Carmelo Musumeci


Caino: cattivo e colpevole per sempre

 

Proprio in questi giorni una mia nuova amica di penna, Giuliana, mi ha scritto: «A tutti gli uomini deve essere data la possibilità di pentirsi (come ha fatto nostro Signore sulla croce) e di incamminarsi nel mondo in una nuova vita, e ciò deve essere fatto dagli uomini verso i propri simili con amore e… misericordia». (Diario di un ergastolano: www.carmelomusumeci.com )

Lo so! Non è facile confrontarsi con gli studenti che entrano in carcere per partecipare al progetto “Scuola Carcere”. Spesso è anche doloroso leggere alcune loro lettere come questa: «(…) Ha rafforzato la mia convinzione che non tutti abbiano il diritto di essere recuperati. Carmelo Musumeci, incontrato ai Due Palazzi, capo di una banda malavitosa in Versilia, condannato inizialmente al 41 bis per racket, attentato, esecuzione, omicidio e una serie di altri reati, ha sostenuto che il carcere sarebbe completamente da abolire e che nessuno dovrebbe avere una pena superiore ai cinque anni. Potrei trovarmi d’accordo con queste affermazioni se cominciassimo a considerare il valore di una vita umana uguale a quello di un fastidioso insetto o di un oggetto di cui disporre a proprio piacimento.
In tal senso, considerando che il signor Musumeci, durante il suo racconto, si è soffermato su particolari ricchi di pathos come il non ricordarsi più il sapore dell’acqua del mare o il proprio aspetto al di fuori dal volto, o come la stranezza di tornare a casa e di vedere i suoi nipotini, non posso fare a meno di pensare che le persone vittime dei suoi reati difficilmente possono godersi ancora una vacanza con i propri cari, specialmente se sotto un metro di terra. Non avevano forse anche loro lo stesso diritto alla vita, alla libertà e agli affetti che tanto viene preteso da chi quella stessa vita, quella stessa libertà e quegli stessi affetti li hanno
tolti?»

Senza voler dare peso al fatto che le carte processuali che mi hanno condannato dicono che le vittime dei miei reati mi hanno sparato sei colpi (tutti a segno sul mio corpo), mi cade il cuore a terra al pensiero che adesso, oltre a continuare a pagare la mia condanna, devo iniziare a scontare un’altra pena, quella legata al fatto che “mi è andata bene” o “che me la sono cavata” se, dopo venticinque anni di carcere, sono uscito per qualche giorno in libertà.
Continuo a pensare che si possa diventare cattivi quando, fin da bambino, ti manca una via di scampo o alternative (o sei così debole da non vederne) e ti senti impotente. Nella mia testimonianza ho affermato “che nessuno dovrebbe avere una pena superiore ai cinque anni” perché, nella maggioranza dei casi, la galera distrugge le persone e perché spesso la pena viene usata per bastonare il cuore e le menti dei prigionieri. Giustamente, la società condanna il male, ma sono poche le persone che si domandano l’origine di quel male: probabilmente perché non interessa la loro vita. Rispetto il parere espresso da questa studentessa, ma non sono d’accordo sul fatto di sostenere che certe persone siano irrecuperabili e che rimarranno cattive e colpevoli per l’eternità. Le relazioni e gli incontri sono quelli che ci fanno crescere e sono convinto che i cattivi possano migliorare se vengono aiutati ed educati (che, letteralmente, significa “lasciar venire alla luce”, “trarre fuori”) alla tenerezza, all’amore e alla speranza. Purtroppo, però, il carcere, così com’è gestito in Italia, ci insegna solo a diventare ancora più cattivi.
In ogni caso, qualora si ritenga che alcune persone siano dei mostri, allora meglio condannarli a morte piuttosto che murati vivi per l’eternità.

Sono fortemente convinto che non esista alcuna persona irrecuperabile e che nessuno debba essere identificato solo con il male che ha fatto. Con un po’ di aiuto, potrebbe emergere anche il bene che ha già in sé e che potrebbe esprimere. Inoltre, penso che non ci sia miglior “vendetta” per la società che educare le persone perché, solo se si cambia interiormente, il colpevole può rendersi conto del male che ha fatto e solo allora potrà lasciar emergere il senso di colpa e l’onesta consapevolezza del danno commesso. Il senso di colpa, infatti, è la più terribile delle pene, peggiore del carcere e dell’ergastolo. Per fortuna (o per sfortuna) molti lo ignorano e preferiscono solo tenerci in carcere e buttare via le chiavi.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova Maggio 2016


Diario dal 11 al 25 Maggio 2016

11/05/2016
Oggi pensavo che in venticinque anni di carcere ho scritto qualcosa tutti i giorni soprattutto per continuare a esistere.
Spero di esserci riuscito.

12/05/2016
Ho incontrato un mio vecchio compagno che non vedevo da anni e l’ho trovato cambiato.
Non tanto fisicamente, ma soprattutto interiormente.
Ho pensato che nessuno esce indenne da anni di carcere.
E chissà come sono cambiato io, ovviamente in peggio.

13/05/2016
Quando vedo giovani detenuti penso che la prima volta che sono entrato in carcere avevo quindici anni.
Ero entrato come ribelle sociale.
Poi sono uscito come un criminale.
Spero che non capiti anche a loro quello che è capitato a me.

14/05/2016
Vedo spesso durante l’ora d’aria un ergastolano un po’ strano che ogni volta che fa su e giù per il cortile quando arriva in fondo accarezza le pareti del muro.
Oggi per curiosità gli ho chiesto perché fa quel curioso gesto e mi ha risposto che è da tanto tempo che non accarezza una donna e non voleva perdere l’abitudine.
Gli ho sorriso.
Che altro potevo fare?
E ho continuato a passeggiare per i fatti miei.

15/05/2016
Ho saputo che un mio compagno che ha problemi di tossicodipendenza si è tagliato le vene con una lametta.
Ho pensato che per molti il carcere è difficile da sopportare e i più deboli non reggono.

16/05/2016
Ieri notte mi sono svegliato e mi sono messo a pensare.
Volevo dormire, ma non ci sono riuscito.
A volte mi capita.
E ultimamente sempre più spesso.

17/05/2016
Oggi ho ricevuto un’altra lettera di uno sconosciuto che mi rimprovera che scrivo troppi articoli che vengono inserite in rete.
Gli ho risposto che credo di non fare nulla di male, perché scrivo solo il punto di vista di Caino e non obbligo nessuno a leggere quello che scrivo.

18/05/2016
Un compagno mi ha rimproverato che alla domenica non vado mai alla messa, gli ho risposto che la fede non ammette incertezza mentre io invece ne ho tanta e preferisco pensare che pregare.
E in tutti i casi non mi sono mai accontentato di credere in Dio perché me lo dicono gli altri, preferisco che me lo dice il mio cuore.

19/05/2016
Domani c’è il convegno che organizza tutti gli anni la redazione di “Ristretti Orizzonti”e sono particolarmente contento perché avrò l’occasione di vedere e abbracciare alcune persone a cui in questi anni mi sono legato, in particolar modo Gabriella e Anna.

20/05/2016
Ero così stanco dalle emozioni che ho provato durante la giornata del convegno che ho fatto fatica a prendere sonno e ho pensato alla mia vita, quella trascorsa e a quella che forse mi aspetterà in futuro.

21/05/2016
Purtroppo invece di fumare di meno sto fumando sempre di più, perché mentre molti ergastolani cercano di non pensare che probabilmente moriranno in carcere, sopravvivono e basta, io invece, invece ci penso spesso.
E d’abitudine lo faccio con la sigaretta sulle labbra facendo avanti ed indietro per la cella.

22/05/2016
Oggi a una domanda di uno studente durante il progetto “scuola carcere” ho risposto che per migliorare le carceri ci dovrebbero essere più educatori ed assistenti sociali e meno polizia penitenziaria.
Poi ho aggiunto che un giudice dovrebbe lavorare per la giustizia e non per la legge perché le leggi possono essere giuste o sbagliate, la giustizia invece dovrebbe essere come l’amore sociale, dovrebbe fare solo bene.
E a volte un buon giudice per rispettare la giustizia dovrebbe violare la legge.

23/05/2016
È fatta.
Il 16 giugno discuterò la mia terza tesi di laurea, dal titolo “Biografie devianti”, all’Università degli Studi di Padova al Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia applicata nel Corso di Laurea triennale in Filosofia.

24/05/2016
Per laurearmi da uomo libero ho inoltrato tramite l’Ufficio matricola del carcere questa richiesta: “Il sottoscritto Carmelo Musumeci chiede un permesso giornaliero dalle ore 9.00 del 16 giugno fino alle ore 22.00 dello stesso giorno per poter partecipare alla discussione della tesi di laurea all’Università di Padova.

25/05/2016
Oggi un detenuto si lamentava che gli hanno dato trent’anni per un colflitto a fuoco con una banda rivale per il predominio del territorio.
E ho pensato che i vivi rimpiangono di non essere morti e probabilmente i morti rimpiangono di non essere vivi.

 


 

 Lettera di Carmelo Musumeci

a Marco Pannella

 

  



 

 Carmelo Musumeci

in permesso a Roma

(24/02/2016)

 

 


 

L'ultimo sorriso tra le sbarre a Marco Pannella

 

La notizia della scomparsa di Marco si è sparsa all'improvviso da una cella e da una finestra all'altra e in tutte le sezioni del carcere di Padova.
Molti detenuti hanno abbassato gli occhi e il tono della voce. Qualcuno ha scrollato la testa. Altri ancora si sono ammutoliti. Tutti si sono sentiti come abbandonati a se stessi.
Qualcuno ha urlato dalle sbarre della sua finestra: "E adesso quale sarà quel politico che ci darà voce e lotterà per i diritti dei carcerati o avrà il coraggio di proporre un'amnistia?". Andrea gli ha risposto: "Nessuno". Roberto ha aggiunto: "La stragrande maggioranza dei politici è d'accordo solo su una cosa: riempire le carceri come delle scatole di sardine e usare l'emergenza criminalità per continuare a prendere voti e continuare a rubare." Antonio s' intromette nella discussione: "Non bisogna generalizzare, ci sono anche i politici onesti". Raffaele si incazza: "Sei proprio scemo, non lo sai che in Italia essere garantisti e abrogazionisti della pena dell'ergastolo fa perdere i voti e consenso elettorale?" Lorenzo lo appoggia: "Guarda che fine hanno fatto quei pochi politici che si sono sempre impegnati per la legalità in carcere, sono scomparsi dal Parlamento. Gli altri politici lo sanno che il carcere in Italia non è altro che lo specchio di fuori, dell'ingiustizia, della sofferenza, dell'emarginazione e la discarica degli avanzi della società perbene e disumana, eppure non alzano un dito, perché non hanno il coraggio e il cuore che aveva Marco Pannella”. Interviene Sandro: "Io penso che il carcere così com'è non dà risposte, il carcere è una non risposta, il carcere è il male assoluto. Non si può educare una persona tenendola all'inferno. La si può solo punire, farla soffrire, distruggerla, e dopo di questo anche il peggiore assassino si sentirà innocente. Solo un carcere aperto e rispettoso della legalità può restituire alla società dei cittadini migliori".

Ascolto dalle sbarre della mia finestra i discorsi dei miei compagni, ma non intervengo perché penso che adesso sia il momento del silenzio e di trasmettere tutta la nostra solidarietà ai familiari, ai radicali, (in particolar modo a Sergio D'Elia e a Rita Bernardini) e a tutti quelli che volevano bene a Marco.


Ciao Marco, eri il mio eroe e mi sei stato da esempio, ora mi sento un po' orfano. Spero che nel posto dove sei ora non ci siano prigionieri, né carceri, ma sono sicuro che dovunque tu sia adesso, continuerai a lottare contro il Dio di turno per migliorare i diritti degli angeli o dei diavoli.
Un ultimo affettuoso sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova 19 maggio 2016


“L’isola dei famosi” vista da un ergastolano

 

Il mare e il cielo si confondevano. Non c’era orizzonte. La chiamavano l’isola del diavolo perché quel posto ricordava l’inferno e lì dentro c’erano i prigionieri più dannati di tutti. L’Assassino dei Sogni era appoggiato nel punto più alto dell’isola. Da secoli stava lì sotto la pioggia e sotto il sole e cercava di organizzare la vita delle sue vittime in modo da proibire di sognare. Da lassù mangiava l’anima, il cuore e l’amore dei prigionieri.” (da Gli uomini ombra, di Carmelo Musumeci; Gabrielli Editore).

 

Non vedo molti programmi televisivi perché penso che di solito allo spettatore rimane solo la possibilità di guardare qualcosa che c’è già. Piuttosto preferisco leggere per ricevere e creare qualcosa che non vedo ancora. Sinceramente, leggere mi coinvolge molto più che guardare la televisione perché, mentre lo spettatore trova le immagini della vita e del mondo già confezionate, il lettore le trova dentro di sé. In poche parole penso che lo spettatore televisivo abbia un ruolo passivo mentre il prigioniero che legge ha più possibilità di partecipare e creare la vita e il mondo di cui non fa più parte.
Da un paio di mesi, però, sto seguendo il programma televisivo “L’isola dei famosi”. E qualche mio compagno mi sta prendendo pure in giro per questa strana passione, ma è più forte di me. E con tutta sincerità vi confido che vedendo i “naufraghi” su quest’isola fra tante difficoltà e che fanno la fame non posso non ricordare quando, nel lontano1992, arrivai sull’Isola del Diavolo (così i prigionieri chiamavamo l’isola dell’Asinara in Sardegna). Le dichiarazioni dei partecipanti di questo programma che soffrono di solitudine, abbandono e nostalgia, mi stanno facendo tornare in mente quello che ho passato quando sono stato prigioniero in quella maledetta isola per ben cinque anni. Sì, è vero, i protagonisti di questo programma, a differenza di me, non hanno commesso nessun reato e sono andati lì di loro spontanea volontà. Ma le loro parole ed emozioni mi hanno suscitato ugualmente questi ricordi.

 

       Era il luglio del 1992. Faceva un caldo torrido. Ero arrivato sull’isola con gli elicotteri dei carabinieri. Appena sceso, mi presero in consegna le guardie che mi scaraventarono in una gabbia allestita provvisoriamente al centro del capo sportivo davanti alla famigerata sezione Fornelli. Notai subito che non c’era muro di cinta. Non serviva. Eravamo in un’isola. Il mare era il muro di cinta. Tre elicotteri, per trasportare i detenuti sull’isola, facevano avanti e indietro da Porto Torres all’Asinara. Solo a tarda sera finirono di scaricare carne umana. La gabbia ormai era piena. Eravamo schiacciati come sardine. Avevamo una sete tremenda. Le guardie ci diedero solo una bottiglia d’acqua a testa. E ci urlarono: “Se la finite subito, peggio per voi… ve ne aspetta solo una al giorno”. Ad un tratto le guardie si schierarono a destra e a sinistra. Lasciarono libero un corridoio che portava dritto dentro il carcere. Le guardie avevano scudi in plexiglass e manganelli nelle mani. Ad un tratto aprirono il cancello. Lanciai un’occhiata al percorso che dovevano fare. E subito pensai che sarebbe stato difficile non prendere qualche manganellata in testa. Corsi come un forsennato. Chi cadeva era perduto. Eravamo presi anche a calci e pugni. Io correvo piegato in due con le braccia alzate per cercare di ripararmi dai colpi di manganello. Cercavo di proteggermi la testa, ma le manganellate arrivarono proprio lì. Ad un tratto sentii un colpo secco in testa accompagnato da una fitta tremenda di dolore. Sbandai come un ubriaco. Proprio mentre stavo per cadere, mi sentì afferrare per il collo dalla maglietta. E un compagno riuscì a trascinarmi con sé. Arrivammo dritti nel corridoio della sezione. Le celle erano già aperte. Man mano che le celle si riempivano le guardie, chiudevano il cancello. E sbattevano il blindato. Alla prima che vidi vuota, m’infilai dentro al volo. Una volta che mi chiusero il blindato alle spalle cercai di riprendere fiato. Era talmente arrabbiato che tremavo. Mi sentivo sfinito come se tutte le energie avessero abbandonato il mio corpo. Pian piano sentii i battiti del mio cuore rallentare. Mi guardai intorno. L’aria sapeva di chiuso. E di muffa. Mi accorsi subito che più che in una cella mi trovavo in una vera e propria tomba. Le celle dell’Assassino dei Sogni dell’Asinara erano allocate nella parte meno illuminata della prigione. Mancava l’aria. E la luce. Dalla finestra della cella si poteva vedere solo una fetta di cielo. La parte più alta. Nella finestra c’erano doppie file di sbarre. E poi, per completare l’opera, c’era una rete metallica fitta. Ad un tratto scoprii che sanguinavo dalla testa. Avevo tutta la maglietta imbrattata di sangue. Mi faceva male la testa e mi sembrava di averci dentro una vespa impazzita. Strinsi i denti. Cercai con gli occhi il lavandino. Era vicino al gabinetto. Aprii il rubinetto. L’acqua veniva giù marrone. Sapevo che non era potabile ma non mi avevano detto che fosse così sporca. Mi lavai la ferita. Dallo specchio sopra il lavandino vidi che avevo una profonda ferita in testa. Avevo pure una ferita al sopracciglio. Pensai che forse avevo bisogno di qualche punto di sutura, ma decisi che non fosse il caso di chiamare nessuno. Ero inzuppato di sudore, sangue e rabbia. Non sapevo cosa fare. Poi decisi che era meglio sdraiarsi sulla branda. Mi misi a pensare ai miei figli. Prima di addormentarmi lo facevo sempre ma, quel primo giorno nell’isola del Diavolo, mi addormentai dopo pochi secondi.
Nel giro di poche settimane i detenuti si adattarono a qualsiasi angheria. Per le guardie diventammo come dei giocattoli. E le guardie iniziarono a trattarci come bestie. Ci umiliavano, ma noi non reagivamo. Alle guardie non erano mai capitati dei detenuti così docili. E ne approfittarono. Molti di noi piuttosto di reagire decisero di diventare pentiti. Alcuni mafiosi di spessore arrivavano nell’isola e dopo pochi giorni andavano via come collaboratori di giustizia. Molti di noi si sentivano morti. Io però mi sentivo ancora vivo.
La doccia era concessa solo una volta a settimana. Ogni detenuto aveva tre minu
ti per insaponarsi e sciacquarsi. A volte i tre minuti diventavano due.

Ricordo quella volta in cui mentre faceva la doccia un mio compagno, Tiziano, per provocazione i tre minuti erano diventati uno. Lui era ancora insaponato, non gli diedero il tempo di sciacquarsi che batterono le chiavi sul cancello.. Era il segnale per uscire dalla doccia. Tiziano non uscì. Gli chiusero l’acqua e si prepararono per andarlo a prendere con la forza.
Sentii la voce di Tiziano: “Figli di puttana… non mi fate paura… bastardi… venite uno per volta se avete coraggio.” Non potevo lasciarlo solo in balia di quei bastardi. La cosa più furba era di stare zitto ma non avevo mai lasciato un amico solo. E non lo feci neppure quella volta. Incominciai a battere il cancello. E a gridare: “Cornuti... cornuti…se lo toccate, vi ammazzo come cani.” Un brigadiere urlò: “Andate a prendere anche a lui…li picchieremo insieme…con una fava prenderemo due piccioni." Aprirono anche la mia cella. Pensavano di tirarmi fuori di forza, invece mi scaraventai come una furia fuori dalla cella con lo sgabello in mano. E corsi verso la doccia. Le guardie non se lo aspettavano. E rimasero per alcuni istanti fermi. Solo una guardia tentò di bloccarmi nel mezzo del corridoio. Usai lo sgabello come una clava. E lo colpii in faccia. La guardia crollò per terra come un sacco di patate tenendosi le mani in faccia. Le guardie si ripresero subito dalla sorpresa. E mi circondarono. Mi scrutarono con la bava alla bocca. E gli occhi lucidi di odio. Stavano per saltarmi addosso, ma ad un tratto sentirono una voce sopra tutte le altre. Si fermarono. La voce veniva da dietro le loro spalle. Era quello del mio compagno “Fermi!” Si bloccarono. Era una voce autoritaria. Loro erano abituati a ubbidire inconsciamente. Si voltarono. E videro il mio compagno impassibile con un tubo di ferro nelle mani. Quell’energumene aveva tirato via il tubo dalla doccia facendone un’arma micidiale. Le guardie s’impaurirono. Da cacciatori all’improvviso diventarono prede. Fecero subito qualche passo indietro. Il mio compagno invece di fermarsi avanzò facendo girare il tubo nell’aria. E si mise a urlare. “Figli di puttane… che fate, scappate?” E rideva. Non l’avevo mai visto così incazzato. Si era trasformato in un uomo delle caverne. La sua espressione era diversa, sembrava un folle. Pensai: “Ora ci ammazzeranno di botte.” Eravamo spacciati. Dall’altra parte del corridoio erano arrivate una diecina di guardie con gli scudi di plexiglass e i manganelli nelle mani. Era la fine. Tiziano ormai era impazzito e andò incontro alle guardie con il tubo di ferro nelle mani. E lo vidi scaraventarsi in mezzo alle guardie. Vederlo era uno spettacolo, quel tubo di ferro se lo passava da una mano all’altra e poi piombava giù negli scudi in plexiglass che andavano a pezzi. Si scatenò l’inferno. Gli altri detenuti presero un po’ di coraggio e iniziarono a battere i blindati. Il mio compagno si esaltò e divenne una furia. Un paio di guardie più furbe delle altre preferirono circondare me perché sembravo meno pericoloso. Incrociai i loro sguardi. Feci un respiro profondo. Provai a colpire con un calcio la guardia di destra, ma mi colpì con una manganellata al collo. Barcollai, ma non caddi. Mi appoggiai con la schiena alla parete. Pensai che se cadevo a terra ero perduto. Non feci in tempo a finire di pensarlo che le due guardie mi piombarono addosso. E mi schiacciarono con gli scudi di plexiglass nel muro. Poi mi ritrovai subito per terra bersagliato da una pioggia di manganellate. Ad un tratto mi arrivò una manganellata secca nella tempia. Sentii una fitta tremenda. Vidi tutte le stelle dell’universo. Intuii che stavo perdendo i sensi. Poi non sentii più nulla. Mi svegliai al buio. Cercai di intuire dove mi trovavo. Non mi trovavo nella mia cella. Sentivo male in tutte le parti del corpo, soprattutto in testa. Mi passai la mano nei capelli e trovai buchi e grumoli di sangue dappertutto. Battevo i denti dal freddo. E il cuore mi batteva al contrario. Sentivo la fronte zuppa di sangue. Sprofondai nell’angoscia. E nella tristezza. Poi mi misi faticosamente in piedi. Sentivo il sapore del mio sangue in gola. Ad un tratto tossii e un grumolo di sangue mi andò in gola. Provai a sputarlo. Mi uscì un rivolo di sangue. Poi cercai a tastoni l’interruttore della luce. Lo trovai e lo feci scattare. Si accese una lampadina al soffitto. Mi strizzai gli occhi, un paio di volte, per abituarli alla luce. Poi ebbi la forza di guardarmi intorno. Vide che c’era un grosso topo che strofinava il muso nel sangue che aveva sputato. Provai a dargli un calcio, ma il topo fu più veloce e scappò da un buco della rete della finestra. Poi sferrai diversi pugni nei muri da una parte all’altra della parete, fin quando non mi sanguinarono le mani. Nessuno mi rispose. Ero solo, disperato e isolato. Sentivo male nel corpo e nell’anima. Sentivo male dappertutto. Rimasi nell’isola del Diavolo per cinque lunghi anni.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova maggio 2016


 

"DETENUTO IN LIBERTÀ" 

da TG2 Dossier Storie del 30 Aprile 2016
 

 

  


Fine pena: quando non è più necessaria


- Lei non è abbastanza arrendevole, a quanto mi hanno detto. - Chi gliel’ha detto? - chiese K. (...) - Non mi chieda nomi, per favore, e corregga piuttosto il suo errore, non sia più così rigido, contro questo tribunale difendersi non si può, bisogna confessare. Faccia la sua confessione, appena può. Solo dopo se la potrà cavare, solo dopo. (Franz Kafka, Il processo)

Ho letto un articolo di Ferdinando Camon pubblicato su "La Nuova Venezia" di mercoledì 13 aprile che mi ha fatto comprendere che sono un ergastolano senza scampo anche quando scrivo. L’autore di questo articolo mi rimprovera: "C’è un ergastolano a vita nel Veneto, Carmelo Musumeci, che scrive email, libri, e tempesta il mondo di messaggi: vuole uscire." Premesso che credo sia normale che un prigioniero cerchi di uscire, in tutti i casi io lotto soprattutto per sapere quando finirà la mia pena. E penso di non fare nulla di male se invio dalle sbarre della mia cella pensieri, emozioni e sogni. La cosa incredibile è che in questi venticinque anni di carcere in molti mi hanno chiesto di "farmi la galera" e di smettere di scrivere e di ululare alla luna. E me lo hanno chiesto sia le persone perbene sia molti uomini di Stato e anche alcuni mafiosi di spessore che mi hanno fatto sospettare che la pena dell’ergastolo serva anche a loro per non fare uscire dalle loro organizzazioni, fisicamente e culturalmente, i giovani ergastolani (perché lo dovrebbero fare se non hanno più nessun futuro?).
Gentile signor Camon, Le confido che alcune sue parole mi hanno profondamente ferito e riportato indietro di molti anni. Mi hanno fatto capire che mi devo rassegnare perché, nonostante tutti i miei sforzi, per alcuni rimarrò sempre l’uomo del reato e, se ho capito bene, secondo Lei non dovrei scrivere se non iniziando a parlare dei miei reati. A parte il fatto che ho sempre condannato le mie scelte passate devianti e criminali attraverso quanto ho scritto nei miei libri, nelle mie tesi di laurea e in tutti i mie contributi scritti, non credo che quando si parla della "Pena di Morte Viva" (o "mascherata" come la chiama papa Francesco) sia essenziale parlare delle proprie vicende giudiziarie. In tutti i casi, la mia storia giudiziaria è semplice; lo dice la motivazione della Corte d’Assise che mi ha condannato alla pena dell’ergastolo e che, nonostante la grande distanza fra verità vera e processuale, ha stabilito: "In un regolamento di conti il Musumeci Carmelo è stato colpito da sei pallottole a bruciapelo, salvatosi per miracolo, in seguito si è vendicato". In molti casi come il mio non ci sono né vittime, né carnefici, né innocenti, né colpevoli, perché sia i vivi che i morti si sentivano in guerra. E quando ci si sente in guerra, al processo non ci si difende, si sta zitti e ci si affida alla Dea bendata. Non si
maledice la buona o la cattiva sorte, anche se si pensa spesso che i morti siano stati più fortunati dei vivi se i vivi sono stati condannati all’ergastolo.

Lei mi rimprovera anche di non avere mai collaborato e di non avere usato la giustizia per uscire dal carcere, ma io credo che un detenuto dovrebbe uscire dal carcere perché lo merita e non perché ci metta un altro al posto suo. In tutti i casi non credo sia una colpa grave accettare la propria condanna, giusta o sbagliata che sia. Inoltre, dopo venticinque anni di carcere, che cosa potrei dire o aggiungere a quello che i giudici hanno già stabilito nelle loro sentenze?
Penso che sia quasi impossibile rieducare una persona senza amarla, perdonarla e senza dirle quando finirà la sua pena. Tenere un uomo vivo dentro quattro mura, anche quando non è più necessario, senza neppure la compassione di ucciderlo è un assassinio peggiore di quello per cui alcuni di noi sono stati condannati. Mi creda, l’ergastolo ostativo alla lunga ti mangia l’anima, il cuore e a volte anche l’amore, perché la vita senza una promessa di libertà non è una vita. Ci basterebbe un fine pena e poi potreste pure non farci più uscire perché che senso ha tenere in vita una persona se il suo ritorno alla società è impossibile? E come si fa a cambiare se non hai più futuro? Diciamoci la verità: la pena dell’ergastolo ostativo non è un deterrente, come non lo è la pena di morte negli Stati Uniti e in tanti altri Paesi in cui è praticata. Sono fortemente convinto che non ci sono ergastolani cattivi solo perché non collaborano con la giustizia: mi creda, in molti casi la motivazione non è l’omertà ma motivi familiari (tutelare i propri congiunti) o personali. Penso che la pena dell’ergastolo non potrà mai essere giusta per nessuno, neppure per l’ergastolano che non s’è "convertito".Persino nella Francia rivoluzionaria, l’assemblea Costituente mantenne la pena capitale ma vietò le pene perpetue: fu così che nel codice penale del 28 settembre 1791 la pena più grave dopo la morte fu la pena di ventiquattro anni.
Credo che per non fare il male bisogna conoscere il bene e, purtroppo, molti di noi hanno conosciuto solo il male. Ricordo che da bambino, quando la mia povera nonna mi portava nella piazzetta del paese e vedeva un uomo con la divisa, poteva essere anche un vigile, mi sussurrava "Stai attento... quello è l’uomo nero." Come potevo non crederle? Con questo però non cerco attenuanti perché sì, è vero, sotto un certo punto di vista sono nato colpevole, ma poi ho deciso io stesso di diventarlo. Adesso mi auguro solo di poter avere la possibilità di rimediare al male che ho fatto facendo del bene, perché la vera pena s’inizia a scontare fuori e quando sei cambiato. Sono anche convinto che non c’è miglior "vendetta" per la società che rendere migliori le persone, perché se si cambia ci si rende conto del male fatto e solo allora può emergere il senso di colpa. E il senso di colpa è la più terribile delle pene, peggiore del carcere e dell’ergastolo senza scampo. Per fortuna (o sfortuna) molti non lo sanno e preferiscono solo tenerci in carcere e buttare via le chiavi.

Gentile signor Ferdinando, le ho risposto non certo con l’intento di farle cambiare idea, ma solo con lo scopo di metterle qualche dubbio.
Buona vita. Un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci
Aprile, 2016

 


 

Un ergastolano da Papa Francesco


Il Magistrato di Sorveglianza concede il permesso di raggiungere Roma per partecipare in data 24. 02. 2016 all’Udienza Generale di Papa Francesco. Il detenuto uscirà dalla casa di Reclusione di Padova alle ore 9.00 del 23 febbraio 2016 e vi farà rientro alle ore 20.00 del giorno 25 febbraio 2016.


Mi sono sempre considerato un “Senza Dio”. E mi sono spesso definito un ribelle sociale. Ho sempre detto di no a tutti. Spesso persino a Dio. E a volte anche a me stesso. In venticinque anni di carcere non ho mai pensato, sognato o immaginato, che un giorno sarei uscito dalla mia cella per andare a Roma a vedere un papa.

Martedì, 1° giorno:
Esito un momento nel traversare l’ultimo cancello. Cerco di nascondere la mia insicurezza. Poi proseguo deciso. E sono fuori. Tutte le volte che esco dal carcere e non trovo nessuna parerete intorno a me provo la stessa ansia, paura e felicità della prima volta. Sembra quasi che senza mura intorno a me, io mi senta soffocare ed entri troppa luce nel mio cuore. Mi ubriaco subito di felicità. E non capisco più nulla. Il mio stato d’animo si altera. E mi rendo conto dei danni che tanti anni di carcere duro e una pena crudele che non finisce mai hanno recato alla mia mente e al mio cuore. A questo punto penso che non riuscirò più a ritornare una persona normale perché esco sempre con la convinzione che il mio mondo è scomparso per sempre. E credo che l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) non solo mi abbia sconfitto, ma abbia anche ucciso la parte migliore di me.


Mercoledì, 2° giorno:
Ho sempre pensato che la speranza aiuti gli umani a far battere il cuore perché, finché speri, sei vivo. E oggi mi sento vivo. Nella mia vita sono sempre stato pronto a tutto, anche ad andare all’inferno, ma non ho mai pensato di capitare da queste parti. Forse, per una volta, il destino ha voluto essere clemente con me.
La prima cosa che penso quando entro nella Città del Vaticano è di chiedere asilo politico a Papa Francesco o d’incatenarmi a Piazza San Pietro per far sapere al mondo intero che in Italia, patria del Diritto Romano e della Cristianità, esiste una pena dove nel tuo certificato di detenzione scrivono Fine pena: 9.999. Poi scaccio questa bella idea (o brutta, a seconda dei punti di vista), perché penso che i miei figli non me la perdonerebbero. Forse, però, i miei nipotini sarebbero d’accordo, ma mi conviene non rischiare. Mi guardo intorno. Lo vedo. E il mio cuore gli parla:
Francesco, il carcere non rieduca nessuno, ti fa diventare solo una brutta persona. E se fai il “bravo” è solo perché sei diventato più cinico di quando sei entrato. Francesco, è difficile spiegare cosa accade nella testa di un ergastolano quando in lui non c’è più futuro perché il suo domani è un domani senza più sogni, progetti e speranza. Francesco, l’unica ragione per pensare al futuro è un fine pena, ma noi non lo abbiamo perché la società ormai non ci vede più come umani, ma come mostri, forse perché lo sono un po’ anche loro. Francesco, senza speranza non si è più veri umani.
Grazie di darci voce e luce. E di avere abolito la pena dell’ergastolo nella Città del Vaticano definendola “Pena di morte mascherata”. Purtroppo, i politici italiani non ti danno retta; forse perché sono poco cristiani e continuano a fare orecchie da mercante. Francesco, più che credere in Dio, ho sempre preferito credere nell’uomo. Per questo più di credere a lui, credo in te.

Non sento il minimo rumore. In tutta la piazza regna un silenzio assoluto. Sentimenti ed emozioni fanno a pugni fra di loro dentro il mio cuore. Penso a quante cose belle mi sono perso nella mia vita. Non riesco a non pensare che non dovrei essere lì. E che quello non è il mio posto. Io dovrei essere in un altro posto. Dovrei essere chiuso nella mia cella. Penso a come è possibile che sono lì. Credo che i conti non tornino. Ad un tratto mi tranquillizzo perché mi convinco che non sono a Piazza San Pietro davanti a papa Francesco. Sono solo dentro un sogno. E presto mi sveglierò nella mia tomba. Mi convinco che questo non è altro che uno dei soliti sogni, dei tanti che ho fatto in questi venticinque anni di carcere. Sono invaso da una felicità bianca. Per una volta mi permetto il lusso di essere me stesso e mi commuovo.


Giovedì, 3° giorno:
Nel viaggio di ritorno in carcere cerco di raccogliere le idee, ma non ci riesco perché penso che sarà difficile che dopo tutti questi anni di prigione riesca a riprendere in mano il mio destino. Poi penso che i giorni in carcere sono senza vita. Ti scivolano addosso senza che te ne accorgi perché qualunque persona per vivere ha bisogno di sperare e di sognare. Ed è difficile farlo senza alcuna certezza e con un fine pena nel 9.999. Poi, prima di lasciarmi riseppellire vivo, penso che sia stata una bella avventura e decido di “portare” Papa Francesco nel mio cuore per tenermi compagnia. Spero che non si arrabbierà se l’ho portato in carcere con me.

 

Carmelo Musumeci
Padova, marzo 2016
 

 

 A TGTG di TV2000, LA STORIA DI CARMELO :
https://youtu.be/loxVfa8AP4w

  

 

 


 

 

"Gli ergastolani senza scampo"  

 

Carmelo MUSUMECI, Andrea PUGIOTTO
GLI ERGASTOLANI SENZA SCAMPO
Fenomenologia e criticità costituzionali dell’ergastolo ostativo
Prefazione di Gaetano SILVESTRI
Appendice di Davide GALLIANI


Editoriale Scientifica, Napoli, 2016
pp. XIII-216, euro 16,50


     Nel discorso pubblico si ripete, monotona, la convinzione che in Italia l’ergastolo non esiste e che i condannati al carcere a vita, prima o poi, escono tutti di galera. La realtà rivela, invece, un dato esattamente capovolto: attualmente sono 1.619 i condannati alla pena perpetua e, di questi, 1.174 (pari al 72,5% del totale) sono ergastolani ostativi, ai sensi dell’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario.
     Sconosciuto ai più, l’ergastolo ostativo è una pena destinata a coincidere, nella sua durata, con l’intera vita del condannato e, nelle sue modalità, con una detenzione integralmente intramuraria. Una pena perpetua e immutabile cui è possibile sottrarsi solo collaborando utilmente con la giustizia.
     Il presente volume, nella sua Parte I (scritta da Carmelo Musumeci) narra con autenticità la giornata sempre uguale di un ergastolano senza scampo, scandita nei suoi ritmi esteriori e interiori – alba, mattino, pomeriggio, sera, notte – costringendo il lettore a immaginare l’inimmaginabile. Nella sua Parte II (scritta da Andrea Pugiotto), ripercorre criticamente la trama normativa dell’ergastolo ostativo, argomentandone i tanti profili di illegittimità costituzionale e convenzionale, in serrata dialettica con la giurisprudenza delle Corti, costituzionale e di Cassazione, ad oggi persuase del contrario.
     Il volume è impreziosito dall’eloquente Prefazione del Presidente Emerito della Corte costituzionale Gaetano Silvestri, che rilegge il regime dell’art. 4-bis o.p. alla luce del principio supremo di dignità della persona. L’Appendice (curata da Davide Galliani) illustra i risultati di un’inedita ricerca empirica condotta tra circa 250 ergastolani, finalizzata a rilevare le materiali condizioni di salute, fisica e psichica, derivanti da un regime detentivo perpetuo, esclusivamente intramurario, frequentemente declinato nelle forme del c.d. carcere duro (ex art. 41-bis o.p.).
     Il volume (quarto della collana Diritto penitenziario e Costituzione, nata dall’esperienza dell’omonimo Master promosso da Dipartimento di Giurisprudenza dell’ateneo di Roma Tre) è il risultato del primo progetto di ricerca UE dedicato al regime dell’ergastolo nel contesto europeo (www.lifeimprisonment.eu).

 Il libro può essere richiesto in libreria, alla casa editrice, o all'indirizzo   ergastolani@gmail.com 

 

 Recensione di Francesca de Carolis


“Lo spirito di vendetta non ha copertura costituzionale”. Appuntando sul taccuino questa frase, dalla prefazione di Gaetano Silvestri (che è stato presidente della Corte Costituzionale) a un libro da tenere d’occhio, in questi tempi di smarrimenti... in cui prima vittima è la nostra coscienza critica... “Gli ergastolani senza scampo”, il titolo. Carmelo Musumeci e Andrea Pugiotto gli autori. Ergastolano il primo, docente di Diritto costituzionale il secondo. E siccome randagiando lungo sentieri delle nostre carceri quotidiane ho incontrato sia l’uno che l’altro, ero davvero curiosa di questo intreccio di linguaggi, diversi e pure legati da una simile passione del sentire e del fare...
“Forse continuo a respirare perché non ho il coraggio di morire”. Così testimonia Musumeci (detenuto dal 1991, che in carcere si è laureato, e da anni anima una campagna contro l’ergastolo) attraverso pagine di un diario, che è a tratti battibecco con il proprio cuore. Con quella parte viva di sé, che rimane la sola con cui liberamente parlare e confrontarsi, in un luogo che tutto intorno vuole morto. Dove ci si chiede “a che serve essere vivo se non puoi più esistere?”. Dove la speranza “è un veleno che mi sta intossicando da un ventennio”. Sono, quelle di Musumeci, le pagine di un diario che scandiscono il tempo della giornata, dal mattino che “ho sempre paura di svegliarmi”, alla notte che “finalmente il filo dei pensieri si spezza”.
Raccontando la vita che non c’è, smentiscono la bugia, che con una certa malafede viene messa in giro, che l’ergastolo non lo sconta nessuno. In questo nostro paese dove degli ergastolani la stragrande maggioranza è fatta di “ostativi”, cioè persone escluse da benefici di legge e quindi condannate a una pena perpetua e immutabile cui è possibile sottrarsi solo “collaborando utilmente” con la giustizia, altrimenti dal carcere destinati a uscire solo da morti. E più spesso di quanto non si dica in giro, dentro quelle mura suona “l’ora dei limoni neri”...
A spiegare i tanti profili di illegittimità costituzionale dell’ergastolo, con l’attenta cura che gli è propria, meticolosa e lieve a un tempo, Andrea Pugiotto. “Caino va certamente punito, ma da uno Stato di diritto che rispetti la propria legalità costituzionale”. Cosa, questa dello Stato che rispetti la propria legalità costituzionale, sulla quale si avanzano tanti e seri dubbi. L’analisi è puntuale, stringente, ricchissima di argomentazioni, una vivisezione, quasi, di norme e giurisprudenza. Che invito a leggere, anche se profani (come d’altra parte anch’io) in questioni di diritto.
Magari avete letto a suo tempo “comma 22” (ricordate? “Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo”…), non vi sarà difficile seguire sofismi e bizantinismi prodotti anche da illustri Corti (Cassazione, Costituzionale) con le quali Pugiotto entra in serrata dialettica, che qui vengono svelati, e che sfiorano il paradosso. Ma che permettono che sia ancora in vita una pena come quella dell’ergastolo, che è inumana, degradante, una morte mascherata, contraria ai principi fondamentali della Costituzione. Sacrificati all’improbabile idea di sicurezza che ci siamo fatti.
Improbabile come la data che è sul certificato di un ergastolano. Scadenza pena definitiva: 31/12/9999. Sì, avete letto bene. Un traguardo temporale che, commenta Pugiotto, “ha un che di metafisico”, “prodotto dell’asettico linguaggio dell’informatica penitenziaria”. Che un computer, che l’ergastolo non lo può capire, una data deve pur metterla…
La pena di morte nascosta, dunque. Che parla di questi “cattivissimi per sempre” ma, scrive Pugiotto, parla soprattutto “di noi e di cosa siamo diventati”. Se tutto questo ci è indifferente o addirittura vogliamo.
E arriva, come un pugno in faccia, l’appendice. Dove Davide Galliani, docente dell’Università di Milano, narra dei risultati di un progetto di ricerca che molto racconta delle condizioni materiali degli ergastolani. Che è cosa che sempre sconvolge, perché anche se molto già sai, c’è sempre qualcosa che mai riusciresti a immaginare. A cominciare dalle tante malattie del corpo e della mente che sono le condizioni stesse del carcere a determinare. Cosa è se non tortura del corpo e della mente tenere in cella una persona con il morbo di Buerger, cui è già stato necessario amputare un piede, depressa e con continui attacchi di panico. O dopo una già lunga detenzione, un uomo con il morbo di Parkinson. O persona di 83 anni, dal ‘93 ininterrottamente in regime di carcere duro. Non possiamo immaginare... E quale motivo se non un meccanismo di morte, ancor più inumano perché affidato alla meccanica indifferenza del sistema.
Purtroppo le parole “criminalità”, “mafia”, la parola “legalità”, persino, a volte, sembrano diventate in questo nostro paese la chiave per dare il via libera all’annullamento dei diritti fondamentali dell’individuo. Che è cosa che non produce uomini migliori (né dentro né fuori) e sta corrodendo la nostra democrazia.
Tornando a una pagina del diario di Musumeci… dove ricorda di avere letto che una direttrice di un carcere indiano criticava le nostre moderne prigioni perché prive di alberi. E si rende conto che è vero, che in tutte le carceri dove è stato non ha mai trovato un albero in un cortile e si chiede chissà perché l’Assassino dei sogni (come definisce il carcere) ha così paura degli alberi. Si risponde: “Forse perché in loro c’è vita. E lui odia qualsiasi cosa viva”.
Leggete “Gli ergastolani senza scampo” (collana diritto penitenziario e costituzione- Editoriale Scientifica). E poi, se proprio non ci importa di quanto sappiamo essere non umani, di quanta confusione facciamo fra vendetta e giustizia, proviamo almeno a rispondere onestamente a una domanda. È questo che ci fa sentire “più sicuri”?

 Francesca de Carolis

 

Giustizia, carcere, pena. Gli ergastolani senza scampo
di Valter Vecellio

(…) C’è poi un aspetto specifico, ma estremamente significativo, quello dell’ergastolo. Battaglia, è da credere, impopolare; ma non per questo giusta e doverosa.
Di ergastolo, e in particolare, quello ostativo, parla un libro prezioso, “Gli ergastolani senza scampo”. Di Carmelo Musumeci e Andrea Pugiotto (Editoriale Scientifica, pagg.216. 16,50 euro). Testimonianza in corpore vili; e, insieme, inquadramento “tecnico”-giuridico, e politico nel senso alto e pieno del significato. Musumeci è un ergastolano, detenuto dal 1991. In cella comincia un percorso di “recupero” che lo porta dalla iniziale licenza elementare alla laurea in Giurisprudenza e alla specialistica in Diritto Penitenziario. Riscatto, e insieme una consapevolezza e una crescita personale e umana che lo trasforma, è indubbio che il Musumeci del 1991 è diverso, “altro” dal Musumeci del 2016. In questo caso si può dire che il terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”), ha trovato pratica esecuzione. Pugiotto è un giurista, ordinario di diritto costituzionale all’università di Ferrara; da tempo si occupa delle dimensioni costituzionali del diritto punitivo, si tratti della pena di morte, dell’ergastolo, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, i Centri di Prima Accoglienza. Il libro è impreziosito da una prefazione del presidente emerito della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri; e da un’appendice del professor Davide Galliani.
Libro prezioso fin dalle prime righe. Il professor Silvestri mette subito in chiaro: “In tempi di terrorismo internazionale e di perdurante aggressività delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, affermare con la giusta decisione principi fondamentali in tema di umanità della pena può suscitare reazioni sfavorevoli, ma è più che mai necessario, sul piano etico e giuridico, per tener fede ai valori posti a base della nostra civiltà…”. In sostanza: proprio in tempi di emergenza, di sbandamento e scoramento, ecco che bisogna tener alta e ferma la bandiera del diritto e della legge. Senza deroghe e concessioni securitarie, senza derive demagogiche e strumentali. Già questo concetto, valido per l’Italia ma non solo (e basterebbe ricordare cosa sta accadendo in Francia), dovrebbe costituire materia di riflessione, confronto, dibattito.
Un libro, lo descrive bene, Silvestri, “utile a mantenere viva la nostra coscienza critica, perché non si smarrisca il senso della democrazia costituzionale, che dalla tutela dei diritti fondamentali trae la sua principale ragion d’essere”.
Cos’altro, e di meglio si può aggiungere? Leggetevi il lento, “pesante”, opprimente scandire del tempo, delle ore e perfino dei minuti, della giornata dell’ergastolano Musumeci: “Fra pochi mesi compio sessant’anni. Ma è ormai da molti anni che non conto più i giorni, i mesi, gli anni. A che servirebbe? Sono solo giornate vuote e perse. Purtroppo, in carcere non c’è tempo. E senza tempo non c’è vita…”.
Si entra nel cuore e nel vivo della questione: da una parte il precetto costituzionale che la pena deve tendere al recupero del detenuto, e vanno garantiti elementari presupposti di umanità; dall’altra l’esistenza dell’ergastolo ostativo: per cui un detenuto, per il solo fatto di essere stato condannato per uno dei reati previsti dall’art.4-bis dell’Ordinamento Penitenziario, si vede negata la speranza di poter riacquistare mai la sua libertà.
Veniamo ai tredici capitoli (più la conclusione), di Pugiotto: con un linguaggio piano di chi sa esporre argomenti complessi in modo che diventino accessibili anche a chi non è “sacerdote” del diritto l’assurdità teorica e l’iniquità pratica dell’ergastolo ostativo: dal punto di vista dell’etica, del diritto, ma anche della mera convenienza. I saggi di Pugiotto dimostrano come non vi sia, dal punto di vista tecnico-formale, alcun ostacolo all’abolizione dell’ergastolo, e non solo quello ostativo. Il succo del discorso è in un capitoletto, “Mantra”: “
Il principale ostacolo a tali ragionevoli proposte di riforma, miranti al superamento dell’ergastolo senza scampo, non è di ordine giuridico. Va cercato altrove, nelle aspettative sociali verso una pena certa, dura, esclusivamente retributiva, possibilmente neutralizzatrice, da scontarsi fino all’ultimo giorno. E’ un mantra costituzionalmente stonato, perché la certezza della pena è un concetto flessibile, in ragione dell’incidenza del percorso trattamentale sulle modalità e sulla durata della pena stessa… Tuttavia, è in ragione di tale mantra che per molti (temo la maggioranza) il carcere a vita non fa problema, in nessuna delle sue declinazioni. A mali estremi, estremi rimedi, come usa dire. E se i condannati per reati efferati di criminalità organizzata sono sottoposti a un regime ostativo particolarmente severo, poco male: se lo sono meritati. E’ una tesi largamente diffusa e di facilissimo consenso. Non può, però, essere la tesi di uno Stato di diritto. Perché la pena dovuta è la pena giusta, e la pena giusta è solo la pena non contraria alla Costituzione”.
È bene fare tesoro delle parole del presidente Silvestri: “La dignità coincide con l’essenza stessa della persona, non si acquista per meriti e non si perde per demeriti, non è un ‘premio per i buoni’ e quindi non può essere tolta ai ‘cattivi’”.
Libro, questo “Gli ergastolani senza scampo”, che ci si augura venga letto e non solo tra gli addetti ai lavori, che in teoria non dovrebbero averne bisogno (ma avendo sotto gli occhi quotidianamente non pochi “lavori” degli addetti, non è azzardato dire che si tratta di lettura anche per loro preziosa); è soprattutto nelle scuole, che andrebbe diffuso, e commentato e discusso. Dovrebbe esserci, più che una “buona scuola”, una “scuola buona”; ma qui fatalmente si scivola in un altro, più complicato discorso.

Tratto da:

http://www.articolo21.org/2016/02/giustizia-carcere-pena-gli-ergastolani-senza-scampo/

 

 Recensione di Maria avv. Brucale

"In tempi di terrorismo internazionale e di perdurante aggressività delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, affermare con la giusta decisione princìpi fondamentali in tema di umanità della pena può suscitare reazioni sfavorevoli, ma è più che mai necessario, sul piano etico e giuridico, per tener fede ai valori posti a base della nostra civiltà. Questo libro è un contributo incisivo, letterario e scientifico, utile a mantenere viva la nostra coscienza critica, perché non si smarrisca il senso della democrazia costituzionale, che dalla tutela dei diritti fondamentali trae la sua principale ragion d’essere.
La dignità coincide con l’essenza stessa della persona, non si acquista per meriti e non si perde per demeriti, non è un “premio per i buoni” e quindi non può essere tolta ai “cattivi”.
Essa non solo non è bilanciabile, ma, a fortiori, non è barattabile con alcun interesse, ancorché costituzionalmente rilevante e protetto.
La deprivazione definitiva e irrimediabile della socialità derivante dal c.d. ergastolo ostativo, non è coerente con la tutela della dignità della persona, che non può essere ritenuta integra in assenza della dimensione della socialità". Un breve stralcio della prefazione al libro,del Presidente Emerito della Corte Costituzionale Gaetano Sivestri. La dignità dell'uomo non è bilanciabile né barattabile. Questo è il perno attorno al quale ruotano le diverse prospettive di osservazione degli autori del libro. Un saggio che racchiude e accorpa senza soluzione di continuità, il vissuto interiore di un ergastolano ostativo, Carmelo Musumeci e le voci autorevoli di due illustri costituzionalisti, Andrea Pugiotto e Davide Galliani.

CARMELO MUSUMECI

Un cuore mai arreso combatte un corpo ormai di proprietà dell’"Assassino dei sogni", così Carmelo chiama il carcere. L’ergastolano ostativo affronta una morte che è il vivere in attesa della fine, una agonia lenta quanto inesorabile che toglie il senso al domani e vela di lutto un passato che non può tornare. Carmelo racconta come vive e cosa pensa un ergastolano nell’arco delle ventiquattro ore di una giornata. I capitoli sono intitolati: l’alba, il mattino, il pomeriggio, la sera e la notte. Questa l'introduzione: “Lo ammetto. Il mio cuore è più coraggioso di me. In tutti questi anni di carcere lo ha continuamente dimostrato. E di solito si sveglia prima di me. L’ha fatto anche questa mattina all’alba. Povero scemo. Come al solito, quando si sveglia, è felice come un grillo. E ha iniziato a battermi nel petto come un forsennato. Come se dovessi andare da qualche parte. Tanta fatica per nulla. Neppure oggi andrà da qualche parte. E sarà così per sempre. Fino al suo ultimo battito. Ed è inutile che faccia finta di non sapere che questo suo nuovo giorno è già morto ancora prima di nascere”.
Accanto a Carmelo, Andrea Pugiotto e Davide Galliani studiano, approfondiscono, esplorano ogni aspetto tecnico e nuovo del tema e si pongono prammaticamente l' obiettivo di un cambiamento così da non essere spettatori esperti del male ma audaci combattenti, sentinelle del Diritto.

 ANDREA PUGIOTTO

Offre una critica lucida e serrata alla politica legislativa dei "cattivi per sempre".
L'ergastolo senza scampo è cancellazione dell’orizzonte rieducativo. La pena è sempre uguale a se stessa fino alla morte. E' una stortura logica perché muove da un presupposto di infallibilità dl sistema penale. Inammissibile è l'equazione collaborazione = ravvedimento. Si può collaborare senza ravvedersi e ravvedersi senza collaborare. La Costituzione non ammette l’automatismo normativo secondo cui esiste una presunzione assoluta di non rieducabilità tarata su tipi di autore. L’ergastolo senza possibilità di revisione della pena, viola i diritti umani (Vinter c/ Regno Unito). La pena perpetua non riducibile viola l’art. 3 Cedu: impedisce il riscatto del reo, non garantisce la proporzionalità della pena (che deve essere commisurata al percorso trattamentale), viola la dignità umana.
E’ tortura giudiziaria infliggere un tormento senza che chi lo subisce possa elaborare la proiezione della fine di esso.

DAVIDE GALLIANI

Offre una riflessione sulla concretezza della detenzione senza scampo; sulle condizioni materiali ed esistenziali degli ergastolani.
Uno studio appassionato e capillare condotto nell’ambito di "Life imprisement without hope" un progetto finanziato dall’Unione Europea contro l’ergastolo senza speranza.
Ben 246 schede questionario compilate da ergastolani, raccolte e analizzate, tante voci che “chiedono ascolto, ci obbligano a metterle a valore”.
Voci che raccontano il carcere, le privazioni, le malattie, la depressione, la disperazione. Firme apposte con cura alla fine di ogni scheda che dicono, gridano, Io esisto!
Vite recluse che si tratteggiano negli schemi dei questionari e offrono spunti certi per importanti indagini statistiche: sulle patologie più frequenti, sui fenomeni depressivi, sui suicidi in carcere. Nei primi periodi di detenzione, ad esempio, ci si uccide con più frequenza. L’impatto con il carcere può essere deflagrante.
I detenuti di lungo corso arrivano meno facilmente all’estremo approdo, forse perché confondono il sé e l’Istituzione, non li distinguono.
Ancora, la follia di un sistema che ammette che un uomo con il morbo di Parkinson, detenuto dal 1994, stia ancora in carcere.
Quale anelito di sicurezza può legittimare una simile compressione dei diritti umani?
La conclusione che: “A un certo punto l’umanità deve prevalere sul crimine, su qualunque crimine!”

Avv. Maria Brucale
 

Pubblicata a pag. 12:
http://centoundici.it/rivista-centoundici-cp/ 

 

 

 


 

Recensione di un ergastolano ateo a
Il nome di Dio è misericordia


Carmelo, non ti preoccupare se non credi in Dio perché Lui crede in te. (Suor Grazia)

Suor Marie Agnes mi ha mandato il libro-intervista di Andrea Tornielli a Papa Francesco dal titolo: “Il nome di Dio è misericordia” (Piemme) .
Leggo di tutto, ma di solito i libri religiosi li lascio sempre per ultimi. Questa volta, sia perché Papa Francesco mi è simpatico, sia perché ha abolito la pena dell’ergastolo (definendola “Pena di Morte Mascherata”) nella Città del Vaticano, ho letto subito questo bel libro.
Le risposte di Papa Francesco ad Andrea Tornielli riportate sul libro ti illuminano il cuore. Eccone alcune:
“Tu puoi rinnegare Dio, tu puoi peccare contro lui, ma Dio non può rinnegare se stesso, Lui rimane fedele. (…) Chi non crede in Dio, non è vero che non crede in niente, perché comincia a credere a tutto. (…) L’amore di Dio c’è anche per chi non è nella disposizione di ricevere il Sacramento. (…) Senza la misericordia, senza il perdono di Dio, il mondo non esisterebbe. (…) Mi spiace di non essere pentito. Quel dispiacere è il piccolo spiraglio che permette al prete misericordioso di dare l’assoluzione. (…) Nel dubbio si decida sempre in favore della persona che è sottoposta a giudizio. (…) Anche san Pietro e san Paolo erano stati carcerati. Ogni volta che varco la porta di un carcere mi viene sempre questo pensiero: perché loro e non io? Io dovrei essere qui, meriterei di essere qui. Le loro cadute avrebbero potuto essere le mie, non mi sento migliore di chi ho di fronte. (…) Non c’è giustizia senza perdono.

Vi confido che fin da bambino in collegio non ho mai avuto simpatia per i preti e le suore. Mi ricordo che a quel tempo la cosa che odiavo di più era che tutte le sante mattine mi portavano di forza in chiesa per ascoltare la messa. Io non avevo mai avuto un’educazione religiosa e non capivo perché dovevo stare in ginocchio davanti a un Signore sconosciuto messo in croce, anche perché a quel tempo pensavo di non aver nulla da farmi perdonare, a parte forse la colpa di essere nato.
E così ho iniziato molto presto a litigare con Dio. Qualcuno in seguito mi ha detto che anch’io alla mia maniera sono credente, perché credo di non credere.
Da grande le cose sono cambiate soprattutto da quando nel 2007 ho incontrato nel carcere di Spoleto Don Oreste Benzi (Fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII) che incredibilmente appoggiò il primo sciopero della fame collettivo degli ergastolani, per l’abolizione della “Pena di Morte Viva”. Subito dopo conobbi Suor Grazia, monaca di clausura del Monastero di Pratovecchio, che è diventata un po’ la mia musa religiosa. E tempo fa la sua Priora, dopo le sue ripetute insistenze, le ha concesso di uscire dal monastero per venirmi a trovare. L’incontro con Suor Grazia è stato bellissimo. Lei è graziosa, delicata e fragile. Tutta cuore e anima. Mi è sembrata un uccellino che ha preso il mio cuore come suo nido per tutta la durata dell’incontro. Bella, solare e buona. Piena d’amore di Dio. Solo le persone come lei mi fanno venire il dubbio che forse Dio esiste. Mi ha raccontato che c’era un ladro che andava a rubare l’elemosina al loro convento. Loro invece di andare a chiamare i carabinieri gli hanno lasciato un bigliettino con scritto: “Se hai bisogno vieni da noi”. E i furti sono finiti.

Continuo però ancora a credere di non credere, ma cerco di comportarmi come se Dio mi guardasse. Penso che credere in Lui sia la soluzione più a portata di mano, ma credo pure che sia anche la più difficile. Poi penso che in tutti i casi di Dio non si può sapere nulla, anche perché lui è un anarchico e ti lascia libero di credere o di non credere. Sotto un certo punto di vista assomiglia un po’ a Papa Francesco, ma forse è meglio affermare che sia lui ad assomigliare a Dio. E la lettura di questo libro ti avvicina un po’ a tutti e due.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, febbraio 2016

 


  Il libro “Fuga dall’Assassino dei Sogni” nelle mani di Papa Francesco

Questa notte ho fatto un brutto sogno. Un vero e proprio incubo. Ero chiuso in un carcere dove le pareti della mia cella si restringevano e il soffitto si abbassava per raggiungere il pavimento. E non avevo nessuna via di fuga. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

Io e l’amico Alfredo (Cosco) abbiamo scritto a quattro mani questo particolare libro, dal titolo “Fuga dall’Assassino dei Sogni”, perché tempo fa avevo letto che in un muro di un lager nazista avevano trovato scritto questa frase che mi aveva molto colpito: “Io sono stato qui e nessuno lo saprà mai”. Vi confido che scrivo i miei libri perché voglio che si sappia cosa accade dentro le mura delle nostre Patrie Galere. E spesso uso la forma romanzata per non passare guai, perché quando sei prigioniero dell’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) non è facile avere il coraggio di mettersi contro chi gestisce la tua vita, spesso anche la tua mente e il tuo cuore.
Prima che il libro andasse in stampa, Alfredo mi scrisse e mi chiese a chi volevo dedicarlo. Non ci ho pensato neppure un attimo e gli ho risposto che lo volevo dedicare a due persone “A Papa Francesco per avere abolito la pena dell’ergastolo nella città del Vaticano” e “A Mita Borghesi, la figlia adottiva che aiuta a battere il mio cuore tutti i giorni”.

Oggi ho ricevuto una lettera da Don Antonio che mi informa che il libro è arrivato nelle mani del Pontefice: Carissimo Carmelo, ho avuto oggi la conferma dal mio “postino” che il tuo libro è stato consegnato direttamente nelle mani di Papa Francesco, con le dovute spiegazioni. Il papa ha avuto attenzione ed un sorriso di accoglienza. Giustamente il mio “postino” ha commentato che difficilmente il papa avrà il tempo di leggerlo, visto che riceve circa 1000 lettere al giorno… ma il filo diretto c’è stato. Anche ai tuoi amici che hanno collaborato alla realizzazione del libro lo puoi dire con sicurezza e soddisfazione. Un affettuoso abbraccio.

Poi Suor Marta, sorella di clausura del monastero di Lagrimone, dopo aver letto “Fuga dall’Assassino dei Sogni” mi ha scritto: (…) Io mi sono commossa alle lacrime nel capitolo XLIV “deciso di andare incontro alla morte.” In quel capitolo emerge una pacata, ma profonda e coinvolgente, lotta-interiore per dare vita alla libertà della persona e pienezza senza ostacoli all’amore che da sempre la possiede. A specchio della sua decisione ci sono le persone che ama teneramente.
Tragiche e colme di tenerezza amorosa la lettera alla compagna e a Nadia. Non sembra il dolore averla vinta, ma l’amore, la vera libertà a cui l’uomo aspira. Ritengo che anche il capitolo XLV sia di una ricchezza straordinaria, una pagina di grande autore
.” E Suor Daniela ha aggiunto: “Ciao Carmelo. Ho cominciato a leggere il tuo libro. Stile avvincente. Difficile smettere.”

Non abbiate paura di leggerlo anche voi e scoprire l’inferno delle nostre Patrie Galere. Il libro lo potete ordinare nella vostra libreria o per info e ordinazioni zannablumusumeci@libero.it o su www.edizionierranti.org.
Titolo “Fuga dall’Assassino dei Sogni” di Carmelo Musumeci e Alfredo Cosco (Edizioni Erranti, Cosenza, 2015, pp.278, euro 14.00).

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova Novembre 2015


                                                                                                                            

 

Il libro di Carmelo Musumeci e Alfredo Cosco "Fuga dall'Assassino dei Sogni"

     che vanta la prefazione di Erri De Luca, ha un'importante Appendice dove sono state raccolte alcune incredibili testimonianze su quello che è successo nei "carceri speciali" delle isole di PIANOSA e ASINARA, agli inizi degli anni '90.  


PREMESSA a cura di Marcello Dell'Anna


-L'Isola del diavolo Carmelo Musumeci
-Pianosa Matteo Greco
-Quando lo racconteremo, non ci crederanno    Pasquale De Feo
-Asinara Sebastiano Prino
-Tortura Antonio De Feo
-In memoria di Pianosa Rosario Indelicato

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Pagine 278, brossura

Anno: 2015
Prezzo 14,00

Info e ordinazioni: zannablumusumeci@libero.it


 

Riportiamo qui il testo integrale della Prefazione di Erri De Luca

al libro di Carmelo Musumeci e Alfredo Cosco

"Fuga dall'Assassino dei Sogni"- Edizioni Erranti



Pagine 278, brossura

Anno: 2015
Prezzo 14,00
Info e ordinazioni: zannablumusumeci@libero.it

Prefazione a “Fuga dall’Assassino dei Sogni”

 La sagoma della prigione s’imprime nell’infanzia. Il castigo di venire rinchiusi fa parte, o ne faceva, di un avviamento alle regole. Per me fu temperato dalla materia del muro: il tufo. Traspirava, attraverso i suoi pori mi arrivava la vita che si svolgeva fuori. Ingiurie, preghiere, richiami, risate, conversazioni: il tufo le faceva passare.
Le prigioni presero all’inizio la via del mare, su navi dette appunto galere, con i forzati ai remi.
Proseguirono con gli esiliati su isole lontane, rinchiusi dentro il cerchio delle onde. Gli Inglesi spedirono in Australia i condannati e si trovarono in cambio una nazione. Da noi nel Mediterraneo le isole si riempirono di sbarre. Nella mia infanzia è impressa la fortezza di Procida, sotto la quale passavano i battelli della villeggiatura. A Ischia visitavano il Castello Aragonese dove stettero incatenati al muro i napoletani ribelli ai re Borbone.
Scrivo questi ricordi per dire che le prigioni non sono un pensiero remoto, ma un edificio al centro dell’educazione. Nella percezione corrente gli istituti di pena sono la botola della giustizia, aperta sotto i piedi dei soliti previsti. Non quelli che pesano di più fanno scattare il meccanismo, ma gli ultraleggeri, i “luftmensch”, persone fatte d’aria, senza zavorra di quattrini in tasta. Quelli che davanti alle vetrine illuminate, agli schermi accesi, restano a sentire il loro desidero crescere fino all’ira. Leggo in questo libro le parole di uno di loro, mio coetaneo perché della generazione che ha conosciuto le carceri della persecuzione. La pena erogata veniva eseguita con l’accanimento fisico permesso dall’estremismo repressivo dell’articolo 90, oggi modificato in 41 bis. Al vertice rovescio del sistema penitenziario speciale stava l’Asinara, luogo di demolizione della macchina uomo. Qui è detta, non descritta. Detta a voce a chi sta dirimpetto e la raccoglie per averla condivisa. Topi e isolamento, percosse e privazioni d’acqua, arbitrio puro di chi è autorizzato a opprimere: l’Asinara non meritava altra sorte di quella di essere chiusa dalla rivolta degli arrostiti. Asinara, Goli Otok, Tremiti, Pianosa, Santo Stefano: le isole del Mediterraneo anticipano il destino delle celle, che è di finire chiuse, abbandonate, vuote. Le isole tornano alla loro natura di passaggio per gli uccelli in volo. Le onde smettono di essere il fossato intorno alla fortezza, libere di andare e venire. E un medico di carcere non è più il falsificatore di cartelle cliniche, addetto alla cancelleria dei pestaggi.
Leggo l’io narrante di una vita rinchiusa, gli effetti ristretti all’ora di colloquio, le fughe pensate per dare caloria al pensiero, le sue letture davanti al naso per cancellare i muri. È l’esistenza che serve allo Stato per dimostrare il suo diritto di pugno.
Quando nel corpo spunta un dolore, anche se in fondo a un piede, quello diventa il centro pulsante dell’intero organismo. Così è per la prigione, centro che deve irradiare intorno a sé il dolore a scopo di terrore. Il resto del corpo cerca di tenersi a distanza, per sottrarsi al contagio. Ma la prigione è un’epidemia che, pure colpendo i più deboli, ammicca a tutti gli altri, che sanno provvisoria la loro immunità.
Ergastolo infine è l’ultima bestemmia della negazione, la peggiore profezia a carico della persona umana: la sua impossibilità di espiare.
La pena dell’ergastolo non è penitenza ma rifiuto.
Leggo chi ha avuto la forza di narrare dal fondo di questa discarica.
E questo è un libro, perché a questo serve: mettere al centro una vita e dare al lettore il posto d’onore davanti.        
 

                                                                                                                                                               Erri De Luca

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       


 

 

Biografia

Carmelo Musumeci nasce il 27 luglio 1955 ad Aci Sant’Antonio in provincia di Catania. Condannato all’ergastolo, si trova ora nel carcere di Padova.
Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara in regime di 41 bis riprende gli studi e da autodidatta termina le scuole superiori. Nel 2005 si laurea in giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Viverel’ergastolo” .
Nel Maggio 2011 si è laureato all’Università di Perugia al Corso di Laurea specialistica in Diritto Penitenziario, con una tesi dal titolo “La ‘pena di morte viva’: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità” ,
con relatore il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale, e Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia e Sociologia del Diritto e Presidente onorario dell’Associazione Antigone per la difesa dei diritti dei detenuti
Nel 2007 conosce don Oreste Benzi e da allora anni condivide il progetto “Oltre le sbarre”, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Promuove da anni una campagna contro il fine pena mai, per l’abolizione dell’ergastolo.

Chi volesse scrivergli può farlo attraverso amici volontari, che tengono per lui questo indirizzo email: zannablumusumeci@libero.it

Bibliografia
Ha pubblicato nel 2010 il libro “Gli uomini ombra”,
nel 2012 “Undici ore d’amore di un uomo ombra” e “Zanna Blu”, con la prefazione di Margherita Hack, editi da Gabrielli Editori.

Nel 2013 pubblica “L’urlo di un uomo ombra”, Edizioni Smasher;

nel 2014 con Stampa Alternativa-Nuovi Equilibri, per la collana Millelire, “L’Assassino dei Sogni”, Lettere fra un filosofo e un ergastolano, di Carmelo Musumeci, Giuseppe Ferraro;

nel 2015 per Edizioni Erranti “Fuga dall’Assassino dei Sogni” di Alfredo Cosco e Carmelo Musumeci;

nel 2016 "Gli ergastolani senza scampo" Fenomenologia e criticità costituzionali dell'ergastolo ostativo di Carmelo Musumeci / Andrea Pugiotto, con prefazione di Gaetano Silvestri e un'appendice di Davide Galliani, Editoriale Scientifica.