Carmelo Musumeci

 


Diario dal 19 al 26 Marzo 

19/03/2017
     Ieri sera, ho avuto la sorpresa più bella della mia vita: all’improvviso mi sono trovato davanti mia figlia che mi è venuta a trovare per la festa del papà!
Poi, alla sera, mi ha accompagnato in carcere e oggi abbiamo passato una bellissima giornata insieme.

20/03/2017
     Oggi ho pensato per tutto il giorno a bei momenti che ho passato ieri con mia figlia, perché ho recuperato qualche bacio e qualche carezza che ho perso i tutti questi anni di carcere.
I nostri due cuori si sono riempiti, si sono scambiati un po’ della loro energia e si sono riempiti uno dell’altro.

21/03/2017
     È uscito il mio ultimo libro, “Angelo SenzaDio” , con una bellissima prefazione di Agnese Moro.
Ecco come l’ho iniziato:
“Le storie vere non piacciono mai, per questo scriverò che questa è una storia inventata”.

22/03/2017
     Sul treno che prendo al mattino quando esco dal carcere ci sono molti ragazzi che vanno a scuola.
Questa mattina alcuni di loro si passavano la palla con le mani e alcuni passeggeri li guardavano male.
Io invece gli sorridevo e quando la palla per caso è andata a sbattere sul mio posto a sedere, l’ho raccolta e, con timidezza, mi sono messo a giocare con loro.

23/03/2017
    Alla domanda di una volontaria che lavora nella struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII insieme a me ho risposto che l’ergastolano ha due alternative: o morire lentamente o morire subito. Io invece ho preferito lottare.

24/03/2017
     Ho scritto questa sinossi per Amazon, che distribuirà il mio nuovo libro, Angelo SenzaDio:

"Da tanti anni viveva in carcere, dentro una cella, con una porta blindata e un cancello davanti, una finestra con le sbarre di dietro.
La vita gli aveva sempre voltato le spalle, ma lui era sempre riuscito a trovare una ragione per continuare a vivere.
E negli ultimi tempi aveva trovato nel suo cuore e nella sua mente un Angelo che riusciva vedere solo lui.
Vide il nuovo carcere dai fori della parete del blindato.
Poi lo vide da dentro le mura e gli sembrò ancora più brutto che di fuori.
Il pesante portone scrostato e umido si chiuse come le fauci di una belva su una preda ed emise un rugginoso scricchiolio.
Il SenzaDio scese dal blindato sul cortile interno del carcere con le manette ai polsi.
Fu subito colpito da una ventata di freddo sul viso e il gelo gli punse le labbra.
Si guardò intorno.
Lasciò vagare lo sguardo e vide muri possenti con in cima alti vetri blindati.
In ogni angolo del muro di cinta c’era una torretta con dentro una guardia armata.
Nel centro c’era un alto e massiccio edificio.
Il SenzaDio capì subito che quella doveva essere la “Prigione delle scimmie”.
Ne aveva sentito parlare e pensò che in quel carcere sarebbe stato difficile sopravvivere perché le guardie facevano combattere i detenuti fra di loro.
Poi sentì l’inconfondibile puzza di ogni prigione in cui andava.
Era l’odore di dolore.
Aprì la bocca verso il cielo e ingoiò con avidità l’aria pulita del mattino.
Poi vide il cielo coperto da una foschia umida e bagnata.
Sembrava che il cielo stesse pingendo perché era coperto da un velo di nuvole grigie.
Le guardie della scorta lo guardarono con uno sguardo cupo.
Poi gli intimarono di muoversi.
Una di queste tese leggermente la catena attaccata alle manette.
Il SenzaDio lo fulminò con un’occhiata e non mosse un muscolo.
Rimase fermo come un macigno e trattenne a stento un sorriso.
Continuò a fissare il cielo come se niente fosse.

Lasciò trascorrere qualche secondo.
Poi guardò le guardie senza vederle e a un tratto sorrise a se stesso.
Voltò le spalle.
Si mosse.
E a grandi falcate, quasi trascinando le guardie, entrò nella porta spalancata davanti a lui della “Prigione delle Scimmie” portandosi dietro il suo Angelo."

25/03/2017
     Ieri notte, un mio compagno che ha continuamente paura del terremoto ci ha svegliato alle due di notte perché aveva sentito la branda tremare.
Io non sentito nessuna scossa e gli ho detto di spegnere la luce e di mettersi a dormire tranquillo perché i carceri, a differenza delle case, li costruiscono solidi e tutti in cemento armato per non fare scappare i prigionieri.

26/03/2017
     Daniela, una mia cara amica che mi segue da tanti anni, appena letto il mio nuovo libro mi ha fatto questa bella recensione:
“Angelo Senza Dio” è un racconto duro, doloroso, drammatico ma anche molto poetico, come dice bene Agnese Moro, perché Lorenzo, il Senza Dio, riuscirà, grazie all’Angelo che decide di volergli bene e di stargli sempre nel cuore e nell’anima anche se lui non lo vuole, che con dolce violenza gli si impone, riuscirà, dicevo, a cambiare, a sciogliere una goccia della corazza che si è dovuto costruire per sopravvivere all’ergastolo e a provare, per la prima volta, un sentimento che si avvicina all’affetto e all’amicizia. Ancora una volta Carmelo, che di carceri ne ha girate tante, ha vissuto anche il 41 bis ed è attualmente in semilibertà dopo aver scontato più di 25 anni per la sua condanna all’ergastolo, riesce con il suo stile asciutto, spesso volutamente ripetitivo e martellante ma altamente poetico e a tratti anche ironico, a non lasciare indifferente chi legge, a commuovere e anche a far sorridere nei dialoghi surreali tra Il Senza Dio e l’Angelo (…).


 

Che cosa è il regime di tortura del 41 bis?


     Ultimamente mi stanno scrivendo diversi laureandi che stanno preparando la tesi sulla tortura del regime del 41 bis prevista dal nostro ordinamento penitenziario. Penso che sia importantissimo che i giovani nelle loro tesi di laurea s’interessino e scrivano delle conseguenze che porta questo terribile regime. Molti non sanno, e altri fanno finta di non sapere, che questo girone infernale crea dei mostri vegetali perché dopo alcuni anni il prigioniero non pensa più a niente e diventa solo una cosa fra le cose.
     Anna, che si sta laureando in giurisprudenza, l’altro giorno mi ha chiesto: “Che cos’è il regime di tortura del 41 bis?”.
     Pur sapendolo perché l’ho subìto per cinque lunghi anni, con un anno e mezzo d’isolamento totale, mi sono accorto che non è facile rispondere a questa domanda, perché è come se ti chiedessero cos’è l’inferno. Le ho detto che in queste sezioni ci sono donne e uomini che non abbracciano figli, padri, nipoti e madri da anni e anni. È un regime dove perdi totalmente la gestione della tua vita, spesso anche dei tuoi pensieri. Ti spogliano della tua identità. Diventi a tutti gli effetti un fantasma. Ti levano anche lo specchio, per non farti specchiare, per farti sentire un’ombra. Ti spogliano la cella di tutti i tuoi oggetti. Ti censurano la posta per toglierti la solidarietà esterna e l’intimità dei tuoi sentimenti. Ti isolano. Ti emarginano come i dannati all’inferno, ma almeno questi, si dice, hanno la compagnia dei diavoli.
Alla fine ad Anna ho raccontato di un episodio di quando ero sottoposto al regime di tortura del 41 bis nell’isola del Diavolo dell’Asinara.

     Era il 1992. Mi trovavo nella cella liscia. Ero in isolamento. Non vedevo e non parlavo con nessuno. La mia cella sembrava una scatola di sardine. Un fazzoletto di cemento, con una branda piantata sul pavimento. Un tavolino di pochi centimetri inchiodato al muro. Una finestra con doppie sbarre, una porta blindata spessa una spanna. Un bagno turco aperto senza nessuna riservatezza e, al lato, un piccolo lavandino. Lo spazio nella cella era minimo. A malapena riuscivo a stare in piedi per fare giusto qualche passo avanti ed indietro. Probabilmente un animale, vivendo in quel modo, sarebbe morto. Io invece sono riuscito a sopravvivere.
Una notte, era l’ultima dell’anno, era passata la mezzanotte e le guardie stavano festeggiando rumorosamente l’anno nuovo. Erano ubriachi. Davano calci ai blindati e urlavano insulti verso di noi. Intuii che presto sarebbero venuti a divertirsi con me. Non mi sbagliavo. Arrivarono. Aprirono la cella ed entrarono. Ridevano. Erano ubriachi. Imprecai contro di loro, e loro iniziarono a colpirmi con i pugni. Quando poi fui a terra, iniziarono a colpirmi con i piedi. Per ripararmi mi trascinai sotto la branda. Le guardie fecero più fatica a colpirmi e presto si arresero e andarono a divertirsi con qualche altro detenuto.

Infine, ho detto ad Anna che adesso il regime di tortura del 41 bis è ancora peggiore e si sa ancora di meno di quello che avviene, perché quei prigionieri hanno smesso di vivere, pensare, sognare e sperare.

Per questo L’Associazione Liberarsi onlus, per l’8 aprile 2017, sta organizzando un convegno sul regime di tortura “democratico” del 41 bis, a Firenze, al Centro Sociale Evangelico via Manzoni 21. Tutte le informazioni nella locandina qui sotto.

Carmelo Musumeci
Marzo 2017

 

2017: 25 ANNI DI 41 BIS
25 ANNI DI TORTURA

 

Sabato 8 aprile 2017
Sala Centro Sociale Valdese
via Manzoni, 21 – FIRENZE

Ore 9,30 iscrizione al convegno;
Ore 9,45 presentazione della giornata: Giuliano Capecchi, associazione Liberarsi;
Letizia Tomassone, pastora chiesa valdese di Firenze;
Ore 10 intervento di Beniamino Deidda, Sandro Margara: il carcere speciale e l'ergastolo;
Ore 10,20 Venticinque anni di 41bis: interventi di: Riccardo De Vito, magistrato di sorveglianza di Nuoro e Presidente di Magistratura Democratica; Carlo Fiorio, ordinario di diritto processuale penale, università di Perugia; Carla Serra, avvocatessa; Giuseppe Mosconi, ordinario sociologia del diritto, università di Padova;
Ore 11,30 testimonianze di: Pasquale De Feo (una lettera), Jean Félix Kamba Nzolo, pastore valdese, Benedetto Labita, Maria Milazzo Labita, Carmelo Musumeci, Sebastiano Prino, Pepè Ritorto, Giovanni Farina (una lettera);
Ore 12,30 dibattito.
Ore 13,30 pausa momento conviviale.
Ore 14,30 ripresa lavori, interventi sulla tortura: Emilio Santoro, ordinario sociologia, università di Firenze; Maria Rita Prette, Edizioni Sensibili alle Foglie; Gustavo Leone, avvocato; Alessio Scandurra, Associazione Antigone;
Ore 15,30 Allora che fare? Interventi di: Ornella Favero, Presidente Conferenza nazionale volontariato giustizia; Alessia Petraglia, senatrice; Luca Maggiora, camera penale di Firenze; Elisabetta Zamparutti, rappresentante del governo italiano nel Comitato Prevenzione Tortura del Consiglio di Europa; Elton Kalica, ricercatore Università di Padova; Ristretti Orizzonti di Padova.
Ore 16,30 dibattito;
Ore 17,30 interventi di: Caterina Calia, avvocatessa; Nicola Valentino, Edizioni Sensibili alle Foglie; tortura, ergastolo, pena di morte.

Aderiscono alla giornata: Associazione l'Altro Diritto; Associazione Antigone; Coordinamento fiorentino contro l'ergastolo; Commissione carcere camera penale di Firenze; Edizioni Sensibili alle foglie; Conferenza nazionale volontariato giustizia.

Si pregano tutti gli invitati di dare conferma della loro partecipazione per una questione logistica.

Con il contributo dell'otto per mille della Tavola Valdese.

 


Ergastolano torna dal figlio e dai due nipotini e viene accolto affettuosamente 

 

  

  


Ragazzi di Scuola Media contro l'Assassino dei Sogni

  

Non si potrebbe concepire una punizione più diabolica di quella di vederci strappati dalla società e di essere totalmente ignorati dai membri che la compongano. (William James)

     Nel mondo libero ti può capitare veramente di tutto e questa mattina, quando sono uscito dal carcere e sono arrivato nella struttura della Comunità dove svolgo la mia attività di volontariato, ho trovato questa bellissima lettera che ha fatto sorridere il mio cuore.

     All'attenzione del Sig. Carmelo Musumeci.
In calce invio la lettera realizzata dai miei alunni della scuola media di Chiusi della Verna che hanno realizzato un lavoro sulla condizione detentiva in Italia.

     Siamo una classe di scuola media di Chiusi della Verna (Ar) e, con il nostro Professore di I.R.C., abbiamo conosciuto la Sua storia. Abbiamo avuto modo di conoscere i vari sistemi di carcerazione e rieducazione presenti in Italia e all'estero e ci siamo convinti che, se ci deve essere un carcere, dovrebbe avere certe caratteristiche: celle più grandi e più spaziose, minimo 15 mq a persona, che possano garantire la privacy di ogni singola persona; presenza di palestre e spazi per praticare sport; presenza di biblioteche ed emeroteche; creare spazi per le arti visive (cinema, teatro, pittura, scultura);garantire la giusta importanza al cibo e alla sua qualità; avere luoghi di culto e avere la possibilità di frequentare laboratori dove imparare un mestiere; avere la possibilità di maggiori incontri con familiari e amici; avere luoghi aperti dove poter vedere il cambiamento delle stagioni. Ma la cosa più importante per noi, è che il carcere debba servire a rieducare i carcerati e ridare loro una speranza, senza farli uscire peggio di come sono entrati, evitando di trattarli male, facendo vedere la detenzione come un'ingiustizia invece che un modo per aiutarli a migliorare.
     La ringraziamo per l'attenzione che ci ha concesso e se vorrà, potrà darci un Suo giudizio sul lavoro che abbiamo fatto. Un caro saluto.

     I ragazzi della classe terza di Scuola media di Chiusi della Verna (Ar)
                                Cordiali saluti.    Prof. Leonardo Magnani

 

     Cari ragazzi,
                           avete capito quello che i nostri governati non vogliono capire e cioè che è una grande stupidaggine fare giustizia con il tipo di carcere che esiste in Italia perché, più che punire i delitti, incita a moltiplicarli.
      Penso che questa società stia perdendo la capacità di pensare, di amare e di essere umana, perché quando la giustizia punisce dovrebbe preoccuparsi anche di farlo senza arrecare altro male. Tanto, in realtà, non si può rimediare più al male già fatto.
     Molti, purtroppo, confondono la giustizia con la vendetta. E una pena che non finisce mai, come la condanna all’ergastolo, non è altro che una vendetta che non rende migliore né chi la emette né chi la subisce. La pena per essere giusta dovrebbe pensare al futuro e non al passato. L’ergastolo invece guarda sempre indietro e mai avanti. La pena - per essere capita, compresa e accettata - deve avere una fine; una pena che non finisce mai non può essere capita, né compresa né tantomeno accettata.
     Cari ragazzi, io credo che il carcere sia la malattia: meno se ne fa, più si guarisce in fretta. La limitazione dei contatti con l’esterno, l’imposizione di norme burocratiche ottuse e spesso stupide ed infantili, imposte per anni e anni, creano dei poveri diavoli che non riusciranno più a inserirsi nella società. Io credo pure che la galera, così com’è, sia un’istituzione totalitaria e criminogena perché, oltre a privare della libertà, della gestione della propria vita e spesso anche dei propri pensieri, spoglia il detenuto della sua identità perché lo costringe a disimparare a vivere.
     Il carcere, oggi in Italia, rappresenta uno strumento di straordinaria ingiustizia, un luogo di esclusione e di annullamento della persona umana. Dietro la vuota retorica di risocializzazione, della rieducazione, si nasconde in realtà una vita non degna di essere vissuta. Io credo anche che se si esce dal carcere dopo troppi anni, quando ormai la famiglia e la società ti hanno dimenticato, o ti muoiono padre e madre e non hai figli, diventi a tutti gli effetti un fantasma che non riuscirà più a inserirsi nella società e che, probabilmente, farà di nuovo del male e tornerà in carcere. Infatti, quando impari a vivere sott’acqua per quasi una vita intera, senza amore, né affetto, né relazioni sociali, è difficile poi tornare a vivere di nuovo sulla terra ferma.
    Cari ragazzi, vi lascio con un sorriso a cielo aperto, almeno fino a questa sera, quando rientrerò in carcere, e con questa bella frase di Dostoevskij: “Se io stesso fossi un giusto, forse non ci sarebbe neppure il delinquente davanti noi”.
     Buona vita.

Carmelo Musumeci
Marzo 2017


  

Lettera aperta ai Giudici della Corte Costituzionale

 

 

Non è consentito avere in cella più di tre libri: è una regola che risale ad 80 anni fa, al tempo della detenzione di Antonio Gramsci che  fu autorizzato a tenere solo tre libri in cella.  (Voce dal regime di tortura del 41 bis).

 

 

 Signori Giudici, ventisei anni di carcere mi hanno insegnato che prima di scrivere bisogna leggere. E dopo bisogna tentare di riflettere con la mente e con il cuore. Subito dopo però bisogna avere il coraggio di scrivere quello che si pensa.

È quello che ho deciso di fare adesso: non sono assolutamente d’accordo con voi che avete deciso di ritenere corretta la norma che consente all’amministrazione penitenziaria di vietare ai detenuti sottoposti al regime di tortura del 41 bis di ricevere libri e riviste dall’esterno. In questo modo, il “fine giustifica i mezzi” e, secondo voi, questo divieto consente di prevenire contatti del detenuto con l’organizzazione criminale di provenienza. A mio parere però con questa decisione avete fatto un “favore” alla mafia perché non avere tenuto conto che i libri potrebbero aiutare a sconfiggere l’anti-cultura mafiosa.

 Signori Giudici, credo che pensiate in questo modo perché leggete poco, forse perché non avete tempo. Io, invece, in questi 26 anni di carcere, ho letto moltissimo. Potrei affermare che sono sempre stato con un libro in mano. E sono convinto che senza libri non ce l’avrei potuta fare.

Mi sono fatto la convinzione che noi siamo anche quello che leggiamo e, soprattutto, quello che non leggiamo. Vi confido che nei libri ho vissuto la vita che non ho potuto vivere: ho sofferto, ho pianto, ho amato, sono stato amato, sono cresciuto, sono stato felice ed infelice nello stesso tempo. E sono morto e vissuto tante volte.

Una volta, una giornalista mi ha chiesto qual era il libro che mi era piaciuto più di tutti. Mi è stato difficile rispondere, perché i libri sono un po’ come i figli: si amano tutti, perché tutti ti danno qualcosa. Alla fine ho detto che mi è piaciuto molto il libro “Il Signore degli anelli” perché molti prigionieri sono un po’ come i bambini. E per vivere meglio si immaginano di vivere in mezzo a boschi e palazzi incantati, fra meraviglie o incantesimi.  Mi ha entusiasmato anche il libro “Il rosso e nero” di Stendhal perché mi ha insegnato che l’amore è fatto di amore. Poi ho citato il libro “Delitto e castigo” di Fëdor Michailovic Dostoevskij perché mi ha insegnato come si sconta la propria pena e che la vita è fatta di errore, se no non sarebbe vita. Infine, ho elencato i libri di Hermann Hesse, fra cui “Siddharta” e “Il Lupo della steppa”, perché mi hanno insegnato che quello che penso io lo pensano anche gli altri… a parte forse voi.

      Signori Giudici, permettetemi di affermare che nei libri non ci sono dei nemici. Anzi, essi aiutano a frugare meglio dentro se stessi. Solo gli sciocchi hanno paura dei libri. Per la prossima volta che dovrete prendere delle importanti decisioni, vi consiglio di leggere prima un buon libro, come facevano i padri della nostra Carta Costituzionale che il carcere lo conoscevano bene, perché sotto il regime fascista vi hanno trascorso molti anni della loro vita.

I libri sono stati la mia luce in tutti questi anni di buio, mi hanno anche aiutato a continuare a lottare e a stare al mondo perché, come scrive Elvio Fassone (ex magistrato e componente del Consiglio della magistratura, oltre che Senatore della Repubblica), nel suo libro “Fine pena: ora”: “Certe volte una pagina, una frase, una parola smuove delle pietre pesanti sul nostro scantinato”.

 Fin dall’inizio della mia lunga carcerazione ho iniziato a leggere, all’inizio con la testa e alla fine con il cuore. L’ho fatto prima per rimanere umano, dopo per sopravvivere, alla fine per vivere. Credetemi non è stato facile leggere in carcere quando ero sottoposto al regime di tortura del 41 bis o nei circuiti punitivi e d’isolamento, perché spesso, per ritorsione, mi impedivano persino di avere libri o una penna per scrivere. E in certi casi mi lasciavano il libro, ma mi levavano la copertina.

Penso che ci dovrebbe essere una buona legge per “condannare” i detenuti a tenere più libri in cella e, forse, anche una norma per obbligare i giudici della Corte Costituzionale a leggere di più.

 Carmelo Musumeci

 Marzo 2017

              Anche per questo l'Associazione Liberarsi

          Sabato 8 aprile 2017 nella Sala del Centro Sociale Valdese in

           Via Manzoni, 21 - FIRENZE ha organizzato il Convegno dal titolo: 

1992- 2017: 25 ANNI DI 41 BIS 

                   25 ANNI DI TORTURA

 e-mail: associazioneliberarsi@gmail.com  Sito Web: www.liberarsi.org


                   

 

 

 Un compagno di collegio scrive a un ergastolano

 

A causa della separazione dei miei genitori, fui costretto ad emigrare a La Spezia e poi essere rinchiuso in un collegio, dove mi sono sempre mancati la famiglia, gli affetti, l’amore, un punto d’appoggio a cui aggrapparmi per sfogare le mie angosce e la mia tristezza di adolescente abbandonato a se stesso.
Mi mancava la Sicilia e pure i calci in culo che mi dava mio zio durante il lavoro. Non riuscivo ad adattarmi alle regole rigide del collegio, non volevo farmi il segno della croce prima di mangiare e iniziai a ribellarmi. Da allora non ho più smesso. Per molti bambini, il collegio è stato l’anticamera del carcere, perché molti di loro, in seguito a quell’esperienza, li ho ritrovati nei carceri minorili. E poi in quelli degli adulti.
Dico spesso che, sotto un certo punto di vista, sono nato colpevole, ma poi ho fatto di tutto per diventarlo. Il mio vecchio amico Maurizio Colombo invece è stato più forte di me e per questo è il mio eroe. Nonostante le avversità della vita e l’esperienza devastante del collegio, è diventato una persona perbene. Felicemente sposato, padre e nonno. In questi anni, mi ha spesso seguito e scritto. Appena ha saputo che sono uscito in regime di semilibertà mi ha scritto queste parole che voglio rendere pubbliche perché le amicizie più belle sono quelle che nascono da bambini.

«Sì ce l’hai fatta. Sei riuscito a sconfiggere “l’assassino dei sogni”. Sei riuscito a sconfiggere l’ignoranza (..quasi… ora sai di non sapere). Sei riuscito a essere una speranza per i tuoi “amici” in carcere. Ora sanno tutti di avere un paladino in semilibertà che può aiutarli. Sei riuscito a credere in te stesso e a non farti indebolire dai “buoni”… E la cosa importante è questa: “Ora sei consapevole che alla base della nostra società violenta vi è un insieme di vizi morali e comportamentali dell’animo umano che si frangono sui più deboli”. Io e te siamo stati testimoni dei vizi capitali di quegli “educatori” che frangevano la loro frustrazione su bambini di 9 anni. Io non capivo perché al catechismo ci insegnavano “il bene” (o credevo volessero insegnarcelo) e poi abusavano della loro forza, della loro autorità per farci del male. Quanti ragazzi ho visto piangere, quanti ne ho aiutati, quanti altri scappavano e, infine, quanti subivano senza aver il coraggio di denunciare (Uccio). Quante violenze psicologiche ci imponevano. Non ci davano da mangiare, ci proibivano di vedere il cinema al sabato, ci proibivano di giocare dalle 14 alle 15. Vi erano anche le suore che gestivano le cucine, il refettorio, la lavanderia, la stireria e… le anime. Il collegio era un sistema che fino agli inizi degli anni ‘70 ha funzionato perfettamente, tutto era al proprio posto, tranne l’elemento più importante: noi bambini. Mi ricordo le bacchettate sulle palme delle mie mani, e gli schiaffi degli assistenti. Tutto funzionava perfettamente…. Al pomeriggio dopo l’ora di gioco, dalle 14 alle 15, in fila per due si tornava nelle nostre aule. Vi era un sistema. A controllare che “non volasse una mosca” veniva scelto il giovane più maturo, di una classe o due superiore alla nostra, che si accomodava dietro alla cattedra e lì si sentiva tronfio e potente; il suo comportamento verso di noi rispecchiava la sua frustrazione. Erano ragazzini che sfogano in questo modo la loro rabbia accumulata in anni dopo essere stati vittime delle stesse “torture”. Io sono stato nel collegio fino alla fine della terza media, mi bocciarono in quarta elementare e in prima media, quindi uscii dall’istituto nel luglio del 1971 a 16 anni compiuti. Poi le superiori….non mi hanno mai più bocciato. Carmelo, grida più che puoi che la cultura ti ha reso libero. Urla a milioni di persone che la cultura rende liberi e la libertà rende felici. Fai anche capire, senza urlarlo, che spesso crediamo di essere liberi ma abbiamo ai polsi bracciali con lunghe catene. A presto Amico… a presto. Maurizio»


Carmelo Musumeci
Febbraio 2017

 


 

41bis, ergastolo e semilibertà in Italia: un'intervista a chi ci è passato

di
LEON BENZ

https://www.vice.com/it/article/41bis-ergastolo-e-semiliberta-in-italia-carmelo-musumeci


In carcere da 25 anni e dopo un'esperienza al 41bis, a Carmelo Musumeci è stata concessa la semilibertà.

Nel 1991, l'allora 36enne Carmelo Musumeci è stato arrestato con l'accusa di omicidio e di essere organizzatore di un'associazione mafiosa che si occupava di bische, delitti contro il patrimonio e spaccio di cocaina. Un anno dopo, è arrivata la sentenza definitiva che lo ha condannato all'ergastolo.
Da allora sono passati 25 anni: Musumeci ha girato diversi penitenziari italiani, preso due lauree in giurisprudenza e una in filosofia, e infine  nel novembre del 2016, mentre era nel penitenziario di Padova gli è stata concessa la semilibertà, da lui richiesta tramite istanza. Nonostante l'ergastolo, grazie al regime della semilibertà ha la possibilità di uscire durante le ore diurne per prestare attività di volontariato (nel suo caso, sostegno scolastico e ricreativo a persone portatrici di handicap presso una struttura).
Negli ultimi tempi, Musumeci ha pubblicato diversi libri, l'ultimo dei quali intitolato L'urlo di un uomo ombra. Da anni tiene anche un diario sul suo sito, e si spende per una campagna contro la formula detentiva dell'ergastolo: è così che è diventato una delle figure pubbliche più note per chi si trova nella sua stessa condizione.
Per capire cosa si prova a scontare una pena a vita e mettere piede fuori dal cacere dopo 25 anni di reclusione, ho incontrato Musumeci in una delle sue ore di semilibertà cercando di sospendere il giudizio sui reati che ha commesso per parlare liberamente di sistema penitenziario, del concetto di ergastolo e di come ha ritrovato il mondo che aveva lasciato.


VICE: Raccontami come sei finito in carcere.
Carmelo Musumeci: Sono cresciuto in un paesino ai piedi dell'Etna. Eravamo poveri, e io ho cominciato a nutrirmi della cultura di strada già da piccolo. Mia nonna, per esempio, mi ha insegnato a rubare al supermercato quando ero ancora un bambino, e così la prima volta sono finito in carcere che ero ancora minorenne.
Intorno ai 15 anni i miei genitori si sono separati e sono stato mandato in un collegio al nord. Là ho iniziato a covare rabbia nei confronti del mondo e delle istituzioni, e quando poi sono tornato a casa ho trovato le stesse difficoltà economiche che avevo lasciato: in quel momento, forse inconsapevolmente, avevo già imboccato le strade sbagliate. Ho iniziato con una serie di piccoli reati e poi, dopo aver visto che si poteva guadagnare, ho alzato il tiro: nel 1972 sono stato arrestato durante una rapina in un ufficio postale.
Quando sono uscito mi sono ributtato in quel mondo. Fino a una sera del 1990 in cui, in uno scontro tra bande rivali, mi beccai sei pallottole. Sono sopravvissuto, ma quello era un ambiente in cui o ammazzi o vieni ammazzato. Così poi è successo quello che è successo.

A cosa hai pensato quando ti è arrivata la sentenza definitiva?
     Quando sono stato arrestato sono stato considerato un criminale di spessore, e quindi nel 1991 sono stato sottoposto al 41bis. Mentre stavo in isolamento per un anno e sei mesi, in una cella buia con l'impossibilità di parlare con qualcuno, mi è arrivato il telegramma della mia compagna che confermava l'ergastolo. Be', inutile dire come mi è crollato il mondo addosso: avevo la consapevolezza che non sarei mai più uscito da là.

Il 41bis è il regime carcerario più duro del nostro ordinamento è l'isolamento totale: personalmente non riesco a pensare a come ci si possa convivere. Com'è stato?
     Erano gli anni in seguito alla strage di Capaci e lo Stato era in lotta con l'anti-stato, la mafia: io, tra le accuse, avevo anche quella di associazione mafiosa, e quell'articolo permetteva dei trattamenti più duri per creare collaboratori di giustizia. In pratica vivevo in una cella quasi totalmente buia, ricevevo da mangiare da uno spioncino, avevo poca acqua e sono stato offeso da guardie sbronze. Venivo torturato.

Non hai mai pensato di ucciderti?
     Ci ho pensato costantemente: sarebbe stata la via di fuga più facile. Mi sento anche di dire che chi pensa a togliersi la vita non è vero che non l'ama: chi si toglie la vita in quelle condizione ama la vita talmente tanto che non vuole vedersela appassire. Ho sempre ammirato chi ha avuto il coraggio di farcela perché anche oggi soffro per quello che ho vissuto in quei giorni.
Mi fa ancora male parlarne, non perché ero innocente ma perché ho sofferto per nulla, e tutto questo non aiutava né lo Stato né i parenti delle vittime. Ma quando hai dei figli, hai una responsabilità. Non potevo andarmene così.

Nel tuo diario online definisci le notti passate in carcere, dopo una giornata di quasi libertà, il tuo "ritorno all'inferno." Quali sono le cose più brutte che hai visto?
     Paradossalmente, le cose che ti succedono intorno. Quella che forse mi fa ancora male è del 1992, quando ho visto il trattamento ai ragazzi della strage di Gela [lafaida tra gruppi criminali che nel giro di poche ore, nel novembre del 1990, innescò una catena di agguati mortali]. Erano ancora dei ragazzini, non credo sapessero quello che stavano facendo: ho visto strappargli la vita per sempre in quelle mura. Quello che voglio dire è che il carcere dovrebbe far capire al condannato dove ha sbagliato, ma l'unica cosa che vedevo in quegli anni era un processo che portava al "io ho ucciso ma tu [il carcere] mi stai uccidendo lentamente, giorno dopo giorno."
Penso che la cosa che fa più paura a un criminale è il perdono sociale, perché perdi tutti gli alibi e dici "cazzo, ho fatto del male e queste persone mi stanno perdonando." Quando invece vieni trattato male ogni singolo giorno ti dimentichi del male che hai fatto, e quello che provi non è certamente il rimorso.

Quanto a te, come si svolgeva una tua regolare giornata in carcere?
     Dopo i primi anni ho cambiato carcere spesso: ogni carcere è uno stato a sé, con le proprie regole e i propri ritmi. Ma in generale è tutto molto piatto: mi svegliavo verso l'alba e iniziavo a studiare, nell'ora d'aria facevo una corsetta, e poi verso mezzogiorno mangiavo a mensa. Il pomeriggio rientravo in cella e la sera mi cucinavo qualcosa da mangiare. Questo per migliaia e migliaia di giornate.

È scontato da dire, ma immagino che in una situazione del genere trovare uno scopo ti aiuti ad affrontare le giornate. Come nel caso dello studio. Come funzionava, e come ti procuravi i libri necessari?
     Sì, se non fosse stato per lo studio sarei impazzito. Ho anche iniziato a scrivere, oltre a studiare per laurearmi in giurisprudenza e filosofia: penso che in Italia manchi una letteratura sociale carceraria. Voglio dire, la letteratura è l'anima e la storia di un paese, per questo m'illudo di crearne una con i miei romanzi.
Per quanto riguarda i libri, dopo il 41bis ho potuto averne, fortunatamente. A volte non dovevano essere più di tre, non potevano avere la copertina dura e nonostante fossi iscritto all'università mi mancavano sempre dei manuali. Il solo fatto che cambiavo spesso carcere rendeva sempre difficilissimo l'iter universitario.

A cosa erano dovuti i costanti spostamenti di carcere?
     Diciamo che ero un detenuto scomodo. Dopo un po' che studiavo chiedevo sempre più cose che mi appartenevano come diritto, e questo può dare fastidio ai dirigenti. Era un attivismo scomodo e infatti a chiunque dovesse andare in carcere consiglio assolutamente di procurarsi un codice per capire i propri diritti diritti che spesso vengono trascurati.

Nel tuo caso però a un certo punto sei riuscito a ottenere la semilibertà, caso raro per un ergastolo ex ostativo, per prestare servizio in una comunità. Qual è stata la prima cosa a cui hai pensato?
     Ero sicuro di non avere speranza e di morire in carcere. Quando dopo svariati tentativi mi è stata concessa la semilibertà, non so cosa ho provato qualcosa di inspiegabile, forse, ma molto simile all'ansia e alla paura. Ho pensato alla mia famiglia, ai miei nipoti...

E quando sei effettivamente uscito cosa ti ha sorpreso di più?
     Le piccole cose, paradossalmente, come affacciarsi a una finestra o guardarmi allo specchio in carcere ci sono solo specchi piccolissimi. Mi sono guardato allo specchio e ho visto tutto il mio corpo, ma non era più il mio corpo. Era quello di una persona che non sapevo chi fosse. Poi un'infinità di sensazioni e cose di cui mi ero completamente dimenticato cose come percepire la sabbia tra le dita dei piedi, l'odore del mare, la pelle dei miei figli.

In che modo hai trovato cambiato il mondo? Voglio dire, ti sei perso l'esplosione di Internet...
     Quando sono uscito la prima volta mi sono fermato, e per un po' mi sono guardato intorno immobile. Tutto mi sembrava irreale e diverso da come mi ricordavo il mondo. Le persone sono cambiate, così il modo di vivere e adesso anche prendere un semplice treno, con le persone connesse ai loro pc è come guardare un film di fantascienza. Insomma, è tutto molto strano e mi ci sto abituando piano piano, ma sono dannatamente felice di doverlo fare.

 


 

IL CARCERE COME LUOGO DI ESCLUSIONE E DI ANNULLAMENTO DELLA PERSONA:
UNA CONVERSAZIONE CON CARMELO MUSUMECI*

 http://www.flipnews.org

 
http://www.flipnews.org/component/k2/il-carcere-come-luogo-di-esclusione-e-di-annullamento-della-persona-una-conversazione-con-carmelo-musumeci.html

 

 

 

Written by Roberto Fantini
   Fin dall’inizio della mia carcerazione (un quarto di secolo fa), ho cominciato a scrivere e non ho mai smesso. Per qualsiasi prigioniero la scrittura è un ponte fondamentale per collegarsi al mondo esterno, io quasi ogni giorno mandavo lettere e articoli a mezzo mondo per fare sentire la mia voce e sto continuando a farlo anche in regime di semilibertà. Carmelo Musumeci


Tutti i grandi saggi e maestri dell’umanità, dalle epoche più lontane ad oggi, sempre ci hanno spiegato e insegnato che non sarà mai possibile spegnere l’odio alimentando l’odio, mai estinguere la violenza praticando la violenza, mai estirpare la sofferenza generando sofferenza. Principio filosofico questo assai ben recepito dai Padri costituenti che, nell’affrontare la “questione giustizia”, previdero chiaramente il carattere rieducativo delle pene. Il che dovrebbe comportare, nella realtà, che ogni sistema punitivo venga essere pensato, progettato, diretto ed attuato al fine di favorire al massimo un processo positivo di sviluppo della persona del reo, nella prospettiva di innescare un percorso maieutico volto a far emergere le sue migliori potenzialità, contenendo, arginando, eliminando progressivamente, altresì, tutte quelle inclinazioni di tipo distruttivo che lo hanno precedentemente condotto ad arrecare danni alla collettività.
Tutto ciò, purtroppo, è ancora troppo spesso qualcosa di chimerico. Ancora oggi, le pene che si abbattono sul condannato sono pene che offendono, che feriscono, che seminano dolore e umiliazione, che gettano nella disperazione.
Di questo abbiamo avuto la possibilità di parlare con una persona straordinaria che, nonostante le durezze di una lunga vita imprigionata, ha saputo trovare la via per compiere un bellissimo cammino di maturazione interiore.

- Carmelo, tu, durante la tua lunga esperienza carceraria, hai saputo attuare un ammirevole percorso di autoformazione. In un tuo recente articolo, però, dici che la cosa che più detesti è quando ti viene rivolta la seguente domanda: “Ma, allora, il carcere ti ha fatto bene?” Ci spieghi perché?
     Quando mi fanno questa domanda sembra sottointeso che sono migliorato grazie al carcere, invece penso che sono riuscito a crescere interiormente nonostante il carcere, perché questo è un luogo oscuro ai più, dove il concetto di espiazione diventa un concetto di dominio, di sopraffazione, per farti diventare più cattivo e più criminale. Diciamoci la verità, a molti politici non interessa assolutamente sconfiggere certi fenomeni criminali e devianti, hanno interesse che il carcere continui a essere solo una discarica sociale, per acquisire consensi sociali e voti elettorali.


- Ritengo che la tua notevole esperienza personale possa costituire una fonte preziosa di opportunità per ragionare con maggiore consapevolezza sulla complessità della natura umana, sui suoi limiti, ma anche sulle sue infinite risorse. Non credi?
     Sono d’accordo anche perché, in particolar modo per i giovani, può essere utile conoscere il male, per evitarlo. E raccontare la mia esperienza negativa può essere da deterrente a molti ragazzi a rischio di devianza. Per alcuni anni ho fatto parte di un’ iniziativa che portava intere scolaresche in carcere ad ascoltare le storie dei cattivi. Le modalità erano semplici: venivano intere classi di scuola superiore (a volte più di una classe) e ascoltavano tre storie di detenuti, partendo dalla loro situazione familiare, sociale e ambientale, di dove uno era nato e dove era maturato il reato. Credo che non sia facile per i detenuti raccontare il peggio della loro vita con onestà e obiettività, ma penso anche che sia un modo terapeutico per prendere le distanze dal proprio passato e riconciliarsi con se stessi. Penso che parlare a dei ragazzi, aiuti a formarsi una coscienza di sé e del significato del male fatto agli altri. E guardare gli sguardi e gli occhi innocenti dei ragazzi aiuta molto ciascuno di noi a capire quali siano state le ragioni dell’odio, della rabbia, della violenza dei nostri reati, più di tanti inutili anni di carcere senza fare nulla. Penso che non sia neppure facile per i ragazzi ascoltare dal vivo le nostre brutte storie, anziché sentirle solo alla televisione o leggerle sommariamente nei giornali. Credo che, in questo modo, percepiscano meglio che molte volte dietro certi reati non ci sono dei mostri, ma ci sono semplicemente delle persone umane che hanno sbagliato. Poi dalle nostre risposte alle loro domande scoprono anche che il carcere rappresenta spesso un inutile strumento d’ingiustizia, un luogo di esclusione e di annullamento della persona, dove nella maggioranza dei casi si vive una vita non degna di essere vissuta.

- Sicuramente, i problemi da risolvere nel nostro universo carcerario sono molteplici e assai complessi. A tuo avviso, cosa andrebbe modificato in maniera assolutamente prioritaria e ineludibile? Le strutture? La formazione del personale penitenziario? Il sistema legislativo? Le strategie politiche?
     Tutte queste cose insieme e molto ancora di più. Penso pure che il carcere che funziona sia quello che non costruiranno mai. Molti pensano che il carcere sia la medicina. Ciò non è vero, perché il carcere rappresenta piuttosto una malattia della società, la gabbia dell’odio e della rimozione sociale. In luoghi come questi non si migliora, ma si peggiora. Continuando a sentirci ripetere che siamo irrecuperabili, che siamo dei mostri, che siamo cattivi, alla fine ce ne convinciamo e cerchiamo di esserlo davvero. Nella maggioranza dei casi l’istituzione penitenziaria opera ai margini del diritto, in assenza di ogni controllo democratico, nell’arbitrio amministrativo e nell’indifferenza generale. Ma, forse, la cosa peggiore del carcere è che la tua vita dipende da altri che, continuamente, ti dicono cosa devi fare e quando e come devi farlo. Spesso questi “altri” sono peggiori di te e tu devi per forza sottostare ai loro capricci. Per questo motivo, dentro queste mura, è quasi impossibile conservare dignità e orgoglio. Il carcere è una fabbrica di stupidità. E non migliora certo l’uomo. Il più delle volte lo rende scemo.


- Ti sembra che, nonostante i tanti gravi problemi irrisolti, in questi ultimi anni sia stato possibile registrare qualche segnale di progresso di una certa importanza?
     Qualche segnale c’è stato, ma ancora troppo poco per salvare qualche vita umana ed ho notato che nell’anno appena passato i suicidi in carcere sono stati ancora molti.
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*Carmelo Musumeci nasce il 27 luglio 1955 ad Aci Sant’Antonio, in provincia di Catania. Condannato all’ergastolo, è attualmente in regime di semilibertà presso il carcere di Perugia. Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara, in regime di 41 bis, riprende gli studi da autodidatta, terminando le scuole superiori. Nel 2005 si laurea in Giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo Vivere l’ergastolo.
Nel maggio 2011 si è laureato presso l’Università di Perugia, al Corso di Laurea specialistica in Diritto Penitenziario, con una tesi dal titolo La pena di morte viva: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità. Il 16 giugno 2016 si è laureato in Filosofia, presso l’Università degli Studi di Padova, discutendo la tesi Biografie devianti.
Nel 2007 ha conosciuto don Oreste Benzi e da allora condivide il progetto Oltre le sbarre, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Da anni promuove una campagna contro il “fine pena mai”, per l’abolizione dell’ergastolo.

Chi volesse scrivere a Carmelo Musumeci può farlo al seguente indirizzo email:   zannablumusumeci@libero.it

 Per conoscere la ricchezza delle sue numerose pubblicazioni: www.carmelomusumeci.com

  


Sabina Rossa e Agnese Moro

contro la “Pena di Morte Viva”

      L’ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini che in galera passò lunghi anni diceva spesso: «Ricordatevi quando avete a che fare con un detenuto, che molte volte avete davanti una persona migliore di quanto non lo siete voi».
     Da anni – insieme ad Agnese Moro e Sabina Rossa che hanno avuto i loro padri uccisi durante la lotta armata degli anni ’70 – combatto contro la “Pena di Morte Viva” o, come la chiama Papa Francesco, la “Pena di morte nascosta”. Durante la giornata del 20 gennaio 2017, nella Casa di Reclusione di Padova, Agnese e Sabina sono intervenute (Agnese a distanza e Sabina di presenza) al convegno dal titolo: “Contro la pena di morte viva. Per il diritto a un fine pena che non uccida la vita”.


Ecco quanto ci ha consegnato Agnese:
(…) Questa volta non riesco ad essere con voi in questa giornata di riflessione sull’ergastolo e sulla necessità di abolire una pena che, essendo senza fine, uccide la speranza di tornare ad essere liberi; ferisce l'impegno costituzionale ad aiutare i colpevoli a rivedere criticamente la propria vita e a tornare tra noi a dare il proprio contributo alla vita sociale; punisce nella maniera più crudele e ingiusta coloro - grandi e piccini - che nutrono affetti profondi per chi è condannato a una pena tanto severa. Credo che la questione dell’abolizione dell'ergastolo, prima di riguardare la politica, riguardi tutti noi cittadini. Prima ed oltre una discussione in Parlamento è essenziale che ci sia una discussione larga, capillare, serena nelle nostre città e nei nostri paesi. (…) Bisogna sapere che le persone possono cambiare, che sono sempre molto di più del loro reato, e che, come dice la mia amica Grazia Grena, c'è dentro ognuno, qualunque cosa abbia fatto, qualche cosa di buono che può e deve essere illuminato. Anche se non ce ne accorgiamo la nostra società è desiderosa di intraprendere una simile discussione. Si tratta solo di farlo. Un abbraccio (Agnese).

Ed ecco parzialmente l’intervento di Sabina:
Vorrei iniziare il mio intervento prendendo in prestito alcune frasi di Carmelo Musumeci non solo perché le condivido ma anche perché ho potuto toccare con mano la veridicità delle sue parole: “Il carcere non mi ha fatto bene, non solo mi ha peggiorato ma mi ha fatto anche del male”. “Ciò che mi ha migliorato e cambiato non è stato il carcere ma un programma di rieducazione fatto dalla presenza delle persone care, dalle relazioni umane e sociali”. “In carcere si soffre per nulla, il nostro dolore non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei nostri reati, è difficile pensare al male che hai fatto fuori se ricevi male tutti i giorni”. (…).
     Musumeci ci dice che dal carcere si dovrebbe uscire perché lo si merita, perché è stato fatto un certo percorso, perché c'è stata una crescita. Sono d'accordo con lui e credo che giustizia sia anche quella di prendere atto che, a tanti anni di distanza, quella persona non sia più quella di un tempo e che si sia realizzato un cambiamento nel profondo.
     Quando è stata concessa la liberazione condizionale alla persona che ha sparato a mio padre l’ho considerato un atto giusto, mi sono sentita come se si fosse chiuso un cerchio e ho potuto posare a terra quello zaino che mi sono portata sulle spalle per tanto tempo
. (Sabina)

     Dostoevskij diceva: “Fatemi capire perché e come ho sbagliato e poi mi giudicherò e condannerò da solo, e sarò più severo di qualsiasi altro giudice”.
     Agnese e Sabina hanno compreso questo e “puniscono” gli ergastolani con l’amore sociale. Forse anche perché hanno capito che dal male può nascere il bene. Basta andare a cercarlo dentro il cuore dei criminali. Per non fare il male bisogna conoscere anche il bene, ma purtroppo molti criminali non conoscono il bene perché hanno vissuto sempre nel male. Il libero arbitrio esiste solo quando tu conosci il bene e il male. E spesso i reati che abbiamo fatto rispecchiano il male del mondo dove vivevamo e, adesso, del carcere. Molti di noi, e non lo dico per cercare attenuanti, penso che siano stati quelli che hanno potuto essere, non certo quelli che sognavano di essere. Se continuano però a dirci che siamo irrecuperabili, che siamo dei mostri, che siamo cattivi, va a finire che ci crediamo e cerchiamo di esserlo anche dopo tanti anni di carcere. D’altronde come si può migliorare una persona con una pena che non ha mai fine?
      Per questo, purtroppo, molti ergastolani si sentono ancora “colpevoli di essere innocenti”, anche se hanno commesso gravissimi reati. Non si nasce delinquenti, ma purtroppo ci si diventa.
     Un tempo c’erano in carcere giovani interpreti delle lotte sociali e politiche. Oggi vi sono in maggioranza giovani tossicodipendenti, immigrati e poi tante persone del sud detenute per reati di criminalità organizzata. Al sud, infatti, lo Stato è sempre stato assente e in alcuni casi è stato più mafioso dei mafiosi che ha usato e sfruttato per raggiungere consensi elettorali.

     Grazie Sabina e Agnese di continuare a lottare per recuperare e migliorare le persone che vi hanno fatto del male.
     Con il vostro impegno contribuite a sensibilizzare l’opinione pubblica che la pena dell’ergastolo è una morte interminabile che ti fa sperare in una morte istantanea come un regalo della pietà. La vostra testimonianza di vittime dà un senso ancora più profondo alle vostre parole.

Carmelo Musumeci
Gennaio 2017


 

Recensione di

un uomo ombra semilibero a
“Giustizia e carceri secondo papa Francesco”

 


“Il carcere come punizione. E questo non è buono. Non c’è una vera pena senza speranza. Se una pena non ha speranza, non è una pena cristiana, non è umana. Per questo, la pena di morte non va. L’ergastolo, così freddo, è una pena di morte un po’ coperta.” (Papa Francesco)


     Patrizio Gonnella e Marco Ruotolo hanno curato il libro, appena uscito, dal titolo “Giustizia e carceri secondo papa Francesco” (edito da Jaca Book, prezzo 14 euro) per commentare il discorso del Santo Padre alla delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale. Fra i vari importanti contributi di persone autorevoli c’è anche quello modesto di un ergastolano, in carcere da un quarto di secolo, condannato e maledetto dalla giustizia ad essere cattivo e colpevole per sempre: il mio. Mentre lo scrivevo, chiuso nella mia cella, immaginavo di parlare con lui. Questo è un dialogo inedito fra il mio cuore e quello di Papa Francesco. E adesso ho pensato, per promuovere questo libro, di renderlo pubblico con la raccomandazione di leggere questo libro e di farlo leggere a tutti quelli che la pensano diversamente da voi.

 

Papa Francesco: Viviamo in tempi nei quali, tanto da alcuni settori della politica come da parte di alcuni mezzi di comunicazione, si incita talvolta alla violenza e alla vendetta, pubblica e privata.
Un uomo ombra:
Penso di non conoscere a fondo l’amore di Dio, ma conosco bene l’odio degli uomini che mi tengono prigioniero come un animale in gabbia.

Papa Francesco: Populismo penale, in questo contesto negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina.
Un uomo ombra:
Le prigioni, così come sono, sono fabbriche di odio ed è difficile migliorare le persone con la violenza e la sofferenza. Il carcere in questo modo ci trasforma in mostri perché qui non esiste l’amore, esistono solo i disvalori. Se siamo uomini non possiamo stare solo anni e anni chiusi in una cella, dovremmo stare insieme ad altri uomini migliori di noi.

Papa Francesco: Molti giudici e operatori del sistema penale devono svolgere la loro mansione sotto la pressione dei mezzi di comunicazione di massa, di alcuni politici senza scrupoli e delle pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società.
Un uomo ombra:
Sono fortemente convinto che perdonare è più facile di essere perdonato. Il perdono ti fa amare il mondo, la vendetta te lo fa odiare. Il perdono è la migliore vendetta che una società può dare, perché fa incredibilmente tirare fuori il senso di colpa per il male fatto. Molti non sanno amare perché non sono amati, altri hanno l’amore nel cuore e non lo sanno. Una persona che ha infranto la legge di Dio e degli uomini per essere recuperato non dovrebbe avere bisogno di sbarre, ma di essere amato come una persona libera, se non di più. E una persona perbene per smettere di essere disonesta deve imparare ad amare tutto e tutti, perché chi ama fa innanzi tutto bene a se stesso, perché solo l’amore ti fa diventare felice.

Papa Francesco: Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, io lo collego con l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa, nel Codice penale del Vaticano, non c’è più, l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte nascosta.
Un uomo ombra:
L’ergastolo è una pena di morte a gocce. È sbagliato dire che assomiglia alla pena di morte perché è molto peggio, dato che la pena di morte si sconta da morto e la pena dell’ergastolo si sconta da vivo. Con la pena di morte finisce la punizione e la vita… invece con la pena dell’ergastolo inizia un’agonia che durerà per tutta la vita. Gli ergastolani vivono distaccati ed estraniati da tutti gli altri prigionieri, nel nostro mondo di solitudine e ombra. Per noi morire è la cosa più facile, invece vivere è la cosa più difficile. Sogno spesso di avere un fine pena per avere un calendario in cella per segnare i giorni, i mesi e gli anni che passano.

Papa Francesco: La forma di tortura è a volte quella che si applica mediante la reclusione in carcere di massima sicurezza.
Un uomo ombra:
Spesso sono stanco di fare battere il mio cuore fra quattro mura… prigioniero in fondo agli abissi, ferito da uomini dal cuore sporco e la fedina penale pulita. Sono stanco di essere chiuso e solo senza speranza… seguendo sogni con occhi aperti e spenti. Sono stanco di essere solo un’ombra che vive al buio e spera nella morte ma continua a cercare la vita e la luce. Sono stanco di esistere… di ascoltare i miei lamenti… che mi penetrano… mi lacerano… mi distruggono.

Papa Francesco: Molte di tali forme di criminalità non potrebbero mai essere commesse senza la complicità, attiva od ommissiva, delle pubbliche autorità.
Un uomo ombra:
La grande criminalità organizzata, finanziaria e politica non potrebbe esistere senza la complicità di una parte dei poteri forti.

Papa Francesco: Il corrotto attraversa la vita con le scorciatoie dell’opportunismo, con l’aria di chi dice: “Non sono stato io”, arrivando a interiorizzare la sua maschera di uomo onesto. La corruzione è un male più grande del peccato. La sanzione penale è selettiva. È come una rete che cattura solo i pesci piccoli, mentre lascia i grandi liberi nel mare.
Un uomo ombra:
Spesso i buoni si sentono cattivi per cercare di diventare buoni. Invece i cattivi fingono di essere buoni per cercare di diventare ancora più cattivi.

Papa Francesco: La cautela nell’applicazione della pena dev’essere il principio che regge i sistemi penali, e la piena vigenza e operatività del principio pro homine deve garantire che gli Stati non vengano abilitati, giuridicamente o in via di fatto, a subordinare il rispetto della dignità della persona umana a qualsiasi altra finalità, anche quando si riesca a raggiungere una qualche sorta di utilità sociale.
Un uomo ombra:
Il carcere è l’inferno, una terra di nessuno dove spesso sei da solo contro tutti. Un luogo pieno di conflitti, di odio, silenzi, delatori, sofferenza e ingiustizia, ma anche di tanta umanità, forse molto di più di quella che c’è fuori o che un giorno potrai trovare in paradiso. E quando un detenuto si suicida, è un po’ come se morissi anch’io. Molti dicono che togliersi la vita è una scelta sbagliata, ma io non sarò sicuro fin quando non ci proverò. Spesso in carcere ci si toglie la vita solo per smettere di soffrire perché per molti la vita in carcere è peggiore della morte. Papa Francesco, presto, se non l’hanno già fatto, i nostri politici, governanti e le persone con la fedina penale pulita che vanno a messa alla domenica ingannando Dio e se stessi, si dimenticheranno delle tue umane e illuminate parole, del tuo bellissimo intervento, ma non le dimenticheranno mai gli uomini ombra e i detenuti di tutto il mondo.

Carmelo Musumeci
Gennaio 2017

zannablumusumeci@libero.it


 

Diario di un uomo ombra

semilibero dopo un quarto di secolo

Ormai è un mese e mezzo che sono in regime di semilibertà: esco al mattino e rientro alla sera. Ho pensato di diffondere parzialmente questo diario che ho scritto per far conoscere le emozioni di chi esce dal carcere dopo un quarto di secolo. Vi auguro una buona lettura e un sorriso, questa volta fuori dalle sbarre… almeno fino a questa sera!

 

     Mi trovo nel “reparto semiliberi” del carcere di Perugia in attesa che mi preparino il programma di trattamento. Poi inizierò ad uscire al mattino e rientrerò in carcere alla sera. Sono stato assegnato in cella con un compagno che è in regime di articolo 21 O.P. (lavoro esterno).
La stanza è confortevole. Ci sono le sbarre, ma non assomiglia proprio alle celle dove sono stato rinchiuso finora, per un quarto di secolo. La struttura è fuori dal muro di cinta e dalla finestra vedo in lontananza passare le macchine, scorgo gli alberi e i prati. I miei occhi guardano in tutte le direzioni e non mi stanco mai di guardare il nuovo mondo che mi circonda.

     Ce l’ho fatta. Sono libero, almeno fino a questa sera.
Fuori dal carcere alzo la testa. Un vento freddo mi accarezza il viso. Il cuore mi batte all’impazzata e la testa mi scoppia di felicità. Assaporo l’odore della libertà, almeno fino a questa sera.
È sera. Sono di nuovo dentro, ma il mio cuore è rimasto fuori. Spero di ritrovarlo domani mattina quando uscirò per una nuova giornata.

     Sto imparando di nuovo a vivere. Sono riuscito a entrare in un bar, a ordinare un caffè e a pagare, tutto da solo. Dentro il locale mi sembrava di avere tutti gli occhi addosso, specialmente quando giravo il cucchiaino nella tazzina, forse perché l’ho girato troppo a lungo. Ma mi piaceva il rumore che faceva.
È incredibile come sia cambiato il mondo che ho lasciato 26 anni fa. Le persone camminano parlando o muovendo il dito a testa bassa concentrate sui loro telefonini. Per fortuna i bambini non sono cambiati e i loro sorrisi mi ricordano che sono tornato nel mondo dei vivi. Non mi sembra ancora vero che da alcuni giorni posso uscire al mattino e rientrare alla sera; mi sto dando dello scemo che per un quarto di secolo ho vissuto convinto che nella vita non avrei avuto più speranza.

     Quando esco dal carcere è ancora buio ed è bellissimo vedere nascere la prima luce del giorno senza sbarre e muri di cinta intorno. Mi sento in paradiso e, alla sera, quando con il buio rientro in carcere, l’inferno mi fa meno paura. Oggi mi sono fatto una lunga passeggiata tra gli alberi. È bellissimo camminare senza fare avanti e indietro dopo pochi passi e non trovare nessun muro davanti o dietro di me.

     Gli spazi aperti mi fanno girare la testa, forse perché sono stato circondato da quattro mura per troppi anni. E il mondo mi sembra troppo grande per i miei occhi e probabilmente anche per il mio cuore. Al mattino quando esco dal carcere, e prima di rientrare alla sera, parlo o mando dei messaggini ai miei nipotini. Penso con tristezza ai miei compagni in carcere che hanno una sola telefonata a settimana della durata di dieci minuti. Non capirò mai perché il carcere, oltre alla libertà, ti vuole togliere anche l’amore delle persone a cui vuoi bene.

     Ho deciso di continuare a scrivere questo diario anche da semilibero perché voglio che i “buoni” continuino a sapere cosa pensano, cosa sognano e come sopravvivono i prigionieri. E spero che alcuni di loro mettano in discussione le loro certezze.
Oggi pensavo a quanti reati si eviterebbero dando delle opportunità di riscatto ai prigionieri, ma purtroppo rieducare i detenuti non interessa quasi a nessuno. Sì, è vero, qualcuno forse commetterebbe ancora altro male, ma sono sicuro che in molti diventerebbero persone migliori.

     Oggi riflettevo che, dopo un quarto di secolo scontato in carcere, conosco tutto delle nostre Patrie Galere, ma ben poco del mondo di fuori. Giorno dopo giorno mi sto accorgendo che non è facile ritornare a vivere, mi sento come un profugo in un paese straniero, perché mi mandano da un ufficio all’altro solo per avere una carta d’identità o una semplice tessera sanitaria. Le giornate fuori però volano, mentre in carcere invece non passavano mai. In un batter d’occhio, arriva sempre l’ora che devo rientrare in carcere. Per fortuna alla sera sono così stanco di emozioni e di felicità che mi addormento subito, con il sorriso sulle labbra. Mi sembra di vivere due vite diverse, una di giorno e l’altra di notte. E ogni mattina, quando esco dal carcere, sento il profumo dolce della libertà, mentre alla sera sento l’odore aspro dell’Assassino dei Sogni.

     Oggi, mentre osservavo il verde degli alberi e l’azzurro del cielo, pensavo che è stata dura in tutti questi anni rimanere vivi con una pena che non finisce mai. Eppure ce l’ho fatta. Sì, è vero, ho dovuto pagare un caro prezzo, ma adesso mi sento l’uomo più felice dell’universo.
Il mio “Diavolo Custode” mi rimprovera spesso che quando sono a
casa, ma anche fuori, faccio continuamente tre passi avanti e tre indietro. E mi urla che non sono più chiuso nella mia cella. Ha ragione, ma non è facile dimenticare le vecchie abitudini. Forse il mio cuore è rimasto ancora prigioniero dell’Assassino dei Sogni, ma sono sicuro che presto riuscirò a liberare anche lui.

     Oggi, per la prima volta, sono uscito dal carcere senza nessuno che mi attendesse fuori.
Era ancora buio. C’era un freddo polare. Nessuna faccia amica. Per un attimo ho avuto un po’ di paura. Poi mi sono fatto coraggio. Sono andato alla fermata del pullman. Prima delle sette ho preso la corriera che mi ha portato alla stazione di Perugia. Ho fatto fatica a mettere nel verso giusto il biglietto della corsa dentro la macchinetta. E stavo andando nel panico perché mi sembrava che tutti osservassero me. Alla fine per fortuna ce l’ho fatta. Ho tirato un sospiro di sollievo. Poi ho preso l’altro pullman per Foligno. E alla fine sono arrivato alla Casa Famiglia di Bevagna della Comunità Papa Giovanni XXIII, orgoglioso di avere fatto il primo viaggio da solo dopo 26 anni di carcere.

     Nella Casa Famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII dove faccio volontariato ci sono alcuni bambini disabili e quando mi occupo di loro penso che questo sia il modo migliore per continuare a scontare la pena, per rimediare un po’ al male fatto, facendo del bene. I sorrisi di questi bambini fanno emergere in me il senso di colpa e mi fanno pensare a quanto nella mia vita sono stato cattivo. Oggi ho fatto una passeggiata a Bevagna con Paolo, un ragazzo non vedente di 13 anni. L’ho preso per mano, come facevo una vita fa con i miei figli, e siamo andati in giro per il piccolo paese. La cosa incredibile è che ad un certo punto io mi sono perso ed è stato lui che mi ha indicato la strada per ritornare alla macchina. Paolo è un ragazzo incredibile, di una intelligenza straordinaria e anche se non ha la vista, ha tutti gli altri sensi più sviluppati dei miei. E sto pensando che forse dopo tutti questi anni trascorsi in carcere sono più cieco io di lui.

Carmelo Musumeci
Gennaio 2017


 


Il carcere ti ha fatto bene?

 

Molte volte il prigioniero è ciò che gli viene permesso di essere.
(Diario di un ergastolano: www.carmelomusumeci.com   )

Spesso chi conosce la mia storia e viene a sapere che sono entrato in carcere solo con la quinta elementare, ma che ho preso tre laure, che pubblico libri, che ho ricevuto vari encomi, che svolgo attività di consulenza ai detenuti e agli studenti universitari nella stesura delle loro tesi di laurea sul carcere e sulla pena dell’ergastolo, mi chiedono: “Quindi, il carcere ti ha fatto bene?”.

Quanto odio questa domanda! Prima di rispondere penso ai pestaggi che ho subito all’inizio della mia carcerazione. Ricordo i compagni che si sono tolti la vita impiccandosi alle sbarre della finestra della loro cella perché il carcere induce i più deboli alla disperazione. Rammento i lunghi periodi d’isolamento nelle celle di punizione dove sono stato rinchiuso con le pareti imbrattate di sangue ed escrementi. Mi vengono in mente le botte che una volta avevo preso per essere rimasto più di qualche secondo fra le braccia della mia compagna nella sala colloqui. E di quando avevo dato di matto perché avevo trovato le foto dei miei figli per terra calpestate dagli anfibi delle guardie. Penso ai numerosi trasferimenti che ho subito da un carcere all’altro sempre più lontano da casa. Ricordo tutte le volte che venivo sbattuto nelle “celle lisce” perché tentavo di difendere la mia umanità. In quelle tombe non c’era niente. Nessuno oggetto. Neppure un libro. Nessuna speranza. Non vedevo gli altri detenuti. Li riconoscevo solo dalle grida e dal ritmo dei colpi che battevano sul blindato. Mi ricordo che avevano degli sbalzi di umore: da un’ora all’altra, improvvisamente, piangevano e ridevano. Rammento i lunghi anni trascorsi nel regime di tortura del 41 bis nell’isola degli ergastolani dell’Asinara. Spesso le guardie arrivavano ubriache davanti alla mia cella ad insultarmi. Mi minacciavano e mi gridavano: “Figlio di puttana.” “Mafioso di merda.” “Alla prossima conta entriamo in cella e t’impicchiamo”. Dopo di che, mi lasciavano la luce accesa (che io non potevo spegnere) e andavano via dando un paio di calci nel blindato. Mi trattavano come una bestia. Avevo disimparato a parlare e a pensare. Mi sentivo l’uomo più solo di tutta l’umanità.
Per alcuni anni mi ero distaccato dalla vita, lentamente, quasi senza dolore. Non desideravo e non volevo più niente. Cercavo solo di sopravvivere ancora un poco. Mi sentivo già morto. E pensavo che non mi poteva capitare nulla di peggio. Ma mi sbagliavo perché non c’è mai fine al male.
I giorni, le settimane, i mesi e gli anni passavano e io continuavo a maledire il mio cuore perché, nonostante tutto, lui insisteva ad amare l’umanità. M’inventai cento modi per sopravvivere.

Adesso posso dire: “Ce l’ho fatta!”. Ma a che prezzo! Scrivevo per vivere e vivevo se scrivevo. A distanza di venticinque anni, mi domando a volte come ho fatto a resistere e non riesco ancora a darmi una risposta. Mi vengono in mente le ore d’aria trascorse nei stretti cortili dei passeggi con le mura alte e il cielo reticolato, ghiacciati d’inverno e roventi d’estate. Ricordo gli eterni andirivieni, da un muro all’altro nei cortili, o dalla finestra al blindato nella cella, sempre pensando che solo la morte avrebbe potuto liberarmi. Ricordo i topi che mi giravano intorno, gli indumenti, i libri e le carte saccheggiate. Stringevo i denti per non diventare una cosa fra le cose. È difficile pensare al male che hai fatto fuori se ricevi male tutti i giorni. Ti consola poco capire che te lo sei meritato. È vero! Bisogna pagare il male fatto, ma perché farlo ricevendo altro male?
Dopo aver ricordato tutte queste cose, alla domanda se il carcere mi ha fatto bene rispondo che il carcere non mi ha assolutamente fatto bene. Se mi limitassi a guardare solo carcere, posso dire che non solo mi ha peggiorato, ma mi ha anche fatto tanto male.
Ciò che mi ha migliorato e cambiato non è stato certo il carcere, ma l’amore della mia compagna, dei miei due figli, le relazioni sociali e umane che in tutti questi anni mi sono creato, insieme alla lettura di migliaia di libri di cui mi sono sempre circondato, anche nei momenti di privazione assoluta. Ed è proprio questo programma di auto-rieducazione che mi ha aperto una finestra per comprendere il male che avevo fatto e avere così una possibilità di riscatto. Molti non lo sanno, ma forse la cosa più terribile del carcere è accorgersi che si soffre per nulla. Ed è terribile comprendere che il nostro dolore non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei nostri reati. Spesso ho persino pensato che il carcere faccia più male alla società che agli stessi prigionieri perché, nella maggioranza dei casi, la prigione produce e modella nuovi criminali.
Se a me questo non è accaduto è solo grazie all’amore della mia famiglia e di una parte della società.

Carmelo Musumeci
Dicembre 2016

 


 

  

Papa Francesco: le sue parole contro l'ergastolo

                                                                                                                                           

 


Terza laurea fra le sbarre per un uomo ombra

 

"Siete proprio come vi vogliono i padroni: servi, chiusi e sottomessi. Se il padrone conosce 1000 parole e tu ne conosci solo 100 sei destinato ad essere sempre servo." (Don Lorenzo Milani)

In prima elementare sono stato bocciato. La stessa cosa accade in seconda elementare. A nove anni per la mia famiglia ero già abbastanza grande per andare a lavorare. Sono entrato in carcere venticinque anni fa con licenza elementare. Durante le atroci esperienze dell’isolamento diurno e notturno nel carcere duro dell’Asinara, sottoposto al regime di tortura del 41 bis, inizio a studiare da autodidatta. Prima l’ho fatto per rimanere umano, dopo per sopravvivere, alla fine per vivere. Credetemi, studiare, mi è costato anni e anni di regimi duri, punitivi e d’isolamento. perché spesso per ritorsione mi impedivano persino di avere libri o una penna per scrivere. E in certi casi mi lasciavano la penna ma mi levavano la carta, perché non c’è cosa peggiore per l’Istituzione carceraria di un prigioniero che studia, pensa, scrive e lotta. Fra mille difficoltà prendo la terza media e mi diplomo. Nel 2005 mi laureo in “Scienze Giuridiche”, nel 2011 in Giurisprudenza e quest’anno in Filosofia con una tesi in “Sociologia della devianza”. Così, il 16 giugno per la terza volta mi sono laureato, stavolta con 110 e lode, da uomo libero grazie a un breve permesso premio giornaliero, nell’Università degli Studi Padova con la relatrice Professoressa Francesca Vianello, discutendo una tesi dal titolo “Biografie devianti”. Ed ho pensato di rendere pubblica questa breve parte personale dal titolo: “Bambino deviante”.


Fin da subito capii che i posti per il paradiso erano pochi, mentre l’inferno era aperto a tutti.
Fin da piccolo incominciai a deviare e giurai a me stesso che, nella vita, avrei lottato con tutte le mie forze per salire in paradiso.
E così facendo scesi all’inferno.

Credo di avere incominciato a deviare fin dalla pancia di mia madre, ancora prima di nascere, perché mi raccontarono che calciavo di giorno e di notte. Quando mia madre mi partorì, non volevo venire fuori, forse perché il mondo mi faceva già paura. Alla fine, però, non ebbi scelta e dovetti nascere per forza.
Iniziai da subito a osservare tutto, facendo finta di non guardare nulla per non dare nell’occhio.
Dopo poco tempo, però, fui già abbastanza sveglio per capire che in quello strano mondo dove mi trovavo comandavano i grandi. La cosa non mi piacque molto. Iniziai presto a ribellarmi contro la mia numerosa famiglia. E sperai di non diventare mai come loro. Ricordo che c’erano dei momenti in cui ero felice e disperato allo stesso tempo. Mi piaceva stare dove i grandi non mi potevano vedere. Quando avevo voglia di parlare con qualcuno, discutevo con me stesso. Penso che i grandi non mi abbiano mai visto per quello che ero. Non gliene facevo però una colpa. In fondo, loro erano quelli “normali” e io, invece, ero già il “deviante”. Mi sentivo come un marziano caduto sulla terra.
In casa comandava innanzi tutto mio nonno. Lo seguiva mio padre. Poi mio fratello maggiore. E così via. Dovevo fare tutto quello che dicevano loro. A me questo non andava e facevo tutto quello che mi pareva. I grandi non mi piacevano. Mi erano antipatici perché mi volevano comandare. E a me non piaceva ubbidire. E finivo per dire di no anche quando avrei voluto dire di sì.
Amavo la solitudine. Incominciai a pensare che ero un bambino diverso dagli altri, perché preferivo stare spesso solo con me stesso. Così osservavo la mia vita con distacco. Immaginavo e vivevo una vita tutta mia dentro la mia mente. Pensandoci bene adesso, debbo ammettere che, come bambino deviante, ero strano. Un po’ anche per dispetto, facevo tutto il contrario di quello che mi ordinavano di fare i grandi. E iniziai fin da piccolo a essere punito perennemente. I miei familiari iniziarono a picchiarmi con le mani. Dopo con i calci. Poi con il mestolo. E alla fine con il manico della scopa. Io, però, per non dare soddisfazioni ai grandi, piangevo poco per me stesso.
Piangevo di più quando venivano picchiati i miei fratelli. Quella che mi picchiava più spesso e più forte di tutti era mia nonna. Forse perché era la persona della mia famiglia che mi voleva più bene. E me lo dimostrava tutti i giorni. A volte, picchiandomi anche due volte al giorno. E nelle grandi occasioni anche tre volte! Anch’io volevo bene a mia nonna. Una volta, però, persi la pazienza. E le ruppi la testa con lo stesso manico di scopa con cui mi picchiava sempre. Penso che la lezione le fece bene, visto che da quel giorno non mi mise più le mani addosso. E io, per qualche tempo, credetti che mia nonna fosse diventata buona perché mi faceva picchiare solo dai maschi di famiglia.
Fin da bambino ero molto curioso. Iniziai presto a rivolgermi le prime domande di senso. Solo con il passare degli anni capii che spesso le risposte erano già contenute nelle domande. Capii subito, invece, che tutte le persone, prima o poi, dovevano morire. E mi chiesi per quale ragione si nasce visto che poi si muore. In primo luogo incominciai a chiedermi perché ero nato io. Mi domandai pure in quale mondo mi trovassi prima di nascere. E dove sarei andato dopo morto. Non riuscivo però a trovare risposte dentro di me. Fui costretto a chiederle ai grandi. Mi accorsi subito che ne sapevano meno di me. E spesso mi mandavano a quel paese. Prima con le buone. Poi con le cattive. E incominciarono a guardarmi in modo strano.
A volte, sentivo i miei familiari bisbigliare fra loro dicendo che ero un bambino strano, che probabilmente ero pazzo o scemo, o entrambe le cose. All’inizio ci rimanevo un po’ male, ma poi mi consolavo pensando che forse i pazzi erano loro. Poi accettai di essere diverso anche perché capii che i bambini si differenziano dagli adulti per il fatto che conservano in loro l’innocenza e non sono cattivi ed egoisti come i grandi. Per difendermi, incominciai a crearmi un mondo mentale parallelo nel quale leccarmi le ferite che m’infliggeva il resto del mondo. I grandi mi intimidivano. Li vedevo diversi da com’ero io. Più insicuri di me. Mi accorsi subito che invece di tentare di fare del bene, preferivano fare del male. E persino nella mia famiglia non andavano d’accordo fra loro.
La notte mi piaceva più del giorno perché mi piacevano le stelle. La sera stavo ore intere con la testa all’insù a guardare il cielo fin quando non mi girava la testa. Quella che mi lasciava a bocca aperta era la luna quando era piena. Sembrava che mi guardasse. E che esistesse solo per me. Poi, con il tempo, mi accorsi che ero più felice quando dormivo di quando ero sveglio. E presi l’abitudine di addormentarmi in qualsiasi posto mi trovassi. Mi piaceva dormire soprattutto a scuola. Forse anche per questo mi bocciarono in prima e in seconda elementare.
La maestra aveva una vocina bassa e usava un tono che assomigliava a una ninnananna. Diceva che due più due faceva quattro. A me questa cosa non stava bene. E mi domandavo perché due più due non facesse cinque. Poi, a casa mia, parlavano in dialetto e la maestra invece parlava in italiano. Io non capivo perché esistessero due lingue. E pensavo che sarebbe stato tutto più facile se tutte le persone avessero parlato un’unica lingua. Non trovavo le risposte. E quella maestra non riusciva a darmene. Ricordo che mi diceva spesso di fare il buono. A me la cosa dava fastidio perché pensavo, già allora, che solo i cattivi hanno bisogno di fare i buoni. Già a quel tempo credevo che fosse più importante essere buoni che fare i buoni.
Da bambino mi piaceva portare i capelli lunghi. Una volta però presi i pidocchi. I grandi vollero raparmi la testa a zero. Io però non ero d’accordo. E mi ribellai. Non vollero sentire ragioni. E mi legarono alla seggiola. Piansi molto quando vidi i miei bei capelli per terra. Erano per me come le foglie per un albero, e mi dispiaceva vederli separati dalla mia testa. Il senso di giustizia dei bambini è diverso da quello degli adulti. E a me dispiaceva che i miei pidocchi fossero rimasti senza casa. Già da allora pensavo che tutto dipendeva da quale parte si guardava. E io ero dalla parte dei pidocchi. Loro almeno mi tenevano compagnia. Ogni tanto gli davo una grattatina come fanno i cani. I pidocchi erano contenti. E io ero felice di saperli contenti. Dopo avermi raso i capelli, mi misero sul capo un telo inzuppato di benzina per fare morire le uova dei pidocchi. Lo dovetti tenere per un paio di giorni. Ricordo ancora la puzza di benzina: era tremenda. Alla fine
rimasi senza pidocchi. Per un po’ di tempo continuai lo stesso a grattarmi la testa perché ne sentivo la mancanza.
In questa strana famiglia dove ero nato si parlava poco di religione. Forse perché non era roba da mangiare. Conobbi Dio, Gesù e lo Spirito Santo in collegio. Non fu un incontro facile. Più che un incontro fu uno scontro. Solo Gesù mi era un po’ simpatico perché pensavo che era nato colpevole e sfortunato come me. Dio Padre, invece, mi era stato subito antipatico perché non capivo per quale ragione giocasse a nascondino senza mai farsi vedere da nessuno. Non gli perdonavo di aver cacciato via dal paradiso terrestre Adamo ed Eva solo per avere mangiato una mela. Pensavo che a me avrebbe fatto di peggio, perché andavo spesso a rubare i fichi, le arance e i limoni dagli alberi dei contadini. E mi convinsi che quel Dio assomigliava terribilmente agli uomini. Soprattutto non gli perdonavo di non aver mosso un dito quando gli uomini avevano messo in croce suo figlio. Non era certo il padre che avrei voluto, anche se il mio non era certo migliore di lui. Riguardo allo Spirito Santo, non riuscivo a capire che cosa fosse. Provavo ad immaginare una specie di fantasma che c’era perché non c’era, e non c’era perché c’era.
Si può dire qualsiasi cosa dei bambini, ma penso che siano più coraggiosi degli adulti. Io infatti mi arrampicavo sugli alberi più robusti e più alti senza timore di rompermi l’osso del collo. Probabilmente, per dimostrare a me stesso che non avevo paura di morire o forse perché non amavo abbastanza la vita per temere la morte. Adesso però, pensandoci bene, forse ero solo curioso di sapere cosa ci fosse nell’altro mondo. Il gioco che mi piaceva di più era quello di attraversare la strada di corsa a occhi chiusi rischiando di essere investito da qualche auto. Lo facevo da solo perché nessuno degli altri bambini voleva fare quel gioco. Preferivano battermi le mani tutte le volte che riuscivo ad attraversare la strada senza essere investito. Una volta, però, le cose andarono diversamente e, invece di sentire gli applausi e le urla di gioia dei miei compagni, sentii un grande dolore. Poi sprofondai nel nulla. E mi svegliai in ospedale con un trauma cranico. Seppi che mi aveva investito una motocicletta. Una volta guarito tornai a casa. Non ricordo che i miei familiari mi abbiano fatto grandi feste nel vedermi di nuovo girare per casa. Forse erano dispiaciuti che ero ritornato a far loro le mie domande.


Chi vuole leggere o scaricare integralmente la mia tesi lo può fare qui in  Home Page, in fondo nella parte della Biografia, ci sono le tre Tesi di Laurea, tutte scaricabili.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, Giugno 2016


 

 

 

 Carmelo Musumeci

in permesso a Roma

(24/02/2016)

 

 


 

"DETENUTO IN LIBERTÀ" 

da TG2 Dossier Storie del 30 Aprile 2016
 

 

  

 


 

 

"Gli ergastolani senza scampo"  

 

Carmelo MUSUMECI, Andrea PUGIOTTO
GLI ERGASTOLANI SENZA SCAMPO
Fenomenologia e criticità costituzionali dell’ergastolo ostativo
Prefazione di Gaetano SILVESTRI
Appendice di Davide GALLIANI


Editoriale Scientifica, Napoli, 2016
pp. XIII-216, euro 16,50


     Nel discorso pubblico si ripete, monotona, la convinzione che in Italia l’ergastolo non esiste e che i condannati al carcere a vita, prima o poi, escono tutti di galera. La realtà rivela, invece, un dato esattamente capovolto: attualmente sono 1.619 i condannati alla pena perpetua e, di questi, 1.174 (pari al 72,5% del totale) sono ergastolani ostativi, ai sensi dell’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario.
     Sconosciuto ai più, l’ergastolo ostativo è una pena destinata a coincidere, nella sua durata, con l’intera vita del condannato e, nelle sue modalità, con una detenzione integralmente intramuraria. Una pena perpetua e immutabile cui è possibile sottrarsi solo collaborando utilmente con la giustizia.
     Il presente volume, nella sua Parte I (scritta da Carmelo Musumeci) narra con autenticità la giornata sempre uguale di un ergastolano senza scampo, scandita nei suoi ritmi esteriori e interiori – alba, mattino, pomeriggio, sera, notte – costringendo il lettore a immaginare l’inimmaginabile. Nella sua Parte II (scritta da Andrea Pugiotto), ripercorre criticamente la trama normativa dell’ergastolo ostativo, argomentandone i tanti profili di illegittimità costituzionale e convenzionale, in serrata dialettica con la giurisprudenza delle Corti, costituzionale e di Cassazione, ad oggi persuase del contrario.
     Il volume è impreziosito dall’eloquente Prefazione del Presidente Emerito della Corte costituzionale Gaetano Silvestri, che rilegge il regime dell’art. 4-bis o.p. alla luce del principio supremo di dignità della persona. L’Appendice (curata da Davide Galliani) illustra i risultati di un’inedita ricerca empirica condotta tra circa 250 ergastolani, finalizzata a rilevare le materiali condizioni di salute, fisica e psichica, derivanti da un regime detentivo perpetuo, esclusivamente intramurario, frequentemente declinato nelle forme del c.d. carcere duro (ex art. 41-bis o.p.).
     Il volume (quarto della collana Diritto penitenziario e Costituzione, nata dall’esperienza dell’omonimo Master promosso da Dipartimento di Giurisprudenza dell’ateneo di Roma Tre) è il risultato del primo progetto di ricerca UE dedicato al regime dell’ergastolo nel contesto europeo (www.lifeimprisonment.eu).

 Il libro può essere richiesto in libreria, alla casa editrice, o all'indirizzo   ergastolani@gmail.com 

 

 Recensione di Francesca de Carolis


“Lo spirito di vendetta non ha copertura costituzionale”. Appuntando sul taccuino questa frase, dalla prefazione di Gaetano Silvestri (che è stato presidente della Corte Costituzionale) a un libro da tenere d’occhio, in questi tempi di smarrimenti... in cui prima vittima è la nostra coscienza critica... “Gli ergastolani senza scampo”, il titolo. Carmelo Musumeci e Andrea Pugiotto gli autori. Ergastolano il primo, docente di Diritto costituzionale il secondo. E siccome randagiando lungo sentieri delle nostre carceri quotidiane ho incontrato sia l’uno che l’altro, ero davvero curiosa di questo intreccio di linguaggi, diversi e pure legati da una simile passione del sentire e del fare...
“Forse continuo a respirare perché non ho il coraggio di morire”. Così testimonia Musumeci (detenuto dal 1991, che in carcere si è laureato, e da anni anima una campagna contro l’ergastolo) attraverso pagine di un diario, che è a tratti battibecco con il proprio cuore. Con quella parte viva di sé, che rimane la sola con cui liberamente parlare e confrontarsi, in un luogo che tutto intorno vuole morto. Dove ci si chiede “a che serve essere vivo se non puoi più esistere?”. Dove la speranza “è un veleno che mi sta intossicando da un ventennio”. Sono, quelle di Musumeci, le pagine di un diario che scandiscono il tempo della giornata, dal mattino che “ho sempre paura di svegliarmi”, alla notte che “finalmente il filo dei pensieri si spezza”.
Raccontando la vita che non c’è, smentiscono la bugia, che con una certa malafede viene messa in giro, che l’ergastolo non lo sconta nessuno. In questo nostro paese dove degli ergastolani la stragrande maggioranza è fatta di “ostativi”, cioè persone escluse da benefici di legge e quindi condannate a una pena perpetua e immutabile cui è possibile sottrarsi solo “collaborando utilmente” con la giustizia, altrimenti dal carcere destinati a uscire solo da morti. E più spesso di quanto non si dica in giro, dentro quelle mura suona “l’ora dei limoni neri”...
A spiegare i tanti profili di illegittimità costituzionale dell’ergastolo, con l’attenta cura che gli è propria, meticolosa e lieve a un tempo, Andrea Pugiotto. “Caino va certamente punito, ma da uno Stato di diritto che rispetti la propria legalità costituzionale”. Cosa, questa dello Stato che rispetti la propria legalità costituzionale, sulla quale si avanzano tanti e seri dubbi. L’analisi è puntuale, stringente, ricchissima di argomentazioni, una vivisezione, quasi, di norme e giurisprudenza. Che invito a leggere, anche se profani (come d’altra parte anch’io) in questioni di diritto.
Magari avete letto a suo tempo “comma 22” (ricordate? “Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo”…), non vi sarà difficile seguire sofismi e bizantinismi prodotti anche da illustri Corti (Cassazione, Costituzionale) con le quali Pugiotto entra in serrata dialettica, che qui vengono svelati, e che sfiorano il paradosso. Ma che permettono che sia ancora in vita una pena come quella dell’ergastolo, che è inumana, degradante, una morte mascherata, contraria ai principi fondamentali della Costituzione. Sacrificati all’improbabile idea di sicurezza che ci siamo fatti.
Improbabile come la data che è sul certificato di un ergastolano. Scadenza pena definitiva: 31/12/9999. Sì, avete letto bene. Un traguardo temporale che, commenta Pugiotto, “ha un che di metafisico”, “prodotto dell’asettico linguaggio dell’informatica penitenziaria”. Che un computer, che l’ergastolo non lo può capire, una data deve pur metterla…
La pena di morte nascosta, dunque. Che parla di questi “cattivissimi per sempre” ma, scrive Pugiotto, parla soprattutto “di noi e di cosa siamo diventati”. Se tutto questo ci è indifferente o addirittura vogliamo.
E arriva, come un pugno in faccia, l’appendice. Dove Davide Galliani, docente dell’Università di Milano, narra dei risultati di un progetto di ricerca che molto racconta delle condizioni materiali degli ergastolani. Che è cosa che sempre sconvolge, perché anche se molto già sai, c’è sempre qualcosa che mai riusciresti a immaginare. A cominciare dalle tante malattie del corpo e della mente che sono le condizioni stesse del carcere a determinare. Cosa è se non tortura del corpo e della mente tenere in cella una persona con il morbo di Buerger, cui è già stato necessario amputare un piede, depressa e con continui attacchi di panico. O dopo una già lunga detenzione, un uomo con il morbo di Parkinson. O persona di 83 anni, dal ‘93 ininterrottamente in regime di carcere duro. Non possiamo immaginare... E quale motivo se non un meccanismo di morte, ancor più inumano perché affidato alla meccanica indifferenza del sistema.
Purtroppo le parole “criminalità”, “mafia”, la parola “legalità”, persino, a volte, sembrano diventate in questo nostro paese la chiave per dare il via libera all’annullamento dei diritti fondamentali dell’individuo. Che è cosa che non produce uomini migliori (né dentro né fuori) e sta corrodendo la nostra democrazia.
Tornando a una pagina del diario di Musumeci… dove ricorda di avere letto che una direttrice di un carcere indiano criticava le nostre moderne prigioni perché prive di alberi. E si rende conto che è vero, che in tutte le carceri dove è stato non ha mai trovato un albero in un cortile e si chiede chissà perché l’Assassino dei sogni (come definisce il carcere) ha così paura degli alberi. Si risponde: “Forse perché in loro c’è vita. E lui odia qualsiasi cosa viva”.
Leggete “Gli ergastolani senza scampo” (collana diritto penitenziario e costituzione- Editoriale Scientifica). E poi, se proprio non ci importa di quanto sappiamo essere non umani, di quanta confusione facciamo fra vendetta e giustizia, proviamo almeno a rispondere onestamente a una domanda. È questo che ci fa sentire “più sicuri”?

 Francesca de Carolis

 


Fuga dall'Assassino dei Sogni

                                                                                                 

 Il libro di Carmelo Musumeci e Alfredo Cosco "Fuga dall'Assassino dei Sogni"

     che vanta la prefazione di Erri De Luca, ha un'importante Appendice dove sono state raccolte alcune incredibili testimonianze su quello che è successo nei "carceri speciali" delle isole di PIANOSA e ASINARA, agli inizi degli anni '90.  


PREMESSA a cura di Marcello Dell'Anna


-L'Isola del diavolo Carmelo Musumeci
-Pianosa Matteo Greco
-Quando lo racconteremo, non ci crederanno    Pasquale De Feo
-Asinara Sebastiano Prino
-Tortura Antonio De Feo
-In memoria di Pianosa Rosario Indelicato

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Pagine 278, brossura

Anno: 2015
Prezzo 14,00

Info e ordinazioni: zannablumusumeci@libero.it

 



Pagine 278, brossura

Anno: 2015
Prezzo 14,00
Info e ordinazioni: zannablumusumeci@libero.it

Prefazione a “Fuga dall’Assassino dei Sogni”

 La sagoma della prigione s’imprime nell’infanzia. Il castigo di venire rinchiusi fa parte, o ne faceva, di un avviamento alle regole. Per me fu temperato dalla materia del muro: il tufo. Traspirava, attraverso i suoi pori mi arrivava la vita che si svolgeva fuori. Ingiurie, preghiere, richiami, risate, conversazioni: il tufo le faceva passare.
Le prigioni presero all’inizio la via del mare, su navi dette appunto galere, con i forzati ai remi.
Proseguirono con gli esiliati su isole lontane, rinchiusi dentro il cerchio delle onde. Gli Inglesi spedirono in Australia i condannati e si trovarono in cambio una nazione. Da noi nel Mediterraneo le isole si riempirono di sbarre. Nella mia infanzia è impressa la fortezza di Procida, sotto la quale passavano i battelli della villeggiatura. A Ischia visitavano il Castello Aragonese dove stettero incatenati al muro i napoletani ribelli ai re Borbone.
Scrivo questi ricordi per dire che le prigioni non sono un pensiero remoto, ma un edificio al centro dell’educazione. Nella percezione corrente gli istituti di pena sono la botola della giustizia, aperta sotto i piedi dei soliti previsti. Non quelli che pesano di più fanno scattare il meccanismo, ma gli ultraleggeri, i “luftmensch”, persone fatte d’aria, senza zavorra di quattrini in tasta. Quelli che davanti alle vetrine illuminate, agli schermi accesi, restano a sentire il loro desidero crescere fino all’ira. Leggo in questo libro le parole di uno di loro, mio coetaneo perché della generazione che ha conosciuto le carceri della persecuzione. La pena erogata veniva eseguita con l’accanimento fisico permesso dall’estremismo repressivo dell’articolo 90, oggi modificato in 41 bis. Al vertice rovescio del sistema penitenziario speciale stava l’Asinara, luogo di demolizione della macchina uomo. Qui è detta, non descritta. Detta a voce a chi sta dirimpetto e la raccoglie per averla condivisa. Topi e isolamento, percosse e privazioni d’acqua, arbitrio puro di chi è autorizzato a opprimere: l’Asinara non meritava altra sorte di quella di essere chiusa dalla rivolta degli arrostiti. Asinara, Goli Otok, Tremiti, Pianosa, Santo Stefano: le isole del Mediterraneo anticipano il destino delle celle, che è di finire chiuse, abbandonate, vuote. Le isole tornano alla loro natura di passaggio per gli uccelli in volo. Le onde smettono di essere il fossato intorno alla fortezza, libere di andare e venire. E un medico di carcere non è più il falsificatore di cartelle cliniche, addetto alla cancelleria dei pestaggi.
Leggo l’io narrante di una vita rinchiusa, gli effetti ristretti all’ora di colloquio, le fughe pensate per dare caloria al pensiero, le sue letture davanti al naso per cancellare i muri. È l’esistenza che serve allo Stato per dimostrare il suo diritto di pugno.
Quando nel corpo spunta un dolore, anche se in fondo a un piede, quello diventa il centro pulsante dell’intero organismo. Così è per la prigione, centro che deve irradiare intorno a sé il dolore a scopo di terrore. Il resto del corpo cerca di tenersi a distanza, per sottrarsi al contagio. Ma la prigione è un’epidemia che, pure colpendo i più deboli, ammicca a tutti gli altri, che sanno provvisoria la loro immunità.
Ergastolo infine è l’ultima bestemmia della negazione, la peggiore profezia a carico della persona umana: la sua impossibilità di espiare.
La pena dell’ergastolo non è penitenza ma rifiuto.
Leggo chi ha avuto la forza di narrare dal fondo di questa discarica.
E questo è un libro, perché a questo serve: mettere al centro una vita e dare al lettore il posto d’onore davanti.        
 

                                                                                                                                                               Erri De Luca

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       


 

 

Biografia

Carmelo Musumeci  è nato nel 1955 in Sicilia. Condannato all’ergastolo, è ora in regime di semilibertà nel carcere di Perugia. 
Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara in regime di 41 bis riprende gli studi e da autodidatta termina le scuole superiori. Nel 2005 consegue la prima Laurea in Scienze Giuridiche,  con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo” , relatore Prof. Emilio Santoro.
Nel Maggio 2011 si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Perugia, con una tesi dal titolo “La ‘pena di morte viva’: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità” ,
con relatore il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale, e Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia e Sociologia del Diritto e Presidente onorario dell’Associazione Antigone per la difesa dei diritti dei detenuti.

Il 16 Giugno2016 si è laureato in Filosofia, con votazione 110 e lode, presso l'Università degli Studi di Padova, discutendo la tesi “Biografie devianti” relatrice Prof.ssa Francesca Vianello.

Nel 2007 ha conosciuto don Oreste Benzi e da allora anni condivide il progetto “Oltre le sbarre”, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Promuove da anni una campagna contro il fine pena mai, per l’abolizione dell’ergastolo.

Chi volesse scrivergli può farlo attraverso questo indirizzo email: zannablumusumeci@libero.it

Bibliografia
Ha pubblicato nel 2010 il libro “Gli uomini ombra”,
nel 2012 “Undici ore d’amore di un uomo ombra”,  prefazione di Barbara Alberti,  e “Zanna Blu”, con prefazione di Margherita Hack, editi da Gabrielli Editori.

Nel 2013 pubblica “L’urlo di un uomo ombra”, Edizioni Smasher;

nel 2014 con Stampa Alternativa-Nuovi Equilibri, per la collana Millelire, “L’Assassino dei Sogni”, Lettere fra un filosofo e un ergastolano, di Carmelo Musumeci, Giuseppe Ferraro;

nel 2015 per Edizioni Erranti “Fuga dall’Assassino dei Sogni” di Alfredo Cosco e Carmelo Musumeci, con prefazione di Erri De Luca;

nel 2016 "Gli ergastolani senza scampo" Fenomenologia e criticità costituzionali dell'ergastolo ostativo di Carmelo Musumeci / Andrea Pugiotto, con prefazione di Gaetano Silvestri e un'appendice di Davide Galliani, Editoriale Scientifica.