Diario dal 1 al 28 Febbraio

 

01/02/2015
È iniziato un altro mese, di attesa. Spero che lo stupido del mio cuore la smetta di crederci e mi lasci in pace, perché non ce la faccio più ad aspettare una risposta che non arriva mai.

02/02/2015
Su quanto è accaduto la scorsa settimana nel carcere di Padova ho scritto:
(…) Anch’io però sono di parte e vi chiedo di non credermi sulla parola perché in carcere è difficile, se non impossibile, scoprire la verità, forse perché anche questa deve rimanere prigioniera. Purtroppo, quando accadono questi brutti fatti a nessuno interessa la verità, perché probabilmente tutti i protagonisti dell’universo carcerario ne approfittano per avere dei vantaggi politici, mediatici e finanziari: le guardie, miglioramenti sindacali, le associazioni di volontariato, attenzione pubblica, le cooperative che lavorano in carcere, sgravi fiscali e urlare che il lavoro in prigione abbassa la recidiva, e ai giornali, dopo i brutti fatti di terrorismo di Parigi non gli sembra vero di mettere un titolo come questo (non ha importanza se la notizia sia o non sia vera) “Carcere di Padova, rivolta dei detenuti arabi al grido di Allah e Isis”. In carcere tutto fa brodo e dei detenuti non si butta via nulla neppure il cuore e il cervello. E la loro disperazione, sofferenza, rabbia e lacrime spesso serve ai “buoni” per avere un motivo per continuare a tenere i cattivi nelle nostre patrie galere (…).

03/02/2015
Oggi è il compleanno del mio nipotino più piccolo, Michael, e fra tre giorni quello di Lorenzo, il più grandicello. Compiono 7 e 9 anni, hanno proprio l’età dei miei figli quando li ho lasciati l’ultima volta. Oggi mi sarebbe tanto piaciuto essere con loro.
Ho mandato il mio cuore: lui, a differenza di me
, può andare dappertutto.

04/02/2015
Ho scritto a Tiziana, la mia correttrice di bozze, che mi ha commentato un romanzo inedito che ho scritto anni fa:
Ti confido che ci sono stati periodi, in particolare modo negli anni d’isolamento totale di quando ero detenuto nell’isola dell’Asinara, sottoposto al carcere duro, che quando aprivo gli occhi al mattino strappavo le pagine di quello che avevo scritto di notte. Pensandoci bene, forse i migliori romanzi li ho strappati. Poi una notte pensai che se volevo liberare fuori dalle sbarre della mia finestra almeno i miei pensieri, e continuare ad esistere al di là del muro di cinta, dovevo cambiare strategia. E decisi di non leggere più di giorno quello che scrivevo di notte e continuerò a non farlo, almeno fin quando non uscirò. Lo so, i miei romanzi sono discutibili, ma io non scrivo per ricevere complimenti o per convincere, ma per fare scattare dei dubbi nell’animo umano. (…) Io penso che sono anche il male che ho commesso e, se anche adesso non lo condivido più quel male, non posso nascondere che anche quel male era umano, forse anche più del bene che adesso c’è in me. Credo che sia superfluo analizzare quello che scrivo, ogni lettore lo farà per conto suo e se mi prenderò qualche antipatia pazienza. D’altronde non scrivo per difendere i cattivi o fare la morale ai buoni, desidero solo trasmettere la fragilità sia dei buoni che dei cattivi, sia che lavorino alla Fiat o che facciano i rapinatori. E continuo a pensare che si può uccidere in tanti modi, sia levando la vita ad un benzinaio sia negando una parola di conforto ad un prigioniero che poi s’impicca.

05/02/2015
Questa notte non riuscivo a prendere sonno e ho pensato che in carcere non puoi fare altro che lottare, ma non lo puoi fare con i pugni, i calci e i muscoli. Lo puoi fare solo con il cuore, forse per questo lui è più messo male di me.
E non vede l’ora di smettere di battermi nel petto.

06/02/2015
Oggi i miei pensieri mi hanno preso per mano e ho pensato che lotto da tanti anni per l’abolizione dell’ergastolo senza crederci.

07/02/2015
Sono stato tutto il giorno malinconico e felice, senza riuscire bene a capacitarmi né dell’una né dell’altra sensazione, forse perché oggi è il compleanno di mia figlia.

08/02/2015
Ho scritto a Francesca:
Grazie della tua adesione e del passaparola in rete sulla proposta di legge per l’abolizione dell’ergastolo. Mi scrivi “che non sai se servirà a cambiare la situazione”: non lo so neppure io, ma so che la tua solidarietà mi fa sentire meno solo a lottare contro la “Pena di Morte Viva” (così chiamiamo fra noi la pena dell’ergastolo) chiamata da Papa Francesco la “Pena di Morte Nascosta”. Grazie di cuore. E se vorrai leggere qualche mio libro ti consiglio di scegliere “Zanna Blu” quello a cui sono più affezionato, perché ci sono le fiabe che non ho mai potuto raccontare ai miei figli. Un sorriso fra le sbarre.

09/02/2015
Oggi pensavo che aspettare un giorno che non arriverà mai ti avvelena la vita e può condurre alla follia, ma vivere una vita senza speranza è una tortura.

10/02/2015
Ho scritto a Maria che gli ergastolani vivono in una realtà tutta diversa dagli altri detenuti perché un ergastolano deve scegliere tra la rassegnazione e la speranza. Io cerco di resistere tra l’una e l’altra, ma il mio cuore preferisce l’assurdità della speranza.

11/02/2015
Domani sosterrò l’esame di “Storia della filosofia morale” e ho studiato tutto il giorno e tutta la sera, fumando decine di sigarette. E a ogni colpo di tosse non ho potuto fare a meno di pensare che il fumo, anche se mi accorcerà la vita, mi ridurrà anche la mia pena.

12/02/2015
Ho sostenuto l’esame. Sono contento perché è andato bene.
Ho preso 30 e forse per premio mi prenderò un po’ di coccole da mia figlia.

13/02/2015
Oggi è venuto a trovarmi a colloquio il mio angelo e per 3 ore mi sono dimenticato della mia pena che non finisce mai.

14/02/2015
Oggi è San Valentino, la festa degli innamorati, e ho scritto alla mia compagna che mi aspetta da ventiquattro anni:
“Tu hai messo il tuo cuore al posto del mio ed il mio nel tuo. Sei l’ultima persona a cui penso prima di addormentarmi”.

15/02/2015
Ho telefonato a mio figlio Mirko.
Non si stanca mai di chiedermi quando vado a casa.
Adesso incominciano a chiedermelo anche i miei due nipotini.
Ed io cambio sempre discorso.
Che altro posso fare?

16/02/2015
Durante il progetto “Scuola-carcere” ho risposto ad una domanda di una studentessa dicendo che l’ergastolano si chiede spesso perché deve continuare a vivere anziché farla finita, con una vita che tanto spesso è un inferno.
E ammazzarsi non è affatto una domanda, ma una risposta.

17/02/2015
Ci sono dei giorni come questi che mi sento smarrito.
L’unica cosa che fa sentire ancora vivi i detenuti è la speranza, ma c’è poco da sperare con un fine pena nel 9.999 sic!

18/02/2015
Oggi pensavo che il carcere mi ha sempre fatto paura perché ho sempre avuto terrore che mi facesse diventare più cattivo di quando sono entrato.
E ancora non so se c’è riuscito.
Spero di no, perché ero già abbastanza cattivo fuori.

19/02/2015
Oggi mi sono sentito tutto il giorno inerte e confuso.
Il mio cuore non ha potuto fare nulla per tirarmi su il morale.
E anch’io non ho potuto fare nulla per consolare lui.

20/02/2015
Credo che in carcere i detenuti con fine pena e gli ergastolani vivano in due mondi paralleli, perché i primi hanno una meta, un orizzonte e un calendario in cella.
L’ergastolano invece ha solo una tomba e una croce.
Io però penso che sono più fortunato degli altri miei compagni, perché ho tante persone al di là del muro di cinta che mi vogliono bene.

21/02/2015
Molti dicono che tutto cambia.
E affermano che anche le persone non sono mai le stesse.
Forse per questo oggi pensavo: se tutto cambia, come mai la pena dell’ergastolo è sempre la stessa?

22/02/2015
Ho scritto a Max:
Ti sembrerà strano ma non è facile rispondere alle tue domande, perché ogni carcere è uno stato a sé. E con regole e consuetudini proprie e un proprio regolamento interno. Poi dipende in quale circuito/regime sei sottoposto, che potrebbe essere 41 bis, AS1- AS2- AS3 o media sicurezza. A seconda dell’allocazione e del carcere dove sei sbattuto cambiano le modalità e la quantità dei colloqui, delle telefonate, dell’ora d’aria ecc. L’universo carcerario è difficile da spiegare, perché qui tutto è confuso. È un mondo all’incontrario, quello che è consentito oggi è vietato domani e quello che sarà permesso domani è proibito oggi. Credimi, è difficile capire il carcere se non ci vivi. E anche se ci vivi poi è difficile descriverlo, forse perché è impossibile spiegare il nulla. Ti posso solo confermare che la pena detentiva produce solo inutile sofferenza.

23/02/2015
Il mio cuore in passato ha affrontato il carcere sempre meglio di me, ma ultimamente sta perdendo colpi.
E adesso sta a me consolare lui, ma a sessant’anni non ho più argomenti per fargli forza.

24/02/2015
Oggi durante l’ora d’aria mi sono messo ad osservare i tatuaggi dei miei compagni.
Ed ho riflettuto che la vita dei detenuti si riconosce anche dai tatuaggi, perché quelli che ne hanno tanti vuol dire che non hanno avuto una vita piacevole.

25/02/2015
Ho deciso di preparare un altro esame, “Filosofia del linguaggio”.
A volte penso che studio molto forse solo per compensare tutto ciò che non ho potuto essere e che mai potrò diventare.

26/02/2015
Oggi mi sono messo a fantasticare con il mio cuore sul mio futuro.
E non c’è cosa più dolorosa di sognare un futuro che non hai e che non potrai mai più avere.

27/02/2015
Questa notte ho sognato lo stesso sogno che faccio spesso da ventiquattro anni: di trovarmi a correre a piedi nudi nella sabbia in una spiaggia.

28/02/2015
Oggi pensavo che forse gli ergastolani non tentano neppure più di scoprire dove hanno sbagliato, tanto non hanno più possibilità di rimediare.

 


Impiccati tra le sbarre

È questa una macchina mostruosa che schiaccia e livella secondo una certa serie. Quando vedo agire e sento parlare uomini che sono da 5, 8, 10 anni in carcere, e osservo le deformazioni psichiche che essi hanno subito, davvero rabbrividisco, e sono dubbioso nella previsione di me stesso. Penso che anche gli altri hanno pensato (non tutti ma almeno qualcuno) di non lasciarsi soverchiare e invece, senza accorgersene neppure, tanto il processo è lento e molecolare, si trovano oggi cambiati e non lo sanno, non possono giudicarlo, perché essi sono completamente cambiati”. (Antonio Gramsci, Lettera a Giulia, 19 novembre 1928)

 

A volte penso che molti detenuti che in carcere si tolgono la vita forse scelgono di morire perché si sentono ancora vivi. E forse, invece, alcuni rimangono vivi perché si sentono già morti o hanno già smesso di vivere.
Credo anche che molti detenuti si tolgano la vita perché l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) non risponde mai ai loro appelli disperati.
Altri invece lo fanno per ritornare a essere uomini liberi. E molti si tolgono la vita perché non hanno altri modi per dimostrare la loro umanità.
Oggi nella rassegna stampa ho letto la notizia di un altro suicidio, poche parole, pochi dati:
S
i chiamava Osas Ake. Si è impiccato nel carcere di Piacenza. Era in cella di isolamento perché "molto agitato". Aveva 20 anni, era nigeriano.

Ed ho pensato a quella volta che ero entrato in una cella dove s’era impiccato un detenuto:

Piano terra, cella 17. La chiave non girava. La mandata non scattava. Il blindato non si apriva.
Mi stanco di aspettare con il sacco nero della spazzatura con dentro la mia roba personale sulle spalle. La poso in terra e chiedo alla guardia: Ma da quando è che non aprite questa porta? La guardia prima di rispondermi mi guarda con sufficienza, dall’alto al basso e poi ringhia: Da alcuni mesi, c’erano i sigilli giudiziari, c’è stata un’inchiesta, quello che c’era prima si è impiccato tra le sbarre. Puzzava di galera. Aveva una faccia da beccamorto. Una faccia di vampiro sfortunato che non riceveva da tempo una sufficiente razione di sangue. Gli dico: Mettetemi in un’altra cella.
La faccia da beccamorto mi risponde: Non sei in albergo, qui sei a Nuoro e poi celle libere non ce ne sono. E poi urla alla guardia del piano di sopra: Collega, manda quelli della manutenzione: la porta non si apre. Io intanto aspetto. Dopo dieci minuti arriva una guardia con due lavoranti e un cannello con la fiamma ossidrica. Tagliano la serratura e ne saldano una nuova. Entro, mi chiudono il cancello e mi lasciano il blindato aperto. Mi guardo intorno, non mi muovo, rimango fermo e vedo escrementi di topo dappertutto, ragnatele al soffitto, macchie di umidità alle pareti. Ero arrivato all’inferno di Badu e Carros. E pensai per un attimo di impiccarmi anch’io alle sbarre della finestra. Solo i coraggiosi però hanno il coraggio di evadere dal carcere, i vigliacchi come me rimangono. Ed io sono rimasto in quella cella per cinque lunghi anni. Poi ho saputo che il compagno che s’era tolto la vita in quella cella era un ergastolano ostativo. E sono diventato amico del suo fantasma che mi ha tenuto compagnia per tanti anni.

Carmelo Musumeci
Febbraio 2015

 


Dignità e Carcere

Recensione di un ergastolano al libro di Marco Ruotolo

In carcere si è tagliati fuori dal mondo. Oggi per tutto il giorno ho cercato di guardare dentro di me, ma non sono riuscito a vedere nulla. Ci sono dei giorni, come questi, che non so cosa fare. E soprattutto non so neppure se voglio ancora fare qualcosa. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

Ho incontrato Marco Ruotolo, Professore di Diritto Costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi “Roma Tre”, in carcere a Padova, come relatore del seminario di formazione per i giornalisti del Veneto. Ci siamo sorrisi. Presentati. Stretti la mano. E abbiamo scambiato due chiacchiere. Poi lui mi ha donato il suo libro “Dignità e carcere” II edizione (“Editoriale Scientifica” dalla Collana “Diritto penitenziario e Costituzione”).
Ed io ho ricambiato donandogli il libro “L’Assassino dei Sogni. Lettere fra un filosofo e un ergastolano” con la corrispondenza fra me e il Professore di Filosofia Morale alla Federico II di Napoli, Giuseppe Ferraro, curato dalla brava giornalista Francesca De Carolis (prima edizione 06/2014 e prima ristampa 09/2014, “Stampa Alternativa”).

Leggere sul libro del Professore Marco Ruotolo “La Costituzione sancisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” e “La legge prevede che il trattamento penitenziario deve essere conforme a umanità e deve assicurare il rispetto della dignità umana” mi ha fatto pensare a come può una pena che non finisce mai come l’ergastolo essere compatibile con la dignità umana. E poi ho amaramente sorriso perché non c’è al mondo una persona che sappia bene come il prigioniero italiano la grande differenza che c’è in carcere fra i diritti dichiarati e quelli realmente applicati.
E ho iniziato a ricordare di quella volta che mi hanno trasferito in uno dei carceri più duri d’Italia. Erano gli anni ’90. Ero appena stato condannato alla “Pena di Morte Viva” o, come la chiama Papa Francesco, alla “Pena di Morte Nascosta”. Ecco cosa scrissi nel mio diario di allora:

Appena vidi la struttura provai una grande inquietudine. L’edificio era brutto. E sinistro. Pieno di alte e massicce mura. E cancelli e sbarre da tutte le parti. Ero arrivato in quel carcere con una riservata nel fascicolo, come detenuto che creava problemi. E sapevo già cosa mi sarebbe aspettato. Dopo la visita in matricola e in magazzino, invece di portarmi in sezione, mi accompagnarono alle celle di punizione. Avevo tre guardie davanti e due dietro. Loro mi guardavano con aria aggressiva. Ed io li osservavo di traverso. Per un attimo desiderai di essere invisibile. Ed ebbi uno strano presentimento, mi si stringeva la gola. Più andavo avanti e più le guardie continuavano a guardarmi con aria sprezzante. E minacciosa. I loro sguardi mi rivelavano quello che io sapevo già. Scendemmo una scala stretta e rigida, con i gradini di pietra. Poi sbucammo in un corto corridoio che sembrava un sotterraneo. La guardia davanti si fermò alla prima cella. Era chiusa con un pesante blindato di ferro, con macchie di ruggine dappertutto. La guardia infilò nella serratura una grossa chiave di ottone. E la girò con fatica. La porta di ferro si aprì cigolando. Poi la stessa guardia con un’altra chiave aprì il pesante e spesso cancello. E si mise di lato per farmi passare. Aggrottai le ciglia. Mi colpì subito un forte odore di umidità. E di urina. La cella era quasi buia. Diedi immediatamente un’occhiata veloce per trovare subito l’angolo più adatto per tentare di proteggermi. Subito dopo sentii un colpo di tosse alle mie spalle. E capii che quello era il segnale. Le guardie entrarono uno dietro l’altro nella cella. Ci stavamo appena. E si schierarono davanti a me. Nessuno si muoveva. Osservai il loro sorriso sarcastico. Trassi un respiro profondo. E gli restituii il sorriso. Non potevo fare altro. Poi serrai le labbra. Una guardia si strofinava platealmente le mani una con l’altra. Un’altra abbozzò un movimento. Un’altra ancora rispose con un cenno d’intesa appena percepibile. Erano in cinque. I deboli sono sempre in tanti quando picchiano un uomo solo. Li fissai per qualche secondo uno per uno. Avevano brutte facce. Visi da aguzzini. Per un attimo li guardai con lo sguardo spaesato. E mossi la testa da un lato all’altro. C’era un silenzio che si poteva tagliare solo con il coltello. Poi per farmi coraggio mi misi le mani sui fianchi. Alzai la testa all’insù. Li guardai dritto negli occhi. E per farmi forza parlai per primo io. E con aria di sfida mormorai più a me stesso che a loro: Figli di puttana. Il primo pugno mi arrivò alla tempia. Fatevi sotto. E siccome non avevo visto arrivare il colpo, andai a sbattere nell’altro lato del muro. Non mi fate paura. Un’altra guardia mi guardò con occhi di ghiaccio. Bastardi. Mi prese per una spalla. Se siete degli uomini… Mi fece girare dall’altro lato. E avete coraggio… Mi sbatté contro il muro. Fatevi sotto uno per volta. E nel rinculo mi diede un pugno nello stomaco che mi tolse il respiro. Barcollai. E cercai di aggrapparmi alla parete. Ansimaii, cercando di riprendere fiato. Poi le ginocchia mi si piegarono. E scivolai per terra con le spalle contro il muro. Strinsi i denti. E tentai di fermare il mondo che stava girando intorno a me. Nel frattempo però mi arrivò un calcio nella mascella da un’altra guardia. Uno nel ventre. Poi ancora un altro in faccia. E mi scese un rigolo di sangue dal naso. Me lo asciugai con la manica del maglione. E continuai a inveire contro di loro. Era come se le botte che ricevevo mi davano l’energia per urlare contro i miei aguzzini. Ad un tratto cercai di rialzarmi. Non ce la feci. Una guardia mi prese per i capelli da dietro. E mi sferrò un pugno. Un altro mi diede un calcio. Poi un altro. E un altro ancora. I colpi mi arrivavano da tutte le parti. E mi pestarono come l’uva. Pensai che finalmente fosse arrivata la mia ora. E decisi di mettermi le braccia attorno alle gambe. La testa rannicchiata nel petto. E desiderai di morire senza soffrire. Per fortuna persi quasi subito i sensi. Caddi in uno stato d’incoscienza. E in questo modo me la cavai perché solo il mio corpo sentì le botte più dolorose. Persi ogni legame con il tempo. E sprofondai nel pozzo nero dell’incoscienza. Le guardie dopo avermi massacrato, con la coscienza tranquilla di avere fatto il loro dovere, uscirono dalla cella sbattendo il cancello. E chiusero il blindato con la mandata.

Qualcuno potrebbe dire che questi episodi in carcere accadono di rado, altri che accadono anche nel mondo libero e altri ancora che ce la siamo cercata. Ed io posso rispondere che purtroppo il carcere è luogo più illegale di qualsiasi altro posto e la Carta Costituzionale e la Legge scritta qui dentro non sono altro che carta straccia. E non perché lo dico io, ma perché lo ha detto spesso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con le numerose condanne che ha subito il nostro Paese. Lo ha detto spesso il anche il nostro (adesso ex) Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e per ultimo leggo nel libro di Marco Ruotolo: l’11 marzo la Administrative Court di Londra nega l’estradizione di Hayle Abdi Badre, cittadino somalo accusato dalla Procura di Firenze di violazione della direttiva europea sui servizi finanziari, non avendo ricevuto adeguate garanzie sul trattamento che il detenuto avrebbe ricevuto nelle nostre carceri. Analoga decisione viene assunta il successivo 17 marzo per un latitante italiano, accusato di associazione mafiosa, sempre in ragione dei rischi di sottoposizione dell’estradato a trattamento inumano e degradante.

Che altro aggiungere? Nulla! Posso solo sorridere perché il sorriso è l’arma migliore per il prigioniero.

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova, Febbraio 2015


 

Un abbraccio tra le sbarre fra un filosofo e un ergastolano

“La legalità è fatta di legami, prima che giuridica, la legalità è affettiva. Nessuno è libero da solo, la libertà è fatta di legami". (Giuseppe Ferraro)

L’anno scorso è uscito un libro (prima edizione 6/2014 e prima ristampa 09/2014, “Stampa Alternativa” ISBN 978-88-6222-4) curato dalla brava giornalista, con l’amore sociale nel cuore, Francesca de Carolis, dal titolo “L’Assassino dei Sogni. Lettere fra un filosofo e un ergastolano”, epistolario fra me e Giuseppe Ferraro, Professore di Filosofia Morale all’Università Federico II di Napoli.

Nelle scorse settimane, alla casa di Reclusione di Padova c’è stato un seminario di formazione per i giornalisti del Veneto (professionisti, praticanti e pubblicisti) organizzato nella redazione di Ristretti Orizzonti e dall’Ordine dei Giornalisti del Veneto e dopo tanto tempo ho avuto di nuovo l’occasione di abbracciare Giuseppe, dentro il carcere di Padova.

Lo vedo arrivare lontano.
Carmelo come stai?
E i nostri occhi iniziano subito a parlarsi.
Giuseppe, non ti nascondo che è dura perché quest’anno sono entrato nel ventiquattresimo anno di carcere. E ti confido che da un po’ di tempo trascorro notti difficili. Agitati da ricordi e pensieri. E non riesco più a separare gli uni dagli altri. Devi sapere che non riesco più a sognare la libertà, neppure quando dormo. E non sognare la libertà è ancora più doloroso di non averla. Non ho quasi più nulla a cui aggrapparmi. Riesco a malapena a ricordare che una volta, tanti anni fa, ero un uomo libero.
I nostri sorrisi corrono subito ad abbracciarsi.
Carmelo, lo so la lotta per la libertà è una strada lunga, fatta di sacrificio, dolore e fallimento, ma, credimi, è una via che vale la pena lo stesso di percorrere. Non ti devi arrendere. Ce la puoi fare. Ce la devi fare. Ce la farai.
Noi due invece ce la prendiamo più comoda.
Giuseppe, ho paura che per me la strada per la libertà sia una via senza nessuna uscita. A volte non so proprio cosa fare. E cosa pensare. E spesso mi convinto che la speranza uccide più della rassegnazione. Per molti uomini ombra la libertà è così irraggiungibile che sarebbe meglio smetterla di sognarla!
E ci veniamo incontro più lentamente.
Carmelo, in certe condizioni non hai scelta. Non devi fare quello che puoi fare, ma quello che vuoi. Niente di meno. E niente di più. Nient’altro. Devi cercare di capire i tuoi pensieri. E non arrenderti. Soprattutto, non devi pensare che non puoi fare nulla per cambiare il tuo destino, perché non è vero.
Quando siamo ad un metro di distanza uno dall’altro ci fermiamo.
Giuseppe, è dura continuare a vivere quando sai già come andrà a finire la tua vita, per questo la pena dell’ergastolo ti spinge ad amare più la morte che la vita.      Allarghiamo le braccia.
Carmelo, non arrenderti, non arrenderti mai.
Poi per qualche lungo istante ci fissiamo negli occhi.
Giuseppe, ormai la mia vita è una lunga marcia attraverso la notte. E avanza verso un burrone, senza nessuna possibilità di evitarlo. Ti confido che spesso mi sembra che vivo solo per mantenere in vita il mio corpo. Più passano gli anni e più mi sento un morto che respira. Incomincio a essere stanco. A volte così stanco anche di respirare.
Facciamo tutti e due un lungo respiro.
Carmelo, coraggio. Vedrai che un giorno ti porterò in giro con la mia moto.
Poi facciamo entrambi su e giù con il capo.

Giuseppe, lo Stato mi ha sepolto per sempre nel buio di una cella e non avere futuro è peggiore di non avere vita. Sono più di ventitré anni che vivo senza vita. Forse sto diventando vecchio. E per i vecchi il carcere è ancora più triste e brutto. Le mie giornate ormai sono vuote, perché non ho più nulla da aspettare per tutto il giorno. E so che ormai ho solo la possibilità di invecchiare. Soffrire. E morire. Il mondo del carcere mi appare sempre più un universo buio. E confuso. Un vecchio ergastolano come me non può fare altro che prepararsi a morire. A volte non mi è proprio facile vedere trascorrere la mia vita senza di me. Credo che sia inumano punire una persona per sempre. Una punizione eterna perde di senso e si trasforma in tortura, vendetta e sadismo.

E ci abbracciamo.

Carmelo, devi essere forte. Devi sapere che l’amore e la voglia di lottare non potranno mai essere cancellati, eliminati, abbattuti da nessun carcere. Non ti devi rassegnare. Chi lo fa rinuncia a vivere. E ricordati che l’amore è più forte dell’Assassino dei Sogni. E chi ama, anche quando il tuo cuore è ingabbiato, soffre di meno.

Felici di abbracciarci.

 

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova
Febbraio 2015


 

Finchè morte non vi separi dalla vostra pena 

 

In carcere sembra che i cancelli scricchiolino di ferraglia solo quando li aprono, invece quando li chiudono non fanno nessun rumore, forse perché sono abituati a stare sempre chiusi. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

 

Dopo le dichiarazioni di Papa Francesco che ha definito la condanna alla pena dell’ergastolo “Una Pena di Morte Nascosta” sto raccogliendo centinaia di certificati di detenzione dai carceri di tutta Italia, perché gli uomini ombra (così si chiamano gli ergastolani fra loro) hanno deciso di contarsi da soli.

Per dare voce ed un po’ di luce agli ergastolani, insieme allo scrittore Aldo Nove, abbiamo i n progetto di pubblicare un libro rendendo pubblici i certificati di detenzione di molti ergastolani in Italia. Me ne sono già arrivati varie centinaia ed ho notato sia nei funzionari dell’amministrazione pubblica che di quella giurisdizionale una fantasia creativa veramente spregiudicata. Passano dalla vecchia formula fine pena mai scritta in rosso, al fine pena 9.999 o a quello ancora più incredibile del fine pena 99/99/999.

Penso che sia proprio irragionevole che in uno Stato di Diritto si scriva in un certificato di detenzione di un condannato fine pena 9.999, perché a mio parere sarebbe molto più serio scrivere “finché morte non vi separi dalla vostra pena”. In carcere, purtroppo, tutto quello che è assurdo è realistico.

Quello che però in questi giorni mi ha colpito in questa conta di morti viventi, è stato leggere in un’ ordinanza della Corte di Assise di Appello di Catania la formula fine pena “fino alla morte del reo”.

Dato che ho letto da qualche parte che la vita media si sta allungando, questa brutta notizia mi ha fatto riflettere che più tempo sto in vita e più carcere farò. Poi ho pensato che gli ergastolani hanno un rapporto speciale con il tempo, in particolare con il futuro. In pratica per noi il futuro non esiste perché tutto continua a essere presente. E sempre lo sarà. Ed è un presente che terribilmente si dilata in un minuto qualsiasi. In un’ora qualsiasi. In un giorno qualsiasi di qualsiasi giorno. Non ci accorgiamo neppure d’invecchiare, perché invecchiano solo le persone che vivono. E noi non viviamo. Ci teniamo solo in vita. La cosa più assurda è che lo facciamo solo per continuare a sopravvivere. E lo facciamo in mezzo al nulla perché questa condanna è diversa da tutte le altre pene perché è una pena del diavolo che rasenta il sovrannaturale. Se non sai il giorno, il mese e l’anno che finirà la tua pena praticamente sei perso nel nulla. E non hai davanti a te nessun orizzonte. A mio parere la condanna perpetua ad essere cattivo e colpevole per sempre rende ingiusta e crudele la giustizia, più della pena di morte. E alla lunga la pena dell’ergastolo ti penetra nel corpo, nella mente, nel cuore e nell’anima. Alla lunga ti uccide, ma, maledizione, lo fa lasciandoti vivo, “finché morte non vi separi dalla vostra pena”.

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova, gennaio 2015

N.B. I certificati di detenzione che allego a questo articolo parlano più di tante parole e rispondono a tutti coloro che sostenono che “In Italia l’ergastolo non se lo fa nessuno…” Sono due esempi, ma ne abbiamo veramente tanti come questi!

ergastolani@gmail.com



La morte di un "matto" fra le sbarre

 

“Gelida desolata vuota vita piatta / Eternamente uguale / Che fare? / Morire o fare il pazzo / Elevarsi in volo per essere liberi?”
(Diario di un ergastolano, www.carmelomusumeci.com)

Non so perché, ma penso che le brutte notizie in carcere fanno più male che fuori.
Oggi ho letto questa notizia sulla rassegna stampa:
“Ha aspettato la fine dei controlli giornalieri. Ha scambiato due parole con un infermiere e ha guardato gli agenti e il personale allontanarsi dalla cella. Poi, una volta rimasto solo, si è tolto la maglietta intima e l'ha trasformata in un cappio da legare alle sbarre della cella. Così un uomo, un italiano di circa 50 anni, si è tolto la vita all'Ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, dove era rinchiuso da tempo. È successo nei primi giorni di gennaio, almeno due settimane fa, anche se la notizia è emersa ed è stata confermata solo in questi giorni.”(Il Fatto Quotidiano, G.Zaccariello)
E chissà perché quando muore un “matto” in carcere, che le persone perbene chiamano ospedali psichiatrici, mi arrabbio di più. Forse perché nelle carceri ci si finisce perché lo vuoi tu o lo vuole la tua vita, invece nei manicomi ci vai da innocente, perché lo vuole Dio, o la natura per lui. Forse semplicemente quando muore un matto in carcere mi ricordo di quella volta, appena ventenne, che mi mandarono al manicomio di Montelupo Fiorentino dove mi riempirono di pugni nel cuore e calci nel corpo e mi legarono per lungo tempo al letto di contenzione.
Fu lì che conobbi Concetto. Chissà se è ancora vivo. Non penso, almeno lo spero per lui. Probabilmente, a quest’ora, per sua fortuna, sarà nel paradiso dei matti. Spero solo che non sia morto legato nel letto di contenzione o con la camicia di forza.
Mi ricordo che Concetto per il carcere dei matti era un osso duro. E gli operatori del manicomio potevano fare ben poco contro di lui perché lui non aveva più né sogni, né speranze. D’altronde non ne aveva quasi mai avuti.
Non c’era con la testa. Era quasi tutto cuore e poco cervello, ma era buono e dolce come lo sanno essere solo i matti. Non parlava quasi mai con nessuno. Lo faceva solo con me. Mi ricordo che Concetto viveva di poco e di niente. Il mondo non lo interessava più. Il mondo lo aveva rifiutato e lui aveva rifiutato il mondo. Non gli interessava neppure più la libertà perché lui ormai si sentiva libero di suo. E non dava confidenza a nessuno, ma non gli sfuggiva niente. Concetto mi aveva raccontato che era cresciuto da solo. Senza nessuno. Prima in compagnia delle suore. Poi dei preti. La sua infanzia non era stata bella. Non aveva mai avuto famiglia. Nessuno lo aveva mai voluto. Nessuno aveva mai voluto stare con lui. Fin da bambino aveva imparato a tenersi compagnia da solo. Solo con il suo cuore. E con la sua pazzia. Neppure il carcere lo aveva voluto. E lo avevano mandato al manicomio. Si era sempre rifiutato di sottomettersi alla vita e al mondo. E dopo si era rifiutato di sottomettersi all’Assassino dei Sogni dei matti, per questo lo tenevano quasi sempre legato. Tutti pensavano che fosse pazzo da legare. Lo pensava pure lui. Io invece non l’ho mai pensato. E non l’ho mai dimenticato nonostante siano passati quarant’anni. Nel suo sguardo non c’era nessuna cattiveria come vedo spesso anche adesso nelle persone “normali”.
Spero che chiudano molto presto gli Opg perché non sono altro che luoghi di tortura. E chissà quanti Concetti ci saranno ancora dentro quelle mura.

Carmelo Musumeci

 Carcere di Padova, gennaio 2015

 

 


  

Video integrale dello Spettacolo Teatrale

"Undici Ore d'amore di un uomo ombra"

liberamente tratto dall'omonimo libro di Carmelo Musumeci

di Karakorum Teatro

Milano, 22.11.2014

Regia Matteo Sanna

 

  

 

 

 

Alcune foto dello Spettacolo:

 


 

 

 


 

Comunità Papa Giovanni XXIII in udienza dal Papa senza Carmelo Musumeci

Dal TG 2 del 20 Dicembre 2014

 

 



 Intervento di Carmelo Musumeci al Seminario

"Per qualche metro e un po' d'amore in più"

Carcere di Padova, 1 dicembre 2014

 

   

 

 

 


 

 

Anno fine coraggio: mai



Giulia Duca, studentessa univeristaria, incontra Carmelo Musumeci al polo universitario del carcere di Padova.
Dopo l'incontro Giulia scrive questa lettera, che davvero vi invitiamo a leggere!


Caro Carmelo,

mi chiamo Giulia, se ti ricordi ci siamo incontrati la settimana scorsa, quando sono venuta in visita al Polo Universitario per il mio progetto di tesi.

È' difficile spiegare cosa ho provato a conoscerti e a conoscervi. Credevo di arrivare libera da ogni pregiudizio, invece mi sono stupita del clima che ho trovato, delle piacevoli conversazioni che ho avuto, dell'acutezza e profondità delle cose che mi avete raccontato. Ti assicuro che il 70% delle conversazioni che ho qui fuori è di un livello nettamente più basso. Mentre guidavo per tornare a casa ho capito che questo mio stupore era figlio di un pregiudizio che non sapevo di avere. Non mi stupirei di passare un pomeriggio piacevole al bar con persone qualunque, perché mi devo stupire del tempo ricco e arricchente che ho passato con voi? Quindi innanzitutto ti ringrazio e vi ringrazio perché mi avete ricordato che il pericolo dello stereotipo è sempre in agguato, la nostra mente tende a semplificare il mondo che ci circonda se non la teniamo allenata a ricercare sempre la profondità e la complessità delle cose. Grazie ancora per la disponibilità con cui mi avete accolta, trovare l'apertura proprio in un carcere era l'ultima cosa che mi aspettavo. Se puoi ti prego di estendere il ringraziamento a tutti tuoi colleghi.

La seconda parte di quello che ti vorrei dire è più difficile per me da esprimere perché tocca le corde più profonde del mio cuore. Sono rimasta colpita, tra le tante cose che mi hai detto, da una tua frase: "Studiare ti fa sentire molto di più il dolore della pena". Ho pensato tanto a questa frase, è stata per me una chiave che ha aperto un mondo al quale non avevo mai dedicato la giusta attenzione. Mi ha fatto cambiare totalmente la prospettiva con la quale voglio scrivere la mia tesi, che non sarà di sicuro un trattato a livello internazionale, ma è mia, e anche se non la leggerà nessuno, voglio che tratti il tema dalla giusta prospettiva: la vostra.

La sera stessa avevo una cena con alcune mie amiche, non potevo smettere di parlare di te. Del modo in cui ti sei raccontato. Ancora una volta parlando con loro ho scoperto il pericolo del pregiudizio, attaccato, incrostato dentro di me.

Mentre mi parlavi non ho mai mai mai visto, neanche per un secondo, un criminale. Chi credevo di trovare? Hannibal Lecter? Davanti a me ho visto un papà, un nonno, una persona colta ed intelligente, un uomo dotato di grande empatia e doti comunicative. Ho visto il mio papà, che è anche nonno, e che è anche uomo intelligente, me lo hai ricordato tanto. Sarà che lui è il papà più bravo del mondo, ma in te ho rivisto il papà più bravo del mondo.

Insieme alle mie amiche quella sera abbiamo letto tante cose su di te, la tua storia, la tua famiglia, il tuo percorso. Io inizialmente non volevo sapere per quale reato fossi stato condannato. Avevo paura di poter cambiare idea su di te, di spaventarmi delle emozioni che ho provato ascoltandoti. Ho avuto paura di non riuscire più a vederti come uomo ma solo come delinquente. E invece no, conoscere la tua storia mi fa essere ancora più vicina a te come persona e alla tua causa. Anzi è proprio la tua storia a dare il vero senso alla tua lotta.

Mi indigno con te di vivere in una società che non offre un'altra possibilità ad un uomo, papà, nonno come te. E a tanti altri come te. Mi indigno di un sistema penale che mette anno di fine pena 9999, una grottesca ironia, una sadica dicitura, una presa in giro.

Mi chiedo dove sarei adesso se quando ho sbagliato nessuno mi avesse perdonato.

Ti ringrazio per il coraggio e la forza che metti nel cercare di cambiare le cose. Non solo per te, ma in nome di un senso di giustizia più grande. Forse non conterà molto, ma conoscerti, leggere ciò che scrivi, ascoltare le tue interviste, mi ha fatto cambiare idea, mi ha tenuto il pensiero e il cuore impegnati per giorni. Ho riflettuto tanto sul significato delle parole che usiamo superficialmente tutti i giorni: colpa, colpevole, criminale, pena, buoni, cattivi. Il tuo definirti "cattivo" , in contrapposizione ai " buoni" che ti condannano ad una punizione senza vie d'uscita, è un contrasto così forte che ci costringe a rimettere in discussione la nozione stessa di bene e di male. La parola "cattivo" non sta bene con i tuoi occhi, con i tuoi modi, con la tua umanità, è un po' come il calzino con i sandali dei tedeschi per capirci, non ci sta.

Ho parlato di te al mio amore, alla mia famiglia, ai miei amici e anche alla mia nipotina, che come sempre, con i suoi 4 anni ha più ragionevolezza della maggior parte degli adulti. Forse non conterà molto ma come disse Madre Teresa, se non mettessimo la nostra piccola goccia, l'oceano sarebbe un po' più vuoto. Forse non conterà molto ma se posso fare qualcosa, ci sono.

Grazie per la tua forza, per il messaggio che passi ai più giovani, per l'impegno, per non fermarti mai di dire, scrivere, raccontare. Anno fine coraggio: mai.

Ti abbraccio,

Giulia


  

Gli ergastolani a Papa Francesco


Più volte dal carcere ci sono arrivati pensieri rivolti a questo nuovo Papa, soprattutto dopo che nel luglio dell'anno scorso ha abolito l’ergastolo nel suo Stato del Vaticano.
Così all’inizio della scorsa estate avevamo pensato di raccogliere domande che persone condannate all’ergastolo avessero voluto rivolgergli.
Gliele abbiamo spedite.
Ora che Papa Francesco con parole forti si è pronunciato non solo contro l’ergastolo ma anche contro tanti aspetti della detenzione, dagli OPG alle carceri di alta sicurezza, rendiamo pubblica la lettera e le domande che gli abbiamo mandato, avendo letto nella sua pronuncia una chiara risposta anche a tante delle nostre domande.

Caro Papa Francesco,
quelle che seguono sono le domande che tredici ergastolani hanno pensato di rivolgerle. Ergastolani “speciali”, ostativi, che in seguito a un meccanismo di leggi nate con “l’emergenza mafia” degli anni 90, vengono esclusi dall’applicazione dei benefici di legge perché non collaboratori di giustizia. Diversamente da quanto comunemente si crede, e ancora sui mezzi d’informazione spesso si dice, sono la smentita, in carne ed ossa, del fatto che “l’ergastolo in Italia non lo sconta nessuno”. Appartenuti in passato a varie organizzazioni di stampo criminale, anche solo a livello regionale, sono in carcere da decenni, molti per lunghi periodi in regime di 41 bis, e scontano una pena che, in base alle nostre leggi, non finirà mai. In questi anni molto hanno riflettuto sul proprio passato, hanno seguito percorsi di studio, continuano a lavorare su se stessi. Basti dire che fra questi c’è chi in carcere si è laureato in giurisprudenza, chi si è diplomato in un Istituto d’arte, c’è chi è prossimo alla laurea in filosofia, chi ha approfondito la storia d’Italia e le vicende del nostro Meridione… Convinti pure che “la vita, se sarai capace di non soffocarla dentro di te, ti offrirà di vedere e capire”. Ma al pentimento morale il nostro ordinamento non riconosce alcun valore giuridico. Negando loro di fatto il diritto alla riabilitazione.
Eppure “alcuni di noi sono ormai giunti ad un livello di maturità tale da non dimenticare nemmeno per un istante il dolore delle vittime”, con la certezza “che non esistano pene in grado di rafforzare l’autorevolezza della legge o tali da raggiungere l’obbiettivo di cancellare il dolore delle vittime dei reati”.

Tredici dei tanti, in Italia si calcola siano più di mille, destinati a morire reclusi. Ci hanno affidato queste domande, senza nascondere la profonda emozione di chi nello scrivere si accorge “di quanto sia difficile scegliere le parole”, o il sussulto di chi temendo di essere la persona meno adatta a porre domande al Papa chiede “scusa dell’arroganza di questo peccatore, ma la sfrontatezza è tanta”…
La sfrontatezza è tanta e tante sono state le domande, alcune simili, ma abbiamo preferito lasciarle perché emergessero le sfumature, le sottili differenze che ognuno ha portato, riflettendo sul tema della colpa, del castigo e del perdono. Con uno sguardo anche alla vita generale della Chiesa e al mondo intero, di cui pure, nonostante il sentire comune li voglia esclusi dal mondo, ciascuno di loro si sente parte.
In un momento in cui si richiede l’impegno di tutti nella lotta contro le mafie, pensiamo che non si possa essere indifferenti alla voce di chi, dopo aver sofferto e aver raggiunto un profondo intimo cambiamento, potrebbe offrire alla società la testimonianza del suo percorso.
Con una sola voce, si rivolgono a Papa Francesco nella speranza di un confronto, anche solo di un pensiero in risposta a tante domande … perché “sarebbe bello un giorno poterla incontrare”… “conoscersi serve giacché per costruire una strada occorre aiuto, e io non mi vergogno di avanzare a Sua Santità un’umile richiesta d’aiuto”…
Insomma, “Papa Francesco, aiutaci a vivere o a morire” …
Un forte abbraccio
Francesca de Carolis e Nadia Bizzotto

Francesca de Carolis, giornalista e scrittrice
Nadia Bizzotto, Comunità Papa Giovanni XXIII - email: ergastolani@apg23.org                                          
 Giugno 2014

 


Una premessa importante… Non voglio la morte del peccatore, dice il Signore, ma che egli si converta e viva (Ezechiele, 33 II). Vi è un dramma rappresentato con grande maestria nel Vangelo di Giovanni, in esso si recita: chi è di voi senza peccato scagli la prima pietra. C’è da restare senza fiato… “Chi è di voi…”! Queste sono veramente le cose essenziali. Ma non si trovano in alcun manuale di psicologia. Piuttosto si imparano in chiesa o nelle carceri. Curioso anche questo avvicinamento, no? Tra Chiesa e carcere; qualcosa come mettere insieme inferno e paradiso. Ma l’errore, il tremendo errore, sta nel credere che quelli che sono rinchiusi nel penitenziario siano dannati.
Il giudizio, per esser giusto, dovrebbe tenere conto non soltanto del male che uno ha fatto, ma anche del bene che farà, non solo della sua capacità a delinquere, ma anche della sua capacità a redimersi.

Dunque:
caro Papa Francesco,
a proposito del peccato Lei ha detto: se uno non pecca non è un uomo. Dobbiamo supporre che Dio ammette il peccato oppure che nella realtà il peccato, così come noi lo conosciamo, non esiste?

Il male e il bene di una persona è il bene di noi tutti, lo ha detto Carlo Maria Martini. Papa Francesco, pensa che Dio sia così severo da gettare un’anima all’inferno e condannarla ad essere cattiva e colpevole per sempre come accade sulla terra?

Dio perdona. Possono farlo anche gli uomini o il perdono è solo “cosa divina”? Ma se il perdono è anche umano, cosa ne pensa e cosa direbbe a quegli Stati che promuovono la pena di morte e il carcere a vita per chi ha commesso reati di sangue?

La condanna all’ergastolo senza fine è disumana. Più che una condanna fisica è una pena dell’anima, una pena che ti ruba l’amore, ti mangia vivo, ti succhia la speranza… che ti ammazza lentamente. Si passa l’esistenza a osservare il proprio passato perché non ci sono giorni davanti che ci aspettano, ed è difficile diventare buoni con una pena del diavolo da scontare. Perché i buoni cristiani, che magari vanno a messa la domenica, ci fanno questo?

Mi chiedo se dal punto di vista cristiano, umano, tale pena, così come configurata in Italia, (osta a qualsiasi beneficio di legge, quindi non dà speranza, annienta l’individuo giorno dopo giorno riducendolo a un vegetale, non più persona, ma solo corpo, svuotandola della sua essenza umana) sia priva di senso, sia compatibile con il precetto evangelico. Tenendo conto che l’Italia è definita, per antonomasia, culla del diritto, ma soprattutto è il centro della cristianità, chiedo: è accettabile questa pena disumana nel paese in cui risiede il cuore della fede cristiana?

Sapendo che per un ergastolano ostativo la pena non finirà mai, come può un uomo resistere e superare tutto questo? E dopo aver superato questa prova, può un uomo ancora considerarsi una persona normale, umana?

Santo padre, secondo lei, il fatto che in Italia non venga eseguita una vera e propria pena di morte, sostituita da un “pena di morte viva”, chiamata appunto ergastolo ostativo, permette alle nostre istituzioni di mettersi la coscienza al riparo dal senso di colpa che potrebbe procurargli la messa a morte del reo? Non crede che in questo modo, nonostante l’Italia abbia una costituzione molto chiara su ogni punto, si ha solo la mera “illusione” di essere in un paese civile e democratico?

Santo Padre, secondo lei, che differenza passa tra il vero condannato a morte e noi che, seppure non veniamo uccisi all’istante, siamo lasciati vivi in agonia tutta la vita, venendo però uccisi giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio, senza che lo Stato si sporchi le mani di sangue?

La nostra pena è senza fine perché non abbiamo fatto i nomi dei nostri ex compagni. Negli oratori siamo stati educati al motto di “chi fa la spia non è figlio di Maria” e con la figura di Giuda, che per aver tradito Gesù e averlo consegnato allo Stato romano si è impiccato. Oggi ci è chiesto di fare gli opportunisti e accusare un nostro “fratello in Cristo” per non morire in carcere. Come nelle peggiori dittature. Una condizione immorale, anche per il pensiero di un ateo. Una legge che ricatta, lede la dignità, la libertà religiosa, che è applicata anche a chi si è ravveduto o all’innocente che non può dimostrare di esserlo. Purtroppo questo ricatto, che non lascia via d’uscita, quando diventa insostenibile porta molti di noi al suicidio. Per la Chiesa è un peccato, ma non commette una corruzione più grave chi ci costringe al suicidio?

Santità, ritiene cristiana la tortura del 41 bis?

Si può essere pentiti di puro cuore pur non avendo collaborato con la giustizia. Non si sbaglia, forse, nel guardare a questo ultimo parametro come unico elemento indicatore dell’avvenuta conversione?

Non è illegittimo il trattamento a noi riservato? A noi che siamo in stragrande maggioranza meridionali… Vien da fare un paragone con quanto letto nel testo “Patrologia” di Berthold Altaner citando l’Apologeticum, dove emerge chiaramente la differenza di trattamento fra imputati cristiani e imputati accusati di altri crimini: per questi la tortura era mirata alla confessione, per i primi diretta invece ad ottenere un rinnegamento… Per noi ostativi non esiste nessuna Apologia che possa farci sperare in un futuro da uomini liberi…

Cosa deve fare e come si deve comportare una persona per essere “redenta”, per poter essere accettata dalla civiltà esterna