Carmelo Musumeci

 


DIARIO AGOSTO 2016

 

1/08/2016
Il mese di agosto è tra i più duri da passare in carcere. Mentre fuori lo si attende tutto l’anno, qui dentro è brutto quasi come le festività. In questi periodi ti senti ancora più escluso dalla vita e dalla società.

2/08/2016
Mi colpiscono le brutte notizie che arrivano dalla TV. Non capisco tutto questo male e ha ragione Papa Francesco quando dice che questa non è una guerra di religione ma di follia.
Mi auguro che tutti i governanti del mondo non seguano i pazzi e cerchino sempre di impegnarsi nel bene, perché solo questo può sconfiggere il male.

3/08/2016
A un mio compagno sottoposto al carcere duro col regime del 41 bis, che sta passando un brutto momento, per provocarlo, con l’intento di dargli un po’ di forza, ho scritto di non sprecare energie sulle cose che può cambiare, ma di lottare piuttosto per quelle che non può cambiare.

4/08/2016
Oggi, ricordando l’incontro nel carcere di Spoleto con Don Oreste Benzi, ho pensato che per molti anni sono sempre stato convinto che per nulla al mondo sarei mai cambiato. Invece è bastato il sorriso sornione di un uomo buono per farmi cambiare idea.

5/08/2016
Per quelli che pensano che la pena di morte (o l’ergastolo) sia un deterrente, condivido una notizia interessante che ho letto recentemente:
"Nel 1471, Isabella I di Russia aveva promesso di non applicare la pena di morte una volta salita al trono, promessa che mantenne durante i vent’anni del suo mandato. L’Europa rimase sconcertata, perché non ci fu il pronosticato aumento della criminalità e dei delitti che si dava per certo”.

6/08/2016
Oggi pensavo che ho studiato per tanti anni per cercare di migliorare la mia vita, perché come diceva il filosofo Bacone “Chi sà può”, ma ho anche scoperto che se sai tante cose soffri di più se stai chiuso in cella e non hai nessuna certezza di uscire.

7/08/2016
In questo periodo sto lavorando per pubblicare un fumetto con l’associazione Antigone sui miei venticinque anni di carcere.
Dovrebbe uscire a novembre e penso che tutte le “armi” possano aiutare a sconfiggere la pena di morte viva in Italia.

8/08/2016
Sperare senza lottare non ha mai aiutato nessuno.
Per questo, nonostante la mia situazione sia migliorata dato che ho iniziato ad uscire in permesso, continuo a lottare per avere un fine pena.
E sto dando il mio contributo per organizzare, qui a Padova, un convegno sull’ergastolo a fine ottobre o inizio novembre.

9/08/2016
Oggi pensavo che molte vittime dei reati non perdonano i loro carnefici perché sono convinte che se lo facessero diventerebbero loro complici. Ma non è così. È vero piuttosto il contrario.

10/08/2016
Leggendo sul giornale una dichiarazione di un noto esponente dell’antimafia ho pensato che molti di loro parlano di sicurezza e giustizia (o di vendetta, a seconda dei punti di vista), ma mai di riconciliazione.

11/08/2016
Ho ricevuto una lettera da un compagno che è sottoposto al carcere duro del regime del 41 bis da oltre vent’anni.
Penso che sia difficile capire cosa è giusto o sbagliato in un luogo istituzionalmente “violento” come quello.

12/08/2016
In questi venticinque anni di carcere non mi sono mai preso il lusso di sperare ma, da quando non ho più l’ergastolo ostativo, ho iniziato di nuovo a farlo.
E adesso mi viene più difficile fare il morto e non sentire dolore.

13/08/2016
Oggi mettendo un po’ d’ordine nelle mie carte, ho letto che il carcere spesso mi ha definito arrogante, sconsiderato e anarchico. Eppure ho solo tentato di tenermi in vita.
Mi piacerebbe far capire che per migliorare le nostre Patrie Galere basterebbe intervenire sul piano politico, sociale ed economico.

14/08/2016
Mi arrivano ancora numerose lettere di congratulazioni per la mia terza tesi di laurea.
Oggi da Lucia ho ricevuto queste belle parole:
-
Ho letto intanto lo stralcio della tesi che mi hai mandato e, come ogni volta che leggo un tuo scritto, resto a bocca aperta per questo tuo stile così fluido, mai pesante, di qualunque cosa tu parli, ma nello stesso tempo sempre così intenso. Questo “bambino deviante” mi ha preso subito il cuore e come non stare dalla sua parte, lui che stava dalla parte dei pidocchi?

15/08/2016
Oggi è Ferragosto e, per ricordare quanto sia difficile questo periodo in carcere, nei giorni scorsi ho scritto un articolo, dal titolo, appunto, “Estate da ergastolani”:

Penso che il carcere sia un’invenzione stupida perché non migliora ma invece peggiora i suoi abitanti, mentre non stimola nessuna riconciliazione fra vittima e carnefice. Inoltre, dopo tanti anni di carcere, la pena non ha più nulla a che vedere con il recupero sociale.
Questa è la prima estate senza Marco Pannella e la sua mancanza si sente. Credo che ad agosto nessun politico di spessore girerà per le carceri come faceva lui per ricordare che in Italia esistono ergastolani per i quali, attualmente, non è prevista la concessione di alcun beneficio. E per questi reclusi la condanna all’ergastolo risulta fissa ed immodificabile.
La nostra Costituzione assegna alla pena una funzione rieducativa e non vendicativa. Ma quale beneficio rieducativo potrà mai apportare una pena perpetua? La pena dell’ergastolo, più che imprigionare il
corpo, uccide la vita perché è, nello stesso tempo, una pena di morte e una tortura. E non è facile migliorare e cambiare quando hai solo la possibilità d’invecchiare, morire e soffrire in una cella.

In questa torrida estate ho pensato di scrivere ad alcuni ergastolani sparsi nelle nostre Patrie Galere per raccogliere pensieri e testimonianze e farli conoscere all’opinione pubblica. Ecco cosa mi hanno scritto alcuni di loro:

- Gli ergastolani più fortunati si creano ogni giorno un mondo interiore costruito sul sale di tutte le loro lacrime. Io, invece, mi sono stancato di sperare. È meglio non avere speranza che nutrirne di false. Tanto, con la condanna all’ergastolo, la vita non vale più nulla: ciò che ti rimane è solo il passato. E ogni giorno che passa non è uno in meno da scontare. Carmelo, mi sono arreso, o, meglio, me ne frego. Che facciano quello che vogliono. Ormai ho 58 anni, potrei vivere altri dieci anni e arrivare a circa a 70 anni; quindi uscirò da morto. Con la pressione che mi ritrovo, se penso all’ergastolo ostativo, morirò prima. Meglio non pensarci. Adesso che Marco Pannella è morto non è facile che trovino uno che lo possa sostituire. Come vedi ci va tutto male.
(Salvatore, da 33 anni in carcere, detenuto a Termini Imerese).

- Un compagno, che è in cella con me e al quale mancano solo un paio di mesi prima di uscire, si è confidato e mi ha detto che i secondi gli stanno sembrando minuti, i minuti ore, le ore giorni ed i mesi anni. Gli ho risposto: “Per fortuna che io ho l’ergastolo e non ho bisogno di contare né i giorni, né i mesi, né gli anni. Conto solo i capelli bianchi che mi stanno venendo”. Il mio compagno ha annuito. Poi ha amaramente sorriso. E alla fine abbiamo riso insieme, anche se non c’era nulla da ridere perché, con questa pena, la vita diventa peggiore della morte.
(Giuseppe, da 28 anni in carcere, detenuto a Nuoro).

- Ciao Carmelo, qui continua la calma piatta più totale e un caldo disumano contribuisce alla stasi. Nessuno cucina più: l’idea di accendere il fornello ci terrorizza. Già la notte sto incominciando a dormire a terra, e chi se ne frega degli scarafaggi. Tutta colpa di queste dannate bocche di lupo in plexiglass: sembra di stare in una serra. Per assurdo, all’aria fa più fresco anche in pieno sole. Infatti, ormai, alla fine ci ritroviamo un po’ tutti a sonnecchiare e a cercare di assorbire il fresco del cemento negli angoli più bui.
(Pasquale, da 30 anni in carcere, detenuto a Spoleto).

- Caro Carmelo, un compagno di qui, circa un mese fa è stato a Sollicciano per un’udienza. L’hanno messo con un detenuto dicendo che stava un po’ giù. Lui ci ha chiacchierato, ha tentato di tirarlo su e sembrava che si fosse rasserenato. Il secondo giorno il compagno è voluto scendere all’aria. È risalito neanche dopo dieci minuti, perché gli era montata l’ansia. Tornato in sezione ha trovato il suo compagno di cella morto impiccato. La guardia non se n’era accorta e, per quanto sia stato inutile, sono stati i detenuti a tentare di rianimarlo. La guardia era inibita dalla paura e inizialmente non è arrivato nessun medico. Per il nostro compagno è stata una brutta esperienza: mentre ce la raccontava piangeva.
(Alberto, da 28 anni in carcere, detenuto a San Gimignano).

- Caro Carmelo, mi trovo nel carcere di Livorno. Ho già chiesto di poter parlare con il coordinatore responsabile della sezione e, molto probabilmente, finirò in isolamento nelle celle di punizione perché non ho nessuna intenzione di stare in tre in una cella che è stata costruita per un detenuto. Mi hanno già informato che a chi sceglie questa strada gli viene fatto rapporto e denuncia.
Appena sono arrivato ho capito che aria tirasse. Per dirtene una: qua nessuno può tenere un solo rasoio usa e getta nella cella. Tutte le volte che uno vuole farsi la barba deve chiedere il rasoio alla guardia di turno e, per di più, solo dopo le 9 del mattino. All’unico accappatoio che avevo e ad un giubbino ho dovuto tagliare il cappuccio. A me sembra di rivivere i primi giorni dell’arresto.

(Roberto, da 23 anni in carcere, detenuto a Livorno).

- Carmelo, ho letto tutto quanto mi hai mandato e, pur se i tuoi scritti mi aiutano a vedere in positivo, in questo posto, dove sembra assente anche l’eco di una campana, non si può certo avere un minimo di gioia. Qui la vita è triste, monotona, i giorni sono diventati lunghi e le notti ancora di più. Prima per le condizioni carcerarie e poi perché da circa tre mesi non sto bene con la salute. Sono ripiombato nel buio più totale: non faccio nulla dalla mattina alla sera, non mi confronto più con nessuno, non metto in gioco né i miei pregi, né i miei difetti. Carmelo, non riesco più a odiare nessuno e questo non fa altro che farmi ammalare perché se prima imprecavo e odiavo questo mi dava la giusta carica per sopravvivere, mentre adesso che non impreco e non riesco a odiare mi sento morire ogni giorno. Ciò che non so più rivolgere verso gli altri lo uso contro di me. E sono certo che questo mi porterà al disfacimento.
(Giuseppe, da 26 anni in carcere, detenuto a Sulmona).

- Caro Carmelo, mi trovo nella cella cosiddetta liscia, senza TV, né luce, addirittura con la finestra saldata che non si può aprire, i muri imbrattati di feci e così via. Roba che ti fa rabbrividire. È veramente una vergogna che ancora oggi esistano queste realtà.
(Mimmo, da 31 anni in carcere, detenuto a Carinola).

- Carmelo, qui fa caldo… non si respira e di aprire le celle non se ne parla proprio. Non so nemmeno cosa sto scrivendo… il caldo non mi fa concentrare e purtroppo sono un paio di giorni che non sto bene… mi sembra tutto inutile, insensato. Questa condanna maledetta mi sta devastando l’anima, mi sembra di aver perso le forze. Sarà il caldo, sarà la “carcerite cronica” che ho? Boh!
(Giovanni, da 23 anni in carcere, detenuto a Sulmona).

- Ciao Carmelo, come stai? Io un po’ incasinato. Ho preso una denuncia per minaccia a Pubblico Ufficiale. Pensi che sarà valutata in modo negativo? Ho fatto l’istanza per Volterra: cavolo meno male che qui si stava bene! Mi stanno martellando: ho già subito quattro perquisizioni in un mese. Alla fine sono scoppiato, ma credo che sia umano quando vedi trattare la tua roba personale come stracci. Mi hanno preso di mira, ma io non so cosa vogliono da me. Mi faccio la mia galera senza disturbare nessuno, mi alleno, ascolto la musica, scrivo, leggo e non faccio comunella con nessuno. Il vice comandante mi ha detto: “Da quarant’anni faccio questo lavoro e so riconoscere un criminale da uno sbandato”. Vorrei tanto capire da dove, anzi, in che modo ha dedotto che io sia un criminale dato che mi ha visto una volta. Comunque, cosa mi consigli Carmelo?
(Massimiliano, da 21 anni in carcere, detenuto a Porto Azzurro).

16/08/2016
Gli scrittori sono come i vampiri, si nutrono delle emozioni di chi li legge, e oggi le parole di uno sconosciuto che ha letto il mio ultimo libro mi hanno fatto particolarmente piacere:
La gente che scrive con il cuore ha la capacità di comunicare più di quelli che scrivono con la testa.
 

 


 

Estate da ergastolani

Viene voglia di staccare la spina e smettere di elemosinare un po’ di speranza.
(Frase scritta sulla parete di una cella di un ergastolano).

Penso che il carcere sia un’invenzione stupida perché non migliora ma invece peggiora i suoi abitanti, mentre non stimola nessuna riconciliazione fra vittima e carnefice. Inoltre, dopo tanti anni di carcere, la pena non ha più nulla a che vedere con il recupero sociale.
Questa è la prima estate senza Marco Pannella e la sua mancanza si sente. Credo che ad agosto nessun politico di spessore girerà per le carceri come faceva lui per ricordare che in Italia esistono ergastolani per i quali, attualmente, non è prevista la concessione di alcun beneficio. E per questi reclusi la condanna all’ergastolo risulta fissa ed immodificabile.
La nostra Costituzione assegna alla pena una funzione rieducativa e non vendicativa. Ma quale beneficio rieducativo potrà mai apportare una pena perpetua? La pena dell’ergastolo, più che imprigionare il corpo, uccide la vita perché è, nello stesso tempo, una pena di morte e una tortura. E non è facile migliorare e cambiare quando hai solo la possibilità d’invecchiare, morire e soffrire in una cella.

In questa torrida estate ho pensato di scrivere ad alcuni ergastolani sparsi nelle nostre Patrie Galere per raccogliere pensieri e testimonianze e farli conoscere all’opinione pubblica. Ecco cosa mi hanno scritto alcuni di loro:

- Gli ergastolani più fortunati si creano ogni giorno un mondo interiore costruito sul sale di tutte le loro lacrime. Io, invece, mi sono stancato di sperare. È meglio non avere speranza che nutrirne di false. Tanto, con la condanna all’ergastolo, la vita non vale più nulla: ciò che ti rimane è solo il passato. E ogni giorno che passa non è uno in meno da scontare. Carmelo, mi sono arreso, o, meglio, me ne frego. Che facciano quello che vogliono. Ormai ho 58 anni, potrei vivere altri dieci anni e arrivare a circa a 70 anni; quindi uscirò da morto. Con la pressione che mi ritrovo, se penso all’ergastolo ostativo, morirò prima. Meglio non pensarci. Adesso che Marco Pannella è morto non è facile che trovino uno che lo possa sostituire. Come vedi ci va tutto male.
(Salvatore, da 33 anni in carcere, detenuto a Termini Imerese).

- Un compagno, che è in cella con me e al quale mancano solo un paio di mesi prima di uscire, si è confidato e mi ha detto che i secondi gli stanno sembrando minuti, i minuti ore, le ore giorni ed i mesi anni. Gli ho risposto: “Per fortuna che io ho l’ergastolo e non ho bisogno di contare né i giorni, né i mesi, né gli anni. Conto solo i capelli bianchi che mi stanno venendo”. Il mio compagno ha annuito. Poi ha amaramente sorriso. E alla fine abbiamo riso insieme, anche se non c’era nulla da ridere perché, con questa pena, la vita diventa peggiore della morte.
(Giuseppe, da 28 anni in carcere, detenuto a Nuoro).

- Ciao Carmelo, qui continua la calma piatta più totale e un caldo disumano contribuisce alla stasi. Nessuno cucina più: l’idea di accendere il fornello ci terrorizza. Già la notte sto incominciando a dormire a terra, e chi se ne frega degli scarafaggi. Tutta colpa di queste dannate bocche di lupo in plexiglass: sembra di stare in una serra. Per assurdo, all’aria fa più fresco anche in pieno sole. Infatti, ormai, alla fine ci ritroviamo un po’ tutti a sonnecchiare e a cercare di assorbire il fresco del cemento negli angoli più bui.
(Pasquale, da 30 anni in carcere, detenuto a Spoleto).

- Caro Carmelo, un compagno di qui, circa un mese fa è stato a Sollicciano per un’udienza. L’hanno messo con un detenuto dicendo che stava un po’ giù. Lui ci ha chiacchierato, ha tentato di tirarlo su e sembrava che si fosse rasserenato. Il secondo giorno il compagno è voluto scendere all’aria. È risalito neanche dopo dieci minuti, perché gli era montata l’ansia. Tornato in sezione ha trovato il suo compagno di cella morto impiccato. La guardia non se n’era accorta e, per quanto sia stato inutile, sono stati i detenuti a tentare di rianimarlo. La guardia era inibita dalla paura e inizialmente non è arrivato nessun medico. Per il nostro compagno è stata una brutta esperienza: mentre ce la raccontava piangeva.
(Alberto, da 28 anni in carcere, detenuto a San Gimignano).

- Caro Carmelo, mi trovo nel carcere di Livorno. Ho già chiesto di poter parlare con il coordinatore responsabile della sezione e, molto probabilmente, finirò in isolamento nelle celle di punizione perché non ho nessuna intenzione di stare in tre in una cella che è stata costruita per un detenuto. Mi hanno già informato che a chi sceglie questa strada gli viene fatto rapporto e denuncia.
Appena sono arrivato ho capito che aria tirasse. Per dirtene una: qua nessuno può tenere un solo rasoio usa e getta nella cella. Tutte le volte che uno vuole farsi la barba deve chiedere il rasoio alla guardia di turno e, per di più, solo dopo le 9 del mattino. All’unico accappatoio che avevo e ad un giubbino ho dovuto tagliare il cappuccio. A me sembra di rivivere i primi giorni dell’arresto.

(Roberto, da 23 anni in carcere, detenuto a Livorno).

- Carmelo, ho letto tutto quanto mi hai mandato e, pur se i tuoi scritti mi aiutano a vedere in positivo, in questo posto, dove sembra assente anche l’eco di una campana, non si può certo avere un minimo di gioia. Qui la vita è triste, monotona, i giorni sono diventati lunghi e le notti ancora di più. Prima per le condizioni carcerarie e poi perché da circa tre mesi non sto bene con la salute. Sono ripiombato nel buio più totale: non faccio nulla dalla mattina alla sera, non mi confronto più con nessuno, non metto in gioco né i miei pregi, né i miei difetti. Carmelo, non riesco più a odiare nessuno e questo non fa altro che farmi ammalare perché se prima imprecavo e odiavo questo mi dava la giusta carica per sopravvivere, mentre adesso che non impreco e non riesco a odiare mi sento morire ogni giorno. Ciò che non so più rivolgere verso gli altri lo uso contro di me. E sono certo che questo mi porterà al disfacimento.
(Giuseppe, da 26 anni in carcere, detenuto a Sulmona).

- Caro Carmelo, mi trovo nella cella cosiddetta liscia, senza TV, né luce, addirittura con la finestra saldata che non si può aprire, i muri imbrattati di feci e così via. Roba che ti fa rabbrividire. È veramente una vergogna che ancora oggi esistano queste realtà.
(Mimmo, da 31 anni in carcere, detenuto a Carinola).

- Carmelo, qui fa caldo… non si respira e di aprire le celle non se ne parla proprio. Non so nemmeno cosa sto scrivendo… il caldo non mi fa concentrare e purtroppo sono un paio di giorni che non sto bene… mi sembra tutto inutile, insensato. Questa condanna maledetta mi sta devastando l’anima, mi sembra di aver perso le forze. Sarà il caldo, sarà la “carcerite cronica” che ho? Boh!
(Giovanni, da 23 anni in carcere, detenuto a Sulmona).

- Ciao Carmelo, come stai? Io un po’ incasinato. Ho preso una denuncia per minaccia a Pubblico Ufficiale. Pensi che sarà valutata in modo negativo? Ho fatto l’istanza per Volterra: cavolo meno male che qui si stava bene! Mi stanno martellando: ho già subito quattro perquisizioni in un mese. Alla fine sono scoppiato, ma credo che sia umano quando vedi trattare la tua roba personale come stracci. Mi hanno preso di mira, ma io non so cosa vogliono da me. Mi faccio la mia galera senza disturbare nessuno, mi alleno, ascolto la musica, scrivo, leggo e non faccio comunella con nessuno. Il vice comandante mi ha detto: “Da quarant’anni faccio questo lavoro e so riconoscere un criminale da uno sbandato”. Vorrei tanto capire da dove, anzi, in che modo ha dedotto che io sia un criminale dato che mi ha visto una volta. Comunque, cosa mi consigli Carmelo?
(Massimiliano, da 21 anni in carcere, detenuto a Porto Azzurro).

 

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova Agosto 2016
 


Rapporto Antigone 2016 e affermazioni del Ministro Orlando:
riflessioni di un ergastolano
 

 

La cosa più brutta del carcere è che vedi gli altri soffrire; quella più bella è che, in questo modo, ti dimentichi del tuo dolore.
(Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

Dico sempre ai miei compagni che, per tentare di portare la legalità costituzionale dentro le nostre Patrie Galere, bisogna prima leggere e poi imparare a scrivere.
Oggi mi è capitato di leggere queste dichiarazioni del Ministro della Giustizia Andrea Orlando nel corso di un convegno organizzato, tra gli altri, dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Palermo: “Un carcere organizzato così com’è oggi non serve nemmeno per garantire la sicurezza. Il carcere costa ogni anno 3 miliardi di euro e l’Italia è il Paese con la recidiva più alta d’Europa. Chi invoca il carcere in nome della sicurezza, in realtà cavalca una società ansiosa e propina una truffa. (…) All’apice del sovraffollamento avevamo prima 69 mila detenuti per circa 42 mila posti. Avevamo un sistema che si reggeva soprattutto su una gamba, quella d
el carcere. I soggetti ammessi a pene alternative erano circa 20 mila. Adesso la situazione è cambiata. Abbiamo 54 mila detenuti per circa 50 mila posti, ma soprattutto 40 mila soggetti ammessi a pena alternativa.” (da: La Repubblica, 13 luglio 2016).

Spero che il Ministro non me ne vorrà se affermo che, sì è vero, che si è fatto molto per migliorare la situazione carceraria, ma la strada è ancora lunga. Mi riferisco, in particolare, alla situazione dei diecimila detenuti condannati per reati di criminalità organizzata. Continuo a pensare che, se si vuole sconfiggere questo fenomeno, bisogna iniziare da dentro il carcere offrendo anche a queste persone la speranza di una vita più dignitosa. Da decenni, infatti, ci sono detenuti che in nome della “sicurezza sociale” rimangono in regime di carcere duro (41 bis), o nei circuiti di Alta Sicurezza. E ciò sovente avviene con motivazioni apparenti o stereotipate, inidonee a giustificare, in termini di attualità, la pericolosità affermata. Spesso (o quasi sempre), le richieste di declassificazione vengono rigettate dai funzionari del Dipartimento Amministrativo Penitenziario prendendo a pretesto episodi, sicuramente gravissimi, ma ormai datati nel tempo.
Molti di questi detenuti scontano la galera chiusi in una cella anche per ventidue ore su ventiquattro, senza fare nulla a parte continuare ad odiare le istituzioni e la società.
Anch’io sono stato uno di loro e, anche se nella mia vita ho infranto tutte le leggi scritte e le consuetudini sociali, una volta in carcere, mi sono dovuto accorgere che i miei guardiani erano peggiori di me. In questo modo, mi sono subito auto-assolto.
Credo che la criminalità organizzata non si possa sconfiggere solo militarmente senza prima “curare” e “sanare” i cuori e le menti degli “affiliati”. Ci sono giovani ergastolani (ormai non più giovani) che hanno passato più anni della loro vita dentro il carcere rispetto a fuori. Che fare per recuperarli? Quando si trascorrono molti anni sott’acqua e al buio, è difficile ritornare a galla e alla luce, e riabituarsi a vivere.
Da pochi giorni è uscito anche il Pre-Rapporto 2016 dell’Associazione Antigone sulle condizioni di detenzione, dove tra i tanti dati vi è quello che il numero dei detenuti è tornato a salire e che “I numeri delle misure alternative crescono lievemente, come hanno fatto anche negli anni precedenti, ma rimangono tuttavia troppo bassi rispetto alle potenzialità”.
Per questa ragione Antigone lancia la campagna “Partiamo da 20x20” e chiede di destinare entro il 2020 il 20 per cento del bilancio dell’Amministrazione penitenziaria in misure alternative. "Oggi per queste misure l'Amministrazione penitenziaria spende meno del 5 per cento del proprio bilancio. La parte più avanzata del nostro sistema di esecuzione delle pene dunque è anche di gran lunga quella con meno risorse. I soldi servono tutti per il carcere

Ma anch’io credo, per averlo frequentato per la maggior parte della mia vita e per essere tuttora detenuto da 25 anni ininterrotti, che il carcere, così com’è, sia un pozzo nero capace di distruggere quel poco di buono che è rimasto nel cuore di un detenuto.

Un sorriso fra le sbarre.

Carmelo Musumeci
Carcere Padova, Agosto 2016

 


 

Solidarietà di un ergastolano alle vittime della strage di Nizza

                                                                                                                                                                                                                      (AP Photo/Laurent Cipriani)

     In tanti anni di carcere ho imparato che ti senti meglio se lotti per cambiare il tuo destino o se fai qualcosa per gli altri invece di stare in cella senza fare nulla a commiserarti e a odiare, a torto o a ragione, le istituzioni. Fino all’ultimo, però, sono rimasto indeciso se scrivere qualcosa su questa orrenda strage avvenuta a Nizza sia per rispetto delle vittime, sia perché penso che là fuori non interessi a nessuno il parere di un ergastolano.
     Oggi però mi sono deciso e cerco di farlo con delicatezza e solidarietà verso tutti i familiari colpiti dal lutto provocato da questo folle spargimento di sangue.
     Conosco molto bene quella città. Ci abita mio padre con la sua seconda moglie dopo che è emigrato dalla Sicilia, dopo la mia nascita. Ci portavo i miei figli in vacanza. Mi ricordo che una volta li ho portati proprio alla Promenade des Anglais, dove è avvenuto il massacro, per vedere i fuochi d’artificio del 14 luglio in occasione dell’anniversario della rivoluzione francese. Forse anche per questo ho provato tanto sdegno, rabbia e dolore per questa atroce strage di bambini e di persone innocenti che hanno avuto solo la colpa di essere in quel posto nel momento sbagliato.
     Ormai sono chiuso da un quarto di secolo in una cella e, quando accendo la televisione, non capisco l’odio e la furia bestiale che c’è al di là del muro di cinta e mi viene subito voglia di spegnerla perché, in fondo, io non faccio più parte della famiglia umana che mi ha maledetto ad essere cattivo e colpevole per sempre. Eppure non ci riesco. E mi accorgo, con dolore, che ormai il mio mondo non esiste più. Al suo posto ce n’è uno che non riconosco e che mi fa paura.
     Quello che non comprendo è perché ci sono persone in questa terra che ammazzano per motivi religiosi. In fondo, nel mondo c’è posto per tutti, sia per chi crede che per chi si professa ateo, sia per gli indecisi, che per chi crede solo nel momento del bisogno. Una volta si pensava che per risolvere il problema della società bastasse mettere in carcere le persone pericolose, condannarle a morte e infliggere loro la pena dell’ergastolo. Ma con questi “fuori di testa” cosa fare quando la pena di morte se la danno da soli e magari vanno a messa la domenica o in moschea il venerdì? Non lo so. Tuttavia, so che spargere odio politico e sociale equivale a mettere benzina sul fuoco.
     Quello che mi da più fastidio sono le dichiarazioni di alcuni politici, anche a livello internazionale, i quali pensano di chiudere le frontiere e risolvere il problema solo ed esclusivamente sbandierando misure di sicurezza draconiane. Penso che i diritti non possano rincorrere la sicurezza, ma debbano precederla con la prevenzione, l’amore e la giustizia sociale. Lo so, in questo modo non si potranno evitare tutte le stragi, perché qualche folle criminale fuori di testa sarà sempre in azione e non sarà sempre possibile fermarlo (come nel caso del giovane di Monaco). Eppure credo che questo sia l’unico modo per limitare i danni.
     Avere letto che la Norvegia ha scelto, dopo la strage di Breivik all’isola di Utova nel luglio 2011, di mettersi in discussione, in nome dei suoi principi di Stato di diritto, i cui valori sono validi anche per i nemici che lo vogliono distruggere, mi ha fatto pensare che una società avanzata non dovrebbe mai rinunciare alla sua umanità, anche in nome della sicurezza dei suoi cittadini, per dimostrare di essere migliore del male che combatte.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, luglio 2016


 

Recensione di un ergastolano al libro "L'eutanasia di Dio"

 
 
Lo so, perché sono uno scrittore. (Pier Paolo Pasolini)

I libri mi hanno sempre dato l'occasione di scappare da tutti i miei problemi, dandomi la possibilità di trovarne altri. Poi leggere mi ha dato l'opportunità di conoscere più me stesso. 
Ieri è entrato nella mia cella il libro, fresco di stampa, di Luca Russo dal titolo “L'eutanasia di Dio” (edito da “Sempre”) e l'ho posato sopra il mio sgabello, accanto alla mia branda. Questa mattina mi sono svegliato all'alba. Appena ho aperto gli occhi ho notato che il libro di Luca mi osservava. Ho fatto finta di nulla. E mi sono alzato. Mi sono fatto il caffè. E mi sono fumato la prima sigaretta della giornata. Poi mi sono rimesso a letto per finire di leggere le ultime pagine di un libro che ho iniziato giorni fa ma, con la coda dell'occhio, vedevo che il libro di Luca sopra lo sgabello continuava ad osservarmi.

Alla fine mi decido, poso il libro che stavo leggendo e prendo quello di Luca. Leggo subito la dedica che mi ha fatto:
Assisi, 15 maggio 2016 
A Carmelo, hai fatto della tua storia la storia di tutti. Ti sei dato in pasto al mondo come “galeotto” ma il tuo cuore è immerso nella purezza di uomo “libero” … soprattutto “libero di amare” . Con affetto, Luca
Penso che incominciamo male, o bene, a seconda dei punti di vista, perché comincio già a commuovermi.
Poso il libro. Mi rialzo e fumo un'altra sigaretta. E inizio a fare avanti e indietro per la cella. Quattro passi avanti, mi giro e ricomincio. E mentre cammino penso alla prima volta che ho incontrato Luca.
 
Era il lontano anno 2007. Un numeroso gruppo della Comunità Papa Giovanni XXIII, con la presenza del fondatore Don Oreste Benzi, era venuto a trovarci nel carcere di Spoleto. Con la mia solita aria da provocatore, mangiapreti e “Senza Dio”, avevo chiesto, sicuro che mi avrebbero risposto di no, se appoggiavano uno sciopero della fame degli ergastolani per chiedere l'abolizione dell'ergastolo. Mi ricordo che Don Oreste aveva chiuso gli occhi e quando ormai pensavo che si fosse addormentato, li aveva riaperti e aveva detto semplicemente di sì. Ci rimasi male, perché mi ero sbagliato, ma ci rimasi anche bene, perché non ero più solo a combattere contro i mulini a vento. A quel tempo, Luca era il “Responsabile di Zona” della Comunità. Dopo qualche giorno mi arrivò ufficialmente questa comunicazione: “Il Consiglio dei Responsabili della Comunità ha deciso di sostenere l'iniziativa per l'abolizione dell'ergastolo, ora dovrà decidere in che modalità sostenere la battaglia”.

Ad un tratto smetto di pensare. Mi sdraio nuovamente nella branda. E riprendo il libro in mano. Inizio a leggere la prefazione di Giovanni Paolo Ramonda, Responsabile Generale dell'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII. Delle sue parole mi colpiscono in particolar modo queste frasi: “La sofferenza, molte volte, non è data dall'handicap o dalla malattia, perfino terminale, ma dalla solitudine che si crea a causa di queste condizioni. (…) Diceva Don Oreste Benzi che c'è un'intelligenza che viene solo dall'amore. Per cui certe cose si capiscono solo se si ama”. Poi inizio a leggere la presentazione del Monsignore Claudio Giuliodori e colpiscono il mio cuore queste frasi: “Una vita non spesa e non donata fino in fondo per gli altri non è una vita pienamente vissuta e non può rendere veramente felici”.
Mi rialzo di nuovo con la scusa di prendere un pacchetto di fazzoletti e mi fumo un'altra sigaretta. Sento nella mia testa i pensieri del mio “Diavolo Custode” della Comunità Papa Giovanni XXIII che mi rimprovera che fumo troppo. Mi rifaccio due passi in cella. Poi riprendo di nuovo il libro tra le mani e continuo a leggere: “Vivo in casa con uomini che hanno vissuto 20, 30 anni di galera, e li ho visti convertiti dalla tenerezza della nostra piccola creatura, ho visto mani rugose, tatuate, con le dita monche e sfregiate, segnate da una storia di violenze e di rabbia, che maldestramente diventano docili in ogni carezza sulle guance liscissime di mio figlio. (…) Le lacrime mi riempiono gli occhi perché non sono ancora pronto a lasciare andare via il figlio del dolore. E così mentre i valori del monitor ogni tanto schizzano e atterriscono il cuore, la dottoressa con ansia e con voce accorata mi dice: "Canti, papà, canti! Perché quando lei canta il bambino riconosce la sua voce e non è più bradicardico. Canti!". E così canto il Pulcino Ballerino e la sua frequenza cardiaca si alza. Sapevo che era la sua canzone preferita. (…) Era entrato nella soglia della nostra casa famiglia come bimbo abbandonato dai suoi genitori perché scandalizzati dalla sua cerebropatia e poi ha trovato posto sul nostro lettone, con i nostri figli, nella nostra grande tavolata di 16 sedie. (…) Nella nostra casa famiglia non ci sono turni, non ci sono operatori, assistenti, educatori, non ci sono stipendiari”.

Senza neppure  accorgermene, arrivo all'ultima pagina del libro. E mi  rendo conto anche che ho finito i fazzoletti e le sigarette. Ho sempre pensato che la lettura di un buon libro possa migliorare la vita, ma questo libro di Luca fa molto di più: ti apre il cuore all'amore. Ti fa comprendere che prima di ricevere amore bisogna darlo. E quando ami la tua famiglia, ami il mondo intero.
Grazie Luca di avere scritto questo libro anche se forse, più che te, dovrei ringraziare il tuo cuore, perché credo che l'autore di questo libro sia più lui che te.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, 2016 
 

Terza laurea fra le sbarre per un uomo ombra

 

"Siete proprio come vi vogliono i padroni: servi, chiusi e sottomessi. Se il padrone conosce 1000 parole e tu ne conosci solo 100 sei destinato ad essere sempre servo." (Don Lorenzo Milani)

In prima elementare sono stato bocciato. La stessa cosa accade in seconda elementare. A nove anni per la mia famiglia ero già abbastanza grande per andare a lavorare. Sono entrato in carcere venticinque anni fa con licenza elementare. Durante le atroci esperienze dell’isolamento diurno e notturno nel carcere duro dell’Asinara, sottoposto al regime di tortura del 41 bis, inizio a studiare da autodidatta. Prima l’ho fatto per rimanere umano, dopo per sopravvivere, alla fine per vivere. Credetemi, studiare, mi è costato anni e anni di regimi duri, punitivi e d’isolamento. perché spesso per ritorsione mi impedivano persino di avere libri o una penna per scrivere. E in certi casi mi lasciavano la penna ma mi levavano la carta, perché non c’è cosa peggiore per l’Istituzione carceraria di un prigioniero che studia, pensa, scrive e lotta. Fra mille difficoltà prendo la terza media e mi diplomo. Nel 2005 mi laureo in “Scienze Giuridiche”, nel 2011 in Giurisprudenza e quest’anno in Filosofia con una tesi in “Sociologia della devianza”. Così, il 16 giugno per la terza volta mi sono laureato, stavolta con 110 e lode, da uomo libero grazie a un breve permesso premio giornaliero, nell’Università degli Studi Padova con la relatrice Professoressa Francesca Vianello, discutendo una tesi dal titolo “Biografie devianti”. Ed ho pensato di rendere pubblica questa breve parte personale dal titolo: “Bambino deviante”.


Fin da subito capii che i posti per il paradiso erano pochi, mentre l’inferno era aperto a tutti.
Fin da piccolo incominciai a deviare e giurai a me stesso che, nella vita, avrei lottato con tutte le mie forze per salire in paradiso.
E così facendo scesi all’inferno.

Credo di avere incominciato a deviare fin dalla pancia di mia madre, ancora prima di nascere, perché mi raccontarono che calciavo di giorno e di notte. Quando mia madre mi partorì, non volevo venire fuori, forse perché il mondo mi faceva già paura. Alla fine, però, non ebbi scelta e dovetti nascere per forza.
Iniziai da subito a osservare tutto, facendo finta di non guardare nulla per non dare nell’occhio.
Dopo poco tempo, però, fui già abbastanza sveglio per capire che in quello strano mondo dove mi trovavo comandavano i grandi. La cosa non mi piacque molto. Iniziai presto a ribellarmi contro la mia numerosa famiglia. E sperai di non diventare mai come loro. Ricordo che c’erano dei momenti in cui ero felice e disperato allo stesso tempo. Mi piaceva stare dove i grandi non mi potevano vedere. Quando avevo voglia di parlare con qualcuno, discutevo con me stesso. Penso che i grandi non mi abbiano mai visto per quello che ero. Non gliene facevo però una colpa. In fondo, loro erano quelli “normali” e io, invece, ero già il “deviante”. Mi sentivo come un marziano caduto sulla terra.
In casa comandava innanzi tutto mio nonno. Lo seguiva mio padre. Poi mio fratello maggiore. E così via. Dovevo fare tutto quello che dicevano loro. A me questo non andava e facevo tutto quello che mi pareva. I grandi non mi piacevano. Mi erano antipatici perché mi volevano comandare. E a me non piaceva ubbidire. E finivo per dire di no anche quando avrei voluto dire di sì.
Amavo la solitudine. Incominciai a pensare che ero un bambino diverso dagli altri, perché preferivo stare spesso solo con me stesso. Così osservavo la mia vita con distacco. Immaginavo e vivevo una vita tutta mia dentro la mia mente. Pensandoci bene adesso, debbo ammettere che, come bambino deviante, ero strano. Un po’ anche per dispetto, facevo tutto il contrario di quello che mi ordinavano di fare i grandi. E iniziai fin da piccolo a essere punito perennemente. I miei familiari iniziarono a picchiarmi con le mani. Dopo con i calci. Poi con il mestolo. E alla fine con il manico della scopa. Io, però, per non dare soddisfazioni ai grandi, piangevo poco per me stesso.
Piangevo di più quando venivano picchiati i miei fratelli. Quella che mi picchiava più spesso e più forte di tutti era mia nonna. Forse perché era la persona della mia famiglia che mi voleva più bene. E me lo dimostrava tutti i giorni. A volte, picchiandomi anche due volte al giorno. E nelle grandi occasioni anche tre volte! Anch’io volevo bene a mia nonna. Una volta, però, persi la pazienza. E le ruppi la testa con lo stesso manico di scopa con cui mi picchiava sempre. Penso che la lezione le fece bene, visto che da quel giorno non mi mise più le mani addosso. E io, per qualche tempo, credetti che mia nonna fosse diventata buona perché mi faceva picchiare solo dai maschi di famiglia.
Fin da bambino ero molto curioso. Iniziai presto a rivolgermi le prime domande di senso. Solo con il passare degli anni capii che spesso le risposte erano già contenute nelle domande. Capii subito, invece, che tutte le persone, prima o poi, dovevano morire. E mi chiesi per quale ragione si nasce visto che poi si muore. In primo luogo incominciai a chiedermi perché ero nato io. Mi domandai pure in quale mondo mi trovassi prima di nascere. E dove sarei andato dopo morto. Non riuscivo però a trovare risposte dentro di me. Fui costretto a chiederle ai grandi. Mi accorsi subito che ne sapevano meno di me. E spesso mi mandavano a quel paese. Prima con le buone. Poi con le cattive. E incominciarono a guardarmi in modo strano.
A volte, sentivo i miei familiari bisbigliare fra loro dicendo che ero un bambino strano, che probabilmente ero pazzo o scemo, o entrambe le cose. All’inizio ci rimanevo un po’ male, ma poi mi consolavo pensando che forse i pazzi erano loro. Poi accettai di essere diverso anche perché capii che i bambini si differenziano dagli adulti per il fatto che conservano in loro l’innocenza e non sono cattivi ed egoisti come i grandi. Per difendermi, incominciai a crearmi un mondo mentale parallelo nel quale leccarmi le ferite che m’infliggeva il resto del mondo. I grandi mi intimidivano. Li vedevo diversi da com’ero io. Più insicuri di me. Mi accorsi subito che invece di tentare di fare del bene, preferivano fare del male. E persino nella mia famiglia non andavano d’accordo fra loro.
La notte mi piaceva più del giorno perché mi piacevano le stelle. La sera stavo ore intere con la testa all’insù a guardare il cielo fin quando non mi girava la testa. Quella che mi lasciava a bocca aperta era la luna quando era piena. Sembrava che mi guardasse. E che esistesse solo per me. Poi, con il tempo, mi accorsi che ero più felice quando dormivo di quando ero sveglio. E presi l’abitudine di addormentarmi in qualsiasi posto mi trovassi. Mi piaceva dormire soprattutto a scuola. Forse anche per questo mi bocciarono in prima e in seconda elementare.
La maestra aveva una vocina bassa e usava un tono che assomigliava a una ninnananna. Diceva che due più due faceva quattro. A me questa cosa non stava bene. E mi domandavo perché due più due non facesse cinque. Poi, a casa mia, parlavano in dialetto e la maestra invece parlava in italiano. Io non capivo perché esistessero due lingue. E pensavo che sarebbe stato tutto più facile se tutte le persone avessero parlato un’unica lingua. Non trovavo le risposte. E quella maestra non riusciva a darmene. Ricordo che mi diceva spesso di fare il buono. A me la cosa dava fastidio perché pensavo, già allora, che solo i cattivi hanno bisogno di fare i buoni. Già a quel tempo credevo che fosse più importante essere buoni che fare i buoni.
Da bambino mi piaceva portare i capelli lunghi. Una volta però presi i pidocchi. I grandi vollero raparmi la testa a zero. Io però non ero d’accordo. E mi ribellai. Non vollero sentire ragioni. E mi legarono alla seggiola. Piansi molto quando vidi i miei bei capelli per terra. Erano per me come le foglie per un albero, e mi dispiaceva vederli separati dalla mia testa. Il senso di giustizia dei bambini è diverso da quello degli adulti. E a me dispiaceva che i miei pidocchi fossero rimasti senza casa. Già da allora pensavo che tutto dipendeva da quale parte si guardava. E io ero dalla parte dei pidocchi. Loro almeno mi tenevano compagnia. Ogni tanto gli davo una grattatina come fanno i cani. I pidocchi erano contenti. E io ero felice di saperli contenti. Dopo avermi raso i capelli, mi misero sul capo un telo inzuppato di benzina per fare morire le uova dei pidocchi. Lo dovetti tenere per un paio di giorni. Ricordo ancora la puzza di benzina: era tremenda. Alla fine
rimasi senza pidocchi. Per un po’ di tempo continuai lo stesso a grattarmi la testa perché ne sentivo la mancanza.
In questa strana famiglia dove ero nato si parlava poco di religione. Forse perché non era roba da mangiare. Conobbi Dio, Gesù e lo Spirito Santo in collegio. Non fu un incontro facile. Più che un incontro fu uno scontro. Solo Gesù mi era un po’ simpatico perché pensavo che era nato colpevole e sfortunato come me. Dio Padre, invece, mi era stato subito antipatico perché non capivo per quale ragione giocasse a nascondino senza mai farsi vedere da nessuno. Non gli perdonavo di aver cacciato via dal paradiso terrestre Adamo ed Eva solo per avere mangiato una mela. Pensavo che a me avrebbe fatto di peggio, perché andavo spesso a rubare i fichi, le arance e i limoni dagli alberi dei contadini. E mi convinsi che quel Dio assomigliava terribilmente agli uomini. Soprattutto non gli perdonavo di non aver mosso un dito quando gli uomini avevano messo in croce suo figlio. Non era certo il padre che avrei voluto, anche se il mio non era certo migliore di lui. Riguardo allo Spirito Santo, non riuscivo a capire che cosa fosse. Provavo ad immaginare una specie di fantasma che c’era perché non c’era, e non c’era perché c’era.
Si può dire qualsiasi cosa dei bambini, ma penso che siano più coraggiosi degli adulti. Io infatti mi arrampicavo sugli alberi più robusti e più alti senza timore di rompermi l’osso del collo. Probabilmente, per dimostrare a me stesso che non avevo paura di morire o forse perché non amavo abbastanza la vita per temere la morte. Adesso però, pensandoci bene, forse ero solo curioso di sapere cosa ci fosse nell’altro mondo. Il gioco che mi piaceva di più era quello di attraversare la strada di corsa a occhi chiusi rischiando di essere investito da qualche auto. Lo facevo da solo perché nessuno degli altri bambini voleva fare quel gioco. Preferivano battermi le mani tutte le volte che riuscivo ad attraversare la strada senza essere investito. Una volta, però, le cose andarono diversamente e, invece di sentire gli applausi e le urla di gioia dei miei compagni, sentii un grande dolore. Poi sprofondai nel nulla. E mi svegliai in ospedale con un trauma cranico. Seppi che mi aveva investito una motocicletta. Una volta guarito tornai a casa. Non ricordo che i miei familiari mi abbiano fatto grandi feste nel vedermi di nuovo girare per casa. Forse erano dispiaciuti che ero ritornato a far loro le mie domande.


Chi vuole leggere o scaricare integralmente la mia tesi lo può fare qui in  Home Page, in fondo nella parte della Biografia, ci sono le tre Tesi di Laurea, tutte scaricabili.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, Giugno 2016

 


2 Giugno: protesta dei detenuti contro il "fine pena mai" (dal TG5 del 02/06/2016)
   

 

 


 L'altra faccia della festa della Repubblica,  2 giugno: digiuno per l’abolizione della
“Pena di Morte Viva”

 

Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi o a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, io lo collego con l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa, nel Codice penale del Vaticano, non c’è più, l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte nascosta.
(Discorso di Papa Francesco alla Delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale, 23 Ottobre 2014).


Qualche mese fa dal carcere di Padova è partito un appello a tutti gli ergastolani in Italia di fare un giorno di digiuno per la festa della Repubblica del 2 giugno, per sensibilizzare e ricordare alla classe politica e all’opinione pubblica che in Italia esiste la “Pena di Morte Nascosta”, come Papa Francesco ha definito la pena dell’ergastolo.

Sono più di 864 gli ergastolani che ad oggi hanno risposto, ma le adesioni continuano ad arrivare (è difficile comunicare con i circuiti di alta sicurezza e ancor di più con coloro che sono sottoposti al regime di tortura del 41 bis) e sono stati consegnati alla Comunità Papa Giovanni XXIII che, dal lontano 2007, ha sempre sostenuto questa campagna contro il carcere a vita, mettendo al centro l’uomo e non il suo errore, secondo lo slogan del fondatore, Don Oreste Benzi.

Perché il 2 giugno ben 864 ergastolani attueranno un giorno di digiuno?
Perché con l’ergastolo non si vive ma si sopravvive. Si sopravvive con tristezza e malinconia, senza speranza e senza sogni. Si sopravvive come ombre che oscillano nel vento, come pesci in un acquario, con la differenza che non siamo pesci.
Si vive una vita che non ti appartiene più, una vita riflessa, una vita rubata alla vita. Il carcere per l’ergastolano è un cimitero, ma invece che da morto è seppellito da vivo.
Perché bisogna abolire l’ergastolo?
Perché è una pena inutile e anche stupida. Per quelli che pensano che la pena dell’ergastolo sia un deterrente, rispondo che chi è mentalmente malato (pedofili e simili), chi è in astinenza da droga, chi si sente in guerra contro il mondo per motivi religiosi o politici, non ha assolutamente paura di una pena come l’ergastolo. Infatti alcuni non hanno neppure paura di farsi saltare in aria nel nome del Dio di turno. Una pena come l’ergastolo non fa paura neppure ad uno che ha fame e molti ergastolani provengono da situazioni di degrado, emarginazione, povertà e altro. Molti ergastolani si sentivano in guerra verso la povertà, coltivavano un sogno di ricchezza, verso una ambizione, un progetto, una vita diversa, un destino migliore: tante cose che a suo tempo ci facevano rischiare di ammazzare o essere ammazzati. Con il passare del tempo e l’idea di dover vivere fino alla morte in carcere, la pena dell’ergastolo ci fa sentire vittime del reato, anche se il reato è il nostro.
Molti sono contrari alla pena di morte per motivi religiosi, etici ecc. e invece non lo sono per la pena dell’ergastolo e non si capisce bene il perché. Le possibilità sono due: o pensano che l’ergastolo sia meno doloroso della pena di morte, o può essere anche il contrario, che con la pena di morte cessa la sofferenza della pena e quindi la vendetta.
Premetto che la vendetta soggettiva, per esempio di un padre a cui è stata uccisa una figlia, va compresa e capita, ma certamente non può essere capita la vendetta di Stato o della moltitudine di una società moderna. Non è giustizia una vita per una vita perché tenere una persona dentro una cella una vita non serve a nessuno e molti ergastolani preferirebbero prendere il posto nell’aldilà delle loro vittime. Oggi nessuna delle nostre azioni può cambiare il nostro passato, ma oggi voi potete cambiare il nostro futuro, guardate e giudicateci con il nostro presente e non più per il nostro passato. Lo spirito di vendetta dopo tanti anni è ingiustificato nei confronti di persone che hanno cambiato interiormente.

Carmelo Musumeci
Padova, 2 Giugno 2016

 

 Alcune delle 864 adesioni pervenute: 

 

 

 

 

  


 

Caino: cattivo e colpevole per sempre

 

Proprio in questi giorni una mia nuova amica di penna, Giuliana, mi ha scritto: «A tutti gli uomini deve essere data la possibilità di pentirsi (come ha fatto nostro Signore sulla croce) e di incamminarsi nel mondo in una nuova vita, e ciò deve essere fatto dagli uomini verso i propri simili con amore e… misericordia». (Diario di un ergastolano: www.carmelomusumeci.com )

Lo so! Non è facile confrontarsi con gli studenti che entrano in carcere per partecipare al progetto “Scuola Carcere”. Spesso è anche doloroso leggere alcune loro lettere come questa: «(…) Ha rafforzato la mia convinzione che non tutti abbiano il diritto di essere recuperati. Carmelo Musumeci, incontrato ai Due Palazzi, capo di una banda malavitosa in Versilia, condannato inizialmente al 41 bis per racket, attentato, esecuzione, omicidio e una serie di altri reati, ha sostenuto che il carcere sarebbe completamente da abolire e che nessuno dovrebbe avere una pena superiore ai cinque anni. Potrei trovarmi d’accordo con queste affermazioni se cominciassimo a considerare il valore di una vita umana uguale a quello di un fastidioso insetto o di un oggetto di cui disporre a proprio piacimento.
In tal senso, considerando che il signor Musumeci, durante il suo racconto, si è soffermato su particolari ricchi di pathos come il non ricordarsi più il sapore dell’acqua del mare o il proprio aspetto al di fuori dal volto, o come la stranezza di tornare a casa e di vedere i suoi nipotini, non posso fare a meno di pensare che le persone vittime dei suoi reati difficilmente possono godersi ancora una vacanza con i propri cari, specialmente se sotto un metro di terra. Non avevano forse anche loro lo stesso diritto alla vita, alla libertà e agli affetti che tanto viene preteso da chi quella stessa vita, quella stessa libertà e quegli stessi affetti li hanno
tolti?»

Senza voler dare peso al fatto che le carte processuali che mi hanno condannato dicono che le vittime dei miei reati mi hanno sparato sei colpi (tutti a segno sul mio corpo), mi cade il cuore a terra al pensiero che adesso, oltre a continuare a pagare la mia condanna, devo iniziare a scontare un’altra pena, quella legata al fatto che “mi è andata bene” o “che me la sono cavata” se, dopo venticinque anni di carcere, sono uscito per qualche giorno in libertà.
Continuo a pensare che si possa diventare cattivi quando, fin da bambino, ti manca una via di scampo o alternative (o sei così debole da non vederne) e ti senti impotente. Nella mia testimonianza ho affermato “che nessuno dovrebbe avere una pena superiore ai cinque anni” perché, nella maggioranza dei casi, la galera distrugge le persone e perché spesso la pena viene usata per bastonare il cuore e le menti dei prigionieri. Giustamente, la società condanna il male, ma sono poche le persone che si domandano l’origine di quel male: probabilmente perché non interessa la loro vita. Rispetto il parere espresso da questa studentessa, ma non sono d’accordo sul fatto di sostenere che certe persone siano irrecuperabili e che rimarranno cattive e colpevoli per l’eternità. Le relazioni e gli incontri sono quelli che ci fanno crescere e sono convinto che i cattivi possano migliorare se vengono aiutati ed educati (che, letteralmente, significa “lasciar venire alla luce”, “trarre fuori”) alla tenerezza, all’amore e alla speranza. Purtroppo, però, il carcere, così com’è gestito in Italia, ci insegna solo a diventare ancora più cattivi.
In ogni caso, qualora si ritenga che alcune persone siano dei mostri, allora meglio condannarli a morte piuttosto che murati vivi per l’eternità.

Sono fortemente convinto che non esista alcuna persona irrecuperabile e che nessuno debba essere identificato solo con il male che ha fatto. Con un po’ di aiuto, potrebbe emergere anche il bene che ha già in sé e che potrebbe esprimere. Inoltre, penso che non ci sia miglior “vendetta” per la società che educare le persone perché, solo se si cambia interiormente, il colpevole può rendersi conto del male che ha fatto e solo allora potrà lasciar emergere il senso di colpa e l’onesta consapevolezza del danno commesso. Il senso di colpa, infatti, è la più terribile delle pene, peggiore del carcere e dell’ergastolo. Per fortuna (o per sfortuna) molti lo ignorano e preferiscono solo tenerci in carcere e buttare via le chiavi.

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova Maggio 2016


 Lettera di Carmelo Musumeci

a Marco Pannella

 

  



 

 Carmelo Musumeci

in permesso a Roma

(24/02/2016)

 

 


 

"DETENUTO IN LIBERTÀ" 

da TG2 Dossier Storie del 30 Aprile 2016
 

 

  


Un ergastolano da Papa Francesco


Il Magistrato di Sorveglianza concede il permesso di raggiungere Roma per partecipare in data 24. 02. 2016 all’Udienza Generale di Papa Francesco. Il detenuto uscirà dalla casa di Reclusione di Padova alle ore 9.00 del 23 febbraio 2016 e vi farà rientro alle ore 20.00 del giorno 25 febbraio 2016.


Mi sono sempre considerato un “Senza Dio”. E mi sono spesso definito un ribelle sociale. Ho sempre detto di no a tutti. Spesso persino a Dio. E a volte anche a me stesso. In venticinque anni di carcere non ho mai pensato, sognato o immaginato, che un giorno sarei uscito dalla mia cella per andare a Roma a vedere un papa.

Martedì, 1° giorno:
Esito un momento nel traversare l’ultimo cancello. Cerco di nascondere la mia insicurezza. Poi proseguo deciso. E sono fuori. Tutte le volte che esco dal carcere e non trovo nessuna parerete intorno a me provo la stessa ansia, paura e felicità della prima volta. Sembra quasi che senza mura intorno a me, io mi senta soffocare ed entri troppa luce nel mio cuore. Mi ubriaco subito di felicità. E non capisco più nulla. Il mio stato d’animo si altera. E mi rendo conto dei danni che tanti anni di carcere duro e una pena crudele che non finisce mai hanno recato alla mia mente e al mio cuore. A questo punto penso che non riuscirò più a ritornare una persona normale perché esco sempre con la convinzione che il mio mondo è scomparso per sempre. E credo che l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) non solo mi abbia sconfitto, ma abbia anche ucciso la parte migliore di me.


Mercoledì, 2° giorno:
Ho sempre pensato che la speranza aiuti gli umani a far battere il cuore perché, finché speri, sei vivo. E oggi mi sento vivo. Nella mia vita sono sempre stato pronto a tutto, anche ad andare all’inferno, ma non ho mai pensato di capitare da queste parti. Forse, per una volta, il destino ha voluto essere clemente con me.
La prima cosa che penso quando entro nella Città del Vaticano è di chiedere asilo politico a Papa Francesco o d’incatenarmi a Piazza San Pietro per far sapere al mondo intero che in Italia, patria del Diritto Romano e della Cristianità, esiste una pena dove nel tuo certificato di detenzione scrivono Fine pena: 9.999. Poi scaccio questa bella idea (o brutta, a seconda dei punti di vista), perché penso che i miei figli non me la perdonerebbero. Forse, però, i miei nipotini sarebbero d’accordo, ma mi conviene non rischiare. Mi guardo intorno. Lo vedo. E il mio cuore gli parla:
Francesco, il carcere non rieduca nessuno, ti fa diventare solo una brutta persona. E se fai il “bravo” è solo perché sei diventato più cinico di quando sei entrato. Francesco, è difficile spiegare cosa accade nella testa di un ergastolano quando in lui non c’è più futuro perché il suo domani è un domani senza più sogni, progetti e speranza. Francesco, l’unica ragione per pensare al futuro è un fine pena, ma noi non lo abbiamo perché la società ormai non ci vede più come umani, ma come mostri, forse perché lo sono un po’ anche loro. Francesco, senza speranza non si è più veri umani.
Grazie di darci voce e luce. E di avere abolito la pena dell’ergastolo nella Città del Vaticano definendola “Pena di morte mascherata”. Purtroppo, i politici italiani non ti danno retta; forse perché sono poco cristiani e continuano a fare orecchie da mercante. Francesco, più che credere in Dio, ho sempre preferito credere nell’uomo. Per questo più di credere a lui, credo in te.

Non sento il minimo rumore. In tutta la piazza regna un silenzio assoluto. Sentimenti ed emozioni fanno a pugni fra di loro dentro il mio cuore. Penso a quante cose belle mi sono perso nella mia vita. Non riesco a non pensare che non dovrei essere lì. E che quello non è il mio posto. Io dovrei essere in un altro posto. Dovrei essere chiuso nella mia cella. Penso a come è possibile che sono lì. Credo che i conti non tornino. Ad un tratto mi tranquillizzo perché mi convinco che non sono a Piazza San Pietro davanti a papa Francesco. Sono solo dentro un sogno. E presto mi sveglierò nella mia tomba. Mi convinco che questo non è altro che uno dei soliti sogni, dei tanti che ho fatto in questi venticinque anni di carcere. Sono invaso da una felicità bianca. Per una volta mi permetto il lusso di essere me stesso e mi commuovo.


Giovedì, 3° giorno:
Nel viaggio di ritorno in carcere cerco di raccogliere le idee, ma non ci riesco perché penso che sarà difficile che dopo tutti questi anni di prigione riesca a riprendere in mano il mio destino. Poi penso che i giorni in carcere sono senza vita. Ti scivolano addosso senza che te ne accorgi perché qualunque persona per vivere ha bisogno di sperare e di sognare. Ed è difficile farlo senza alcuna certezza e con un fine pena nel 9.999. Poi, prima di lasciarmi riseppellire vivo, penso che sia stata una bella avventura e decido di “portare” Papa Francesco nel mio cuore per tenermi compagnia. Spero che non si arrabbierà se l’ho portato in carcere con me.

 

Carmelo Musumeci
Padova, marzo 2016
 

 

 A TGTG di TV2000, LA STORIA DI CARMELO :
https://youtu.be/loxVfa8AP4w

  

 

 


 

 

"Gli ergastolani senza scampo"  

 

Carmelo MUSUMECI, Andrea PUGIOTTO
GLI ERGASTOLANI SENZA SCAMPO
Fenomenologia e criticità costituzionali dell’ergastolo ostativo
Prefazione di Gaetano SILVESTRI
Appendice di Davide GALLIANI


Editoriale Scientifica, Napoli, 2016
pp. XIII-216, euro 16,50


     Nel discorso pubblico si ripete, monotona, la convinzione che in Italia l’ergastolo non esiste e che i condannati al carcere a vita, prima o poi, escono tutti di galera. La realtà rivela, invece, un dato esattamente capovolto: attualmente sono 1.619 i condannati alla pena perpetua e, di questi, 1.174 (pari al 72,5% del totale) sono ergastolani ostativi, ai sensi dell’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario.
     Sconosciuto ai più, l’ergastolo ostativo è una pena destinata a coincidere, nella sua durata, con l’intera vita del condannato e, nelle sue modalità, con una detenzione integralmente intramuraria. Una pena perpetua e immutabile cui è possibile sottrarsi solo collaborando utilmente con la giustizia.
     Il presente volume, nella sua Parte I (scritta da Carmelo Musumeci) narra con autenticità la giornata sempre uguale di un ergastolano senza scampo, scandita nei suoi ritmi esteriori e interiori – alba, mattino, pomeriggio, sera, notte – costringendo il lettore a immaginare l’inimmaginabile. Nella sua Parte II (scritta da Andrea Pugiotto), ripercorre criticamente la trama normativa dell’ergastolo ostativo, argomentandone i tanti profili di illegittimità costituzionale e convenzionale, in serrata dialettica con la giurisprudenza delle Corti, costituzionale e di Cassazione, ad oggi persuase del contrario.
     Il volume è impreziosito dall’eloquente Prefazione del Presidente Emerito della Corte costituzionale Gaetano Silvestri, che rilegge il regime dell’art. 4-bis o.p. alla luce del principio supremo di dignità della persona. L’Appendice (curata da Davide Galliani) illustra i risultati di un’inedita ricerca empirica condotta tra circa 250 ergastolani, finalizzata a rilevare le materiali condizioni di salute, fisica e psichica, derivanti da un regime detentivo perpetuo, esclusivamente intramurario, frequentemente declinato nelle forme del c.d. carcere duro (ex art. 41-bis o.p.).
     Il volume (quarto della collana Diritto penitenziario e Costituzione, nata dall’esperienza dell’omonimo Master promosso da Dipartimento di Giurisprudenza dell’ateneo di Roma Tre) è il risultato del primo progetto di ricerca UE dedicato al regime dell’ergastolo nel contesto europeo (www.lifeimprisonment.eu).

 Il libro può essere richiesto in libreria, alla casa editrice, o all'indirizzo   ergastolani@gmail.com 

 

 Recensione di Francesca de Carolis


“Lo spirito di vendetta non ha copertura costituzionale”. Appuntando sul taccuino questa frase, dalla prefazione di Gaetano Silvestri (che è stato presidente della Corte Costituzionale) a un libro da tenere d’occhio, in questi tempi di smarrimenti... in cui prima vittima è la nostra coscienza critica... “Gli ergastolani senza scampo”, il titolo. Carmelo Musumeci e Andrea Pugiotto gli autori. Ergastolano il primo, docente di Diritto costituzionale il secondo. E siccome randagiando lungo sentieri delle nostre carceri quotidiane ho incontrato sia l’uno che l’altro, ero davvero curiosa di questo intreccio di linguaggi, diversi e pure legati da una simile passione del sentire e del fare...
“Forse continuo a respirare perché non ho il coraggio di morire”. Così testimonia Musumeci (detenuto dal 1991, che in carcere si è laureato, e da anni anima una campagna contro l’ergastolo) attraverso pagine di un diario, che è a tratti battibecco con il proprio cuore. Con quella parte viva di sé, che rimane la sola con cui liberamente parlare e confrontarsi, in un luogo che tutto intorno vuole morto. Dove ci si chiede “a che serve essere vivo se non puoi più esistere?”. Dove la speranza “è un veleno che mi sta intossicando da un ventennio”. Sono, quelle di Musumeci, le pagine di un diario che scandiscono il tempo della giornata, dal mattino che “ho sempre paura di svegliarmi”, alla notte che “finalmente il filo dei pensieri si spezza”.
Raccontando la vita che non c’è, smentiscono la bugia, che con una certa malafede viene messa in giro, che l’ergastolo non lo sconta nessuno. In questo nostro paese dove degli ergastolani la stragrande maggioranza è fatta di “ostativi”, cioè persone escluse da benefici di legge e quindi condannate a una pena perpetua e immutabile cui è possibile sottrarsi solo “collaborando utilmente” con la giustizia, altrimenti dal carcere destinati a uscire solo da morti. E più spesso di quanto non si dica in giro, dentro quelle mura suona “l’ora dei limoni neri”...
A spiegare i tanti profili di illegittimità costituzionale dell’ergastolo, con l’attenta cura che gli è propria, meticolosa e lieve a un tempo, Andrea Pugiotto. “Caino va certamente punito, ma da uno Stato di diritto che rispetti la propria legalità costituzionale”. Cosa, questa dello Stato che rispetti la propria legalità costituzionale, sulla quale si avanzano tanti e seri dubbi. L’analisi è puntuale, stringente, ricchissima di argomentazioni, una vivisezione, quasi, di norme e giurisprudenza. Che invito a leggere, anche se profani (come d’altra parte anch’io) in questioni di diritto.
Magari avete letto a suo tempo “comma 22” (ricordate? “Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo”…), non vi sarà difficile seguire sofismi e bizantinismi prodotti anche da illustri Corti (Cassazione, Costituzionale) con le quali Pugiotto entra in serrata dialettica, che qui vengono svelati, e che sfiorano il paradosso. Ma che permettono che sia ancora in vita una pena come quella dell’ergastolo, che è inumana, degradante, una morte mascherata, contraria ai principi fondamentali della Costituzione. Sacrificati all’improbabile idea di sicurezza che ci siamo fatti.
Improbabile come la data che è sul certificato di un ergastolano. Scadenza pena definitiva: 31/12/9999. Sì, avete letto bene. Un traguardo temporale che, commenta Pugiotto, “ha un che di metafisico”, “prodotto dell’asettico linguaggio dell’informatica penitenziaria”. Che un computer, che l’ergastolo non lo può capire, una data deve pur metterla…
La pena di morte nascosta, dunque. Che parla di questi “cattivissimi per sempre” ma, scrive Pugiotto, parla soprattutto “di noi e di cosa siamo diventati”. Se tutto questo ci è indifferente o addirittura vogliamo.
E arriva, come un pugno in faccia, l’appendice. Dove Davide Galliani, docente dell’Università di Milano, narra dei risultati di un progetto di ricerca che molto racconta delle condizioni materiali degli ergastolani. Che è cosa che sempre sconvolge, perché anche se molto già sai, c’è sempre qualcosa che mai riusciresti a immaginare. A cominciare dalle tante malattie del corpo e della mente che sono le condizioni stesse del carcere a determinare. Cosa è se non tortura del corpo e della mente tenere in cella una persona con il morbo di Buerger, cui è già stato necessario amputare un piede, depressa e con continui attacchi di panico. O dopo una già lunga detenzione, un uomo con il morbo di Parkinson. O persona di 83 anni, dal ‘93 ininterrottamente in regime di carcere duro. Non possiamo immaginare... E quale motivo se non un meccanismo di morte, ancor più inumano perché affidato alla meccanica indifferenza del sistema.
Purtroppo le parole “criminalità”, “mafia”, la parola “legalità”, persino, a volte, sembrano diventate in questo nostro paese la chiave per dare il via libera all’annullamento dei diritti fondamentali dell’individuo. Che è cosa che non produce uomini migliori (né dentro né fuori) e sta corrodendo la nostra democrazia.
Tornando a una pagina del diario di Musumeci… dove ricorda di avere letto che una direttrice di un carcere indiano criticava le nostre moderne prigioni perché prive di alberi. E si rende conto che è vero, che in tutte le carceri dove è stato non ha mai trovato un albero in un cortile e si chiede chissà perché l’Assassino dei sogni (come definisce il carcere) ha così paura degli alberi. Si risponde: “Forse perché in loro c’è vita. E lui odia qualsiasi cosa viva”.
Leggete “Gli ergastolani senza scampo” (collana diritto penitenziario e costituzione- Editoriale Scientifica). E poi, se proprio non ci importa di quanto sappiamo essere non umani, di quanta confusione facciamo fra vendetta e giustizia, proviamo almeno a rispondere onestamente a una domanda. È questo che ci fa sentire “più sicuri”?

 Francesca de Carolis

 

Giustizia, carcere, pena. Gli ergastolani senza scampo
di Valter Vecellio

(…) C’è poi un aspetto specifico, ma estremamente significativo, quello dell’ergastolo. Battaglia, è da credere, impopolare; ma non per questo giusta e doverosa.
Di ergastolo, e in particolare, quello ostativo, parla un libro prezioso, “Gli ergastolani senza scampo”. Di Carmelo Musumeci e Andrea Pugiotto (Editoriale Scientifica, pagg.216. 16,50 euro). Testimonianza in corpore vili; e, insieme, inquadramento “tecnico”-giuridico, e politico nel senso alto e pieno del significato. Musumeci è un ergastolano, detenuto dal 1991. In cella comincia un percorso di “recupero” che lo porta dalla iniziale licenza elementare alla laurea in Giurisprudenza e alla specialistica in Diritto Penitenziario. Riscatto, e insieme una consapevolezza e una crescita personale e umana che lo trasforma, è indubbio che il Musumeci del 1991 è diverso, “altro” dal Musumeci del 2016. In questo caso si può dire che il terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”), ha trovato pratica esecuzione. Pugiotto è un giurista, ordinario di diritto costituzionale all’università di Ferrara; da tempo si occupa delle dimensioni costituzionali del diritto punitivo, si tratti della pena di morte, dell’ergastolo, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, i Centri di Prima Accoglienza. Il libro è impreziosito da una prefazione del presidente emerito della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri; e da un’appendice del professor Davide Galliani.
Libro prezioso fin dalle prime righe. Il professor Silvestri mette subito in chiaro: “In tempi di terrorismo internazionale e di perdurante aggressività delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, affermare con la giusta decisione principi fondamentali in tema di umanità della pena può suscitare reazioni sfavorevoli, ma è più che mai necessario, sul piano etico e giuridico, per tener fede ai valori posti a base della nostra civiltà…”. In sostanza: proprio in tempi di emergenza, di sbandamento e scoramento, ecco che bisogna tener alta e ferma la bandiera del diritto e della legge. Senza deroghe e concessioni securitarie, senza derive demagogiche e strumentali. Già questo concetto, valido per l’Italia ma non solo (e basterebbe ricordare cosa sta accadendo in Francia), dovrebbe costituire materia di riflessione, confronto, dibattito.
Un libro, lo descrive bene, Silvestri, “utile a mantenere viva la nostra coscienza critica, perché non si smarrisca il senso della democrazia costituzionale, che dalla tutela dei diritti fondamentali trae la sua principale ragion d’essere”.
Cos’altro, e di meglio si può aggiungere? Leggetevi il lento, “pesante”, opprimente scandire del tempo, delle ore e perfino dei minuti, della giornata dell’ergastolano Musumeci: “Fra pochi mesi compio sessant’anni. Ma è ormai da molti anni che non conto più i giorni, i mesi, gli anni. A che servirebbe? Sono solo giornate vuote e perse. Purtroppo, in carcere non c’è tempo. E senza tempo non c’è vita…”.
Si entra nel cuore e nel vivo della questione: da una parte il precetto costituzionale che la pena deve tendere al recupero del detenuto, e vanno garantiti elementari presupposti di umanità; dall’altra l’esistenza dell’ergastolo ostativo: per cui un detenuto, per il solo fatto di essere stato condannato per uno dei reati previsti dall’art.4-bis dell’Ordinamento Penitenziario, si vede negata la speranza di poter riacquistare mai la sua libertà.
Veniamo ai tredici capitoli (più la conclusione), di Pugiotto: con un linguaggio piano di chi sa esporre argomenti complessi in modo che diventino accessibili anche a chi non è “sacerdote” del diritto l’assurdità teorica e l’iniquità pratica dell’ergastolo ostativo: dal punto di vista dell’etica, del diritto, ma anche della mera convenienza. I saggi di Pugiotto dimostrano come non vi sia, dal punto di vista tecnico-formale, alcun ostacolo all’abolizione dell’ergastolo, e non solo quello ostativo. Il succo del discorso è in un capitoletto, “Mantra”: “
Il principale ostacolo a tali ragionevoli proposte di riforma, miranti al superamento dell’ergastolo senza scampo, non è di ordine giuridico. Va cercato altrove, nelle aspettative sociali verso una pena certa, dura, esclusivamente retributiva, possibilmente neutralizzatrice, da scontarsi fino all’ultimo giorno. E’ un mantra costituzionalmente stonato, perché la certezza della pena è un concetto flessibile, in ragione dell’incidenza del percorso trattamentale sulle modalità e sulla durata della pena stessa… Tuttavia, è in ragione di tale mantra che per molti (temo la maggioranza) il carcere a vita non fa problema, in nessuna delle sue declinazioni. A mali estremi, estremi rimedi, come usa dire. E se i condannati per reati efferati di criminalità organizzata sono sottoposti a un regime ostativo particolarmente severo, poco male: se lo sono meritati. E’ una tesi largamente diffusa e di facilissimo consenso. Non può, però, essere la tesi di uno Stato di diritto. Perché la pena dovuta è la pena giusta, e la pena giusta è solo la pena non contraria alla Costituzione”.
È bene fare tesoro delle parole del presidente Silvestri: “La dignità coincide con l’essenza stessa della persona, non si acquista per meriti e non si perde per demeriti, non è un ‘premio per i buoni’ e quindi non può essere tolta ai ‘cattivi’”.
Libro, questo “Gli ergastolani senza scampo”, che ci si augura venga letto e non solo tra gli addetti ai lavori, che in teoria non dovrebbero averne bisogno (ma avendo sotto gli occhi quotidianamente non pochi “lavori” degli addetti, non è azzardato dire che si tratta di lettura anche per loro preziosa); è soprattutto nelle scuole, che andrebbe diffuso, e commentato e discusso. Dovrebbe esserci, più che una “buona scuola”, una “scuola buona”; ma qui fatalmente si scivola in un altro, più complicato discorso.

Tratto da:

http://www.articolo21.org/2016/02/giustizia-carcere-pena-gli-ergastolani-senza-scampo/

 

 Recensione di Maria avv. Brucale

"In tempi di terrorismo internazionale e di perdurante aggressività delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, affermare con la giusta decisione princìpi fondamentali in tema di umanità della pena può suscitare reazioni sfavorevoli, ma è più che mai necessario, sul piano etico e giuridico, per tener fede ai valori posti a base della nostra civiltà. Questo libro è un contributo incisivo, letterario e scientifico, utile a mantenere viva la nostra coscienza critica, perché non si smarrisca il senso della democrazia costituzionale, che dalla tutela dei diritti fondamentali trae la sua principale ragion d’essere.
La dignità coincide con l’essenza stessa della persona, non si acquista per meriti e non si perde per demeriti, non è un “premio per i buoni” e quindi non può essere tolta ai “cattivi”.
Essa non solo non è bilanciabile, ma, a fortiori, non è barattabile con alcun interesse, ancorché costituzionalmente rilevante e protetto.
La deprivazione definitiva e irrimediabile della socialità derivante dal c.d. ergastolo ostativo, non è coerente con la tutela della dignità della persona, che non può essere ritenuta integra in assenza della dimensione della socialità". Un breve stralcio della prefazione al libro,del Presidente Emerito della Corte Costituzionale Gaetano Sivestri. La dignità dell'uomo non è bilanciabile né barattabile. Questo è il perno attorno al quale ruotano le diverse prospettive di osservazione degli autori del libro. Un saggio che racchiude e accorpa senza soluzione di continuità, il vissuto interiore di un ergastolano ostativo, Carmelo Musumeci e le voci autorevoli di due illustri costituzionalisti, Andrea Pugiotto e Davide Galliani.

CARMELO MUSUMECI

Un cuore mai arreso combatte un corpo ormai di proprietà dell’"Assassino dei sogni", così Carmelo chiama il carcere. L’ergastolano ostativo affronta una morte che è il vivere in attesa della fine, una agonia lenta quanto inesorabile che toglie il senso al domani e vela di lutto un passato che non può tornare. Carmelo racconta come vive e cosa pensa un ergastolano nell’arco delle ventiquattro ore di una giornata. I capitoli sono intitolati: l’alba, il mattino, il pomeriggio, la sera e la notte. Questa l'introduzione: “Lo ammetto. Il mio cuore è più coraggioso di me. In tutti questi anni di carcere lo ha continuamente dimostrato. E di solito si sveglia prima di me. L’ha fatto anche questa mattina all’alba. Povero scemo. Come al solito, quando si sveglia, è felice come un grillo. E ha iniziato a battermi nel petto come un forsennato. Come se dovessi andare da qualche parte. Tanta fatica per nulla. Neppure oggi andrà da qualche parte. E sarà così per sempre. Fino al suo ultimo battito. Ed è inutile che faccia finta di non sapere che questo suo nuovo giorno è già morto ancora prima di nascere”.
Accanto a Carmelo, Andrea Pugiotto e Davide Galliani studiano, approfondiscono, esplorano ogni aspetto tecnico e nuovo del tema e si pongono prammaticamente l' obiettivo di un cambiamento così da non essere spettatori esperti del male ma audaci combattenti, sentinelle del Diritto.

 ANDREA PUGIOTTO

Offre una critica lucida e serrata alla politica legislativa dei "cattivi per sempre".
L'ergastolo senza scampo è cancellazione dell’orizzonte rieducativo. La pena è sempre uguale a se stessa fino alla morte. E' una stortura logica perché muove da un presupposto di infallibilità dl sistema penale. Inammissibile è l'equazione collaborazione = ravvedimento. Si può collaborare senza ravvedersi e ravvedersi senza collaborare. La Costituzione non ammette l’automatismo normativo secondo cui esiste una presunzione assoluta di non rieducabilità tarata su tipi di autore. L’ergastolo senza possibilità di revisione della pena, viola i diritti umani (Vinter c/ Regno Unito). La pena perpetua non riducibile viola l’art. 3 Cedu: impedisce il riscatto del reo, non garantisce la proporzionalità della pena (che deve essere commisurata al percorso trattamentale), viola la dignità umana.
E’ tortura giudiziaria infliggere un tormento senza che chi lo subisce possa elaborare la proiezione della fine di esso.

DAVIDE GALLIANI

Offre una riflessione sulla concretezza della detenzione senza scampo; sulle condizioni materiali ed esistenziali degli ergastolani.
Uno studio appassionato e capillare condotto nell’ambito di "Life imprisement without hope" un progetto finanziato dall’Unione Europea contro l’ergastolo senza speranza.
Ben 246 schede questionario compilate da ergastolani, raccolte e analizzate, tante voci che “chiedono ascolto, ci obbligano a metterle a valore”.
Voci che raccontano il carcere, le privazioni, le malattie, la depressione, la disperazione. Firme apposte con cura alla fine di ogni scheda che dicono, gridano, Io esisto!
Vite recluse che si tratteggiano negli schemi dei questionari e offrono spunti certi per importanti indagini statistiche: sulle patologie più frequenti, sui fenomeni depressivi, sui suicidi in carcere. Nei primi periodi di detenzione, ad esempio, ci si uccide con più frequenza. L’impatto con il carcere può essere deflagrante.
I detenuti di lungo corso arrivano meno facilmente all’estremo approdo, forse perché confondono il sé e l’Istituzione, non li distinguono.
Ancora, la follia di un sistema che ammette che un uomo con il morbo di Parkinson, detenuto dal 1994, stia ancora in carcere.
Quale anelito di sicurezza può legittimare una simile compressione dei diritti umani?
La conclusione che: “A un certo punto l’umanità deve prevalere sul crimine, su qualunque crimine!”

Avv. Maria Brucale
 

Pubblicata a pag. 12:
http://centoundici.it/rivista-centoundici-cp/ 

 

 

 


 

  Il libro “Fuga dall’Assassino dei Sogni” nelle mani di Papa Francesco

Questa notte ho fatto un brutto sogno. Un vero e proprio incubo. Ero chiuso in un carcere dove le pareti della mia cella si restringevano e il soffitto si abbassava per raggiungere il pavimento. E non avevo nessuna via di fuga. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

Io e l’amico Alfredo (Cosco) abbiamo scritto a quattro mani questo particolare libro, dal titolo “Fuga dall’Assassino dei Sogni”, perché tempo fa avevo letto che in un muro di un lager nazista avevano trovato scritto questa frase che mi aveva molto colpito: “Io sono stato qui e nessuno lo saprà mai”. Vi confido che scrivo i miei libri perché voglio che si sappia cosa accade dentro le mura delle nostre Patrie Galere. E spesso uso la forma romanzata per non passare guai, perché quando sei prigioniero dell’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) non è facile avere il coraggio di mettersi contro chi gestisce la tua vita, spesso anche la tua mente e il tuo cuore.
Prima che il libro andasse in stampa, Alfredo mi scrisse e mi chiese a chi volevo dedicarlo. Non ci ho pensato neppure un attimo e gli ho risposto che lo volevo dedicare a due persone “A Papa Francesco per avere abolito la pena dell’ergastolo nella città del Vaticano” e “A Mita Borghesi, la figlia adottiva che aiuta a battere il mio cuore tutti i giorni”.

Oggi ho ricevuto una lettera da Don Antonio che mi informa che il libro è arrivato nelle mani del Pontefice: Carissimo Carmelo, ho avuto oggi la conferma dal mio “postino” che il tuo libro è stato consegnato direttamente nelle mani di Papa Francesco, con le dovute spiegazioni. Il papa ha avuto attenzione ed un sorriso di accoglienza. Giustamente il mio “postino” ha commentato che difficilmente il papa avrà il tempo di leggerlo, visto che riceve circa 1000 lettere al giorno… ma il filo diretto c’è stato. Anche ai tuoi amici che hanno collaborato alla realizzazione del libro lo puoi dire con sicurezza e soddisfazione. Un affettuoso abbraccio.

Poi Suor Marta, sorella di clausura del monastero di Lagrimone, dopo aver letto “Fuga dall’Assassino dei Sogni” mi ha scritto: (…) Io mi sono commossa alle lacrime nel capitolo XLIV “deciso di andare incontro alla morte.” In quel capitolo emerge una pacata, ma profonda e coinvolgente, lotta-interiore per dare vita alla libertà della persona e pienezza senza ostacoli all’amore che da sempre la possiede. A specchio della sua decisione ci sono le persone che ama teneramente.
Tragiche e colme di tenerezza amorosa la lettera alla compagna e a Nadia. Non sembra il dolore averla vinta, ma l’amore, la vera libertà a cui l’uomo aspira. Ritengo che anche il capitolo XLV sia di una ricchezza straordinaria, una pagina di grande autore
.” E Suor Daniela ha aggiunto: “Ciao Carmelo. Ho cominciato a leggere il tuo libro. Stile avvincente. Difficile smettere.”

Non abbiate paura di leggerlo anche voi e scoprire l’inferno delle nostre Patrie Galere. Il libro lo potete ordinare nella vostra libreria o per info e ordinazioni zannablumusumeci@libero.it o su www.edizionierranti.org.
Titolo “Fuga dall’Assassino dei Sogni” di Carmelo Musumeci e Alfredo Cosco (Edizioni Erranti, Cosenza, 2015, pp.278, euro 14.00).

Carmelo Musumeci
Carcere di Padova Novembre 2015


                                                                                                                            

 

Il libro di Carmelo Musumeci e Alfredo Cosco "Fuga dall'Assassino dei Sogni"

     che vanta la prefazione di Erri De Luca, ha un'importante Appendice dove sono state raccolte alcune incredibili testimonianze su quello che è successo nei "carceri speciali" delle isole di PIANOSA e ASINARA, agli inizi degli anni '90.  


PREMESSA a cura di Marcello Dell'Anna


-L'Isola del diavolo Carmelo Musumeci
-Pianosa Matteo Greco
-Quando lo racconteremo, non ci crederanno    Pasquale De Feo
-Asinara Sebastiano Prino
-Tortura Antonio De Feo
-In memoria di Pianosa Rosario Indelicato

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Pagine 278, brossura

Anno: 2015
Prezzo 14,00

Info e ordinazioni: zannablumusumeci@libero.it


 

Riportiamo qui il testo integrale della Prefazione di Erri De Luca

al libro di Carmelo Musumeci e Alfredo Cosco

"Fuga dall'Assassino dei Sogni"- Edizioni Erranti



Pagine 278, brossura

Anno: 2015
Prezzo 14,00
Info e ordinazioni: zannablumusumeci@libero.it

Prefazione a “Fuga dall’Assassino dei Sogni”

 La sagoma della prigione s’imprime nell’infanzia. Il castigo di venire rinchiusi fa parte, o ne faceva, di un avviamento alle regole. Per me fu temperato dalla materia del muro: il tufo. Traspirava, attraverso i suoi pori mi arrivava la vita che si svolgeva fuori. Ingiurie, preghiere, richiami, risate, conversazioni: il tufo le faceva passare.
Le prigioni presero all’inizio la via del mare, su navi dette appunto galere, con i forzati ai remi.
Proseguirono con gli esiliati su isole lontane, rinchiusi dentro il cerchio delle onde. Gli Inglesi spedirono in Australia i condannati e si trovarono in cambio una nazione. Da noi nel Mediterraneo le isole si riempirono di sbarre. Nella mia infanzia è impressa la fortezza di Procida, sotto la quale passavano i battelli della villeggiatura. A Ischia visitavano il Castello Aragonese dove stettero incatenati al muro i napoletani ribelli ai re Borbone.
Scrivo questi ricordi per dire che le prigioni non sono un pensiero remoto, ma un edificio al centro dell’educazione. Nella percezione corrente gli istituti di pena sono la botola della giustizia, aperta sotto i piedi dei soliti previsti. Non quelli che pesano di più fanno scattare il meccanismo, ma gli ultraleggeri, i “luftmensch”, persone fatte d’aria, senza zavorra di quattrini in tasta. Quelli che davanti alle vetrine illuminate, agli schermi accesi, restano a sentire il loro desidero crescere fino all’ira. Leggo in questo libro le parole di uno di loro, mio coetaneo perché della generazione che ha conosciuto le carceri della persecuzione. La pena erogata veniva eseguita con l’accanimento fisico permesso dall’estremismo repressivo dell’articolo 90, oggi modificato in 41 bis. Al vertice rovescio del sistema penitenziario speciale stava l’Asinara, luogo di demolizione della macchina uomo. Qui è detta, non descritta. Detta a voce a chi sta dirimpetto e la raccoglie per averla condivisa. Topi e isolamento, percosse e privazioni d’acqua, arbitrio puro di chi è autorizzato a opprimere: l’Asinara non meritava altra sorte di quella di essere chiusa dalla rivolta degli arrostiti. Asinara, Goli Otok, Tremiti, Pianosa, Santo Stefano: le isole del Mediterraneo anticipano il destino delle celle, che è di finire chiuse, abbandonate, vuote. Le isole tornano alla loro natura di passaggio per gli uccelli in volo. Le onde smettono di essere il fossato intorno alla fortezza, libere di andare e venire. E un medico di carcere non è più il falsificatore di cartelle cliniche, addetto alla cancelleria dei pestaggi.
Leggo l’io narrante di una vita rinchiusa, gli effetti ristretti all’ora di colloquio, le fughe pensate per dare caloria al pensiero, le sue letture davanti al naso per cancellare i muri. È l’esistenza che serve allo Stato per dimostrare il suo diritto di pugno.
Quando nel corpo spunta un dolore, anche se in fondo a un piede, quello diventa il centro pulsante dell’intero organismo. Così è per la prigione, centro che deve irradiare intorno a sé il dolore a scopo di terrore. Il resto del corpo cerca di tenersi a distanza, per sottrarsi al contagio. Ma la prigione è un’epidemia che, pure colpendo i più deboli, ammicca a tutti gli altri, che sanno provvisoria la loro immunità.
Ergastolo infine è l’ultima bestemmia della negazione, la peggiore profezia a carico della persona umana: la sua impossibilità di espiare.
La pena dell’ergastolo non è penitenza ma rifiuto.
Leggo chi ha avuto la forza di narrare dal fondo di questa discarica.
E questo è un libro, perché a questo serve: mettere al centro una vita e dare al lettore il posto d’onore davanti.        
 

                                                                                                                                                               Erri De Luca

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       


 

 

Biografia

Carmelo Musumeci nasce il 27 luglio 1955 ad Aci Sant’Antonio in provincia di Catania. Condannato all’ergastolo, si trova ora nel carcere di Padova.
Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara in regime di 41 bis riprende gli studi e da autodidatta termina le scuole superiori. Nel 2005 si laurea in giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo” , relatore Prof. Emilio Santoro.
Nel Maggio 2011 si è laureato all’Università di Perugia al Corso di Laurea specialistica in  Diritto Penitenziario, con una tesi dal titolo “La ‘pena di morte viva’: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità” ,
con relatore il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale, e Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia e Sociologia del Diritto e Presidente onorario dell’Associazione Antigone per la difesa dei diritti dei detenuti.

Il 16 Giugno2016 si è laureato in Filosofia, con votazione 110 e lode, presso l'Università degli Studi di Padova, discutendo la tesi “Biografie devianti” relatrice Prof.ssa Francesca Vianello.

Nel 2007 ha conosciuto don Oreste Benzi e da allora anni condivide il progetto “Oltre le sbarre”, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII.

Promuove da anni una campagna contro il fine pena mai, per l’abolizione dell’ergastolo.

Chi volesse scrivergli può farlo attraverso amici volontari, che tengono per lui questo indirizzo email: zannablumusumeci@libero.it

Bibliografia
Ha pubblicato nel 2010 il libro “Gli uomini ombra”,
nel 2012 “Undici ore d’amore di un uomo ombra” e “Zanna Blu”, con la prefazione di Margherita Hack, editi da Gabrielli Editori.

Nel 2013 pubblica “L’urlo di un uomo ombra”, Edizioni Smasher;

nel 2014 con Stampa Alternativa-Nuovi Equilibri, per la collana Millelire, “L’Assassino dei Sogni”, Lettere fra un filosofo e un ergastolano, di Carmelo Musumeci, Giuseppe Ferraro;

nel 2015 per Edizioni Erranti “Fuga dall’Assassino dei Sogni” di Alfredo Cosco e Carmelo Musumeci;

nel 2016 "Gli ergastolani senza scampo" Fenomenologia e criticità costituzionali dell'ergastolo ostativo di Carmelo Musumeci / Andrea Pugiotto, con prefazione di Gaetano Silvestri e un'appendice di Davide Galliani, Editoriale Scientifica.