Diario dal 1 al 15 Aprile 2015

1/04/2015
È iniziato un nuovo mese.
E fra pochi giorni sarà Pasqua.
Un’altra festività fra le sbarre, ma mi consolo pensando che questa è la prima che passo da ergastolano non ostativo ai benefici.

2/04/2015
Ho mandato gli auguri di “Buona Pasqua” ai miei due nipotini Michael e Lorenzo e mentre li scrivevo ho pensato ai miei figli e a tutti gli anni che mi sono perso con loro.
E adesso che non ho più l’ergastolo ostativo spero di rifarmi con i miei nipotini, ma non ho nessuna certezza perché il mio fine pena rimane al 9.999.

3/04/2015
Una mia amica mi ha mandato quello che ha scritto mia figlia sul suo profilo facebook dopo le nove ore che ho passato con lei fuori dalle mura del carcere, dopo ventiquattro anni di carcere: “Una giornata tutta con te… il nostro sogno che si avvera. Perché la speranza può anche morire, ma non mi sarei mai potuta rassegnare ad una vita lontano da te” e mi è scappata una bella lacrimuccia.

4/05/2015
Oggi durante l’ora d’aria mentre ero nel cortile a passeggiare e mi guardavo intorno ho pensato che il carcere è ritornato ad essere quello di una volta, un canile di difesa sociale per i cani ritenuti socialmente pericolosi, emarginati, indigenti e malati.

5/04/2015
Oggi è Pasqua.
Tutti i miei compagni sono andati a messa.
Io ho preferito rimanere in cella.
E mi sono sentito un po’ in colpa verso tutte le persone religiose che mi vogliono bene e che in questi anni tanto hanno pregato per me.
Non mi sono però sentito in colpa verso Dio perché so (se lui esiste) che lui mi vuole bene lo stesso perché la sua casa non è la chiesa ma il cuore degli uomini.
Ed io gli tengo sempre un posticino libero per lui con la speranza che un giorno mi venga a trovare.

6/04/2015
Oggi non ho studiato e non ho scritto ma mi sono messo a giocare a carte con i miei compagni ed ho vinto a tutti i giochi.
E mi sono ricordato che proprio un prete mi aveva insegnato a giocare a carte quando avevo dieci anni ed ero in collegio.
Era un prete simpatico ed ho pensato che chissà se nell’aldilà gioca ancora a carte.
Spero un giorno d’incontrarlo per fare una partita a carte e dimostrargli che sono diventato più bravo di lui.

7/04/2015
Molte persone mi hanno scritto felici del mio permesso premio e ho risposto:
Nell’arco di questi ventiquattro anni per sopravvivere avevo imparato molte strategie mentali per stare nel mondo delle ombre. Ed ora mi sento un soldato felice perché è finita la guerra, ma disorientato perché non conosce più la pace. Ti assicuro però che ce la metterò tutta per ritornare nel mondo dei vivi. Lo so bene, c’è ancora da rimboccarsi le maniche, per me e per tutti gli uomini ombra prigionieri ancora nelle tenebre dell’Assassino dei Sogni, perché non sarò mai del tutto libero fin quando qualsiasi prigioniero non avrà un fine pena e un calendario in cella. Ti confido che faccio ancora fatica ad abituarmi alla speranza e alla felicità. Forse perché l’essere umano ha difficoltà per sua natura ad adattarsi ai cambiamenti. Ed una volta che il cuore e la testa si sono assuefatti al dolore riesce difficile e faticoso cambiare modo di essere e di pensare. Forse perché, come mi ha scritto una mia amica, è più probabile morire di gioia che di dolore.

8/04/2015
Mi hanno respinto la semilibertà perché non ho usufruito di numerosi permessi premio, come se fosse colpa mia che non sono uscito prima
.

9/04/2015
Ho pensato tutta la notte e tutto il giorno alla respinta della richiesta di semilibertà.
Ci sono rimasto male perché sarei uscito al mattino per rientrare alla sera in carcere, per lavorare presso la struttura Casa di Accoglienza il “Sogno di Maria” della Comunità Papa Giovanni XXIII (sostegno post scolastico e condivisione attività ricreative con bambini ed adulti con gravi handicap fisici e non vedenti) invece dopo ventiquattro anni i buoni vogliono continuare a tenermi ancora chiuso in una cella senza fare nulla.
Ora mi tocca cambiare tutti i miei sogni.
E sono stanco, tanto stanco.
E loro mi vengono a dire che è ancora presto.
Non hanno idea da quanti anni e anni, giorni e notti, sto aspettando di iniziare a scontare la mia pena in modo utile per la società.
Pazienza!
Ancora altri giorni e giorni, altre notti e notti ad aspettare, per fortuna almeno potrò uscire ogni tanto in permesso premio.

10/04/2015
Ormai è ufficiale, molti miei compagni saranno deportati e gettati, come spazzatura umana, in altri carceri d’Italia perché nel carcere di Padova sarà chiusa la sezione di alta sicurezza.
Mi ha colpito la loro poco voglia di lottare e penso che l’Assassino dei Sogni lo fa apposta perché più un prigioniero è messo male e meno problemi produce. Probabilmente sa che se tu metti una persona nelle condizioni di poter solo sopravvivere è difficile che poi possa pensare a qualche cos’altro.

11/04/2015
Spesso si vuole che il detenuto, in quanto prigioniero, debba accettare qualsiasi restrizione, anche quelle prive di ragionevolezza e chi non le accetta non può fare altro che soffrire, ma io sono convinto che è pur sempre meglio soffrire che non fare nulla, perché accettare in silenzio qualsiasi tipo di restrizione non necessaria si rischia che il detenuto sarà sempre e soltanto quello che il carcere lo farà essere.

12/04/2015
Un compagno ergastolano mi ha scritto e le sue parole mi hanno fatto piacere:

Caro Carmelo, sono felice del permesso, ma la mia più grande felicità era se uscivi in semilibertà.
Hai dato la speranza a molti ergastolani. E sei stato l’unico che hai dato voce a tutti noi.

13/04/2015
Quando avevo l’ergastolo ostativo ho sempre lottato e sognato perché non avevo altro da fare per continuare a vivere, ora che ho iniziato a uscire in permesso premio ho anche la speranza di tentare di realizzare qualche sogno che mi è ancora rimasto.

14/04/2015
Oggi sono arrivate nella mia cella e nel mio cuore queste belle parole di Tiziana e per alcuni attimi mi hanno fatto dimenticare la mia disperazione, solitudine e amarezza di una vita buttata via:

(…)Sai Carmelo, penso che chi ha vissuto profonde lacerazioni nelle relazioni personali sia molto più capace di un perdono profondo di chi si limita a giudicare gli altri a partire dai propri pregiudizi. Io credo che, purtroppo, ci siano molte persone che vivono inseguendo un bisogno di vendetta che non porta a nessuna vera soddisfazione ma che, anzi, si autoalimenta fino a soffocare.
…E questo rancore, forse, è più da questa parte delle sbarre che là dentro (…)

15/04/2015
Spesso durante il giorno vado a fumarmi una sigaretta nel finestrone del corridoio e osservo il muro di cinta, come un animale che cerca una via di uscita.
Penso che se mi avessero concesso la semilibertà avrei potuto tentare di rimediare qualcosa della mia vita.
Poi chiudo gli occhi e mi sforzo di pensare che ho dei buoni motivi per continuare a lottare. E soffio il fumo della sigaretta contro il cielo.


 

Il primo permesso premio dopo 24 anni da uomo ombra
 

Lo scorso 14 marzo Carmelo Musumeci, finora ergastolano ostativo ai benefici penitenziari, è uscito per la prima volta, per nove ore, in permesso premio, dopo 24 anni di detenzione.
In carcere ininterrottamente dal 1991, non aveva mai usufruito di nessun beneficio e gli era stato concesso solamente un permesso di necessità di undici ore, nel maggio 2011, per laurearsi in Giurisprudenza a Perugia. Di questo giorno ne aveva descritto ogni fatto ed emozione in un libro: "Undici ore d'amore di un uomo ombra" , di Carmelo Musumeci, con la prefazione di Barbara Alberti- Gabrielli Editori.

Avendo di recente il Tribunale di Sorveglianza accertarto la sua impossibilità ad un'utile collaborazione con la giustizia, dopo decenni da "uomo ombra", egli ha potuto per la prima volta usufruire invece di un permesso premio.

Ne ha scritto un racconto, in sette parti; dopo le prime due, ecco anche la terza: 

  

Prima parte

Che fareste se dopo vent’anni di carcere aveste solo undici ore per rivedere quelli che amate? Di queste undici ore Carmelo ci racconta, con un ritmo che toglie il respiro, nel moto ondoso delle parole. Ma ci racconta anche della notte prima, lui che nella sua branda gioca di continuo con la morte, la invoca fulminea perché lo salvi dalla sua condanna a morte a rallentatore di Uomo Ombra. Stanotte no, stanotte ha paura di morire prima delle sue undici ore da uomo libero, morire come Mosè un istante prima di toccare la terra promessa, hai visto mai un dispetto di Dio. Ma vive. È mattina. I cancelli che dovrà passare sono undici, come le ore eterne e sfuggenti che ha davanti, un film serrato che concentra ogni passione, ma senza lieto fine. Alle 22.00 varcherà a ritroso l’undicesimo cancello, e sarà di nuovo solo. “Io e l’Assassino dei Sogni”.
(Prefazione di Barbara Alberti a “Undici ore d’amore di un uomo ombra” C. Musumeci, Gabrielli Editori)

Da fuori l’Assassino dei Sogni fa ancora più paura. Sembra ancora più brutto. Ad un tratto il suo cancello enorme si apre. Sembra la bocca di un mostro. Il suo rumore metallico rimbomba nelle mie orecchie. Quella è la sua voce. Ancora un passo e sarà tutto finito. Sarò di nuovo un uomo ombra. Un’ombra fra tante. Faccio quel passo. Provo la sensazione di non esistere più. E mi faccio divorare dall’Assassino dei Sogni, lasciando alle mie spalle la libertà, l’amore e la felicità.
(Carmelo Musumeci “Undici ore d’amore di un uomo ombra” Gabrielli Editori)

 

Quattro anni dopo “Undici ore d’amore di un uomo Ombra”

Sono passati quattro lunghi anni dalle uniche undici ore che ho trascorso, in ventiquattro anni di carcere, nel mondo dei vivi.
E ricordo che mi erano stati concessi con un permesso di necessità per andarmi a laureare da uomo libero.
Dopo non sono più riuscito ad uscire perché con l’ergastolo ostativo non puoi usufruire di nessun permesso premio e di nessun beneficio penitenziario se non collabori con la giustizia.
E allora non ho potuto fare altro che darmi da fare per fare conoscere che in Italia, Patria del Diritto Romano e della Cristianità, esiste la “Pena di Morte Viva” (così chiamiamo l’ergastolo ostativo, che ti mura vivo senza la compassione di ucciderti).
Nonostante non sia più riuscito ad uscire, non mi sono mai pentito di essermi ripresentato quattro anni fa con le mie gambe davanti all’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) perché per una volta, una volta sola, ho potuto dimostrare di essere migliore di uno Stato che condanna una persona a essere cattiva e colpevole per sempre.
Adesso, dopo quattro lunghi anni, i ricordi di quelle “Undici ore d’amore” sono diventati sempre più piccoli, perché nella mia mente ho rivissuto quei ricordi tante di quelle volte che li ho consumati.
E purtroppo per un uomo ombra vivere è come bruciarsi senza calore.

Continua


 

Incredibilmente, se non sei messo nelle celle di punizione, il carcere è il posto più difficile dove poter stare soli. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

Seconda parte

La paura dell’attesa

Sono due anni e mezzo che ho presentato la prima richiesta di permesso alla magistratura di sorveglianza.
E non ho mai ricevuto nessuna risposta.
In carcere si sta al mondo ma non si vive nessuna vita.
E quando aspetti una risposta accade spesso che quella che passa sembra la giornata più lunga.
Poi l’indomani però pensi la stessa cosa, perché il tempo in carcere non passa mai.
Forse perché dentro l’Assassino dei Sogni il tempo è tempo perso.
Tempo vuoto.
E senza amore.
La sera poi è ancora più lunga.
E la mattina non arriva mai.
Ti senti come un cadavere vivo chiuso fra quattro mura.
Davanti un blindato. Dietro una finestra piena di sbarre.
Nel mezzo il tuo cuore vivo.
E prigioniero in attesa di una risposta.

Negli ultimi tempi faccio fatica ad arrivare alla fine della giornata perché il mio magistrato di sorveglianza continua a non rispondermi.
Ed io non ce la faccio più ad aspettare di sapere se posso sperare di morire un giorno da uomo libero.
La mia unica consolazione è che se questa risposta ritarda così tanto può essere positiva, ma è poco, troppo poco, per poter fare sera e fare mattina.
Mentre aspetto questa maledetta o benedetta risposta non riesco a trovare nessuna via di uscita da questo tunnel di ansia.
E non riesco a trovare nessun conforto pensando che questa risposta potrebbe essere positiva, perché quando sei torturato t’interessa poco sapere che un giorno non lo sarai più.
L’ansia di questa risposta che non arriva mai mi tormenta dalle prime ore del mattino fino all’ultimo minuto della giornata.
Prima di presentare questa richiesta di permesso mi sentivo vivo e avevo tanta forza per tenermi in vita. Adesso invece quando mi sveglio al mattino mi chiedo come riuscirò ad affrontare un’altra giornata e arrivare a sera.
Non riesco più a trovare la forza di andare avanti.
Desidero solo che arrivi prima possibile questa maledetta o benedetta risposta.
E anche se fosse una condanna a morte sarei lo stesso felice, perché una non risposta è più crudele dell’ergastolo ostativo.
Sono stressato dall’attesa.
E ho perso quattordici chili di peso.
Nella mia vita ho conosciuto tutto quello che c’era d’aver paura, ma non conoscevo ancora la paura dell’attesa.

Continua


 

Questo mese sembra non finire mai, forse perché in carcere il tempo si dilata in un minuto qualsiasi, in un’ora qualsiasi, in un giorno qualsiasi di qualsiasi giorno.
(Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

Terza parte

L’attesa è finita

Caro Carmelo credo che il miglior metodo per lottare e sopravvivere lo abbia trovato lei da se, scrivendo bellissime pagine. Seguiti a scrivere, a far conoscere la vita e i sogni, se ci sono ancora, di un ergastolano, far conoscere quanta umanità si può trovare in carcere e quanta cattiveria fuori.
(Margherita Hack)

I filosofi dicono che le cose belle accadono solo a chi sa aspettare.
E io credo sempre a quello che dicono i pensatori, ma a volte anche loro si sbagliano.
Finalmente mi arriva la risposta che tanto aspettavo.
Ed è negativa.
Dopo due anni e mezzo d’attesa anche la magistratura di sorveglianza di Padova mi conferma che uscirò dal carcere solo da morto.
E mi chiedo perché ci hanno messo tutto questo tempo a decidere.
Poi rifletto che i buoni sono proprio strani.
Ed io proprio non li capisco.
Probabilmente non li comprendo perché io sono cattivo.

Adesso dovrò riprendere l’abitudine di pensare di nuovo da uomo ombra.
E rileggo per l’ennesima volta questa lettera di Tiziana:

Una sola cosa sento di non potere condividere di ciò che mi scrivi, certamente non per spirito di contraddizione, né tanto meno per smorzare la verità di ciò che sei costretto a subire. È solo che quando parli di speranza e la equipari al “veleno” che avvelena pian pianino la tua vita, io non riesco a condividere con te questa convinzione. Capisco il senso e il motivo per cui parli così: cioè come se la speranza fosse il respiratore che costringe un corpo a restare in vita. Ma io credo che il veleno di cui parli sia la frustrazione della speranza. Allora, mentre la speranza abita la tua anima bellissima e di lei devi fidarti ed esserne fiero, la frustrazione della speranza non proviene da te, né dalla tua responsabilità, né dalle tue scelte. La speranza è la tua stessa vita, i tuoi affetti, quelli per i quali hai il coraggio di rappezzare ancora una volta il cuore rinunciando a gesti decisi nello sconforto, ma del tutto inefficaci. Ti chiedo di continuare a scrivere, di non fermarti nel far sapere, a noi che siamo qui ignari di tante cose, ciò che vivi e vivete. Il dono di scrivere che hai non è di tutti. Parla e racconta non solo per te, ma per tanti.

Tutte le volte che rileggo questa lettera scrollò la testa pensando che per realizzare i sogni bisogna prima sognarli, ma gli uomini ombra non possono sognare.
Possono solo sopravvivere.
Sopravvivere purtroppo non è come vivere.
E non è neppure come morire.
Poi per tutto il giorno il mio cuore mi sussurra di dimenticare il mio passato perché ormai per me tutto è finito.
E mi consiglia di vivere vivo solo le emozioni dei miei figli e dei miei nipotini perché io non ne avrò mai più.
Alla sera telefono alla mia compagna, che mi aspetta inutilmente da ventiquattro anni.

E le dico che l’attesa è finita.
Poi negli ultimi secondi di quei miseri dieci minuti di telefonata che ci concedono faccio in tempo a dirle che il suo amore è tutto quello che mi è rimasto di lei.

Continua


Quando aspetti una risposta che ti può salvare la vita e donare l’amore che ti è mancato per un quarto di secolo, stai disteso sulla branda a fissare il soffitto della tua cella tutto il giorno. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com )

Quarta parte

Dopo l’ultima risposta negativa della magistratura di sorveglianza per la prima volta in ventiquattro anni di carcere mi viene voglia di arrendermi, ma non lo fa il relatore della mia tesi di laurea in giurisprudenza, il prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale dell’Università di Perugia. E come mio difensore mi inoltra al Tribunale di Sorveglianza di Venezia la richiesta di “collaborazione impossibile”.
Da quando sono in carcere ho sempre amato la libertà più di ogni altra cosa al mondo, ma non ho mai barattato la mia libertà con quella di qualcun altro.
E non ho mai usato la giustizia per uscire dal ventre dell’Assassino dei Sogni.
Inaspettatamente il Tribunale di Sorveglianza di Venezia mi “Accerta l’impossibilità da parte di Musumeci Carmelo di un’utile collaborazione con la giustizia in ordine a tutti i delitti oggi in esecuzione”.
E da uomo ombra divento un uomo penombra, con la speranza di rientrare di nuovo dentro la famiglia e la società.

In questi giorni sto pensando che la pena dell’ergastolo è peggiore della morte perché questa dura di meno ed è più semplice.
La morte libera il cuore e l’anima, mentre il carcere a vita te li divora, fino a che non resta più traccia di un essere umano in te.
Credo che la pena dell’ergastolo sia un dolore eterno che non solo fa soffrire chi lo subisce ma umilia tutta l’umanità.
Dopo la condanna il mio cuore aveva subito smesso di vivere, ma non certo di farmi male.
E sinceramente in questi ventiquattro anni di carcere molte volte ho meditato di lasciarmi andare e di appendere il mio collo alle sbarre della finestra della mia cella, perché non vedevo altra via di fuga.
L’ho pensato soprattutto nei momenti di debolezza, quando mi sbattevano nelle celle di punizione e in isolamento. Quando i giorni trascorrevano lenti, giorno dopo giorno senza un libro da leggere e una penna e un foglio di carta per scrivere.
Pensandoci bene credo che se ho continuato a vivere l’ho fatto solo perché non volevo far mo
rire il mio amore con me.
La vita di un ergastolano è sempre terribilmente troppo lunga, invece la morte è a portata di mano e in un attimo ti può dare la libertà, la serenità e la felicità.
Forse molti non sanno che il metodo che normalmente usa un prigioniero per togliersi la vita è semplice. Prepara una fune che può essere presa dalla cintola di un accappatoio o dai lacci delle scarpe o direttamente strappando delle lenzuola.
Poi prepara il cappio.
E lo fa passare intorno alle sbarre della finestra.
Dopo non rimane altro che salire su uno sgabello.
Infilare il cappio in testa.
E farlo scivolare sul collo.
Poi viene la parte più semplice perché non rimane altro che dare un calcio allo sgabello.
Il carcere suscita spesso false speranze, forse per questo ho sempre pensato che non ce l’avrei mai fatta a morire un giorno da uomo libero.
Ed io ci ho pensato tante volte e togliermi la vita.
Molte volte ho persino preparato la fune con il cappio.
E alcune volte sono arrivato persino ad infilarmelo al collo.
Non sono mai riuscito però, per fortuna o per sfortuna, a seconda dei punti di vista, a dare il calcio a quel cazzo di sgabello.
E adesso sono felice di non averlo fatto, perché con la decisione del Tribunale di Sorveglianza sono ritornato a sperare che potrei un giorno uscire senza mettere in cella un altro al posto mio.

Continua



Il tempo più lento in carcere è quello dell’attesa.
(Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

Quinta parte

Sia al di là del muro di cinta che dentro si sparge la voce che non ho più l’ergastolo ostativo e Alfredo mi scrive:

Allora… che dirti… ancora non mi pare di crederci. Nel senso che in molti momenti la mente mi rimanda l’immagine di te come ergastolano ostativo… devo essere io con uno sforzo cosciente a dirmi “Alfrè… ricorda… non è più ergastolano ostativo… anzi… potrebbe anche uscire tra breve… e comunque… soprattutto non è un ergastolano ostativo”. Carmelo il fatto che tu non sia più un ergastolano ostativo è già, di per se stesso, una vittoria… una vittoria epocale. Tu hai già vinto.
Non dimenticarlo mai. Hai vinto anche se domani, per assurdo, ti colpisse un fulmine (dio ce ne scampi) o se capitasse chissà che cosa. Tu in più di due decenni hai ribaltato tutto. Ti sei laureato, hai scritto libri, hai conosciuto tantissima gente, sei stato un punto di riferimento per tanti… e hai superato il muro che sembrava che dovesse durare a vita, l’ostatività. Tu per certi aspetti sei il simbolo degli ergastolani ostativi, e pensare che l’ostatività per te venisse meno, era qualcosa che sembrava utopico. Eppure ci sei riuscito. L’ostatività non è ancora morta in Italia, ma tu le hai inflitto una delle sue peggiori sconfitte. Una volta venuta meno per te, tutti potranno coltivare la speranza. E poi, come ti dicevo, è proprio anche una tua vittoria personale contro il sistema carcere, contro il modo in cui il sistema carcere ti aveva “immaginato”. Tu entrasti in carcere ergastolano ostativo ed in poco tempo in 41 bis all’Asinara… ovvero tu partivi dal girone più basso dell’inferno. Oggi ti cade l’ostatività. Oggi tu sei sul bordo del fiume e sorrisi a tutti quei direttori di carcere, quegli “educatori”, quei poliziotti penitenziari, quei cittadini, quei perbenisti che ti avevano sempre detto che tu non saresti mai uscito dal carcere, che la tua lotta era da illusi, che ti agitavi troppo. Ben,e tu hai vinto. Per certi aspetti avevi già vinto su un piano più profondo, anche se non ti avessero tolto l’ostatività. Ma con questo evento tu realizzi una vittoria anche da altri punti di vista. Hasta seimpre esperanza compagnero.

Il passaparola si diffonde anche fra le detenute.
E Johanna mi scrive:

Devo dirti che ho provato una felicità indescrivibile. Ti posso giurare che mi sono uscite le lacrime di felicità. Sono contenta. Te lo giuro, perché lo meriti. È questo sarà il primo passo per iniziare.
Quando l’ho saputo sono andata dalla detenuta spagnola, lei sta leggendo il tuo libro, e ci siamo abbracciate.

Finalmente, dopo ventiquattro anni di carcere, mi arriva il primo permesso premio ed il magistrato di sorveglianza scrive “(…) Concede e Musumeci Carmelo, sopra generalizzato, il permesso a recarsi a Padova presso la Casa di Accoglienza “Piccoli Passi” sita in via Po n.261, accompagnato da un operatore volontario della struttura. Il detenuto uscirà dalla Casa di Reclusione di Padova alle ore 9.00 del 14 marzo 2015 e vi farà rientro alle ore 18.00 dello stesso giorno.
E penso che avevo imparato a fare il morto perché non mi aspettavo proprio più nulla dagli umani perché con il trascorrere degli anni la speranza mi si era assottigliata, ma ora dovrò anche rimparare a credere e ad avere fiducia.


Continua


 

   

Al telefono con un ergastolano

 

Da "Il Corriere Cesenate", un articolo del direttore Francesco Zanotti:
il racconto della telefonata di Carmelo Musumeci, durante il suo primo permesso premio.


Francesco Zanotti , Presidente FISC Federazioni Italiana Settimanali Cattolici, 
ne parla anche a TG TG -Telegiornali a confronto-di TV2000, dove è ospite il 19 marzo:


Video TG



Carmelo Musumeci non è più “ostativo”. Ora ho la speranza -dice- di poter morire da uomo libero.


È la telefonata che uno non si aspetta. Sabato scorso ero all’aeroporto di Cagliari. In netto anticipo sul volo che mi riporta in continente, mi tuffo nelle appassionate pagine di un libro che sto per terminare.
Non c’è quasi nessuno agli imbarchi. Solo più tardi cominceranno ad arrivare formazioni di pallavolo e calcetto in trasferta nell’isola. Metto in disparte i cellulari per non farmi distrarre troppo.
A un certo punto vedo illuminarsi un display. Compare un nome a me molto noto: Nadia Bizzotto. È la mia amica della Papa Giovanni XXIII, l’associazione fondata da Don Oreste Benzi. Da anni segue un ergastolano ostativo, uno di quelli che ha stampato sul fine pena i numeri 99.99.99, cifre inquietanti che significano “mai”. Ci siamo incontrati in più di un’occasione e ci siamo confrontati spesso sui temi del carcere.
“Hai un attimo per me?, mi viene chiesto dall’altro capo del telefono. Ti devo passare una persona che ti vuole parlare”. Sono colto di sorpresa.
Non so che immaginare. Provo a orientarmi, poi ascolto una voce già sentita un’altra volta all’interno del penitenziario di Padova. “Volevo farti un saluto da uomo libero”. È Carmelo Musumeci, l’ergastolano di cui ho già scritto in questo spazio. “So che ti batti tanto per me. Mi sembra un sogno. Mi hanno dato un permesso dalle 9 di questa mattina fino alle 18”.
Guardo l’orologio. Sono le 17,30. Sono confuso e un unico pensiero mi assale. Carmelo ha ancora mezz’ora di tempo per stare tranquillo con la sua famiglia e prende il telefono e compone il mio numero. Non ci posso credere. Mi sento un privilegiato. Sono in linea con un ergastolano: un fatto del tutto eccezionale. Sono un uomo fortunato.
Preso dalla commozione, dallo stupore e anche dallo sbalordimento riesco a formulare poche parole. Carmelo prosegue: “Là dentro, tra poco, rivivrò gli intensi momenti di oggi. Mi ricordo quando sei venuto a trovarmi, all’interno dell’assassino dei sogni (lui chiama così il carcere,ndr). Te la dovevo questa telefonata, da uomo libero a uomo libero.
Qualcosa sta cambiando. Speriamo”.
Sono incredulo. A bocca aperta gli rispondo appena. Sono angosciato dal tempo che dedica a me e sottrae ai suoi cari. Mi vengono in mente le parole scritte al suo rientro dopo l’unico permesso ottenuto in 24 anni di detenzione. Dopo quelle 11 ore per laurearsi, Musumeci fece ritorno dietro le sbarre con il cuore lacerato dallo sbattere dei cancelli che si serravano dietro a lui.
Felice e incredulo, mi sento un prescelto.
Chiudo la comunicazione contento come mai. Rimango imbambolato. Poi scopro la grande novità: Musumeci non è più ostativo.
È un “ergastolano resuscitato”, come lui stesso scrive il giorno seguente, con la “speranza di poter morire un giorno da uomo libero”.

 



 Uno squarcio nelle tenebre

 



Credo che tutti, o quasi, hanno paura della morte. Colui che però non ne ha, o ne ha meno, è l’uomo ombra, perché la pena dell’ergastolo ostativo non solo ti fa male, ma ti annienta. E lo fa lentamente. Un po’ tutti i giorni. E un po’ tutte le notti. Fino alla fine dei tuoi giorni e delle tue notti, perché l’ergastolano passa il tempo in attesa di crepare. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

 

La pena dell’ergastolo avvelena lentamente e inesorabilmente la tua esistenza, facendo attenzione però a non ucciderti. Ma se tenti di resistere è peggio per te, perché poi rischi di diventare matto.
Questa terribile condanna ti porta via i sogni ma incredibilmente ti lascia la vita. Probabilmente per farti soffrire di più, perché aspettare un giorno che non arriverà mai conduce alla follia.
Gli ergastolani vivono in una realtà tutta diversa dagli altri detenuti perché un uomo ombra deve scegliere tra la rassegnazione e la speranza. Io ho continuamente cercato di resistere fra l’una e l’altra, ma il mio cuore ha sempre preferito l’assurdità della speranza. Ed io in tutti questi anni gli ho sempre ricordato che gli ergastolani ostativi ai benefici hanno molte meno possibilità di finire la loro esistenza vicino ai loro cari di quante ne avevano gli internati nei campi di concentramento. Almeno loro avevano la speranza che con la sconfitta della Germania i vincitori li liberassero. Noi invece non abbiamo nessuna speranza, perché nessuno verrà mai a liberare noi. E la cosa più disumana è che non ci ammazzano, ma ci tengono in vita nonostante per un ergastolano ostativo ad ogni beneficio penitenziario non rimanga altro che prepararsi a morire in carcere.

Da pochi giorni invece ho ricevuto la più bella notizia che un ergastolano ostativo possa aspettarsi. Dopo ventiquattro anni di carcere, il Tribunale di Sorveglianza mi ha concesso la cosidetta collaborazione impossibile o irrilevante, perché anche se collaborassi con la giustizia i reati sarebbero prescritti, mentre sono già tutti accertati quelli più gravi.
E questo significa che mentre prima non avevo diritto a nessuno beneficio penitenziario adesso invece ne potrei avere, senza mettere nella mia cella un altro al posto mio.
È un po’ la fine della guerra, ancora non c’è la pace, ma mi sento un soldato stanco di essere belligerante e con la speranza un giorno di poter morire da uomo libero.
Ho passato la prima notte da ergastolano non ostativo senza chiudere occhio. E ho iniziato a ragionare con me stesso su come cercare di realizzare gli ultimi sogni che mi sono rimasti. Ho pensato che adesso mi aspetta la battaglia più difficile della mia vita, perché devo di nuovo imparare a sperare, a vivere e a sognare.
Sto cercando di affrontare i primi giorni da ergastolano resuscitato non pensando più che la mia unica via di fuga e di salvezza dall’Assassino dei Sogni (il carcere, come lo chiamo io) sia solo la morte.
Dopo ventiquattro anni di carcere mi è arrivato il primo permesso premio:
“(…) concede a Musumeci Carmelo, sopra generalizzato, il permesso di recarsi a Padova presso la Casa di Accoglienza “Piccoli Passi” sita in via Po n. 261, accompagnato da un operatore volontario della struttura. Il detenuto uscirà dalla Casa di Reclusione di Padova alle ore 9.00 del 14 marzo 2015 e vi farà rientro alle ore 18.00 dello stesso giorno”.

Con il trascorrere degli anni la mia speranza si era assottigliata, avevo imparato a fare il morto perché non mi aspettavo proprio più nulla dagli esseri umani, ora devo anche rimparare a credere, ad avere fiducia: non sarà facile, ma non sono mai stato così felice di avere paura.

Carmelo Musumeci
Padova, Marzo 2015
www.carmelomusumeci.com


 

Impiccati tra le sbarre

È questa una macchina mostruosa che schiaccia e livella secondo una certa serie. Quando vedo agire e sento parlare uomini che sono da 5, 8, 10 anni in carcere, e osservo le deformazioni psichiche che essi hanno subito, davvero rabbrividisco, e sono dubbioso nella previsione di me stesso. Penso che anche gli altri hanno pensato (non tutti ma almeno qualcuno) di non lasciarsi soverchiare e invece, senza accorgersene neppure, tanto il processo è lento e molecolare, si trovano oggi cambiati e non lo sanno, non possono giudicarlo, perché essi sono completamente cambiati”. (Antonio Gramsci, Lettera a Giulia, 19 novembre 1928)

 

A volte penso che molti detenuti che in carcere si tolgono la vita forse scelgono di morire perché si sentono ancora vivi. E forse, invece, alcuni rimangono vivi perché si sentono già morti o hanno già smesso di vivere.
Credo anche che molti detenuti si tolgano la vita perché l’Assassino dei Sogni (il carcere come lo chiamo io) non risponde mai ai loro appelli disperati.
Altri invece lo fanno per ritornare a essere uomini liberi. E molti si tolgono la vita perché non hanno altri modi per dimostrare la loro umanità.
Oggi nella rassegna stampa ho letto la notizia di un altro suicidio, poche parole, pochi dati:
S
i chiamava Osas Ake. Si è impiccato nel carcere di Piacenza. Era in cella di isolamento perché "molto agitato". Aveva 20 anni, era nigeriano.

Ed ho pensato a quella volta che ero entrato in una cella dove s’era impiccato un detenuto:

Piano terra, cella 17. La chiave non girava. La mandata non scattava. Il blindato non si apriva.
Mi stanco di aspettare con il sacco nero della spazzatura con dentro la mia roba personale sulle spalle. La poso in terra e chiedo alla guardia: Ma da quando è che non aprite questa porta? La guardia prima di rispondermi mi guarda con sufficienza, dall’alto al basso e poi ringhia: Da alcuni mesi, c’erano i sigilli giudiziari, c’è stata un’inchiesta, quello che c’era prima si è impiccato tra le sbarre. Puzzava di galera. Aveva una faccia da beccamorto. Una faccia di vampiro sfortunato che non riceveva da tempo una sufficiente razione di sangue. Gli dico: Mettetemi in un’altra cella.
La faccia da beccamorto mi risponde: Non sei in albergo, qui sei a Nuoro e poi celle libere non ce ne sono. E poi urla alla guardia del piano di sopra: Collega, manda quelli della manutenzione: la porta non si apre. Io intanto aspetto. Dopo dieci minuti arriva una guardia con due lavoranti e un cannello con la fiamma ossidrica. Tagliano la serratura e ne saldano una nuova. Entro, mi chiudono il cancello e mi lasciano il blindato aperto. Mi guardo intorno, non mi muovo, rimango fermo e vedo escrementi di topo dappertutto, ragnatele al soffitto, macchie di umidità alle pareti. Ero arrivato all’inferno di Badu e Carros. E pensai per un attimo di impiccarmi anch’io alle sbarre della finestra. Solo i coraggiosi però hanno il coraggio di evadere dal carcere, i vigliacchi come me rimangono. Ed io sono rimasto in quella cella per cinque lunghi anni. Poi ho saputo che il compagno che s’era tolto la vita in quella cella era un ergastolano ostativo. E sono diventato amico del suo fantasma che mi ha tenuto compagnia per tanti anni.

Carmelo Musumeci
Febbraio 2015

 


Dignità e Carcere

Recensione di un ergastolano al libro di Marco Ruotolo

In carcere si è tagliati fuori dal mondo. Oggi per tutto il giorno ho cercato di guardare dentro di me, ma non sono riuscito a vedere nulla. Ci sono dei giorni, come questi, che non so cosa fare. E soprattutto non so neppure se voglio ancora fare qualcosa. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

Ho incontrato Marco Ruotolo, Professore di Diritto Costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi “Roma Tre”, in carcere a Padova, come relatore del seminario di formazione per i giornalisti del Veneto. Ci siamo sorrisi. Presentati. Stretti la mano. E abbiamo scambiato due chiacchiere. Poi lui mi ha donato il suo libro “Dignità e carcere” II edizione (“Editoriale Scientifica” dalla Collana “Diritto penitenziario e Costituzione”).
Ed io ho ricambiato donandogli il libro “L’Assassino dei Sogni. Lettere fra un filosofo e un ergastolano” con la corrispondenza fra me e il Professore di Filosofia Morale alla Federico II di Napoli, Giuseppe Ferraro, curato dalla brava giornalista Francesca De Carolis (prima edizione 06/2014 e prima ristampa 09/2014, “Stampa Alternativa”).

Leggere sul libro del Professore Marco Ruotolo “La Costituzione sancisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato” e “La legge prevede che il trattamento penitenziario deve essere conforme a umanità e deve assicurare il rispetto della dignità umana” mi ha fatto pensare a come può una pena che non finisce mai come l’ergastolo essere compatibile con la dignità umana. E poi ho amaramente sorriso perché non c’è al mondo una persona che sappia bene come il prigioniero italiano la grande differenza che c’è in carcere fra i diritti dichiarati e quelli realmente applicati.
E ho iniziato a ricordare di quella volta che mi hanno trasferito in uno dei carceri più duri d’Italia. Erano gli anni ’90. Ero appena stato condannato alla “Pena di Morte Viva” o, come la chiama Papa Francesco, alla “Pena di Morte Nascosta”. Ecco cosa scrissi nel mio diario di allora:

Appena vidi la struttura provai una grande inquietudine. L’edificio era brutto. E sinistro. Pieno di alte e massicce mura. E cancelli e sbarre da tutte le parti. Ero arrivato in quel carcere con una riservata nel fascicolo, come detenuto che creava problemi. E sapevo già cosa mi sarebbe aspettato. Dopo la visita in matricola e in magazzino, invece di portarmi in sezione, mi accompagnarono alle celle di punizione. Avevo tre guardie davanti e due dietro. Loro mi guardavano con aria aggressiva. Ed io li osservavo di traverso. Per un attimo desiderai di essere invisibile. Ed ebbi uno strano presentimento, mi si stringeva la gola. Più andavo avanti e più le guardie continuavano a guardarmi con aria sprezzante. E minacciosa. I loro sguardi mi rivelavano quello che io sapevo già. Scendemmo una scala stretta e rigida, con i gradini di pietra. Poi sbucammo in un corto corridoio che sembrava un sotterraneo. La guardia davanti si fermò alla prima cella. Era chiusa con un pesante blindato di ferro, con macchie di ruggine dappertutto. La guardia infilò nella serratura una grossa chiave di ottone. E la girò con fatica. La porta di ferro si aprì cigolando. Poi la stessa guardia con un’altra chiave aprì il pesante e spesso cancello. E si mise di lato per farmi passare. Aggrottai le ciglia. Mi colpì subito un forte odore di umidità. E di urina. La cella era quasi buia. Diedi immediatamente un’occhiata veloce per trovare subito l’angolo più adatto per tentare di proteggermi. Subito dopo sentii un colpo di tosse alle mie spalle. E capii che quello era il segnale. Le guardie entrarono uno dietro l’altro nella cella. Ci stavamo appena. E si schierarono davanti a me. Nessuno si muoveva. Osservai il loro sorriso sarcastico. Trassi un respiro profondo. E gli restituii il sorriso. Non potevo fare altro. Poi serrai le labbra. Una guardia si strofinava platealmente le mani una con l’altra. Un’altra abbozzò un movimento. Un’altra ancora rispose con un cenno d’intesa appena percepibile. Erano in cinque. I deboli sono sempre in tanti quando picchiano un uomo solo. Li fissai per qualche secondo uno per uno. Avevano brutte facce. Visi da aguzzini. Per un attimo li guardai con lo sguardo spaesato. E mossi la testa da un lato all’altro. C’era un silenzio che si poteva tagliare solo con il coltello. Poi per farmi coraggio mi misi le mani sui fianchi. Alzai la testa all’insù. Li guardai dritto negli occhi. E per farmi forza parlai per primo io. E con aria di sfida mormorai più a me stesso che a loro: Figli di puttana. Il primo pugno mi arrivò alla tempia. Fatevi sotto. E siccome non avevo visto arrivare il colpo, andai a sbattere nell’altro lato del muro. Non mi fate paura. Un’altra guardia mi guardò con occhi di ghiaccio. Bastardi. Mi prese per una spalla. Se siete degli uomini… Mi fece girare dall’altro lato. E avete coraggio… Mi sbatté contro il muro. Fatevi sotto uno per volta. E nel rinculo mi diede un pugno nello stomaco che mi tolse il respiro. Barcollai. E cercai di aggrapparmi alla parete. Ansimaii, cercando di riprendere fiato. Poi le ginocchia mi si piegarono. E scivolai per terra con le spalle contro il muro. Strinsi i denti. E tentai di fermare il mondo che stava girando intorno a me. Nel frattempo però mi arrivò un calcio nella mascella da un’altra guardia. Uno nel ventre. Poi ancora un altro in faccia. E mi scese un rigolo di sangue dal naso. Me lo asciugai con la manica del maglione. E continuai a inveire contro di loro. Era come se le botte che ricevevo mi davano l’energia per urlare contro i miei aguzzini. Ad un tratto cercai di rialzarmi. Non ce la feci. Una guardia mi prese per i capelli da dietro. E mi sferrò un pugno. Un altro mi diede un calcio. Poi un altro. E un altro ancora. I colpi mi arrivavano da tutte le parti. E mi pestarono come l’uva. Pensai che finalmente fosse arrivata la mia ora. E decisi di mettermi le braccia attorno alle gambe. La testa rannicchiata nel petto. E desiderai di morire senza soffrire. Per fortuna persi quasi subito i sensi. Caddi in uno stato d’incoscienza. E in questo modo me la cavai perché solo il mio corpo sentì le botte più dolorose. Persi ogni legame con il tempo. E sprofondai nel pozzo nero dell’incoscienza. Le guardie dopo avermi massacrato, con la coscienza tranquilla di avere fatto il loro dovere, uscirono dalla cella sbattendo il cancello. E chiusero il blindato con la mandata.

Qualcuno potrebbe dire che questi episodi in carcere accadono di rado, altri che accadono anche nel mondo libero e altri ancora che ce la siamo cercata. Ed io posso rispondere che purtroppo il carcere è luogo più illegale di qualsiasi altro posto e la Carta Costituzionale e la Legge scritta qui dentro non sono altro che carta straccia. E non perché lo dico io, ma perché lo ha detto spesso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, con le numerose condanne che ha subito il nostro Paese. Lo ha detto spesso il anche il nostro (adesso ex) Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e per ultimo leggo nel libro di Marco Ruotolo: l’11 marzo la Administrative Court di Londra nega l’estradizione di Hayle Abdi Badre, cittadino somalo accusato dalla Procura di Firenze di violazione della direttiva europea sui servizi finanziari, non avendo ricevuto adeguate garanzie sul trattamento che il detenuto avrebbe ricevuto nelle nostre carceri. Analoga decisione viene assunta il successivo 17 marzo per un latitante italiano, accusato di associazione mafiosa, sempre in ragione dei rischi di sottoposizione dell’estradato a trattamento inumano e degradante.

Che altro aggiungere? Nulla! Posso solo sorridere perché il sorriso è l’arma migliore per il prigioniero.

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova, Febbraio 2015


 

Un abbraccio tra le sbarre fra un filosofo e un ergastolano

“La legalità è fatta di legami, prima che giuridica, la legalità è affettiva. Nessuno è libero da solo, la libertà è fatta di legami". (Giuseppe Ferraro)

L’anno scorso è uscito un libro (prima edizione 6/2014 e prima ristampa 09/2014, “Stampa Alternativa” ISBN 978-88-6222-4) curato dalla brava giornalista, con l’amore sociale nel cuore, Francesca de Carolis, dal titolo “L’Assassino dei Sogni. Lettere fra un filosofo e un ergastolano”, epistolario fra me e Giuseppe Ferraro, Professore di Filosofia Morale all’Università Federico II di Napoli.

Nelle scorse settimane, alla casa di Reclusione di Padova c’è stato un seminario di formazione per i giornalisti del Veneto (professionisti, praticanti e pubblicisti) organizzato nella redazione di Ristretti Orizzonti e dall’Ordine dei Giornalisti del Veneto e dopo tanto tempo ho avuto di nuovo l’occasione di abbracciare Giuseppe, dentro il carcere di Padova.

Lo vedo arrivare lontano.
Carmelo come stai?
E i nostri occhi iniziano subito a parlarsi.
Giuseppe, non ti nascondo che è dura perché quest’anno sono entrato nel ventiquattresimo anno di carcere. E ti confido che da un po’ di tempo trascorro notti difficili. Agitati da ricordi e pensieri. E non riesco più a separare gli uni dagli altri. Devi sapere che non riesco più a sognare la libertà, neppure quando dormo. E non sognare la libertà è ancora più doloroso di non averla. Non ho quasi più nulla a cui aggrapparmi. Riesco a malapena a ricordare che una volta, tanti anni fa, ero un uomo libero.
I nostri sorrisi corrono subito ad abbracciarsi.
Carmelo, lo so la lotta per la libertà è una strada lunga, fatta di sacrificio, dolore e fallimento, ma, credimi, è una via che vale la pena lo stesso di percorrere. Non ti devi arrendere. Ce la puoi fare. Ce la devi fare. Ce la farai.
Noi due invece ce la prendiamo più comoda.
Giuseppe, ho paura che per me la strada per la libertà sia una via senza nessuna uscita. A volte non so proprio cosa fare. E cosa pensare. E spesso mi convinto che la speranza uccide più della rassegnazione. Per molti uomini ombra la libertà è così irraggiungibile che sarebbe meglio smetterla di sognarla!
E ci veniamo incontro più lentamente.
Carmelo, in certe condizioni non hai scelta. Non devi fare quello che puoi fare, ma quello che vuoi. Niente di meno. E niente di più. Nient’altro. Devi cercare di capire i tuoi pensieri. E non arrenderti. Soprattutto, non devi pensare che non puoi fare nulla per cambiare il tuo destino, perché non è vero.
Quando siamo ad un metro di distanza uno dall’altro ci fermiamo.
Giuseppe, è dura continuare a vivere quando sai già come andrà a finire la tua vita, per questo la pena dell’ergastolo ti spinge ad amare più la morte che la vita.      Allarghiamo le braccia.
Carmelo, non arrenderti, non arrenderti mai.
Poi per qualche lungo istante ci fissiamo negli occhi.
Giuseppe, ormai la mia vita è una lunga marcia attraverso la notte. E avanza verso un burrone, senza nessuna possibilità di evitarlo. Ti confido che spesso mi sembra che vivo solo per mantenere in vita il mio corpo. Più passano gli anni e più mi sento un morto che respira. Incomincio a essere stanco. A volte così stanco anche di respirare.
Facciamo tutti e due un lungo respiro.
Carmelo, coraggio. Vedrai che un giorno ti porterò in giro con la mia moto.
Poi facciamo entrambi su e giù con il capo.

Giuseppe, lo Stato mi ha sepolto per sempre nel buio di una cella e non avere futuro è peggiore di non avere vita. Sono più di ventitré anni che vivo senza vita. Forse sto diventando vecchio. E per i vecchi il carcere è ancora più triste e brutto. Le mie giornate ormai sono vuote, perché non ho più nulla da aspettare per tutto il giorno. E so che ormai ho solo la possibilità di invecchiare. Soffrire. E morire. Il mondo del carcere mi appare sempre più un universo buio. E confuso. Un vecchio ergastolano come me non può fare altro che prepararsi a morire. A volte non mi è proprio facile vedere trascorrere la mia vita senza di me. Credo che sia inumano punire una persona per sempre. Una punizione eterna perde di senso e si trasforma in tortura, vendetta e sadismo.

E ci abbracciamo.

Carmelo, devi essere forte. Devi sapere che l’amore e la voglia di lottare non potranno mai essere cancellati, eliminati, abbattuti da nessun carcere. Non ti devi rassegnare. Chi lo fa rinuncia a vivere. E ricordati che l’amore è più forte dell’Assassino dei Sogni. E chi ama, anche quando il tuo cuore è ingabbiato, soffre di meno.

Felici di abbracciarci.

 

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova
Febbraio 2015


 

Finchè morte non vi separi dalla vostra pena 

 

In carcere sembra che i cancelli scricchiolino di ferraglia solo quando li aprono, invece quando li chiudono non fanno nessun rumore, forse perché sono abituati a stare sempre chiusi. (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com)

 

Dopo le dichiarazioni di Papa Francesco che ha definito la condanna alla pena dell’ergastolo “Una Pena di Morte Nascosta” sto raccogliendo centinaia di certificati di detenzione dai carceri di tutta Italia, perché gli uomini ombra (così si chiamano gli ergastolani fra loro) hanno deciso di contarsi da soli.

Per dare voce ed un po’ di luce agli ergastolani, insieme allo scrittore Aldo Nove, abbiamo i n progetto di pubblicare un libro rendendo pubblici i certificati di detenzione di molti ergastolani in Italia. Me ne sono già arrivati varie centinaia ed ho notato sia nei funzionari dell’amministrazione pubblica che di quella giurisdizionale una fantasia creativa veramente spregiudicata. Passano dalla vecchia formula fine pena mai scritta in rosso, al fine pena 9.999 o a quello ancora più incredibile del fine pena 99/99/999.

Penso che sia proprio irragionevole che in uno Stato di Diritto si scriva in un certificato di detenzione di un condannato fine pena 9.999, perché a mio parere sarebbe molto più serio scrivere “finché morte non vi separi dalla vostra pena”. In carcere, purtroppo, tutto quello che è assurdo è realistico.

Quello che però in questi giorni mi ha colpito in questa conta di morti viventi, è stato leggere in un’ ordinanza della Corte di Assise di Appello di Catania la formula fine pena “fino alla morte del reo”.

Dato che ho letto da qualche parte che la vita media si sta allungando, questa brutta notizia mi ha fatto riflettere che più tempo sto in vita e più carcere farò. Poi ho pensato che gli ergastolani hanno un rapporto speciale con il tempo, in particolare con il futuro. In pratica per noi il futuro non esiste perché tutto continua a essere presente. E sempre lo sarà. Ed è un presente che terribilmente si dilata in un minuto qualsiasi. In un’ora qualsiasi. In un giorno qualsiasi di qualsiasi giorno. Non ci accorgiamo neppure d’invecchiare, perché invecchiano solo le persone che vivono. E noi non viviamo. Ci teniamo solo in vita. La cosa più assurda è che lo facciamo solo per continuare a sopravvivere. E lo facciamo in mezzo al nulla perché questa condanna è diversa da tutte le altre pene perché è una pena del diavolo che rasenta il sovrannaturale. Se non sai il giorno, il mese e l’anno che finirà la tua pena praticamente sei perso nel nulla. E non hai davanti a te nessun orizzonte. A mio parere la condanna perpetua ad essere cattivo e colpevole per sempre rende ingiusta e crudele la giustizia, più della pena di morte. E alla lunga la pena dell’ergastolo ti penetra nel corpo, nella mente, nel cuore e nell’anima. Alla lunga ti uccide, ma, maledizione, lo fa lasciandoti vivo, “finché morte non vi separi dalla vostra pena”.

Carmelo Musumeci

Carcere di Padova, gennaio 2015

 


 

Video integrale dello Spettacolo Teatrale

"Undici Ore d'amore di un uomo ombra"

liberamente tratto dall'omonimo libro di Carmelo Musumeci

di Karakorum Teatro

Milano, 22.11.2014

Regia Matteo Sanna

 

  

 

 

 

Alcune foto dello Spettacolo:

 


 

 

 


 

Comunità Papa Giovanni XXIII in udienza dal Papa senza Carmelo Musumeci

Dal TG 2 del 20 Dicembre 2014

 

 



 Intervento di Carmelo Musumeci al Seminario

"Per qualche metro e un po' d'amore in più"

Carcere di Padova, 1 dicembre 2014

 

   

 

 

 


 

 

Anno fine coraggio: mai



Giulia Duca, studentessa univeristaria, incontra Carmelo Musumeci al polo universitario del carcere di Padova.
Dopo l'incontro Giulia scrive questa lettera, che davvero vi invitiamo a leggere!


Caro Carmelo,

mi chiamo Giulia, se ti ricordi ci siamo incontrati la settimana scorsa, quando sono venuta in visita al Polo Universitario per il mio progetto di tesi.

È' difficile spiegare cosa ho provato a conoscerti e a conoscervi. Credevo di arrivare libera da ogni pregiudizio, invece mi sono stupita del clima che ho trovato, delle piacevoli conversazioni che ho avuto, dell'acutezza e profondità delle cose che mi avete raccontato. Ti assicuro che il 70% delle conversazioni che ho qui fuori è di un livello nettamente più basso. Mentre guidavo per tornare a casa ho capito che questo mio stupore era figlio di un pregiudizio che non sapevo di avere. Non mi stupirei di passare un pomeriggio piacevole al bar con persone qualunque, perché mi devo stupire del tempo ricco e arricchente che ho passato con voi? Quindi innanzitutto ti ringrazio e vi ringrazio perché mi avete ricordato che il pericolo dello stereotipo è sempre in agguato, la nostra mente tende a semplificare il mondo che ci circonda se non la teniamo allenata a ricercare sempre la profondità e la complessità delle cose. Grazie ancora per la disponibilità con cui mi avete accolta, trovare l'apertura proprio in un carcere era l'ultima cosa che mi aspettavo. Se puoi ti prego di estendere il ringraziamento a tutti tuoi colleghi.

La seconda parte di quello che ti vorrei dire è più difficile per me da esprimere perché tocca le corde più profonde del mio cuore. Sono rimasta colpita, tra le tante cose che mi hai detto, da una tua frase: "Studiare ti fa sentire molto di più il dolore della pena". Ho pensato tanto a questa frase, è stata per me una chiave che ha aperto un mondo al quale non avevo mai dedicato la giusta attenzione. Mi ha fatto cambiare totalmente la prospettiva con la quale voglio scrivere la mia tesi, che non sarà di sicuro un trattato a livello internazionale, ma è mia, e anche se non la leggerà nessuno, voglio che tratti il tema dalla giusta prospettiva: la vostra.

La sera stessa avevo una cena con alcune mie amiche, non potevo smettere di parlare di te. Del modo in cui ti sei raccontato. Ancora una volta parlando con loro ho scoperto il pericolo del pregiudizio, attaccato, incrostato dentro di me.

Mentre mi parlavi non ho mai mai mai visto, neanche per un secondo, un criminale. Chi credevo di trovare? Hannibal Lecter? Davanti a me ho visto un papà, un nonno, una persona colta ed intelligente, un uomo dotato di grande empatia e doti comunicative. Ho visto il mio papà, che è anche nonno, e che è anche uomo intelligente, me lo hai ricordato tanto. Sarà che lui è il papà più bravo del mondo, ma in te ho rivisto il papà più bravo del mondo.

Insieme alle mie amiche quella sera abbiamo letto tante cose su di te, la tua storia, la tua famiglia, il tuo percorso. Io inizialmente non volevo sapere per quale reato fossi stato condannato. Avevo paura di poter cambiare idea su di te, di spaventarmi delle emozioni che ho provato ascoltandoti. Ho avuto paura di non riuscire più a vederti come uomo ma solo come delinquente. E invece no, conoscere la tua storia mi fa essere ancora più vicina a te come persona e alla tua causa. Anzi è proprio la tua storia a dare il vero senso alla tua lotta.

Mi indigno con te di vivere in una società che non offre un'altra possibilità ad un uomo, papà, nonno come te. E a tanti altri come te. Mi indigno di un sistema penale che mette anno di fine pena 9999, una grottesca ironia, una sadica dicitura, una presa in giro.

Mi chiedo dove sarei adesso se quando ho sbagliato nessuno mi avesse perdonato.

Ti ringrazio per il coraggio e la forza che metti nel cercare di cambiare le cose. Non solo per te, ma in nome di un senso di giustizia più grande. Forse non conterà molto, ma conoscerti, leggere ciò che scrivi, ascoltare le tue interviste, mi ha fatto cambiare idea, mi ha tenuto il pensiero e il cuore impegnati per giorni. Ho riflettuto tanto sul significato delle parole che usiamo superficialmente tutti i giorni: colpa, colpevole, criminale, pena, buoni, cattivi. Il tuo definirti "cattivo" , in contrapposizione ai " buoni" che ti condannano ad una punizione senza vie d'uscita, è un contrasto così forte che ci costringe a rimettere in discussione la nozione stessa di bene e di male. La parola "cattivo" non sta bene con i tuoi occhi, con i tuoi modi, con la tua umanità, è un po' come il calzino con i sandali dei tedeschi per capirci, non ci sta.

Ho parlato di te al mio amore, alla mia famiglia, ai miei amici e anche alla mia nipotina, che come sempre, con i suoi 4 anni ha più ragionevolezza della maggior parte degli adulti. Forse non conterà molto ma come disse Madre Teresa, se non mettessimo la nostra piccola goccia, l'oceano sarebbe un po' più vuoto. Forse non conterà molto ma se posso fare qualcosa, ci sono.

Grazie per la tua forza, per il messaggio che passi ai più giovani, per l'impegno, per non fermarti mai di dire, scrivere, raccontare. Anno fine coraggio: mai.

Ti abbraccio,

Giulia


  

 

Gli ergastolani a Papa Francesco


Più volte dal carcere ci sono arrivati pensieri rivolti a questo nuovo Papa, soprattutto dopo che nel luglio dell'anno scorso ha abolito l’ergastolo nel suo Stato del Vaticano.
Così all’inizio della scorsa estate avevamo pensato di raccogliere domande che persone condannate all’ergastolo avessero voluto rivolgergli.
Gliele abbiamo spedite.
Ora che Papa Francesco con parole forti si è pronunciato non solo contro l’ergastolo ma anche contro tanti aspetti della detenzione, dagli OPG alle carceri di alta sicurezza, rendiamo pubblica la lettera e le domande che gli abbiamo mandato, avendo letto nella sua pronuncia una chiara risposta anche a tante delle nostre domande.

Caro Papa Francesco,
quelle che seguono sono le domande che tredici ergastolani hanno pensato di rivolgerle. Ergastolani “speciali”, ostativi, che in seguito a un meccanismo di leggi nate con “l’emergenza mafia” degli anni 90, vengono esclusi dall’applicazione dei benefici di legge perché non collaboratori di giustizia. Diversamente da quanto comunemente si crede, e ancora sui mezzi d’informazione spesso si dice, sono la smentita, in carne ed ossa, del fatto che “l’ergastolo in Italia non lo sconta nessuno”. Appartenuti in passato a varie organizzazioni di stampo criminale, anche solo a livello regionale, sono in carcere da decenni, molti per lunghi periodi in regime di 41 bis, e scontano una pena che, in base alle nostre leggi, non finirà mai. In questi anni molto hanno riflettuto sul proprio passato, hanno seguito percorsi di studio, continuano a lavorare su se stessi. Basti dire che fra questi c’è chi in carcere si è laureato in giurisprudenza, chi si è diplomato in un Istituto d’arte, c’è chi è prossimo alla laurea in filosofia, chi ha approfondito la storia d’Italia e le vicende del nostro Meridione… Convinti pure che “la vita, se sarai capace di non soffocarla dentro di te, ti offrirà di vedere e capire”. Ma al pentimento morale il nostro ordinamento non riconosce alcun valore giuridico. Negando loro di fatto il diritto alla riabilitazione.
Eppure “alcuni di noi sono ormai giunti ad un livello di maturità tale da non dimenticare nemmeno per un istante il dolore delle vittime”, con la certezza “che non esistano pene in grado di rafforzare l’autorevolezza della legge o tali da raggiungere l’obbiettivo di cancellare il dolore delle vittime dei reati”.

Tredici dei tanti, in Italia si calcola siano più di mille, destinati a morire reclusi. Ci hanno affidato queste domande, senza nascondere la profonda emozione di chi nello scrivere si accorge “di quanto sia difficile scegliere le parole”, o il sussulto di chi temendo di essere la persona meno adatta a porre domande al Papa chiede “scusa dell’arroganza di questo peccatore, ma la sfrontatezza è tanta”…
La sfrontatezza è tanta e tante sono state le domande, alcune simili, ma abbiamo preferito lasciarle perché emergessero le sfumature, le sottili differenze che ognuno ha portato, riflettendo sul tema della colpa, del castigo e del perdono. Con uno sguardo anche alla vita generale della Chiesa e al mondo intero, di cui pure, nonostante il sentire comune li voglia esclusi dal mondo, ciascuno di loro si sente parte.
In un momento in cui si richiede l’impegno di tutti nella lotta contro le mafie, pensiamo che non si possa essere indifferenti alla voce di chi, dopo aver sofferto e aver raggiunto un profondo intimo cambiamento, potrebbe offrire alla società la testimonianza del suo percorso.
Con una sola voce, si rivolgono a Papa Francesco nella speranza di un confronto, anche solo di un pensiero in risposta a tante domande … perché “sarebbe bello un giorno poterla incontrare”… “conoscersi serve giacché per costruire una strada occorre aiuto, e io non mi vergogno di avanzare a Sua Santità un’umile richiesta d’aiuto”…
Insomma, “Papa Francesco, aiutaci a vivere o a morire” …
Un forte abbraccio
Francesca de Carolis e Nadia Bizzotto

Francesca de Carolis, giornalista e scrittrice
Nadia Bizzotto, Comunità Papa Giovanni XXIII - email: ergastolani@apg23.org

 

Giugno 2014
Una premessa importante… Non voglio la morte del peccatore, dice il Signore, ma che egli si converta e viva (Ezechiele, 33 II). Vi è un dramma rappresentato con grande maestria nel Vangelo di Giovanni, in esso si recita: chi è di voi senza peccato scagli la prima pietra. C’è da restare senza fiato… “Chi è di voi…”! Queste sono veramente le cose essenziali. Ma non si trovano in alcun manuale di psicologia. Piuttosto si imparano in chiesa o nelle carceri. Curioso anche questo avvicinamento, no? Tra Chiesa e carcere; qualcosa come mettere insieme inferno e paradiso. Ma l’errore, il tremendo errore, sta nel credere che quelli che sono rinchiusi nel penitenziario siano dannati.
Il giudizio, per esser giusto, dovrebbe tenere conto non soltanto del male che uno ha fatto, ma anche del bene che farà, non solo della sua capacità a delinquere, ma anche della sua capacità a redimersi.

Dunque:
caro Papa Francesco,
a proposito del peccato Lei ha detto: se uno non pecca non è un uomo. Dobbiamo supporre che Dio ammette il peccato oppure che nella realtà il peccato, così come noi lo conosciamo, non esiste?

Il male e il bene di una persona è il bene di noi tutti, lo ha detto Carlo Maria Martini. Papa Francesco, pensa che Dio sia così severo da gettare un’anima all’inferno e condannarla ad essere cattiva e colpevole per sempre come accade sulla terra?

Dio perdona. Possono farlo anche gli uomini o il perdono è solo “cosa divina”? Ma se il perdono è anche umano, cosa ne pensa e cosa direbbe a quegli Stati che promuovono la pena di morte e il carcere a vita per chi ha commesso reati di sangue?

La condanna all’ergastolo senza fine è disumana. Più che una condanna fisica è una pena dell’anima, una pena che ti ruba l’amore, ti mangia vivo, ti succhia la speranza… che ti ammazza lentamente. Si passa l’esistenza a osservare il proprio passato perché non ci sono giorni davanti che ci aspettano, ed è difficile diventare buoni con una pena del diavolo da scontare. Perché i buoni cristiani, che magari vanno a messa la domenica, ci fanno questo?

Mi chiedo se dal punto di vista cristiano, umano, tale pena, così come configurata in Italia, (osta a qualsiasi beneficio di legge, quindi non dà speranza, annienta l’individuo giorno dopo giorno riducendolo a un vegetale, non più persona, ma solo corpo, svuotandola della sua essenza umana) sia priva di senso, sia compatibile con il precetto evangelico. Tenendo conto che l’Italia è definita, per antonomasia, culla del diritto, ma soprattutto è il centro della cristianità, chiedo: è accettabile questa pena disumana nel paese in cui risiede il cuore della fede cristiana?

Sapendo che per un ergastolano ostativo la pena non finirà mai, come può un uomo resistere e superare tutto questo? E dopo aver superato questa prova, può un uomo ancora considerarsi una persona normale, umana?

Santo padre, secondo lei, il fatto che in Italia non venga eseguita una vera e propria pena di morte, sostituita da un “pena di morte viva”, chiamata appunto ergastolo ostativo, permette alle nostre istituzioni di mettersi la coscienza al riparo dal senso di colpa che potrebbe procurargli la messa a morte del reo? Non crede che in questo modo, nonostante l’Italia abbia una costituzione molto chiara su ogni punto, si ha solo la mera “illusione” di essere in un paese civile e democratico?

Santo Padre, secondo lei, che differenza passa tra il vero condannato a morte e noi che, seppure non veniamo uccisi all’istante, siamo lasciati vivi in agonia tutta la vita, venendo però uccisi giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio, senza che lo Stato si sporchi le mani di sangue?

La nostra pena è senza fine perché non abbiamo fatto i nomi dei nostri ex compagni. Negli oratori siamo stati educati al motto di “chi fa la spia non è figlio di Maria” e con la figura di Giuda, che per aver tradito Gesù e averlo consegnato allo Stato romano si è impiccato. Oggi ci è chiesto di fare gli opportunisti e accusare un nostro “fratello in Cristo” per non morire in carcere. Come nelle peggiori dittature. Una condizione immorale, anche per il pensiero di un ateo. Una legge che ricatta, lede la dignità, la libertà religiosa, che è applicata anche a chi si è ravveduto o all’innocente che non può dimostrare di esserlo. Purtroppo questo ricatto, che non lascia via d’uscita, quando diventa insostenibile porta molti di noi al suicidio. Per la Chiesa è un peccato, ma non commette una corruzione più grave chi ci costringe al suicidio?

Santità, ritiene cristiana la tortura del 41 bis?

Si può essere pentiti di puro cuore pur non avendo collaborato con la giustizia. Non si sbaglia, forse, nel guardare a questo ultimo parametro come unico elemento indicatore dell’avvenuta conversione?

Non è illegittimo il trattamento a noi riservato? A noi che siamo in stragrande maggioranza meridionali… Vien da fare un paragone con quanto letto nel testo “Patrologia” di Berthold Altaner citando l’Apologeticum, dove emerge chiaramente la differenza di trattamento fra imputati cristiani e imputati accusati di altri crimini: per questi la tortura era mirata alla confessione, per i primi diretta invece ad ottenere un rinnegamento… Per noi ostativi non esiste nessuna Apologia che possa farci sperare in un futuro da uomini liberi…

Cosa deve fare e come si deve comportare una persona per essere “redenta”, per poter essere accettata dalla civiltà esterna senza essere continuamente additato come criminale?

È capitato che a persone condannate per reati connessi alla criminalità organizzata siano stati negati funerali religiosi (persone magari morte in carcere dopo 20 anni di pena), nulla sapendo se tale persona abbia convertito il suo cuore al bene dopo tanti anni. Considerando la natura di non esclusività della dottrina cristiana, non crede sia contraddittorio questo comportamento adottata in seno alla Chiesa cattolica? Giusto condannare sempre il fenomeno della criminalità organizzata, non ritiene però sbagliato condannare per sempre e comunque l’uomo?

Guai a girarsi dall’altra parte quando sono violati i diritti di qualcuno, gli orrori della storia lo insegnano: “un giorno vennero ad arrestare tutti i negri, ma io non ero un negro e non dissi nulla, il giorno dopo arrestarono gli ebrei, poi gli zingari e vagabondi. vennero di nuovo ma non c’era più nessuno e arrestarono anche me”. Nel Meridione, ieri briganti, oggi basta etichettare qualcuno come mafioso per sospendergli ogni diritto con il plauso di tutti, Chiesa inclusa. Ma la Chiesa di Gesù non avrebbe paura di ricordare pubblicamente, a questa società votata all’indifferenza, che tutti gli uomini hanno la stessa dignità ed ognuno è un caso a sé? Qualunque sia l’etichetta data da altri uomini. I.N.R.I. non dovrebbe ricordare qualcosa?

A torto o a ragione noi siamo in carcere con una condanna ( anche se non sempre con un giusto processo –v. “leggi d’emergenza”), ma le nostre madri, mogli, figli, non hanno altra colpa che di amarci. Nessuno pensa che tra le vittime ci sono anche loro. Il dolore di Maria per il figlio incarcerato e condannato, ricorda qualcosa? Condannate a “vite sospese nel dolore”, di privazioni. Nelle nostre famiglie non esiste un Natale, Pasqua o altra ricorrenza, perché il pensiero è sempre velato di tristezza per noi, rinchiusi come animali. Queste “vittime dell’amore” hanno qualche diritto?

Molte cose della fede fino ad oggi era impensabile che venissero rivoluzionate, ma ecco che arriva Papa Francesco a stupirci. Oggi ci ha stupito con il battesimo in Vaticano del bambino di una coppia sposata con il rito civile. Viene da chiedere… come mai ancora un divorziato non può avere accesso al sacramento della comunione?

Caro Papa Francesco, noi cristiani, credenti, comunità, nel professare Gesù Cristo, la nostra fede, veniamo derisi e criticati dai non credenti, e da quelli che si sono allontanati dalla fede. Le cause di tutte le continue diatribe sono: la secolarizzazione, il relativismo e principalmente l’arricchimento personale che attecchisce nella Chiesa. E’ possibile da parte sua dare un segnale ancora più forte, di concretezza, nel correggere questi comportamenti di una parte della Chiesa, che non sono più tollerabili?

Nel terzo millennio, ritiene naturale la monarchia assoluta della Chiesa? Non crede che sia giunto il momento che sia la democrazia a guidare i cattolici? Vedranno un giorno i cattolici l’abolizione dell’ordine dei cardinali e l’elezione del Papa da parte dei Vescovi di tutto il mondo?

Pensando al mondo, pensando al cuore della cristianità… Oltre l’annuncio della sua visita in Terra Santa, non sarebbe utile anche un suo discorso all’Onu per cercare di toccare il cuore marmoreo dei potenti della Terra per risolvere l’eterno scontro tra i poveri Palestinesi e Israeliani? Se si aspetta che arrivi la pace da un accordo tra quei due popoli dovremmo aspettare che inizi un’evoluzione nuova dell’umanità e un’altra volta il figlio di Dio dovrà morire sulla croce…

Sotto la sua guida il Vaticano ha abolito l’ergastolo. Lo ha fatto perché aveva perso la sua forza d’applicabilità oppure perché ritiene che condannare al carcere a vita un essere umano vada contro il senso di civiltà che ogni popolo si vanta di detenere?

La Chiesa è in prima fila per l’abolizione della pena di morte nel mondo. Interverrà il Papa in prima persona per chiedere allo Stato italiano e ai politici “cattolici” di abolire l’ergastolo ostativo, questa forma camuffata di pena di morte?

Considera possibile sostenere l’ambizione di quanti – pur patendo sulla propria pelle l’ergastolo- desiderano realizzare, nonostante tutto, il ritorno nella società attraverso gli affetti, il lavoro, l’istruzione? E come?

È ancora possibile sostenere un ergastolano ostativo, l’uomo, a credere di poter trovare una ragione per ridare i colori a un’esistenza segnata da dolore e angoscia? E come abbattere il muro dell’alterità che separa il dentro dal fuori e sviscerare in tal modo la paura del diverso che non si conosce?

Paolo Amico
Claudio Conte
Pasquale De Feo
Marcello Dell’Anna
Antonio Di Girgenti
Giovanni Farina
Domenico Ferraioli
Giovanni Lentini
Giovanni Mafrica
Carmelo Musumeci
Santo Napoli
Alfredo Sole
Mario Trudu

 


 

Carmelo Musumeci nasce il 27 luglio 1955 ad Aci Sant’Antonio in provincia di Catania. Condannato all’ergastolo, si trova ora nel carcere di Padova.
Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara in regime di 41 bis riprende gli studi e da autodidatta termina le scuole superiori. Nel 2005 si laurea in giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo”.
Nel Maggio 2011 si è laureato all’Università di Perugia al Corso di Laurea specialistica in Diritto Penitenziario, con una tesi dal titolo “La ‘pena di morte viva’: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità”, con relatore il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale, e Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia e Sociologia del Diritto e Presidente onorario dell’Associazione Antigone per la difesa dei diritti dei detenuti
Nel 2007 conosce don Oreste Benzi e da allora anni condivide il progetto “Oltre le sbarre”, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Ha pubblicato nel 2010 il libro “Gli uomini ombra”, nel 2012 “Undici ore d’amore di un uomo ombra” e “Zanna Blu”, con la prefazione di Margherita Hack, editi da Gabrielli Editori.
Nel 2013 pubblica “L’urlo di un uomo ombra”, Edizioni Smasher; nel 2014 con Stampa Alternativa-Nuovi Equilibri, per la collana Millelire, “L’Assassino dei Sogni”, Lettere fra un filosofo e un ergastolano, di Carmelo Musumeci, Giuseppe Ferraro.

Promuove da anni una campagna contro il fine pena mai, per l’abolizione dell’ergastolo.

Chi volesse scrivergli può farlo attraverso amici volontari, che tengono per lui questo indirizzo email: zannablumusumeci@libero.it