al mondo senza umanità delle organizzazioni criminali. 
Carmelo Musumeci, in questo suo ultimo scritto ha voluto e ha saputo mettere in risalto il senso della ricerca, seppure nella rabbia, il senso della attesa più che della disperazione pur consapevole della morte che spesso gli ha bussato alla porta. 
In queste pagine emerge un tornado di emozioni, paure, resistenze, odio e nello stesso tempo ricerca di un amore nascosto, velato, sognato, aspettato e arrivato con un volto d’angelo che ha accompagnato con pazienza, perseveranza, costanza e forza questo uomo d’ombra e la sua “ombra lo ha rivestito, in un certo senso di luce fino a fargli rivedere la via, quella della vita, quella dell’amore, quella dei figli che tornano a casa, consapevoli di aver sbagliato, consapevoli di non poter ricevere un abito da festa ma certi in quel Padre *1  (che per Carmelo non si chiama ancora Dio ma ne gusta il sapore senza darGli ancora il nome giusto) che è li che aspetta. 
 
Il percorso di Carmelo verso casa è iniziato proprio grazie al suo Angelo, che ha saputo aspettare, che ha saputo vegliare. Nei corridoi delle carceri cammina l’angelo della morte spesso, mentre per Carmelo pur se inconsapevole e forse a volte volutamente resistente per non affezionarsi troppo, l’angelo lo ha accompagnato dal tunnel verso la luce, dalla morte alla vita. Può un uomo rinascere nuovamente? Nicodemo*2  (Gv 3,1-21) è stato colpito da Gesù, non lo cercava, non l’aspettava.
Tornare alla vita, a una vita rigenerata, è sempre possibile; ri-sorgere come il sole in una nuova alba è un’opportunità quotidiana; tornare alla luce dopo il buio è necessario per vivere al meglio e questo può e deve accadere più e più volte nella vita. E quando si rinasce la gioia di esistere si percepisce chiaramente, insieme al timore di essere ancora fragili. 
 
Ri-nascere si rende tanto più possibile quanto più si riesce a stare nella tensione tra l’attesa fiduciosa che la nuova nascita si darà nuovamente, e il coraggio che scaturisce in noi quando si sente che la vita chiama ad uscire dal buio della sofferenza, del dolore, della paura. Lo sbocciare di un uomo, richiede un fare e un lasciar essere. 
 
Occorre ritrovare la speranza e la vitalità, la possibilità e l’opportunità che ciascuno di noi ha di ricreare nuove inizi, pur nella fatica o nell’instabilità di ogni inizio e di ogni esistenza. 
 
Carmen Consoli scrive in una delle sue meravigliose canzoni: Guarda l’alba  
 
“Guarda l’alba che ci insegna a sorridere, quasi sembra che ci inviti a rinascere, […]
ed irrompe impetuosa la vita, nell’urgenza di prospettiva […]
ad oriente il giorno scalpita, la notte depone armi e oscurità”.

A Carmelo dico grazie per queste pagine strappate al cuore, grazie delle ferite donate e pur se fanno ancora male sono e saranno feritoie che servono e serviranno per fare entrare il sole. Un uomo d’ombra non può vivere sempre nell’ombra, ed io ti auguro di camminare nella Luce accompagnato dal tuo angelo custode. Buon cammino! Fatti luce per chi ancora vive al buio. 
 
Tiziana Caputo

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[1] Vedi la parabola del Padre Misericordioso in Lc 15, 11-32.

[2] È un notabile, un anziano, capofamiglia benestante; È “maestro in Israele”. È uomo di cultura. L'iniziativa coraggiosa di Nicodemo per incontrare quel Gesù non amato da chi ha il potere nelle mani.

Nicodemo va da Gesù di notte. Fuori città, lontano dagli occhi dei colleghi. Essi provano fastidio per questo nuovo rabbì, che viene da una Nazaret da niente, da una Galilea dei pagani da cui non è mai venuto fuori un profeta. Nicodemo è stato colpito da Gesù, non lo cercava, non l’aspettava.

Nicodemo si lascia affascinare da Gesù! 


 

Angelo SenzaDio booktrailer

 


 

La domanda di una sconosciuta ad un ergastolano semilibero

 

     Questa mattina, arrivato nella struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII dove svolgo da semilibero la mia attività di volontariato, di sostegno scolastico e di attività socio-ricreative a bambini e adulti con handicap fisici e non vedenti, ho acceso il computer. Nella mia casella di posta ho trovato, da una sconosciuta, questa domanda: “Se una persona che ha commesso un gravissimo reato, quale è la morte di un proprio essere, e quell'essere fosse stato uno dei tuoi figli, come avresti reagito? Avresti osannato Carmelo? Io no”. Questa domanda era rivolta ad un mio amico di penna, che mi segue da tanti anni, e che me l’ha girata per farmi vedere quanto sia difficile far capire alle persone che un uomo può davvero cambiare. Ormai dovrei esserci abituato, ciò nonostante quando mi fanno queste domande mi cadono le braccia e il cuore per terra, ma è anche giusto che la società mi chieda il conto.

     Cara Sconosciuta, innanzitutto non è nelle mie intenzioni tentare di farti cambiare idea, ma tenterò solo di farti venire dei dubbi. Neppure io osannerei chi uccide ma, piuttosto di murarlo vivo, mi “vendicherei” facendolo crescere interiormente per suscitargli il senso di colpa e quindi farlo soffrire di più.
     Lo so, sono più cattivo e vendicativo di te, perché non mi accontenterei solo di condannare una persona ad essere cattiva e colpevole per sempre, facendola sentire poi, con il passare degli anni, una vittima. Preferirei, invece, tentare di migliorarla. Per questo penso che se qualcuno uccidesse uno dei miei figli, tenterei di fargli del male facendolo diventare più buono, tenendolo in carcere né un giorno in più né uno in meno del necessario.
     Sì, è vero, forse qualcuno di questi potrebbe ritornare a fare del male, ma molti lo fanno anche se non sono mai stati in carcere. In tutti i casi, alcuni di loro potrebbero rimediare parzialmente al male fatto facendo del bene.
     Cara Sconosciuta, riguardo al mio passato, potrei dirti che talvolta noi umani agiamo volontariamente contro la nostra volontà. Ma questa sarebbe solo una giustificazione filosofica e un alibi. Invece ti voglio dire che penso che tutti siamo colpevoli di qualcosa, ma pochi, pochissimi, forse nessuno, è colpevole di tutto.
Ti posso dire che quando sono entrato in carcere non trovavo pace, mi sentivo innocente, messo in galera ingiustamente per il solo fatto di avere rispettato le regole (la legge) e la cultura della giungla dove sono cresciuto e che mi ha nutrito fin da piccolino. Poi ho avuto una crescita interiore, grazie anche allo studio, all’amore della mia famiglia e alle relazioni che in questi anni mi sono creato. E ho capito anche, soprattutto durante la detenzione all'Asinara, sottoposto allo stato di tortura del carcere duro, che lo Stato era capace di cose peggiori di quelle che avevo commesso io.
Mi sentivo in guerra, ed ero in guerra. Lo dimostrano le mie ferite (sei pallottole in corpo): potevo ammazzare o essere ammazzato, non conoscevo la legge come la conosco adesso (allora per me lo Stato e gli “sbirri” erano anche peggiori dei miei stessi nemici). Conoscevo solo la legge della strada.
     Credimi, non è facile diventare buoni se fin da bambino ti insegnano che il male è bene ed il bene è male. Ma nonostante questo, ho cercato, forse senza riuscirci, di non perdere del tutto la mia sensibilità e umanità. Umanità che non riesco a vedere in tante persone "perbene" che sono cresciute nel bene ma preferiscono il male e alla sensibilità sociale spesso preferiscono i soldi, per avere potere da aggiungere ad altro potere.
     Dicendoti questo non voglio assolutamente assolvermi, perché molti hanno avuto i miei stessi problemi socio-familiari ma non per questo hanno fatto le mie stesse scelte devianti e criminali. Per questo sono fortemente convinto che sia giusto che paghi per il male che ho fatto. Solo preferisco farlo in modo utile ed intelligente, come sto facendo adesso.
Buona vita.

Carmelo Musumeci
Aprile 2017
www.carmelomusumeci.com


Carmelo Musumeci: la libertà negli stati d’animo


di  Dario Lo Scalzo - Matilde Mirabella


 

https://www.pressenza.com/it/2017/04/carmelo-musumeci-la-liberta-negli-stati-danimo/

  

Abbiamo incontrato un uomo gentile e forte, col sorriso sulle labbra e un cuore aperto. Ne è venuta fuori una video intervista vibrante, emozionante, ricca di spunti esistenziali, forte. Imperdibile!


(Foto di Dario Lo Scalzo)

 


Carmelo Musumeci è un ergastolano. L’abbiamo incontrato in una piccola cittadina in provincia di Perugia, dove da pochi mesi gode del regime di semi-libertà dopo 26 anni trascorsi in carcere, nell’”assassino dei sogni” come lo definisce lui.

Nasce in un paesino in provincia di Catania, un’infanzia difficile e povera, fitta di botte e maltrattamenti, e infine la decisione di “vendicarsi del mondo”.

Diventa un boss della mafia, e negli anni ’80 è protagonista di una guerra tra bande che insanguina la Versilia.

La sua prima vita termina con una sentenza: ergastolo in regime di 41bis. In quell’ottobre del ’91 Carmelo entra in carcere senza alcuna speranza di uscirne. Lì subisce maltrattamenti, botte, isolamento totale per un anno e mezzo in una cella angusta senza poter parlare con nessuno, trasferimenti da un carcere all’altro.

C’è chi dice che un delinquente merita tutto questo, per ciò che ha fatto, ma la vendetta, anche se travestita da giustizia, non ripara nulla e distrugge il buono che resta, sempre. O quasi. Perché Carmelo ha uno spirito ribelle e si rifiuta di arrendersi, così si ribella anche alla vendetta e lotta: comincia a studiare, scrive a personalità come il Papa, tiene un blog, si laurea prima in Sociologia del Diritto, poi in Giurisprudenza e ancora, più recentemente, in Filosofia.

Contro ogni aspettativa, riesce a ottenere la semi-libertà.

Oggi nella comunità della Casa Famiglia Giovanni XXIII fa il volontario e aiuta bambini e adulti disabili, scrive libri, e continua a lottare contro il carcere a vita.

Abbiamo incontrato un uomo gentile e forte, col sorriso sulle labbra e un cuore aperto. Ne è venuta fuori una video intervista vibrante, emozionante, ricca di spunti esistenziali, forte. Imperdibile!

Dalla Giustizia all’amore per la famiglia, dalla mafia al gusto della libertà, dal carcere duro alla fatica della felicità.

Di questo e di tanto altro ci parla Carmelo in un’intervista che apre lo spirito e la mente e che porta alla riflessione non solo sullo stato delle carceri italiane e sulla condizione che l’uomo arriva ad imporre al suo simile, ma anche ad una considerazione interiore, quella verso noi stessi e la nostra stessa esistenza.

Qui di seguito la video intervista a Carmelo Musumeci: 

https://www.youtube.com/watch?v=itJm43kfPno

  


 

Angelo SenzaDio

l'ultimo libro di Carmelo Musumeci

     Tra romanzo e realtà, tra carcere e amicizia,

 il racconto di un incontro che ha cambiato due vite.

 

 Prefazione di Agnese Moro

       Scrive sempre bene Carmelo Musumeci, con un linguaggio capace di esprimere forti sentimenti e emozioni; dolore, rabbia, e speranze deluse. Mai superficiale. Mai compiacente. È un cuore che grida sofferenza – patita e inflitta - rimpianto per ciò che sarebbe potuto essere, e amore. Per i suoi cari – che ben lo ricambiano - e per una vita che si vorrebbe potesse essere, per lui per la prima volta, colma di affetti e di serenità. Da poter vivere pienamente.

     Una prospettiva, nel suo caso, per ora purtroppo ben lontana dal poter essere realizzata, per il fatto che Carmelo sta scontando una condanna all’ergastolo, pena che ferisce i nostri valori costituzionali, che anelano al recupero e al reinserimento del colpevole.
     La storia che Carmelo ci racconta in questo bel libro “Angelo SenzaDio” ci aiuta a capire quanto sia assurda una concezione della pena che non voglia cogliere il cambiamento della persona. Carmelo, infatti, ci racconta la storia di una rinascita. E di una amicizia. Intimamente legate l’una all’altra. In una vita difficile, giocata sul filo della rabbia e della disillusione, della solitudine e dell’abbandono, in un giorno qualsiasi, si infila nella vita di Lorenzo, il SenzaDio - il nostro protagonista - una nuova presenza. È il termine giusto “si infila”: senza presentazioni, preavvisi, orpelli, trombe, nel cuore di Lorenzo viene a trovarsi un angelo. È un angelo abbastanza strano, per la verità, un po’ amorevole e un po’ guerriero. Rompe la sua solitudine e lo aiuta, spesso con un trattamento forte, a ritrovare un se stesso fin lì dormiente. All’Angelo importa solo di lui, del suo benessere, della sua incolumità, e glielo fa capire in molti modi. Non cerca di redimerlo, non è preoccupato per la sua anima. Forse sa che appena si torna ad amare liberamente il cambiamento è già avvenuto.

     L’amicizia è un’esperienza che il SenzaDio non ha mai fatto prima, e il sentimento principale di Lorenzo di fronte all’Angelo, quello che ci fa intuire la drammaticità della sua situazione precedente, è proprio lo stupore di non essere più solo. È un fatto del tutto nuovo per lui, che lo spiazza, lo smuove, lo lascia indifeso e predisposto a sopportare di provare anche sentimenti positivi nei confronti delle persone. Una situazione inedita che porterà Lorenzo a fare scelte generose e estreme; scelte fino a poco prima impensabili.

     È un bellissimo racconto, pieno di profonda e struggente umanità. È anche un modo poetico di descrivere la nascita di un’amicizia per quello che questa significa soprattutto per il cuore di chi non avrebbe osato sperare di trovarla mai, e tantomeno nel carcere che ruba, a chi lo vive, anche i sogni.
     Ma nel “Angelo SenzaDio” c’è anche qualcosa d’altro. Perché ci parla della possibilità di cambiare che ogni essere umano ha dentro di sé. E di quanto sia importante non essere mai lasciati soli. Con un linguaggio tanto poetico, e a tratti davvero struggente, Carmelo ci racconta la storia di un’anima. Che può essere la sua, quella di altri, o di noi che leggiamo, quando, grazie all’affetto e alla fiducia di qualcuno, riusciamo di nuovo a parlare con noi stessi, lasciando una strada sbagliata e dando invece voce alla nostra più profonda umanità, che aspira sempre a cose belle e grandi.

     La capacità delle persone di cambiare è un tema fondamentale - direi cruciale - dal punto di vista umano, ma anche da quello politico e sociale. Riguarda il modo, ottimistico o pessimistico, che abbiamo di vedere noi stessi, gli altri, la vita e la storia. Se gli uomini non possono cambiare, superando egoismo, violenza, e quanto altro di negativo abita il nostro cuore, anche la storia umana è condannata a restare sempre uguale a se stessa, in una continua lotta per la sopraffazione degli uni su gli altri. Molti vedono il mondo e la vita così; e gli sfugge il nuovo che avanza, mancando di speranza e di coraggio. Per loro il mondo è sempre ugualmente triste e condannato.
     Il nostro atteggiamento di fronte alla possibilità o meno di cambiare delle persone – e della storia – definisce anche la nostra vicinanza o la nostra lontananza dalla nostra Costituzione. Nata dalla speranza e dalla volontà di tanti italiani di vivere in modo diverso e degno dopo gli anni buissimi del fascismo, della guerra, della odiosa occupazione nazista, delle deportazioni nei campi di sterminio, delle bombe, delle delazioni, delle torture, della povertà, della fame, della ingiustizia e della paura. Tragedie da ricordare, ma anche da superare costruendo una nuova Italia. Ed era tanto difficile farlo.

     Personalmente sono molto grata a Carmelo, perché con i suoi libri, con la sua vita e con le sue battaglie mi ha insegnato qualcosa di veramente importante per me. Tante persone che come me hanno subito gli effetti di gesti violenti descrivono la propria situazione come un ergastolo. Carmelo mi ha insegnato a capire che questa frase non è vera. E a vedere le risorse che abbiamo a disposizione per tornare a vivere. Certo, il dolore non passa; il passato rischia di essere sempre presente; l’esistenza non potrà più in nessun caso essere quella di prima. Ma abbiamo tante risorse delle quali poter usufruire per sopportare questa condizione. Carmelo non può farlo, ma io posso andare a trovare persone che amo e che mi amano. Posso viaggiare. Posso telefonare, scrivere una mail e avere subito una risposta. Posso godere uno spettacolo della natura che con la sua bellezza mi faccia sentire parte di un tutto speciale. Posso fare una passeggiata, andare al cinema, mangiare qualcosa di buono. Andare in chiesa; andare in libreria e comperare un libro. Guardare le vetrine. Posso abbracciare i miei figli quando voglio, sempre che loro siano d’accordo, e comunque sentire in ogni momento la loro voce. Posso rilasciare un’intervista, partecipare a una manifestazione, votare. Posso stare nel vento, fare un bagno in mare. Dormire e mangiare quando voglio. Stare da sola. Andare a messa. Fare progetti. E attuarli.

     L’ergastolo, e soprattutto quello ostativo, significa, invece, non poter fare mai queste cose. È la parola ”mai” quella fondamentale. Insormontabile. Eppure Carmelo Musumeci ci insegna con la sua vita e con questo libro che anche da questo terribile e disumano “mai” possono nascere fiori, poesia, amore per la vita e per gli uomini. Magari grazie ad un angelo che risveglia tutto il buono che c’è dentro ognuno di noi e che attende con ansia una parola o una carezza per poter sbocciare. Sta a noi, se siamo saggi, raccogliere questo nuovo che nasce e consentirgli di vivere pienamente.

                                                                                   Agnese Moro

 

 

Prodotto e distribuito da Amazon

 

 


 

 


 

Ergastolano torna dal figlio e dai due nipotini e viene accolto affettuosamente 

 

  

  


  

   

41bis, ergastolo e semilibertà in Italia: un'intervista a chi ci è passato

di
LEON BENZ

https://www.vice.com/it/article/41bis-ergastolo-e-semiliberta-in-italia-carmelo-musumeci


In carcere da 25 anni e dopo un'esperienza al 41bis, a Carmelo Musumeci è stata concessa la semilibertà.

Nel 1991, l'allora 36enne Carmelo Musumeci è stato arrestato con l'accusa di omicidio e di essere organizzatore di un'associazione mafiosa che si occupava di bische, delitti contro il patrimonio e spaccio di cocaina. Un anno dopo, è arrivata la sentenza definitiva che lo ha condannato all'ergastolo.
Da allora sono passati 25 anni: Musumeci ha girato diversi penitenziari italiani, preso due lauree in giurisprudenza e una in filosofia, e infine  nel novembre del 2016, mentre era nel penitenziario di Padova gli è stata concessa la semilibertà, da lui richiesta tramite istanza. Nonostante l'ergastolo, grazie al regime della semilibertà ha la possibilità di uscire durante le ore diurne per prestare attività di volontariato (nel suo caso, sostegno scolastico e ricreativo a persone portatrici di handicap presso una struttura).
Negli ultimi tempi, Musumeci ha pubblicato diversi libri, l'ultimo dei quali intitolato L'urlo di un uomo ombra. Da anni tiene anche un diario sul suo sito, e si spende per una campagna contro la formula detentiva dell'ergastolo: è così che è diventato una delle figure pubbliche più note per chi si trova nella sua stessa condizione.
Per capire cosa si prova a scontare una pena a vita e mettere piede fuori dal cacere dopo 25 anni di reclusione, ho incontrato Musumeci in una delle sue ore di semilibertà cercando di sospendere il giudizio sui reati che ha commesso per parlare liberamente di sistema penitenziario, del concetto di ergastolo e di come ha ritrovato il mondo che aveva lasciato.


VICE: Raccontami come sei finito in carcere.
Carmelo Musumeci: Sono cresciuto in un paesino ai piedi dell'Etna. Eravamo poveri, e io ho cominciato a nutrirmi della cultura di strada già da piccolo. Mia nonna, per esempio, mi ha insegnato a rubare al supermercato quando ero ancora un bambino, e così la prima volta sono finito in carcere che ero ancora minorenne.
Intorno ai 15 anni i miei genitori si sono separati e sono stato mandato in un collegio al nord. Là ho iniziato a covare rabbia nei confronti del mondo e delle istituzioni, e quando poi sono tornato a casa ho trovato le stesse difficoltà economiche che avevo lasciato: in quel momento, forse inconsapevolmente, avevo già imboccato le strade sbagliate. Ho iniziato con una serie di piccoli reati e poi, dopo aver visto che si poteva guadagnare, ho alzato il tiro: nel 1972 sono stato arrestato durante una rapina in un ufficio postale.
Quando sono uscito mi sono ributtato in quel mondo. Fino a una sera del 1990 in cui, in uno scontro tra bande rivali, mi beccai sei pallottole. Sono sopravvissuto, ma quello era un ambiente in cui o ammazzi o vieni ammazzato. Così poi è successo quello che è successo.

A cosa hai pensato quando ti è arrivata la sentenza definitiva?
     Quando sono stato arrestato sono stato considerato un criminale di spessore, e quindi nel 1991 sono stato sottoposto al 41bis. Mentre stavo in isolamento per un anno e sei mesi, in una cella buia con l'impossibilità di parlare con qualcuno, mi è arrivato il telegramma della mia compagna che confermava l'ergastolo. Be', inutile dire come mi è crollato il mondo addosso: avevo la consapevolezza che non sarei mai più uscito da là.

Il 41bis è il regime carcerario più duro del nostro ordinamento è l'isolamento totale: personalmente non riesco a pensare a come ci si possa convivere. Com'è stato?
     Erano gli anni in seguito alla strage di Capaci e lo Stato era in lotta con l'anti-stato, la mafia: io, tra le accuse, avevo anche quella di associazione mafiosa, e quell'articolo permetteva dei trattamenti più duri per creare collaboratori di giustizia. In pratica vivevo in una cella quasi totalmente buia, ricevevo da mangiare da uno spioncino, avevo poca acqua e sono stato offeso da guardie sbronze. Venivo torturato.

Non hai mai pensato di ucciderti?
     Ci ho pensato costantemente: sarebbe stata la via di fuga più facile. Mi sento anche di dire che chi pensa a togliersi la vita non è vero che non l'ama: chi si toglie la vita in quelle condizione ama la vita talmente tanto che non vuole vedersela appassire. Ho sempre ammirato chi ha avuto il coraggio di farcela perché anche oggi soffro per quello che ho vissuto in quei giorni.
Mi fa ancora male parlarne, non perché ero innocente ma perché ho sofferto per nulla, e tutto questo non aiutava né lo Stato né i parenti delle vittime. Ma quando hai dei figli, hai una responsabilità. Non potevo andarmene così.

Nel tuo diario online definisci le notti passate in carcere, dopo una giornata di quasi libertà, il tuo "ritorno all'inferno." Quali sono le cose più brutte che hai visto?
     Paradossalmente, le cose che ti succedono intorno. Quella che forse mi fa ancora male è del 1992, quando ho visto il trattamento ai ragazzi della strage di Gela [lafaida tra gruppi criminali che nel giro di poche ore, nel novembre del 1990, innescò una catena di agguati mortali]. Erano ancora dei ragazzini, non credo sapessero quello che stavano facendo: ho visto strappargli la vita per sempre in quelle mura. Quello che voglio dire è che il carcere dovrebbe far capire al condannato dove ha sbagliato, ma l'unica cosa che vedevo in quegli anni era un processo che portava al "io ho ucciso ma tu [il carcere] mi stai uccidendo lentamente, giorno dopo giorno."
Penso che la cosa che fa più paura a un criminale è il perdono sociale, perché perdi tutti gli alibi e dici "cazzo, ho fatto del male e queste persone mi stanno perdonando." Quando invece vieni trattato male ogni singolo giorno ti dimentichi del male che hai fatto, e quello che provi non è certamente il rimorso.

Quanto a te, come si svolgeva una tua regolare giornata in carcere?
     Dopo i primi anni ho cambiato carcere spesso: ogni carcere è uno stato a sé, con le proprie regole e i propri ritmi. Ma in generale è tutto molto piatto: mi svegliavo verso l'alba e iniziavo a studiare, nell'ora d'aria facevo una corsetta, e poi verso mezzogiorno mangiavo a mensa. Il pomeriggio rientravo in cella e la sera mi cucinavo qualcosa da mangiare. Questo per migliaia e migliaia di giornate.

È scontato da dire, ma immagino che in una situazione del genere trovare uno scopo ti aiuti ad affrontare le giornate. Come nel caso dello studio. Come funzionava, e come ti procuravi i libri necessari?
     Sì, se non fosse stato per lo studio sarei impazzito. Ho anche iniziato a scrivere, oltre a studiare per laurearmi in giurisprudenza e filosofia: penso che in Italia manchi una letteratura sociale carceraria. Voglio dire, la letteratura è l'anima e la storia di un paese, per questo m'illudo di crearne una con i miei romanzi.
Per quanto riguarda i libri, dopo il 41bis ho potuto averne, fortunatamente. A volte non dovevano essere più di tre, non potevano avere la copertina dura e nonostante fossi iscritto all'università mi mancavano sempre dei manuali. Il solo fatto che cambiavo spesso carcere rendeva sempre difficilissimo l'iter universitario.

A cosa erano dovuti i costanti spostamenti di carcere?
     Diciamo che ero un detenuto scomodo. Dopo un po' che studiavo chiedevo sempre più cose che mi appartenevano come diritto, e questo può dare fastidio ai dirigenti. Era un attivismo scomodo e infatti a chiunque dovesse andare in carcere consiglio assolutamente di procurarsi un codice per capire i propri diritti diritti che spesso vengono trascurati.

Nel tuo caso però a un certo punto sei riuscito a ottenere la semilibertà, caso raro per un ergastolo ex ostativo, per prestare servizio in una comunità. Qual è stata la prima cosa a cui hai pensato?
     Ero sicuro di non avere speranza e di morire in carcere. Quando dopo svariati tentativi mi è stata concessa la semilibertà, non so cosa ho provato qualcosa di inspiegabile, forse, ma molto simile all'ansia e alla paura. Ho pensato alla mia famiglia, ai miei nipoti...

E quando sei effettivamente uscito cosa ti ha sorpreso di più?
     Le piccole cose, paradossalmente, come affacciarsi a una finestra o guardarmi allo specchio in carcere ci sono solo specchi piccolissimi. Mi sono guardato allo specchio e ho visto tutto il mio corpo, ma non era più il mio corpo. Era quello di una persona che non sapevo chi fosse. Poi un'infinità di sensazioni e cose di cui mi ero completamente dimenticato cose come percepire la sabbia tra le dita dei piedi, l'odore del mare, la pelle dei miei figli.

In che modo hai trovato cambiato il mondo? Voglio dire, ti sei perso l'esplosione di Internet...
     Quando sono uscito la prima volta mi sono fermato, e per un po' mi sono guardato intorno immobile. Tutto mi sembrava irreale e diverso da come mi ricordavo il mondo. Le persone sono cambiate, così il modo di vivere e adesso anche prendere un semplice treno, con le persone connesse ai loro pc è come guardare un film di fantascienza. Insomma, è tutto molto strano e mi ci sto abituando piano piano, ma sono dannatamente felice di doverlo fare.

 


 

IL CARCERE COME LUOGO DI ESCLUSIONE E DI ANNULLAMENTO DELLA PERSONA:
UNA CONVERSAZIONE CON CARMELO MUSUMECI*

 http://www.flipnews.org

 
http://www.flipnews.org/component/k2/il-carcere-come-luogo-di-esclusione-e-di-annullamento-della-persona-una-conversazione-con-carmelo-musumeci.html

 

 

 

Written by Roberto Fantini
   Fin dall’inizio della mia carcerazione (un quarto di secolo fa), ho cominciato a scrivere e non ho mai smesso. Per qualsiasi prigioniero la scrittura è un ponte fondamentale per collegarsi al mondo esterno, io quasi ogni giorno mandavo lettere e articoli a mezzo mondo per fare sentire la mia voce e sto continuando a farlo anche in regime di semilibertà. Carmelo Musumeci


Tutti i grandi saggi e maestri dell’umanità, dalle epoche più lontane ad oggi, sempre ci hanno spiegato e insegnato che non sarà mai possibile spegnere l’odio alimentando l’odio, mai estinguere la violenza praticando la violenza, mai estirpare la sofferenza generando sofferenza. Principio filosofico questo assai ben recepito dai Padri costituenti che, nell’affrontare la “questione giustizia”, previdero chiaramente il carattere rieducativo delle pene. Il che dovrebbe comportare, nella realtà, che ogni sistema punitivo venga essere pensato, progettato, diretto ed attuato al fine di favorire al massimo un processo positivo di sviluppo della persona del reo, nella prospettiva di innescare un percorso maieutico volto a far emergere le sue migliori potenzialità, contenendo, arginando, eliminando progressivamente, altresì, tutte quelle inclinazioni di tipo distruttivo che lo hanno precedentemente condotto ad arrecare danni alla collettività.
Tutto ciò, purtroppo, è ancora troppo spesso qualcosa di chimerico. Ancora oggi, le pene che si abbattono sul condannato sono pene che offendono, che feriscono, che seminano dolore e umiliazione, che gettano nella disperazione.
Di questo abbiamo avuto la possibilità di parlare con una persona straordinaria che, nonostante le durezze di una lunga vita imprigionata, ha saputo trovare la via per compiere un bellissimo cammino di maturazione interiore.

- Carmelo, tu, durante la tua lunga esperienza carceraria, hai saputo attuare un ammirevole percorso di autoformazione. In un tuo recente articolo, però, dici che la cosa che più detesti è quando ti viene rivolta la seguente domanda: “Ma, allora, il carcere ti ha fatto bene?” Ci spieghi perché?
     Quando mi fanno questa domanda sembra sottointeso che sono migliorato grazie al carcere, invece penso che sono riuscito a crescere interiormente nonostante il carcere, perché questo è un luogo oscuro ai più, dove il concetto di espiazione diventa un concetto di dominio, di sopraffazione, per farti diventare più cattivo e più criminale. Diciamoci la verità, a molti politici non interessa assolutamente sconfiggere certi fenomeni criminali e devianti, hanno interesse che il carcere continui a essere solo una discarica sociale, per acquisire consensi sociali e voti elettorali.


- Ritengo che la tua notevole esperienza personale possa costituire una fonte preziosa di opportunità per ragionare con maggiore consapevolezza sulla complessità della natura umana, sui suoi limiti, ma anche sulle sue infinite risorse. Non credi?
     Sono d’accordo anche perché, in particolar modo per i giovani, può essere utile conoscere il male, per evitarlo. E raccontare la mia esperienza negativa può essere da deterrente a molti ragazzi a rischio di devianza. Per alcuni anni ho fatto parte di un’ iniziativa che portava intere scolaresche in carcere ad ascoltare le storie dei cattivi. Le modalità erano semplici: venivano intere classi di scuola superiore (a volte più di una classe) e ascoltavano tre storie di detenuti, partendo dalla loro situazione familiare, sociale e ambientale, di dove uno era nato e dove era maturato il reato. Credo che non sia facile per i detenuti raccontare il peggio della loro vita con onestà e obiettività, ma penso anche che sia un modo terapeutico per prendere le distanze dal proprio passato e riconciliarsi con se stessi. Penso che parlare a dei ragazzi, aiuti a formarsi una coscienza di sé e del significato del male fatto agli altri. E guardare gli sguardi e gli occhi innocenti dei ragazzi aiuta molto ciascuno di noi a capire quali siano state le ragioni dell’odio, della rabbia, della violenza dei nostri reati, più di tanti inutili anni di carcere senza fare nulla. Penso che non sia neppure facile per i ragazzi ascoltare dal vivo le nostre brutte storie, anziché sentirle solo alla televisione o leggerle sommariamente nei giornali. Credo che, in questo modo, percepiscano meglio che molte volte dietro certi reati non ci sono dei mostri, ma ci sono semplicemente delle persone umane che hanno sbagliato. Poi dalle nostre risposte alle loro domande scoprono anche che il carcere rappresenta spesso un inutile strumento d’ingiustizia, un luogo di esclusione e di annullamento della persona, dove nella maggioranza dei casi si vive una vita non degna di essere vissuta.

- Sicuramente, i problemi da risolvere nel nostro universo carcerario sono molteplici e assai complessi. A tuo avviso, cosa andrebbe modificato in maniera assolutamente prioritaria e ineludibile? Le strutture? La formazione del personale penitenziario? Il sistema legislativo? Le strategie politiche?
     Tutte queste cose insieme e molto ancora di più. Penso pure che il carcere che funziona sia quello che non costruiranno mai. Molti pensano che il carcere sia la medicina. Ciò non è vero, perché il carcere rappresenta piuttosto una malattia della società, la gabbia dell’odio e della rimozione sociale. In luoghi come questi non si migliora, ma si peggiora. Continuando a sentirci ripetere che siamo irrecuperabili, che siamo dei mostri, che siamo cattivi, alla fine ce ne convinciamo e cerchiamo di esserlo davvero. Nella maggioranza dei casi l’istituzione penitenziaria opera ai margini del diritto, in assenza di ogni controllo democratico, nell’arbitrio amministrativo e nell’indifferenza generale. Ma, forse, la cosa peggiore del carcere è che la tua vita dipende da altri che, continuamente, ti dicono cosa devi fare e quando e come devi farlo. Spesso questi “altri” sono peggiori di te e tu devi per forza sottostare ai loro capricci. Per questo motivo, dentro queste mura, è quasi impossibile conservare dignità e orgoglio. Il carcere è una fabbrica di stupidità. E non migliora certo l’uomo. Il più delle volte lo rende scemo.


- Ti sembra che, nonostante i tanti gravi problemi irrisolti, in questi ultimi anni sia stato possibile registrare qualche segnale di progresso di una certa importanza?
     Qualche segnale c’è stato, ma ancora troppo poco per salvare qualche vita umana ed ho notato che nell’anno appena passato i suicidi in carcere sono stati ancora molti.
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*Carmelo Musumeci nasce il 27 luglio 1955 ad Aci Sant’Antonio, in provincia di Catania. Condannato all’ergastolo, è attualmente in regime di semilibertà presso il carcere di Perugia. Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara, in regime di 41 bis, riprende gli studi da autodidatta, terminando le scuole superiori. Nel 2005 si laurea in Giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo Vivere l’ergastolo.
Nel maggio 2011 si è laureato presso l’Università di Perugia, al Corso di Laurea specialistica in Diritto Penitenziario, con una tesi dal titolo La pena di morte viva: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità. Il 16 giugno 2016 si è laureato in Filosofia, presso l’Università degli Studi di Padova, discutendo la tesi Biografie devianti.
Nel 2007 ha conosciuto don Oreste Benzi e da allora condivide il progetto Oltre le sbarre, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Da anni promuove una campagna contro il “fine pena mai”, per l’abolizione dell’ergastolo.

Chi volesse scrivere a Carmelo Musumeci può farlo al seguente indirizzo email:   zannablumusumeci@libero.it

 Per conoscere la ricchezza delle sue numerose pubblicazioni: www.carmelomusumeci.com

  


Sabina Rossa e Agnese Moro

contro la “Pena di Morte Viva”

      L’ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini che in galera passò lunghi anni diceva spesso: «Ricordatevi quando avete a che fare con un detenuto, che molte volte avete davanti una persona migliore di quanto non lo siete voi».
     Da anni – insieme ad Agnese Moro e Sabina Rossa che hanno avuto i loro padri uccisi durante la lotta armata degli anni ’70 – combatto contro la “Pena di Morte Viva” o, come la chiama Papa Francesco, la “Pena di morte nascosta”. Durante la giornata del 20 gennaio 2017, nella Casa di Reclusione di Padova, Agnese e Sabina sono intervenute (Agnese a distanza e Sabina di presenza) al convegno dal titolo: “Contro la pena di morte viva. Per il diritto a un fine pena che non uccida la vita”.


Ecco quanto ci ha consegnato Agnese:
(…) Questa volta non riesco ad essere con voi in questa giornata di riflessione sull’ergastolo e sulla necessità di abolire una pena che, essendo senza fine, uccide la speranza di tornare ad essere liberi; ferisce l'impegno costituzionale ad aiutare i colpevoli a rivedere criticamente la propria vita e a tornare tra noi a dare il proprio contributo alla vita sociale; punisce nella maniera più crudele e ingiusta coloro - grandi e piccini - che nutrono affetti profondi per chi è condannato a una pena tanto severa. Credo che la questione dell’abolizione dell'ergastolo, prima di riguardare la politica, riguardi tutti noi cittadini. Prima ed oltre una discussione in Parlamento è essenziale che ci sia una discussione larga, capillare, serena nelle nostre città e nei nostri paesi. (…) Bisogna sapere che le persone possono cambiare, che sono sempre molto di più del loro reato, e che, come dice la mia amica Grazia Grena, c'è dentro ognuno, qualunque cosa abbia fatto, qualche cosa di buono che può e deve essere illuminato. Anche se non ce ne accorgiamo la nostra società è desiderosa di intraprendere una simile discussione. Si tratta solo di farlo. Un abbraccio (Agnese).

Ed ecco parzialmente l’intervento di Sabina:
Vorrei iniziare il mio intervento prendendo in prestito alcune frasi di Carmelo Musumeci non solo perché le condivido ma anche perché ho potuto toccare con mano la veridicità delle sue parole: “Il carcere non mi ha fatto bene, non solo mi ha peggiorato ma mi ha fatto anche del male”. “Ciò che mi ha migliorato e cambiato non è stato il carcere ma un programma di rieducazione fatto dalla presenza delle persone care, dalle relazioni umane e sociali”. “In carcere si soffre per nulla, il nostro dolore non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei nostri reati, è difficile pensare al male che hai fatto fuori se ricevi male tutti i giorni”. (…).
     Musumeci ci dice che dal carcere si dovrebbe uscire perché lo si merita, perché è stato fatto un certo percorso, perché c'è stata una crescita. Sono d'accordo con lui e credo che giustizia sia anche quella di prendere atto che, a tanti anni di distanza, quella persona non sia più quella di un tempo e che si sia realizzato un cambiamento nel profondo.
     Quando è stata concessa la liberazione condizionale alla persona che ha sparato a mio padre l’ho considerato un atto giusto, mi sono sentita come se si fosse chiuso un cerchio e ho potuto posare a terra quello zaino che mi sono portata sulle spalle per tanto tempo
. (Sabina)

     Dostoevskij diceva: “Fatemi capire perché e come ho sbagliato e poi mi giudicherò e condannerò da solo, e sarò più severo di qualsiasi altro giudice”.
     Agnese e Sabina hanno compreso questo e “puniscono” gli ergastolani con l’amore sociale. Forse anche perché hanno capito che dal male può nascere il bene. Basta andare a cercarlo dentro il cuore dei criminali. Per non fare il male bisogna conoscere anche il bene, ma purtroppo molti criminali non conoscono il bene perché hanno vissuto sempre nel male. Il libero arbitrio esiste solo quando tu conosci il bene e il male. E spesso i reati che abbiamo fatto rispecchiano il male del mondo dove vivevamo e, adesso, del carcere. Molti di noi, e non lo dico per cercare attenuanti, penso che siano stati quelli che hanno potuto essere, non certo quelli che sognavano di essere. Se continuano però a dirci che siamo irrecuperabili, che siamo dei mostri, che siamo cattivi, va a finire che ci crediamo e cerchiamo di esserlo anche dopo tanti anni di carcere. D’altronde come si può migliorare una persona con una pena che non ha mai fine?
      Per questo, purtroppo, molti ergastolani si sentono ancora “colpevoli di essere innocenti”, anche se hanno commesso gravissimi reati. Non si nasce delinquenti, ma purtroppo ci si diventa.
     Un tempo c’erano in carcere giovani interpreti delle lotte sociali e politiche. Oggi vi sono in maggioranza giovani tossicodipendenti, immigrati e poi tante persone del sud detenute per reati di criminalità organizzata. Al sud, infatti, lo Stato è sempre stato assente e in alcuni casi è stato più mafioso dei mafiosi che ha usato e sfruttato per raggiungere consensi elettorali.

     Grazie Sabina e Agnese di continuare a lottare per recuperare e migliorare le persone che vi hanno fatto del male.
     Con il vostro impegno contribuite a sensibilizzare l’opinione pubblica che la pena dell’ergastolo è una morte interminabile che ti fa sperare in una morte istantanea come un regalo della pietà. La vostra testimonianza di vittime dà un senso ancora più profondo alle vostre parole.

Carmelo Musumeci
Gennaio 2017


 

Il carcere ti ha fatto bene?

 

Molte volte il prigioniero è ciò che gli viene permesso di essere.
(Diario di un ergastolano: www.carmelomusumeci.com   )

Spesso chi conosce la mia storia e viene a sapere che sono entrato in carcere solo con la quinta elementare, ma che ho preso tre laure, che pubblico libri, che ho ricevuto vari encomi, che svolgo attività di consulenza ai detenuti e agli studenti universitari nella stesura delle loro tesi di laurea sul carcere e sulla pena dell’ergastolo, mi chiedono: “Quindi, il carcere ti ha fatto bene?”.

Quanto odio questa domanda! Prima di rispondere penso ai pestaggi che ho subito all’inizio della mia carcerazione. Ricordo i compagni che si sono tolti la vita impiccandosi alle sbarre della finestra della loro cella perché il carcere induce i più deboli alla disperazione. Rammento i lunghi periodi d’isolamento nelle celle di punizione dove sono stato rinchiuso con le pareti imbrattate di sangue ed escrementi. Mi vengono in mente le botte che una volta avevo preso per essere rimasto più di qualche secondo fra le braccia della mia compagna nella sala colloqui. E di quando avevo dato di matto perché avevo trovato le foto dei miei figli per terra calpestate dagli anfibi delle guardie. Penso ai numerosi trasferimenti che ho subito da un carcere all’altro sempre più lontano da casa. Ricordo tutte le volte che venivo sbattuto nelle “celle lisce” perché tentavo di difendere la mia umanità. In quelle tombe non c’era niente. Nessuno oggetto. Neppure un libro. Nessuna speranza. Non vedevo gli altri detenuti. Li riconoscevo solo dalle grida e dal ritmo dei colpi che battevano sul blindato. Mi ricordo che avevano degli sbalzi di umore: da un’ora all’altra, improvvisamente, piangevano e ridevano. Rammento i lunghi anni trascorsi nel regime di tortura del 41 bis nell’isola degli ergastolani dell’Asinara. Spesso le guardie arrivavano ubriache davanti alla mia cella ad insultarmi. Mi minacciavano e mi gridavano: “Figlio di puttana.” “Mafioso di merda.” “Alla prossima conta entriamo in cella e t’impicchiamo”. Dopo di che, mi lasciavano la luce accesa (che io non potevo spegnere) e andavano via dando un paio di calci nel blindato. Mi trattavano come una bestia. Avevo disimparato a parlare e a pensare. Mi sentivo l’uomo più solo di tutta l’umanità.
Per alcuni anni mi ero distaccato dalla vita, lentamente, quasi senza dolore. Non desideravo e non volevo più niente. Cercavo solo di sopravvivere ancora un poco. Mi sentivo già morto. E pensavo che non mi poteva capitare nulla di peggio. Ma mi sbagliavo perché non c’è mai fine al male.
I giorni, le settimane, i mesi e gli anni passavano e io continuavo a maledire il mio cuore perché, nonostante tutto, lui insisteva ad amare l’umanità. M’inventai cento modi per sopravvivere.

Adesso posso dire: “Ce l’ho fatta!”. Ma a che prezzo! Scrivevo per vivere e vivevo se scrivevo. A distanza di venticinque anni, mi domando a volte come ho fatto a resistere e non riesco ancora a darmi una risposta. Mi vengono in mente le ore d’aria trascorse nei stretti cortili dei passeggi con le mura alte e il cielo reticolato, ghiacciati d’inverno e roventi d’estate. Ricordo gli eterni andirivieni, da un muro all’altro nei cortili, o dalla finestra al blindato nella cella, sempre pensando che solo la morte avrebbe potuto liberarmi. Ricordo i topi che mi giravano intorno, gli indumenti, i libri e le carte saccheggiate. Stringevo i denti per non diventare una cosa fra le cose. È difficile pensare al male che hai fatto fuori se ricevi male tutti i giorni. Ti consola poco capire che te lo sei meritato. È vero! Bisogna pagare il male fatto, ma perché farlo ricevendo altro male?
Dopo aver ricordato tutte queste cose, alla domanda se il carcere mi ha fatto bene rispondo che il carcere non mi ha assolutamente fatto bene. Se mi limitassi a guardare solo carcere, posso dire che non solo mi ha peggiorato, ma mi ha anche fatto tanto male.
Ciò che mi ha migliorato e cambiato non è stato certo il carcere, ma l’amore della mia compagna, dei miei due figli, le relazioni sociali e umane che in tutti questi anni mi sono creato, insieme alla lettura di migliaia di libri di cui mi sono sempre circondato, anche nei momenti di privazione assoluta. Ed è proprio questo programma di auto-rieducazione che mi ha aperto una finestra per comprendere il male che avevo fatto e avere così una possibilità di riscatto. Molti non lo sanno, ma forse la cosa più terribile del carcere è accorgersi che si soffre per nulla. Ed è terribile comprendere che il nostro dolore non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei nostri reati. Spesso ho persino pensato che il carcere faccia più male alla società che agli stessi prigionieri perché, nella maggioranza dei casi, la prigione produce e modella nuovi criminali.
Se a me questo non è accaduto è solo grazie all’amore della mia famiglia e di una parte della società.

Carmelo Musumeci
Dicembre 2016

 


 

  

Papa Francesco: le sue parole contro l'ergastolo

                                                                                                                                           

 


 

 

 

 Carmelo Musumeci

in permesso a Roma

(24/02/2016)

 

 


 

"DETENUTO IN LIBERTÀ" 

da TG2 Dossier Storie del 30 Aprile 2016
 

 

  

 


 

 

"Gli ergastolani senza scampo"  

 

Carmelo MUSUMECI, Andrea PUGIOTTO
GLI ERGASTOLANI SENZA SCAMPO
Fenomenologia e criticità costituzionali dell’ergastolo ostativo
Prefazione di Gaetano SILVESTRI
Appendice di Davide GALLIANI


Editoriale Scientifica, Napoli, 2016
pp. XIII-216, euro 16,50


     Nel discorso pubblico si ripete, monotona, la convinzione che in Italia l’ergastolo non esiste e che i condannati al carcere a vita, prima o poi, escono tutti di galera. La realtà rivela, invece, un dato esattamente capovolto: attualmente sono 1.619 i condannati alla pena perpetua e, di questi, 1.174 (pari al 72,5% del totale) sono ergastolani ostativi, ai sensi dell’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario.
     Sconosciuto ai più, l’ergastolo ostativo è una pena destinata a coincidere, nella sua durata, con l’intera vita del condannato e, nelle sue modalità, con una detenzione integralmente intramuraria. Una pena perpetua e immutabile cui è possibile sottrarsi solo collaborando utilmente con la giustizia.
     Il presente volume, nella sua Parte I (scritta da Carmelo Musumeci) narra con autenticità la giornata sempre uguale di un ergastolano senza scampo, scandita nei suoi ritmi esteriori e interiori – alba, mattino, pomeriggio, sera, notte – costringendo il lettore a immaginare l’inimmaginabile. Nella sua Parte II (scritta da Andrea Pugiotto), ripercorre criticamente la trama normativa dell’ergastolo ostativo, argomentandone i tanti profili di illegittimità costituzionale e convenzionale, in serrata dialettica con la giurisprudenza delle Corti, costituzionale e di Cassazione, ad oggi persuase del contrario.
     Il volume è impreziosito dall’eloquente Prefazione del Presidente Emerito della Corte costituzionale Gaetano Silvestri, che rilegge il regime dell’art. 4-bis o.p. alla luce del principio supremo di dignità della persona. L’Appendice (curata da Davide Galliani) illustra i risultati di un’inedita ricerca empirica condotta tra circa 250 ergastolani, finalizzata a rilevare le materiali condizioni di salute, fisica e psichica, derivanti da un regime detentivo perpetuo, esclusivamente intramurario, frequentemente declinato nelle forme del c.d. carcere duro (ex art. 41-bis o.p.).
     Il volume (quarto della collana Diritto penitenziario e Costituzione, nata dall’esperienza dell’omonimo Master promosso da Dipartimento di Giurisprudenza dell’ateneo di Roma Tre) è il risultato del primo progetto di ricerca UE dedicato al regime dell’ergastolo nel contesto europeo (www.lifeimprisonment.eu).

 Il libro può essere richiesto in libreria, alla casa editrice, o all'indirizzo   ergastolani@gmail.com 

 

 Recensione di Francesca de Carolis


“Lo spirito di vendetta non ha copertura costituzionale”. Appuntando sul taccuino questa frase, dalla prefazione di Gaetano Silvestri (che è stato presidente della Corte Costituzionale) a un libro da tenere d’occhio, in questi tempi di smarrimenti... in cui prima vittima è la nostra coscienza critica... “Gli ergastolani senza scampo”, il titolo. Carmelo Musumeci e Andrea Pugiotto gli autori. Ergastolano il primo, docente di Diritto costituzionale il secondo. E siccome randagiando lungo sentieri delle nostre carceri quotidiane ho incontrato sia l’uno che l’altro, ero davvero curiosa di questo intreccio di linguaggi, diversi e pure legati da una simile passione del sentire e del fare...
“Forse continuo a respirare perché non ho il coraggio di morire”. Così testimonia Musumeci (detenuto dal 1991, che in carcere si è laureato, e da anni anima una campagna contro l’ergastolo) attraverso pagine di un diario, che è a tratti battibecco con il proprio cuore. Con quella parte viva di sé, che rimane la sola con cui liberamente parlare e confrontarsi, in un luogo che tutto intorno vuole morto. Dove ci si chiede “a che serve essere vivo se non puoi più esistere?”. Dove la speranza “è un veleno che mi sta intossicando da un ventennio”. Sono, quelle di Musumeci, le pagine di un diario che scandiscono il tempo della giornata, dal mattino che “ho sempre paura di svegliarmi”, alla notte che “finalmente il filo dei pensieri si spezza”.
Raccontando la vita che non c’è, smentiscono la bugia, che con una certa malafede viene messa in giro, che l’ergastolo non lo sconta nessuno. In questo nostro paese dove degli ergastolani la stragrande maggioranza è fatta di “ostativi”, cioè persone escluse da benefici di legge e quindi condannate a una pena perpetua e immutabile cui è possibile sottrarsi solo “collaborando utilmente” con la giustizia, altrimenti dal carcere destinati a uscire solo da morti. E più spesso di quanto non si dica in giro, dentro quelle mura suona “l’ora dei limoni neri”...
A spiegare i tanti profili di illegittimità costituzionale dell’ergastolo, con l’attenta cura che gli è propria, meticolosa e lieve a un tempo, Andrea Pugiotto. “Caino va certamente punito, ma da uno Stato di diritto che rispetti la propria legalità costituzionale”. Cosa, questa dello Stato che rispetti la propria legalità costituzionale, sulla quale si avanzano tanti e seri dubbi. L’analisi è puntuale, stringente, ricchissima di argomentazioni, una vivisezione, quasi, di norme e giurisprudenza. Che invito a leggere, anche se profani (come d’altra parte anch’io) in questioni di diritto.
Magari avete letto a suo tempo “comma 22” (ricordate? “Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo”…), non vi sarà difficile seguire sofismi e bizantinismi prodotti anche da illustri Corti (Cassazione, Costituzionale) con le quali Pugiotto entra in serrata dialettica, che qui vengono svelati, e che sfiorano il paradosso. Ma che permettono che sia ancora in vita una pena come quella dell’ergastolo, che è inumana, degradante, una morte mascherata, contraria ai principi fondamentali della Costituzione. Sacrificati all’improbabile idea di sicurezza che ci siamo fatti.
Improbabile come la data che è sul certificato di un ergastolano. Scadenza pena definitiva: 31/12/9999. Sì, avete letto bene. Un traguardo temporale che, commenta Pugiotto, “ha un che di metafisico”, “prodotto dell’asettico linguaggio dell’informatica penitenziaria”. Che un computer, che l’ergastolo non lo può capire, una data deve pur metterla…
La pena di morte nascosta, dunque. Che parla di questi “cattivissimi per sempre” ma, scrive Pugiotto, parla soprattutto “di noi e di cosa siamo diventati”. Se tutto questo ci è indifferente o addirittura vogliamo.
E arriva, come un pugno in faccia, l’appendice. Dove Davide Galliani, docente dell’Università di Milano, narra dei risultati di un progetto di ricerca che molto racconta delle condizioni materiali degli ergastolani. Che è cosa che sempre sconvolge, perché anche se molto già sai, c’è sempre qualcosa che mai riusciresti a immaginare. A cominciare dalle tante malattie del corpo e della mente che sono le condizioni stesse del carcere a determinare. Cosa è se non tortura del corpo e della mente tenere in cella una persona con il morbo di Buerger, cui è già stato necessario amputare un piede, depressa e con continui attacchi di panico. O dopo una già lunga detenzione, un uomo con il morbo di Parkinson. O persona di 83 anni, dal ‘93 ininterrottamente in regime di carcere duro. Non possiamo immaginare... E quale motivo se non un meccanismo di morte, ancor più inumano perché affidato alla meccanica indifferenza del sistema.
Purtroppo le parole “criminalità”, “mafia”, la parola “legalità”, persino, a volte, sembrano diventate in questo nostro paese la chiave per dare il via libera all’annullamento dei diritti fondamentali dell’individuo. Che è cosa che non produce uomini migliori (né dentro né fuori) e sta corrodendo la nostra democrazia.
Tornando a una pagina del diario di Musumeci… dove ricorda di avere letto che una direttrice di un carcere indiano criticava le nostre moderne prigioni perché prive di alberi. E si rende conto che è vero, che in tutte le carceri dove è stato non ha mai trovato un albero in un cortile e si chiede chissà perché l’Assassino dei sogni (come definisce il carcere) ha così paura degli alberi. Si risponde: “Forse perché in loro c’è vita. E lui odia qualsiasi cosa viva”.
Leggete “Gli ergastolani senza scampo” (collana diritto penitenziario e costituzione- Editoriale Scientifica). E poi, se proprio non ci importa di quanto sappiamo essere non umani, di quanta confusione facciamo fra vendetta e giustizia, proviamo almeno a rispondere onestamente a una domanda. È questo che ci fa sentire “più sicuri”?

 Francesca de Carolis

 


Fuga dall'Assassino dei Sogni

                                                                                                 

 Il libro di Carmelo Musumeci e Alfredo Cosco "Fuga dall'Assassino dei Sogni"

     che vanta la prefazione di Erri De Luca, ha un'importante Appendice dove sono state raccolte alcune incredibili testimonianze su quello che è successo nei "carceri speciali" delle isole di PIANOSA e ASINARA, agli inizi degli anni '90.  


PREMESSA a cura di Marcello Dell'Anna


-L'Isola del diavolo Carmelo Musumeci
-Pianosa Matteo Greco
-Quando lo racconteremo, non ci crederanno    Pasquale De Feo
-Asinara Sebastiano Prino
-Tortura Antonio De Feo
-In memoria di Pianosa Rosario Indelicato

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Pagine 278, brossura

Anno: 2015
Prezzo 14,00

Info e ordinazioni: zannablumusumeci@libero.it

 

Pagine 278, brossura

Anno: 2015
Prezzo 14,00
Info e ordinazioni: zannablumusumeci@libero.it

Prefazione a “Fuga dall’Assassino dei Sogni”

 La sagoma della prigione s’imprime nell’infanzia. Il castigo di venire rinchiusi fa parte, o ne faceva, di un avviamento alle regole. Per me fu temperato dalla materia del muro: il tufo. Traspirava, attraverso i suoi pori mi arrivava la vita che si svolgeva fuori. Ingiurie, preghiere, richiami, risate, conversazioni: il tufo le faceva passare.
Le prigioni presero all’inizio la via del mare, su navi dette appunto galere, con i forzati ai remi.
Proseguirono con gli esiliati su isole lontane, rinchiusi dentro il cerchio delle onde. Gli Inglesi spedirono in Australia i condannati e si trovarono in cambio una nazione. Da noi nel Mediterraneo le isole si riempirono di sbarre. Nella mia infanzia è impressa la fortezza di Procida, sotto la quale passavano i battelli della villeggiatura. A Ischia visitavano il Castello Aragonese dove stettero incatenati al muro i napoletani ribelli ai re Borbone.
Scrivo questi ricordi per dire che le prigioni non sono un pensiero remoto, ma un edificio al centro dell’educazione. Nella percezione corrente gli istituti di pena sono la botola della giustizia, aperta sotto i piedi dei soliti previsti. Non quelli che pesano di più fanno scattare il meccanismo, ma gli ultraleggeri, i “luftmensch”, persone fatte d’aria, senza zavorra di quattrini in tasta. Quelli che davanti alle vetrine illuminate, agli schermi accesi, restano a sentire il loro desidero crescere fino all’ira. Leggo in questo libro le parole di uno di loro, mio coetaneo perché della generazione che ha conosciuto le carceri della persecuzione. La pena erogata veniva eseguita con l’accanimento fisico permesso dall’estremismo repressivo dell’articolo 90, oggi modificato in 41 bis. Al vertice rovescio del sistema penitenziario speciale stava l’Asinara, luogo di demolizione della macchina uomo. Qui è detta, non descritta. Detta a voce a chi sta dirimpetto e la raccoglie per averla condivisa. Topi e isolamento, percosse e privazioni d’acqua, arbitrio puro di chi è autorizzato a opprimere: l’Asinara non meritava altra sorte di quella di essere chiusa dalla rivolta degli arrostiti. Asinara, Goli Otok, Tremiti, Pianosa, Santo Stefano: le isole del Mediterraneo anticipano il destino delle celle, che è di finire chiuse, abbandonate, vuote. Le isole tornano alla loro natura di passaggio per gli uccelli in volo. Le onde smettono di essere il fossato intorno alla fortezza, libere di andare e venire. E un medico di carcere non è più il falsificatore di cartelle cliniche, addetto alla cancelleria dei pestaggi.
Leggo l’io narrante di una vita rinchiusa, gli effetti ristretti all’ora di colloquio, le fughe pensate per dare caloria al pensiero, le sue letture davanti al naso per cancellare i muri. È l’esistenza che serve allo Stato per dimostrare il suo diritto di pugno.
Quando nel corpo spunta un dolore, anche se in fondo a un piede, quello diventa il centro pulsante dell’intero organismo. Così è per la prigione, centro che deve irradiare intorno a sé il dolore a scopo di terrore. Il resto del corpo cerca di tenersi a distanza, per sottrarsi al contagio. Ma la prigione è un’epidemia che, pure colpendo i più deboli, ammicca a tutti gli altri, che sanno provvisoria la loro immunità.
Ergastolo infine è l’ultima bestemmia della negazione, la peggiore profezia a carico della persona umana: la sua impossibilità di espiare.
La pena dell’ergastolo non è penitenza ma rifiuto.
Leggo chi ha avuto la forza di narrare dal fondo di questa discarica.
E questo è un libro, perché a questo serve: mettere al centro una vita e dare al lettore il posto d’onore davanti.

 Erri De Luca                                                                                                                                                                                                                                                                                                         


Biografia

Carmelo Musumeci  è nato nel 1955 in Sicilia. Condannato all’ergastolo, è ora in regime di semilibertà nel carcere di Perugia, durante il giorno presta servizio di volontariato presso una Casa Famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi. 
Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara in regime di 41 bis riprende gli studi e da autodidatta termina le scuole superiori. Nel 2005 consegue la prima Laurea in Scienze Giuridiche,  con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo” , relatore Prof. Emilio Santoro.
Nel Maggio 2011 si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Perugia, con una tesi dal titolo “La ‘pena di morte viva’: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità” ,
con relatore il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale, e Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia e Sociologia del Diritto e Presidente onorario dell’Associazione Antigone per la difesa dei diritti dei detenuti.

Il 16 Giugno2016 si è laureato in Filosofia, con votazione 110 e lode, presso l'Università degli Studi di Padova, discutendo la tesi “Biografie devianti” relatrice Prof.ssa Francesca Vianello.

Promuove da anni una campagna contro il fine pena mai, per l’abolizione dell’ergastolo.

Chi volesse scrivergli può farlo attraverso questo indirizzo email: zannablumusumeci@libero.it

Bibliografia
Ha pubblicato nel 2010 il libro “Gli uomini ombra”,
nel 2012 “Undici ore d’amore di un uomo ombra”,  prefazione di Barbara Alberti,  e “Zanna Blu”, con prefazione di Margherita Hack, editi da Gabrielli Editori.

Nel 2013 pubblica “L’urlo di un uomo ombra”, Edizioni Smasher;

nel 2014 con Stampa Alternativa-Nuovi Equilibri, per la collana Millelire, “L’Assassino dei Sogni”, Lettere fra un filosofo e un ergastolano, di Carmelo Musumeci, Giuseppe Ferraro;

nel 2015 per Edizioni Erranti “Fuga dall’Assassino dei Sogni” di Alfredo Cosco e Carmelo Musumeci, con prefazione di Erri De Luca;

nel 2016 "Gli ergastolani senza scampo" Fenomenologia e criticità costituzionali dell'ergastolo ostativo di Carmelo Musumeci / Andrea Pugiotto, con prefazione di Gaetano Silvestri e un'appendice di Davide Galliani, Editoriale Scientifica;

nel marzo 2017  "Angelo SenzaDio" con CreateSpace Independent Publishing Platform, prefazione di Agnese Moro; nel novembre 2017 "La Belva della cella 154" sempre con CreateSpace by Amazon, prefazione di Alessandra Celletti.