Carmelo Musumeci


Estate tra le sbarre

 

     L’estate volge al termine e, a dire il vero, sono contento per i detenuti, perché si dice che in galera si sta al fresco, ma non è affatto vero.
In carcere, forse per colpa del ferro e del cemento, si soffre di più il caldo e non c’è mai un alito di vento. In prigione non c’è mai una via di mezzo: o fa freddo o fa caldo.
Quando ero detenuto tutto il giorno, ricordo che d’estate l’afa mi faceva aumentare l’ansia e l’angoscia: dormivo di meno, ed era peggio, perché di notte la nostalgia e il desiderio di libertà sono più forti.
     In quei mesi spesso stavo alla finestra delle ore ad aspettare un alito di vento, che non arrivava mai, e a guardare il cielo, la luna e le stelle, a pensare ai miei figli. E il pensiero che anche loro vivevano sotto quello stesso cielo me li faceva sentire più vicini.
     L’Assassino dei Sogni (il carcere, come lo chiamo io) le notti d’estate ti mangia l’anima con più voracità. Ricordo bene che la sera, quando mi chiudevano il blindato, la cella si trasformava in una trappola. Il tempo si fermava e il mattino non arrivava mai. Per reagire alla malinconia e all’afa, in quelle notti terribili mi mettevo a scrivere, forse per questo quasi tutti i miei libri li ho scritti d’estate. Poi mi addormentavo un po’ più sereno, sognando un mondo migliore per i protagonisti dei miei romanzi e anche per me, perché un ergastolano solo nei sogni riesce a trovare quello che cerca nel mondo reale.
Ora che sono semilibero dormo ancora in carcere la notte, ma di giorno esco fuori e va comunque meglio. Ecco però cosa mi scrivono alcuni detenuti, in questa estate infernale:


Ciao Carmelo, qui continua la calma piatta più totale e un caldo disumano contribuisce alla stasi. Neanche cucina più nessuno, l’idea di accendere il fornello ci terrorizza, già la notte sto incominciando a dormire in terra e chi se ne frega degli scarafaggi. Tutta colpa di queste dannate bocche di lupo in plexiglass, sembra di stare in una serra. Per assurdo all’aria fa più fresco anche in pieno sole, infatti ormai alla fine ci ritroviamo un po’ tutti a sonnecchiare ed a cercare di assorbire il fresco del cemento negli angoli più bui…

(…) Questo carcere fa schifo. I pavimenti e le pareti sono tutte dello stesso colore grigio con macchie d’intonaco scrostate. A causa dell’arredamento inesistente i suoni rimbombano, cancelli e ferri dappertutto, passeggi piccoli, scuri e cupi, con muri di contenimento alti, con il cielo coperto da una rete metallica. Si vive insieme con topi e scarafaggi. Ieri sera sentivo dei rumori e mi sono affacciato dalla finestra ed ho visto un gatto che miagolava disperato perché circondato da topi che sembravano leoni (non sto scherzando). Si soffoca! La mia stanza è la cella più calda di tutte le altre perché ci batte sempre il sole, ma alla notte, nonostante il caldo, chiudo la finestra per paura che mi entrano i topi.(…)

(…) C’è un caldo che si soffoca e non si respira. Non riesco neppure a leggere. Mi è difficile trovare la concentrazione giusta a cause dei rumori e delle grida che vengono dal corridoio. Poi con il caldo hanno tutti la finestra aperta e sento il volume della loro televisione. Ti confido che è da venti anni che tutte l’estati sogno la stessa cosa: un bagno in mare con l’acqua salata. Non mi rassegno, ha ragione l’Assassino dei Sogni, sono veramente irrecuperabile perché continuo a sognare i sogni che non potrò mai realizzare. Come fanno quelli del DAP e tutti i politici a pensare che trattando così un essere umano questi possa migliorare? Il fine rieducativo è solo una facciata, il vero fine è quello di eliminarci con una morte lenta, lontano dalla società “per bene”. (…)

(…) Hanno messo le doppie brande a tutte le celle. A me è successo che la sera quando sono andato per mettermi a letto e trovandomi una branda sopra, mi sono sentito come se fossi stato chiuso in una bara ed ho avuto un attacco di panico, in pochi minuti ero un pezzo d’acqua, mi sentivo soffocare. Mi sono spogliato, mi sono lavato con un panno bagnato in acqua, mi sono cambiato, ho rimesso il pigiama, ho preso il materasso e l’ho spostato alla branda superiore, come sono salito mi sembrava di stare su un materasso gonfiabile in mezzo al mare,lì mi sono accorto che il problema era serio, mi girava la testa, vertigini da impazzire. Sta di fatto che sto dormendo con il materasso a terra. Ma come è possibile che dopo 25 anni di carcere a dormire su una branda, mi vanno a collocare in una scatola chiusa. A me manca proprio l’aria. E poi dicono che siamo noi i criminali. Riguardo al sovraffollamento stanno dichiarando il falso, anziché sfoltirlo lo stanno aumentando. Vedi a noi ergastolani ci stanno mettendo tutti a due.(…)

(…) Non sono riuscito a chiudere occhio ed ho pensato fino all’alba cosa è stata la mia vita e a che cosa avrebbe potuto essere… In questi giorni fa troppo caldo, sopra la mia cella c’è il tetto dove picchia il sole tutto il giorno. E di notte, per trovare un po’ di fresco, dormo per terra con sotto un grande asciugamano di spugna. Questa notte ho fatto un brutto sogno. Era un vero e proprio incubo. Ero chiuso in una cella dove le pareti della mia cella si restringevano e il soffitto si abbassava per raggiungere il pavimento. E non avevo nessuna via di fuga (…)

(…) Qui ci sono solo diciotto celle divise da uno stanzino dove si dovrebbero fare le telefonate, scrivo così perché con il via vai fra le prime e le ultime celle e con quel vecchio rottame è praticamente impossibile godersi l’unica telefonata che si può fare in una settimana, che non dura quasi mai dieci minuti e molto spesso la linea è disturbata o a volte si interrompe e non ci è permesso rifarla. Il femminile cade a pezzi, tutto è ingiusto, abbiamo solo tre docce che oltretutto si intasano sempre. Le tv sono vecchie e murate e hanno oscurato quasi tutti i canali. Chi non ha soldi qui se la passa molto male, c’è un degrado assurdo, i muri sembrano trasudare malessere, cattiveria, invidia, paura, le cose concesse nella spesa sono scadenti e i prezzi sono stati alzati di brutto. La scelta dei prodotti è scarsissima. La biblioteca apre solo per 30 minuti (se apre…) Il cibo ti fa venire voglia di diventare anoressica, il menù è assurdo, con questo caldo non si può far cucinare piatti cibi invernali. La carne sembra suola di scarpe. Ci sono due educatori Sert per l’intero istituto, due volontari, quattro educatori che se sei fortunata ti chiamano ogni tre o quattro mesi. Psicologa e psichiatra le vedi solo se fai qualche gesto estremo. (…)

 

Carmelo Musumeci
Estate 2017

 


Diario dal 1 al 15 Agosto 

Foto di Fraternità Romena

 

1/08/2017
     Un lettore, Pietro, dopo aver letto il mio ultimo articolo “Suicidi d’estate”, mi ha scritto queste malinconiche ma bellissime parole:
Tutto tace
Leggo e rileggo
A volte le parole diventano ago e filo che cuce il pianto
Sembra una lenta pagina che si gira solo se viene soffiata via
Quante vite soffiate via nell’indifferenza di un gesto
Un gesto pensato, desiderato e commesso
Carmelo, le tue parole sono ago, pianto, rabbia silenzio … ma hanno la forza di dire e far riflettere come i piedi bruciati di Pinocchio.
Leggo e rileggo …

2/08/2017
     Il carcere d’estate con le sue sbarre, ferro e cemento armato, è uno dei luoghi dove si muore dal caldo, perché di giorno accumula il caldo e poi anche alla sera non riesce a liberarlo e lo fa respirare ai suoi prigionieri.
Ieri sera la mia cella sembrava un forno e per trovare un po’ di frescura questa notte ho dormito per terra.

3/08/2017
     Una lettrice, Jenny, che ha letto il mio ultimo libro “Angelo SenzaDio” mi ha scritto queste belle parole:
Caro Carmelo, la disperazione che ho letto tra le tue pagine mi ha insegnato a conoscerti, a cogliere la sensibilità che ti abita e che ti ha dato forza.
Quelle sensazioni vive e così nitide sono troppo reali e vere per essere inventate.
Caro Melo sei uno tra gli incontri più belli che abbia fatto negli ultimi anni!
La tua lotta è continuare a credere nell'Amore e nella Pace dentro e fuori di te, perché con quelle apri non solo p
orte, ma portoni sulla vita tua e della gente tutta.
Ti abbraccio!

4/08/2017
     Questa è la prima estate che passo fuori dopo ventisei anni di carcere, probabilmente è anche una delle più calde, ma sono felice, anche se alla sera devo dormire in carcere.

5/08/2017
     Sta ritornando il sovraffollamento nelle carceri e oggi ho letto una normativa europea che stabilisce che per ogni gallina ovaiola da allevamento debba essere assicurato uno spazio necessario e rispettoso della sua vivibilità, seppure ristretta. Mi è venuto da sorridere amaramente, domandandomi perché questo diritto non sia garantito per la popolazione detenuta, sia nelle celle che quando siamo tradotti con i blindati da un carcere all’altro.

6/08/2017
     Oggi ho raccontato la mia storia a un numeroso gruppo di ragazzi e ragazze e a un certo punto mi sono commosso e ho pensato che forse mi sto rincoglionendo. Uno di loro mi ha chiesto se i libri mi hanno aiutato a non impazzire. Gli ho risposto che i libri mi hanno salvato la vita perché dentro di loro c’è scritto un pezzo di ognuno di noi e le storie che leggiamo ci servono per confrontarci e vederci dentro, come in uno specchio.

7/08/2017
     Per tirare su di morale una studentessa ansiosa, a cui ho dato una mano per la stesura della tesi, e ora al suo ultimo esame, le ho scritto: "Gli esami sono una prova terribile anche per i meglio preparati, perché l’uomo più sciocco può sempre fare una domanda a cui l’uomo più saggio non sa rispondere".

8/08/2017
     Ogni mattina mi viene in mente che, per un quarto di secolo, ho sempre pensato che non avrei mai avuto nessuna possibilità un giorno di uscire libero dal portone di un carcere, invece sono nove mesi che lo faccio.
E sono tanto felice, anche se alla sera mi tocca entrarci di nuovo dentro.

9/08/2017
     La struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da Don Oreste Benzi dove lavoro confina con il cimitero del paese.
Ogni tanto, anche per riflettere e trovare un po’ di pace interiore, vado dentro e mi faccio un giro fra le tombe.
E oggi mi è venuta in mente una frase che avevo letto in un libro tanti anni fa: “I morti sono sciolti da tutti i problemi meno da uno solo, quello di essere stati vivi”.

10/08/2017
     Un compagno, semilibero come me, ieri sera si è sfogato dei problemi familiari che sta avendo, dopo tanti anni di carcere lontano dai suoi cari.
E ancora una volta ho avuto la conferma che la sofferenza non pesa solo sui detenuti, ma soprattutto sulle persone a essi legate.
Una volta entrati in carcere, la vita cambia completamente, viene stravolta, anzi, la vita vera viene allontanata e con essa gli affetti.

11/08/2017
     A una domanda sul perché il carcere produca criminalità, ho risposto che uno dei motivi è che dentro le mura di una prigione non c’è amore sociale, per cui alla lunga molti detenuti, invece di migliorare, peggiorano.

12/08/2017
     Agli ergastolani malati, per tirare su il morale, dicevo spesso che il destino, per farci soffrire di più, ci avrebbe fatto morire per ultimi, purtroppo non sempre è cosi.
Oggi ho ricevuto queste righe dal carcere di Padova, con la notizia che un altro ergastolano ha finito di scontare la pena prima dell’anno 9.999, come abbiamo scritto nel certificato di detenzione:
(…) è morto Carmelo, zio Carmelo, l’ergastolano calabrese che si chiamava come te, sempre elegante e affabilissimo. È svenuto sulla soglia della chiesa quando stava per andare a messa. Se lo sono portato via, e dopo tre settimane è morto. In trentadue anni di carcere neanche un permesso. Con me si era sempre comportato benissimo, un po’ ripetitivo magari, ma sono sicuro che aveva qualcosa da insegnare al mondo. Insegnare non vuol dire riprodurre come un copia/incolla. Insegnare vuol dire come cazzo siamo arrivati a questo punto, perché facciamo certe scelte e quanto sia difficile, difficile, difficile, staccarsi dalla corrente, rimettersi in gioco, sputare sangue e non perdere la voglia di vivere un po’ meglio.

13/08/2017
     Ho saputo che hanno arrestato di nuovo un mio amico che era uscito dopo tanti anni di carcere e mi dispiace molto.
Purtroppo molti prigionieri quando escono dal carcere non hanno nessuno e la loro sorte è già segnata.
E non è facile ribellarsi al destino.

14/08/2017
     A fine anno pubblicherò un altro libro; per fortuna in tanti anni di carcere non ho fatto altro che scrivere, perché avevo letto questa frase che mi aveva colpito: “È molto diffusa fra i detenuti la sensazione che il tempo passato nell’istituzione sia sprecato, inutile o derubato alla propria vita”. Anch’io un tempo pensavo che fosse così, poi ho iniziato a scrivere e il mio tempo perso si è trasformato in tempo ben speso.

15/08/2017
     Oggi è il mio primo Ferragosto che passo, almeno di giorno, fuori dal carcere.
L’estate, per il caldo e per la sensazione di solitudine e di esclusione dal mondo di fuori, è il periodo più tremendo per chi sta in carcere. E oggi il mio pensiero va a tutti i detenuti, soprattutto agli ergastolani, che di estati così ne hanno vissute fin troppe.

 


Suicidi d'estate

     La notizia dell’ennesimo suicidio in carcere mi ha fatto pensare che l’Assassino dei Sogni (il carcere, come lo chiamo io) convince a togliersi la vita più d’estate che d’inverno. Che amarezza però che quasi nessuno ne parli e dica che la sofferenza che c’è in un carcere non si trova in nessun altro luogo, neppure nelle corsie di un ospedale. I suicidi dall’inizio di quest’anno sono arrivati a 32, per un totale di 68 morti.
     Per sensibilizzare l’opinione pubblica ho pensato di dare voce a qualche detenuto che s’è tolto la vita (che altro posso fare?) raccontando la storia di Melo, un prigioniero che ho conosciuto molto bene.

Melo attaccò lentamente la cintola dell’accappatoio alle sbarre della finestra.
La osservò con attenzione.
E pensò che in fondo la sua non era stata una brutta vita.
Aveva sempre vissuto come aveva potuto. E non certo come avrebbe voluto, ma non aveva mai smesso di amare l’umanità, anche quando questa l’aveva maledetto e condannato a essere cattivo e colpevole per sempre.
Ricordò che i filosofi non consideravano la scelta di suicidarsi un crimine o un peccato, ma solo un modo di abbandonare la scena quando la vita diventava inutile.
E la sua vita, oltre che inutile, ora era diventata anche insopportabile.
Si augurò di non svegliarsi mai più.
Né in paradiso né all’inferno.
Ne aveva già abbastanza di questo mondo.
E anche dell’altro, dove presto sarebbe andato.
Melo non temeva la morte.
Era già da tanto tempo che l’aspettava.
E lei, per fargli dispetto e per continuare a lasciarlo in prigione, ritardava a venire.
Ora però sarebbe stato lui ad andare da lei.
Ogni prigioniero resiste a stare in carcere fino a un certo punto, che varia secondo la storia di ognuno.
Poi per alcuni, ad un certo momento, non rimane altro che impiccarsi alle sbarre della finestra della propria cella.
Melo aveva già superato questo limite da molti anni, ma non aveva ancora avuto il coraggio di togliersi la vita in quel modo. Troppi ne aveva visti di prigionieri appesi alle sbarre.
Era terrorizzato di fare quella fine.
Una volta aveva tentato di salvarne uno, senza riuscirci, tenendolo per i piedi.
Avrebbe preferito scappare dall’Assassino dei Sogni con u
na morte dolce, ma non poteva certo andare in Svizzera per chiedere l’eutanasia.
Melo camminò un po’ per la cella, avanti e indietro.
Poi si sdraiò sulla branda.
Fissò il soffitto macchiato di umidità, per una decina di minuti.
Si scrollò gli ultimi dubbi di dosso e non ci volle pensare più.
Si guardò intorno, quasi per paura che qualcuno lo potesse vedere e impedirgli di fuggire per sempre dall’Assassino dei Sogni.
Tentò un debole sorriso a se stesso.
Si tolse la malinconia con una scrollata di spalle.
In tutti questi anni ci aveva pensato anche troppo.
Montò sullo sgabello.
E lo fece cadere.
Subito dopo ebbe la sensazione di annegare.
Sentì il cuore addormentarsi.
Fissò le sbarre della finestra.
E si consolò pensando che era l’ultima volta che le vedeva.
Provò la sensazione che le pareti della cella si stessero stringendo verso di lui.

Poi venne il buio.
Ed era così denso che sembrava gli sorridesse.
La morte e la libertà erano così vicine che sarebbe bastato allungare la mano per toccarle.
E lo fece.
Prima toccò la morte.
Poi abbracciò la libertà.
Pensò che finalmente ce l’aveva fatta.
Era finalmente libero.
Cadde nel torpore.
Smise di respirare.
E dopo trentatré anni di carcere Melo fu finalmente libero.
Uscì per sempre dalla sua vita.
E si addormentò, come sanno fare solo i morti.

Carmelo Musumeci


La nuova Legge azzeccagarbugli sul reato di tortura

È stato da poco introdotto il reato di tortura, che mancava nel nostro Codice Penale. Il nuovo articolo, 613-bis c. p., recita quanto segue:
“Chiunque con violenze o minacce gravi, ovvero agendo con crudeltà, cagiona acute sofferenze fisiche o un verificabile trauma psichico a una persona privata della libertà personale o affidata alla sua custodia, potestà, vigilanza, controllo, cura o assistenza, ovvero che si trovi in condizioni di minorata difesa, è punito con la pena della reclusione da quattro a dieci anni se il fatto è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona”.

Qualcuno mi ha chiesto cosa penso di questa legge. Di solito, prima di pronunciarmi, leggo, rifletto e poi scrivo. Ora che mi sono documentato, penso sia meglio un vuoto legislativo che una legge “azzeccagarbugli”. Infatti, secondo me, ci sono più probabilità di scrivere una buona norma quando ancora non c’è piuttosto che modificare una cattiva norma esistente.
Dopo quasi 30 anni della ratifica della convenzione ONU e dopo tre condanne da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, l’Italia ha approvato una legge che punisce il reato di tortura. Nessuno sembra essere contento di questa norma, ma ciò non è una novità nel nostro paese. Quello che mi ha fatto amaramente sorridere è che alcuni lamentano che si tratti di una legge che criminalizza le Forze dell’ordine. Personalmente credo che questa norma tuteli più le Forze dell’ordine che i cittadini.
Con questa legge lo Stato italiano può torturarti una sola volta e non punire nessuno perché il torturato dovrebbe dimostrare che la violenza si sia perpetrata con più condotte. E come si dovrà comportare il giudice se mi torturano un’ora, un giorno, un mese, un anno con una sola condotta? Non vorrei proprio trovarmi al posto del giudice …oddio, a dir la verità, non vorrei trovarmi neppure al posto del torturato ma, purtroppo, spesso mi è capitato. Buona parte della mia vita l’ho passata in carcere e ne ho prese tante fin dalla prima volta che ci sono entrato.

Era l’ultimo giorno dell’anno 1972, da pochi mesi avevo compiuto diciassette anni. Iniziò tutto all’ora di pranzo per un piatto di patate. Quel giorno il cibo era più scarso degli altri giorni. Alcuni ragazzi incominciarono a battere i cancelli e a urlare: Abbiamo fame … vogliamo mangiare … fame … fame … fame ... Per solidarietà anche i miei due compagni di cella, Nunzio e Daniele, iniziarono la battitura al cancello. Si scatenò l’inferno! I detenuti maggiorenni ci vennero dietro a battere e a urlare e tutti gli altri tre piani parteciparono alla protesta. Come accade in questi casi, quelli dei piani di sopra facevano casino senza sapere il motivo per cui era iniziata la protesta. Arrivò un esercito di guardie insieme al brigadiere. Lui era il responsabile dei detenuti minorenni. Fu subito davanti alla mia cella. Che cazzo avete da sbatteresmettetela subito di fare casino … altrimenti vi porto alle celle di punizione. Gli risposi male. Il brigadiere non se l’aspettava. Non se l’aspettavano le guardie. Non se l’aspettavano neppure i miei due compagni di cella. Prendete quel bastardo e portatelo alle celle. Le guardie aprirono la cella. Mi presero di peso e mi portarono fuori. Io non feci in tempo a mettere i piedi per terra che mi trovai in fondo al corridoio e poi nel gabbione all’entrata delle celle di punizione. Mi scaraventarono lì dentro. Sapevo cosa mi aspettava. Non diedi loro la soddisfazione di far decidere come e quanto picchiarmi. Lo decisi io. Dissi: Non mi fate paura! Poi aggiunsi: Guai a voi se mi toccate. Non mi toccarono con un dito, ma con pedate calci e pugni. Il primo pugno mi colpì in bocca. Poi mi saltarono addosso insieme e mi arrivò una grandine di pugni, calci e scarpate. Caddi per terra. Mi picchiarono come belve. All’inizio per rabbia, poi per divertimento. Provai a rialzarmi un paio di volte. Quello che mi faceva più male era l’umiliazione di non riuscire a prendere le botte stando in piedi. Ogni volta che riuscivo ad alzarmi da terra le guardie riuscivano a picchiarmi meglio e mi sbattevano di nuovo per terra a forza di calci e pugni. A un tratto decisi che forse era meglio essere picchiato stando a terra. Mi misi a testuggine con la testa appoggiata ai ginocchi, con le gambe e le braccia piegate per proteggermi il viso. Mi accucciai in un angolo del pavimento. Mentre mi picchiavano, riuscivo a urlare: Vigliacchi, schifosi, bastardi. Figli di puttana. Una guardia riuscì a piantarmi un calcio in bocca. Mi scappò una smorfia di dolore più terribile delle altre. Sputai sangue dalla bocca. Per qualche secondo smisi di gridare. Il tempo di riprendere fiato. Se avessi finito d’insultarli forse avrebbero smesso anche di picchiarmi, ma l’istinto era più forte di me. Iniziai di nuovo a insultarli. La rabbia mi dava la forza di gridare. Mi sbatterono come uno straccio da una parte all’altra della cella. Dentro la mia testa vedevo le stelle coperte a tratti dal sangue che mi usciva dal naso. Ad un tratto, sentii la voce del brigadiere: Portatelo alla balilla … portate quel piccolo bastardo alla balilla … e legatelo … se no l’ammazzo con le mie mani. Poi le guardie mi ripresero di peso e iniziarono a trascinarmi nella cella dove c’era il letto di contenzione. Ne avevo sentito parlare. Ebbi paura. Non ero mai stato legato prima. Appena vidi il lettino di ferro con le spalliere tutto intorno ebbi paura della mia paura.
Intanto sentivo dolore in tutte le parti del corpo. Ero sfinito. Mi afferrarono e mi misero nel letto di contenzione. Nonostante cercassi di dimenarmi come una sardina, riuscirono con facilità a legarmi i polsi e le caviglie. Mi crollò subito il mondo addosso. Provai a liberarmi, ma agitarmi non serviva a nulla perché le cinghie di cuoio ai polsi e alle caviglie si stringevano ancora di più. Ero sconfitto e umiliato. Le guardie chiusero la cella e se ne andarono. Stetti legato in quel letto di contenzione per sette giorni.

     Concludo con un’ultima considerazione personale su questa legge: è stato molto difficile condannare le violenze delle Forze dell’ordine perpetrate a pacifici cittadini durante il G8 di Genova nel 2001 davanti agli occhi del mondo, a giornalisti e alle televisioni. Vi potete immaginare come sarà ancora più difficile quando le violenze accadono tra le mura di un carcere o di una caserma, con una legge azzeccagarbugli come questa appena approvata!

Carmelo Musumeci
Luglio 2017

 


Prigionieri della libertà

 Una ex detenuta e un ergastolano semilibero si scrivono

 

Avevo già capito che i posti per il paradiso erano pochi, mentre l’inferno era aperto a tutti. E fin da piccolo giurai a me stesso che nella vita avrei lottato con tutte le mie forze per salire in paradiso. Ancora, però, non sapevo che sarei sceso solo all’inferno.   Dal libro di Carmelo Musumeci “Angelo SenzaDio” disponibile su Amazon

 
Ciao Carmelo,
                           stasera è una di quelle serate in cui il cervello vola verso altri orizzonti che sono sempre lontani dall'immaginario comune. A volte mi sembra di vivere due vite, una in cui mi sembra di essere come tutti gli altri, e l'altra in cui mi sembra di essere perennemente in uno stato di prigionia. Le due vite non si incontrano mai, perché ancora, dopo tanti anni che sono uscita dal carcere, non sono riuscita mai a spiegare alle persone care che cosa significhi essere privati della libertà. Allora mi sembra una doppia prigionia, quella fisica e quella mentale, perché sono convita che detenuti si rimanga tutta la vita e, nonostante tu faccia di tutto per cancellare quel brutto ricordo, succederà una bella notte che sognerai la guardia che ti sveglia con la torcia, oppure sentirai il rumore delle chiave che ti ronza nella mente. Quando aprirai gli occhi penserai: “meno male che è solo un sogno!”. Ma, in realtà, non è così perché in Italia in galera ci finisci sempre due volte: la prima da presunto innocente e la seconda da condannato. Poco importa se nel mezzo una persona si ricostruisce una vita, perché la legge è questa e non ci sono altre vie d'uscita.
     Rieducazione, reinserimento e altro ancora diventano un lontano miraggio perché, come in tutte le cose che contraddistinguono il nostro modo di essere, nessuno è realmente interessato alla sofferenza altrui. Se dovessi raccontarti la mia vita in una sola parola potrei usare il termine “diversa”, perché è così che mi sento ora che ho quasi trent'anni. Ed è stato così anche da bambina quando, invece di giocare con le amichette, mi piaceva aiutare gli altri. Così sono cresciuta, senza malizia e nella convinzione che se fai del bene ottieni lo stesso. Ma nulla è stato come pensavo. Dopo quello che ho vissuto, ho perso fiducia negli esseri umani, ma soprattutto ho capito che esiste una certa tendenza a “godere delle sofferenza altrui” che mi spaventa tremendamente.

     Ti scrivo questo perché ti penso molto spesso, penso molto spesso alle parole che ci siamo dette nel corso di quel pomeriggio passato insieme. Mi rendo conto di come siano complesse le relazioni umane e di come basti davvero un piccolo gesto per cambiare una vita; nel tuo caso possiamo dire per sempre (…ma anche nel mio). Credimi, se fosse per me potrei riempire le mie giornate di seminari sul carcere, sull'ergastolo o su qualsiasi argomento che parli di “umanità”, ma mi sto rendendo sempre più conto che nelle persone c'è solo una terribile voglia di trovare “il cattivo” e poca voglia di capire il perché di molte cose. Vivo questa frustrazione quotidianamente e la cosa che mi fa più male è vedere alcune mie colleghe (che studiano servizio sociale!) che mi dicono di stare dalla parte delle vittime e non dei carnefici. Ti rendi conto del livello in cui siamo arrivati? Dopo anni di istruzione ci sono persone che ancora non sono in grado di sviscerare le situazioni, ma si sentono in diritto di poter giudicare e condannare. Sono sempre più convinta che, se raccontassi a qualcuna di queste future assistenti sociali qualcosa del mio passato cambierebbero subito idea di me.
     Ma io mi chiedo: è mai possibile che uno debba vivere in eterno con questa stima? Ma come si fa a sentirsi liberi davvero quando le persone ti ricorderanno per quello che tu hai fatto 10 anni fa e non per quello che fai oggi?

     Ti ammiro Carmelo perché ci sono delle volte che vorrei solo piangere, ci sono delle volte che non ho più voglia di lottare e di spiegare le mie ragioni. Come fai? Come hai fatto a trovare dentro di te tutta questa forza e tutta questa pazienza di amare il prossimo? Forse sono domande banali, ma meritano una risposta che sia ripetuta quotidianamente.
     Mio papà, quando ero piccola, mi diceva sempre: tu devi lottare per essere libera, per poter essere quello che desideri e per poter fare quello che ti piace. Ma la libertà si paga sempre a caro prezzo; a volte per guadagnartela la devi perdere del tutto!
      Non so l'inferno che hai passato, l'ho letto dai tuoi libri, ho cercato di capirlo fino in fondo, ma solo tu puoi essere testimone della tua sofferenza. Quello che posso dirti però è che questo incontro mi ha cambiato la vita. Non sapevo nemmeno che cosa fosse l'ergastolo finché un giorno non ho letto della presentazione del libro tuo e di Pugiotto a Firenze, e da lì è iniziato il mio viaggio. Ti ringrazio di tutto, di ogni singola parola che ci siamo scambiati, della tua dolcezza nel raccontare le cose, della tua accoglienza, della tua voglia di donarmi in po’ di te stesso, del tuo interesse verso tutti noi studenti e di tante altre cose che porto nel mio cuore. E se penso che ti “abbiamo” (perché questa è una colpa che tutti abbiamo a livello societario) tolto tutti questi anni di vita, mi sento profondamente in colpa e mi sento in dovere di chiederti scusa per non aver fatto molto per cambiare le cose. Perché è giusto che le cose cambino ed è giusto che nessuno muoia in carcere senza la speranza di poter uscire.

      Concludo dicendoti che sei sempre nei miei pensieri, perché se qualcuno mi chiedesse oggi cosa significhi essere libero io penserei a te, perché sei un esempio di intelligenza e di libertà interiore.
Ciao Carmelo un abbraccio forte e un sorriso.


Ciao Anna,
                   sul treno che prendo al mattino quando esco dal carcere ci sono molti ragazzi che vanno a scuola. Questa mattina alcuni di loro si passavano la palla con le mani e alcuni passeggeri li guardavano male. Io, invece, sorridevo loro e quando la palla per caso è andata a sbattere sul mio posto a sedere, l’ho raccolta e, con timidezza, mi sono messo a giocare con loro. Quando prendo il treno, mi siedo sempre nel posto vicino al finestrino. A differenza degli altri passeggeri che guardano il loro telefonino, io mi metto ad osservare il panorama che sfreccia davanti a me. E mi viene in mente con tristezza quando mi traferivano da un carcere all’altro con le manette ai polsi e vedevo la libertà solo dai fori della parete del blindato.
     Ieri notte, un mio compagno che ha continuamente paura del terremoto, ci ha svegliato alle due di notte perché aveva sentito la branda tremare. Io non sentito nessuna scossa e gli ho detto di spegnere la luce e di mettersi a dormire tranquillo perché i carceri, a differenza delle case, li costruiscono solidi e tutti in cemento armato per non fare scappare i prigionieri.

     Non c’è nulla da fare: alla sera, appena passo la porta dell’Assassino dei Sogni, sento l’inconfondibile puzza di ogni prigione in cui sono stato: l’odore di dolore. Al mattino, quando arrivo nella struttura dove lavoro, mi faccio subito una doccia per levarmelo di dosso.
     Da poco tempo sono stato qualche giorno in licenza da mio figlio e ho avuto la conferma che in alcuni casi i “cattivi” cambiano, ma i buoni non cambiano mai. Infatti una notte, alle due in punto, la polizia ha suonato il campanello per controllare se ero in casa. Mio figlio è venuto in camera a svegliarmi ed insieme a lui si sono alzati anche i miei due nipotini. Questa visita fuori luogo e fuori orario mi ha ferito perché ho capito che per molti rimarrò sempre l’uomo del reato. Inoltre, mi è dispiaciuto soprattutto per mio figlio perché immagino abbia rivissuto la notte in cui sono venuti ad arrestarmi.
     All’indomani, per la prima volta nella mia vita, sono andato a prendere a scuola i miei nipotini e l’ultimo giorno di licenza l’ho trascorso solo con loro. Così mi sono messo da parte nel mio cuore le belle emozioni che ho provato, per i giorni tristi che verranno. Purtroppo sono sicuro che verranno perché il mio fine pena, anche se di giorno uscirò dal carcere, rimarrà sempre il 9.999.

Carmelo Musumeci
Anna (…)

Luglio 2017

   


Angelo SenzaDio

recensione di Tiziana Caputo

   
 
Nascere non basta. 
È per rinascere che siamo nati. 
Ogni giorno (Pablo Neruda)
 
 
     Quando ho preso tra le mani questo libro mi ha subito commosso la foto, e dentro me mi son detta: “ecco l’angelo di Carmelo e poi, di getto, mi è venuta da scrivere questa preghiera: 
Angelo di Dio che sei il Suo custode (di Carmelo)
Illuminalo, custodiscilo e reggilo nel suo cammino
cosi nell’attesa della sua presenza 
Tu possa far spazio nella sua assenza 
e portarlo a te mano nella mano,
 cosi come ti è stato affidato sin dall’eternità.
 
     Un ergastolano è un uomo che non riesce più neppure a sognare, che non ha pressoché niente da raccontare, che non c'è mai nella vita delle persone che ama di più. 
 
      Un ergastolano, entrato in carcere con la quinta elementare, che in carcere è riuscito a studiare, a laurearsi, a diventare una persona colta e competente, ma che nello stesso tempo sentiva crescere dentro di sé un senso di vuoto, di inutilità: si domandava: a chi potrò insegnare qualcosa, quale sapere riuscirò a trasmettere, che me ne farò della mia cultura? Stavo meglio quando vivevo nella mia ignoranza, nel mio mondo chiuso.
In fondo "essere qualcuno" negli ambienti della criminalità non è così difficile, e se non ti fai tante domande, se non metti in discussione il tuo passato, continui anche dalla galera a restare attaccato a quelle sicurezze, e l'unica traccia di te che lascerai è quella triste dell'appartenenza al mondo senza umanità delle organizzazioni criminali. 
Carmelo Musumeci, in questo suo ultimo scritto ha voluto e ha saputo mettere in risalto il senso della ricerca, seppure nella rabbia, il senso della attesa più che della disperazione pur consapevole della morte che spesso gli ha bussato alla porta. 
In queste pagine emerge un tornado di emozioni, paure, resistenze, odio e nello stesso tempo ricerca di un amore nascosto, velato, sognato, aspettato e arrivato con un volto d’angelo che ha accompagnato con pazienza, perseveranza, costanza e forza questo uomo d’ombra e la sua “ombra lo ha rivestito, in un certo senso di luce fino a fargli rivedere la via, quella della vita, quella dell’amore, quella dei figli che tornano a casa, consapevoli di aver sbagliato, consapevoli di non poter ricevere un abito da festa ma certi in quel Padre *1  (che per Carmelo non si chiama ancora Dio ma ne gusta il sapore senza darGli ancora il nome giusto) che è li che aspetta. 
 
Il percorso di Carmelo verso casa è iniziato proprio grazie al suo Angelo, che ha saputo aspettare, che ha saputo vegliare. Nei corridoi delle carceri cammina l’angelo della morte spesso, mentre per Carmelo pur se inconsapevole e forse a volte volutamente resistente per non affezionarsi troppo, l’angelo lo ha accompagnato dal tunnel verso la luce, dalla morte alla vita. Può un uomo rinascere nuovamente? Nicodemo*2  (Gv 3,1-21) è stato colpito da Gesù, non lo cercava, non l’aspettava.
Tornare alla vita, a una vita rigenerata, è sempre possibile; ri-sorgere come il sole in una nuova alba è un’opportunità quotidiana; tornare alla luce dopo il buio è necessario per vivere al meglio e questo può e deve accadere più e più volte nella vita. E quando si rinasce la gioia di esistere si percepisce chiaramente, insieme al timore di essere ancora fragili. 
 
Ri-nascere si rende tanto più possibile quanto più si riesce a stare nella tensione tra l’attesa fiduciosa che la nuova nascita si darà nuovamente, e il coraggio che scaturisce in noi quando si sente che la vita chiama ad uscire dal buio della sofferenza, del dolore, della paura. Lo sbocciare di un uomo, richiede un fare e un lasciar essere. 
 
Occorre ritrovare la speranza e la vitalità, la possibilità e l’opportunità che ciascuno di noi ha di ricreare nuove inizi, pur nella fatica o nell’instabilità di ogni inizio e di ogni esistenza. 
 
Carmen Consoli scrive in una delle sue meravigliose canzoni: Guarda l’alba  
 
“Guarda l’alba che ci insegna a sorridere, quasi sembra che ci inviti a rinascere, […]
ed irrompe impetuosa la vita, nell’urgenza di prospettiva […]
ad oriente il giorno scalpita, la notte depone armi e oscurità”.

A Carmelo dico grazie per queste pagine strappate al cuore, grazie delle ferite donate e pur se fanno ancora male sono e saranno feritoie che servono e serviranno per fare entrare il sole. Un uomo d’ombra non può vivere sempre nell’ombra, ed io ti auguro di camminare nella Luce accompagnato dal tuo angelo custode. Buon cammino! Fatti luce per chi ancora vive al buio. 
 
Tiziana Caputo

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[1] Vedi la parabola del Padre Misericordioso in Lc 15, 11-32.

[2] È un notabile, un anziano, capofamiglia benestante; È “maestro in Israele”. È uomo di cultura. L'iniziativa coraggiosa di Nicodemo per incontrare quel Gesù non amato da chi ha il potere nelle mani.

Nicodemo va da Gesù di notte. Fuori città, lontano dagli occhi dei colleghi. Essi provano fastidio per questo nuovo rabbì, che viene da una Nazaret da niente, da una Galilea dei pagani da cui non è mai venuto fuori un profeta. Nicodemo è stato colpito da Gesù, non lo cercava, non l’aspettava.

Nicodemo si lascia affascinare da Gesù!

 


 

Salvatore Riina: il Mostro di “Cosa Nostra” (e Vostra)


 

(Foto di Fiore Lancelotti via Flickr)


     Si dice che uno non conosce davvero un paese finché non è stato nelle sue carceri. Un paese non dovrebbe essere giudicato da come tratta i suoi cittadini più in alto, ma quelli più in basso. (Nelson Mandela, dai pensieri di “Angelo SenzaDio” di Carmelo Musumeci)

      In questi giorni si è parlato molto della (improbabile) scarcerazione, per motivi di salute, di Salvatore Riina e la maggioranza politica e popolare del nostro Paese si è scandalizzata. Ma la Storia è piena di maggioranze che hanno sbagliato. A mio parere, essere in molti non significa di per sé che si abbia ragione.

Ciò che ho letto in proposito mi ha fatto amaramente riflettere: “Riina deve restare in carcere perché dentro viene curato meglio.” Io preferirei essere curato male ma ricevere conforto, una carezza e assistenza dai familiari.

Riina deve rimanere in carcere perché è ancora il capo di “Cosa Nostra.” Forse molti non sanno che nella malavita (come in politica) fermato un capo c’è già un altro in attesa, che prende subito il suo posto.

Riina non si è mai pentito”. Quando mi hanno arrestato, tanti e tanti anni fa, alcune persone mi dicevano: “Se ti penti esci dal carcere, rivedi la tua famiglia, riprendi a vivere e vieni stipendiato. Se sei bravo e se dici di sapere molto e lo dici un poco alla volta, il tuo stipendio aumenterà, viaggerai, conoscerai città nuove e nuove nazioni. Se chi accusi è innocente, è sfortunato e spacciato, se è colpevole è solo spacciato.” Un grande illuminato, quasi due secoli fa, scriveva che era motivo di vergogna per uno Stato chiedere aiuto, per scoprire dei delitti, a chi li aveva commessi. Chi riesce a vedere nei pentiti e nei collaboratori di oggi il pentimento dell’Innominato del Manzoni? Pentimento che fuoriesce dalla tristezza e dall’abiura morale? Il pentimento che nasce da un sofferto esame interiore? L’urlo della coscienza? Il graffio del rimorso? L’umiltà del peccatore? Tracce di riscatto morale? La testa in giù per il mal prodotto? Dov’è tutto ciò nei pentiti di oggi?

Riina non ha mai preso coscienza del male che ha fatto.” Credo che sia molto difficile che questo avvenga da solo, ad una persona murata viva in una cella, sottoposto al regime di tortura del 41 bis. In fondo la rieducazione del condannato, sancita dall’art.27 della nostra Costituzione, andrebbe garantita, almeno come tentativo, a tutti, anche ai più “cattivi e colpevoli per sempre”.

Dopo tanti anni di carcere l’ergastolano diventa ancor più mostro, senza più ricordi e senza più passato. Il pensiero che un giorno potrebbe uscire, ma che forse non potrebbe mai uscire, non dà pace, né di giorno né di notte. E non c’è tortura più dolorosa dell’incertezza sulla propria sorte. Il dubbio sul proprio destino procura più dolore di qualsiasi altro male. Il carcere duro, in questo strano Paese, viene usato solo come luogo dove si invecchia e si muore. E l’ergastolo senza scampo trasforma la giustizia in vendetta e violenza, perché la morte ti ruba solo la vita ma la pena perpetua ti ruba l’amore, la speranza, il futuro. Ti ammazza lasciandoti vivo.

Spesso i criminali uccidono senza odio, lo Stato invece uccide pian pianino, un po’ tutti i giorni, con odio e vendetta, e lo fa, dice, per fare giustizia. Una speranza, o una morte dignitosa, andrebbe data a tutti, anche ai mostri, almeno perché questi non creino culturalmente altri mostri.

L’ergastolo e il carcere duro non sono dei deterrenti, anzi producono e aggiungono altro male e non spaventano neppure i terroristi, perché costoro la morte se la danno da soli.

È vero, il mostro Riina non ha avuto pietà e umanità per le sue vittime, ma questo credo non sia una buona ragione perché lo Stato faccia altrettanto.

Io credo che le vittime innocenti prodotte da Riina si rivolterebbero nella tomba se la Giustizia lo lasciasse andare all’inferno senza aver fatto nulla per tentare di farlo pentire interiormente.

Penso che il carcere debba servire a fermare il male, ma subito dopo deve fare il bene della persona, per farle uscire il senso di colpa dei crimini commessi, perchè questo è il dolore più grande ed è quello che fa più paura, anche ai mostri. Solo così la giustizia potrà funzionare.

Da alcuni mesi esco al mattino e rientro in carcere alla sera, svolgendo, come volontario, servizio di sostegno scolastico e in attività socio-ricreative a bambini e adulti portatori di handicap. Ho iniziato a sentirmi colpevole e a rendermi conto del male fatto solo adesso che la società ha smesso di considerarmi cattivo e colpevole per sempre. E se questo è successo a me, potrebbe capitare anche ad altri mostri.

https://www.pressenza.com/it/2017/06/salvatore-riina-mostro-cosa-nostra-vostra/

06.2017 - Carmelo Musumeci

 


 

Angelo SenzaDio booktrailer

 


 

Angelo SenzaDio, l'ultimo libro di Carmelo Musumeci
Prefazione di Agnese Moro


Prodotto e distribuito da Amazon
 

Per acquistarlo clicca qui

  


Recensione di Nella Leone*
Prodotto e distribuito da
Amazon, “Angelo SenzaDio” è il nuovo libro di Carmelo Musumeci

Un cuore vibrante nel respiro di Dio

     Intensamente permeato di amore e di sofferenza, il nuovo libro, “Angelo SenzaDio”, di Carmelo Musumeci, con Prefazione di Agnese Moro, prodotto e distribuito da Amazon, è il racconto di un’anima che si rivela autenticamente in significatività valoriale.
Non è un racconto, frutto dell’immaginazione. È una storia vera come suggerisce l’Autore nel sottotitolare il I capitolo: “Le storie vere non piacciono mai, per questo scriverò che questa è una storia inventata”.
     I protagonisti, Angelo e SenzaDio, s’incontrano dentro le fredde mura del carcere che non dà spazio alla possibilità di agire conformemente alle norme del rispetto reciproco e della correttezza. Ed in effetti, il loro incontro si verifica nel corso di momenti fortemente tragici vissuti da SenzaDio: gravemente ferito dai picciotti dello zio Totò, “il capo di tutti i boss”, perché incapace di sottomettersi alla prepotenza supportata da comportamenti violenti, SenzaDio realizza di essere in punto di morte.
Inaspettatamente, incrocia una donna pervasa di Luce. Lo stupore è grandissimo: è l’Angelo che condividerà tutta la sua vita sin da quando, frequentante la strada insidiosa e subdola, ha varcato per la prima volta la soglia del carcere, quello minorile.
Per quanto, nel fluire del tempo abbia commesso tante azioni cattive, non ha mai nutrito cattiveria.
Ha allontanato Dio dal suo cuore, imponendo regole ferree nel suo codice comportamentale: essere pronto a lottare e non solo per se stesso; incapace di versare lacrime perché piange il suo cuore; non avere boss; non cercare alcuna via d’uscita; non avere paura di morire; non decidere di morire perché è il destino a decidere. In breve, non avere bisogno di nessuno e alla stessa stregua, non manifestare alcuna emozione.
Sottoposto al regime del carcere duro, SenzaDio vive la condizione dell’uomo ombra, contraddistinta da privazioni, provocazioni, violenze. Misurandosi con la non facile capacità di resistenza, la luna, incantevole nelle sue forme e nella sua luminosità, è la fedele confidente delle sofferenze patite nel suo cuore.
     Nel corso dell’indagine introspettiva, SenzaDio realizza di non essere più solo. Sebbene siano presenti le amiche di sempre – Malinconia, Tristezza, Sofferenza, l’Angelo presta ascolto alla sua anima urlante di Amore. È il cuore che conta, e il suo cuore è con l’Angelo. Ora incessanti torrenti di Luce riprendono a scorrere nella sua anima. Ora le sue ostinate convinzioni, strettamente correlate al suo essere senza Dio crollano: il fecondo interscambio con l’Angelo è espressione di un cuore vibrante nel respiro di Dio.
     La durezza del carcere non ha arginato la sua ricerca interiore, che rimane ri-scoperta di valori gelosamente custoditi e alla stessa stregua, sorprendentemente inattesi.
Scorre tra le righe di queste pagine, la riflessione sul carcere distinguibilmente contrassegnato da prevaricazioni, violenze, silenzi sfocianti nell’INDIFFERENZA COLLETTIVA.
Ancora oggi non ci si interroga sull’urgenza di soluzioni valoriali incentrate sul rispetto della dignità e della persona umana.
Trionfa l’assenza culturale e nelle diffuse condizioni/situazioni umane drammatiche, vissute da chi si misura con la detenzione, e nelle reazioni contraddittorie delle Istituzioni.
     Ancora oggi il termine “rieducazione”, contemplato nell’art. 27 comma 3 della nostra Carta Costituzionale, resta svuotato nelle sue accezioni, le più consone, saldamente correlate al fare e quindi, allo sviluppo di interventi programmatici utili, avviati dalle Istituzioni.
E nonostante l’asprezza del carcere nelle sue ripetute dimenticanze, queste pagine, prodotte dalla straordinaria penna di Carmelo Musumeci, palesano un’esperienza umana nei caratteri distintivi del sentire interiore.

*Nella Leone è Docente di Lingue e Letterature straniere, abilitata all’insegnamento di Inglese e Francese nella Scuola Secondaria di I e II grado, ha prestato servizio d’insegnamento presso le scuole carcerarie di Siracusa e di Noto. Da anni presta servizio d’insegnamento quale docente di Sostegno per alunni diversabili nella Scuola Secondaria di II grado di Siracusa e provincia. Ha curato con l’Associazione Delle Porte di Ortigia il libro, Quando Amore Non C’E’, Grafica Saturnia, Siracusa 2010; “Oltre i silenzi del vuoto”. Coscienza operante contro DIDAGIO, DEVIANZA, CARCERE E DOPO, Tyche EDIZIONI, Siracusa 2014. Abilitata dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Studi Universitari e di Perfezionamento di Pisa a svolgere missioni umanitarie internazionali quale operatore civile, osservatore elettorale di breve periodo.
 


La domanda di una sconosciuta ad un ergastolano semilibero

 

     Questa mattina, arrivato nella struttura della Comunità Papa Giovanni XXIII dove svolgo da semilibero la mia attività di volontariato, di sostegno scolastico e di attività socio-ricreative a bambini e adulti con handicap fisici e non vedenti, ho acceso il computer. Nella mia casella di posta ho trovato, da una sconosciuta, questa domanda: “Se una persona che ha commesso un gravissimo reato, quale è la morte di un proprio essere, e quell'essere fosse stato uno dei tuoi figli, come avresti reagito? Avresti osannato Carmelo? Io no”. Questa domanda era rivolta ad un mio amico di penna, che mi segue da tanti anni, e che me l’ha girata per farmi vedere quanto sia difficile far capire alle persone che un uomo può davvero cambiare. Ormai dovrei esserci abituato, ciò nonostante quando mi fanno queste domande mi cadono le braccia e il cuore per terra, ma è anche giusto che la società mi chieda il conto.

     Cara Sconosciuta, innanzitutto non è nelle mie intenzioni tentare di farti cambiare idea, ma tenterò solo di farti venire dei dubbi. Neppure io osannerei chi uccide ma, piuttosto di murarlo vivo, mi “vendicherei” facendolo crescere interiormente per suscitargli il senso di colpa e quindi farlo soffrire di più.
     Lo so, sono più cattivo e vendicativo di te, perché non mi accontenterei solo di condannare una persona ad essere cattiva e colpevole per sempre, facendola sentire poi, con il passare degli anni, una vittima. Preferirei, invece, tentare di migliorarla. Per questo penso che se qualcuno uccidesse uno dei miei figli, tenterei di fargli del male facendolo diventare più buono, tenendolo in carcere né un giorno in più né uno in meno del necessario.
     Sì, è vero, forse qualcuno di questi potrebbe ritornare a fare del male, ma molti lo fanno anche se non sono mai stati in carcere. In tutti i casi, alcuni di loro potrebbero rimediare parzialmente al male fatto facendo del bene.
     Cara Sconosciuta, riguardo al mio passato, potrei dirti che talvolta noi umani agiamo volontariamente contro la nostra volontà. Ma questa sarebbe solo una giustificazione filosofica e un alibi. Invece ti voglio dire che penso che tutti siamo colpevoli di qualcosa, ma pochi, pochissimi, forse nessuno, è colpevole di tutto.
Ti posso dire che quando sono entrato in carcere non trovavo pace, mi sentivo innocente, messo in galera ingiustamente per il solo fatto di avere rispettato le regole (la legge) e la cultura della giungla dove sono cresciuto e che mi ha nutrito fin da piccolino. Poi ho avuto una crescita interiore, grazie anche allo studio, all’amore della mia famiglia e alle relazioni che in questi anni mi sono creato. E ho capito anche, soprattutto durante la detenzione all'Asinara, sottoposto allo stato di tortura del carcere duro, che lo Stato era capace di cose peggiori di quelle che avevo commesso io.
Mi sentivo in guerra, ed ero in guerra. Lo dimostrano le mie ferite (sei pallottole in corpo): potevo ammazzare o essere ammazzato, non conoscevo la legge come la conosco adesso (allora per me lo Stato e gli “sbirri” erano anche peggiori dei miei stessi nemici). Conoscevo solo la legge della strada.
     Credimi, non è facile diventare buoni se fin da bambino ti insegnano che il male è bene ed il bene è male. Ma nonostante questo, ho cercato, forse senza riuscirci, di non perdere del tutto la mia sensibilità e umanità. Umanità che non riesco a vedere in tante persone "perbene" che sono cresciute nel bene ma preferiscono il male e alla sensibilità sociale spesso preferiscono i soldi, per avere potere da aggiungere ad altro potere.
     Dicendoti questo non voglio assolutamente assolvermi, perché molti hanno avuto i miei stessi problemi socio-familiari ma non per questo hanno fatto le mie stesse scelte devianti e criminali. Per questo sono fortemente convinto che sia giusto che paghi per il male che ho fatto. Solo preferisco farlo in modo utile ed intelligente, come sto facendo adesso.
Buona vita.

Carmelo Musumeci
Aprile 2017
www.carmelomusumeci.com


Carmelo Musumeci: la libertà negli stati d’animo


di  Dario Lo Scalzo - Matilde Mirabella


 

https://www.pressenza.com/it/2017/04/carmelo-musumeci-la-liberta-negli-stati-danimo/

  

Abbiamo incontrato un uomo gentile e forte, col sorriso sulle labbra e un cuore aperto. Ne è venuta fuori una video intervista vibrante, emozionante, ricca di spunti esistenziali, forte. Imperdibile!


(Foto di Dario Lo Scalzo)

 


Carmelo Musumeci è un ergastolano. L’abbiamo incontrato in una piccola cittadina in provincia di Perugia, dove da pochi mesi gode del regime di semi-libertà dopo 26 anni trascorsi in carcere, nell’”assassino dei sogni” come lo definisce lui.

Nasce in un paesino in provincia di Catania, un’infanzia difficile e povera, fitta di botte e maltrattamenti, e infine la decisione di “vendicarsi del mondo”.

Diventa un boss della mafia, e negli anni ’80 è protagonista di una guerra tra bande che insanguina la Versilia.

La sua prima vita termina con una sentenza: ergastolo in regime di 41bis. In quell’ottobre del ’91 Carmelo entra in carcere senza alcuna speranza di uscirne. Lì subisce maltrattamenti, botte, isolamento totale per un anno e mezzo in una cella angusta senza poter parlare con nessuno, trasferimenti da un carcere all’altro.

C’è chi dice che un delinquente merita tutto questo, per ciò che ha fatto, ma la vendetta, anche se travestita da giustizia, non ripara nulla e distrugge il buono che resta, sempre. O quasi. Perché Carmelo ha uno spirito ribelle e si rifiuta di arrendersi, così si ribella anche alla vendetta e lotta: comincia a studiare, scrive a personalità come il Papa, tiene un blog, si laurea prima in Sociologia del Diritto, poi in Giurisprudenza e ancora, più recentemente, in Filosofia.

Contro ogni aspettativa, riesce a ottenere la semi-libertà.

Oggi nella comunità della Casa Famiglia Giovanni XXIII fa il volontario e aiuta bambini e adulti disabili, scrive libri, e continua a lottare contro il carcere a vita.

Abbiamo incontrato un uomo gentile e forte, col sorriso sulle labbra e un cuore aperto. Ne è venuta fuori una video intervista vibrante, emozionante, ricca di spunti esistenziali, forte. Imperdibile!

Dalla Giustizia all’amore per la famiglia, dalla mafia al gusto della libertà, dal carcere duro alla fatica della felicità.

Di questo e di tanto altro ci parla Carmelo in un’intervista che apre lo spirito e la mente e che porta alla riflessione non solo sullo stato delle carceri italiane e sulla condizione che l’uomo arriva ad imporre al suo simile, ma anche ad una considerazione interiore, quella verso noi stessi e la nostra stessa esistenza.

Qui di seguito la video intervista a Carmelo Musumeci: 

https://www.youtube.com/watch?v=itJm43kfPno

  


 

Angelo SenzaDio

l'ultimo libro di Carmelo Musumeci

     Tra romanzo e realtà, tra carcere e amicizia,

 il racconto di un incontro che ha cambiato due vite.

 

 Prefazione di Agnese Moro

       Scrive sempre bene Carmelo Musumeci, con un linguaggio capace di esprimere forti sentimenti e emozioni; dolore, rabbia, e speranze deluse. Mai superficiale. Mai compiacente. È un cuore che grida sofferenza – patita e inflitta - rimpianto per ciò che sarebbe potuto essere, e amore. Per i suoi cari – che ben lo ricambiano - e per una vita che si vorrebbe potesse essere, per lui per la prima volta, colma di affetti e di serenità. Da poter vivere pienamente.

     Una prospettiva, nel suo caso, per ora purtroppo ben lontana dal poter essere realizzata, per il fatto che Carmelo sta scontando una condanna all’ergastolo, pena che ferisce i nostri valori costituzionali, che anelano al recupero e al reinserimento del colpevole.
     La storia che Carmelo ci racconta in questo bel libro “Angelo SenzaDio” ci aiuta a capire quanto sia assurda una concezione della pena che non voglia cogliere il cambiamento della persona. Carmelo, infatti, ci racconta la storia di una rinascita. E di una amicizia. Intimamente legate l’una all’altra. In una vita difficile, giocata sul filo della rabbia e della disillusione, della solitudine e dell’abbandono, in un giorno qualsiasi, si infila nella vita di Lorenzo, il SenzaDio - il nostro protagonista - una nuova presenza. È il termine giusto “si infila”: senza presentazioni, preavvisi, orpelli, trombe, nel cuore di Lorenzo viene a trovarsi un angelo. È un angelo abbastanza strano, per la verità, un po’ amorevole e un po’ guerriero. Rompe la sua solitudine e lo aiuta, spesso con un trattamento forte, a ritrovare un se stesso fin lì dormiente. All’Angelo importa solo di lui, del suo benessere, della sua incolumità, e glielo fa capire in molti modi. Non cerca di redimerlo, non è preoccupato per la sua anima. Forse sa che appena si torna ad amare liberamente il cambiamento è già avvenuto.

     L’amicizia è un’esperienza che il SenzaDio non ha mai fatto prima, e il sentimento principale di Lorenzo di fronte all’Angelo, quello che ci fa intuire la drammaticità della sua situazione precedente, è proprio lo stupore di non essere più solo. È un fatto del tutto nuovo per lui, che lo spiazza, lo smuove, lo lascia indifeso e predisposto a sopportare di provare anche sentimenti positivi nei confronti delle persone. Una situazione inedita che porterà Lorenzo a fare scelte generose e estreme; scelte fino a poco prima impensabili.

     È un bellissimo racconto, pieno di profonda e struggente umanità. È anche un modo poetico di descrivere la nascita di un’amicizia per quello che questa significa soprattutto per il cuore di chi non avrebbe osato sperare di trovarla mai, e tantomeno nel carcere che ruba, a chi lo vive, anche i sogni.
     Ma nel “Angelo SenzaDio” c’è anche qualcosa d’altro. Perché ci parla della possibilità di cambiare che ogni essere umano ha dentro di sé. E di quanto sia importante non essere mai lasciati soli. Con un linguaggio tanto poetico, e a tratti davvero struggente, Carmelo ci racconta la storia di un’anima. Che può essere la sua, quella di altri, o di noi che leggiamo, quando, grazie all’affetto e alla fiducia di qualcuno, riusciamo di nuovo a parlare con noi stessi, lasciando una strada sbagliata e dando invece voce alla nostra più profonda umanità, che aspira sempre a cose belle e grandi.

     La capacità delle persone di cambiare è un tema fondamentale - direi cruciale - dal punto di vista umano, ma anche da quello politico e sociale. Riguarda il modo, ottimistico o pessimistico, che abbiamo di vedere noi stessi, gli altri, la vita e la storia. Se gli uomini non possono cambiare, superando egoismo, violenza, e quanto altro di negativo abita il nostro cuore, anche la storia umana è condannata a restare sempre uguale a se stessa, in una continua lotta per la sopraffazione degli uni su gli altri. Molti vedono il mondo e la vita così; e gli sfugge il nuovo che avanza, mancando di speranza e di coraggio. Per loro il mondo è sempre ugualmente triste e condannato.
     Il nostro atteggiamento di fronte alla possibilità o meno di cambiare delle persone – e della storia – definisce anche la nostra vicinanza o la nostra lontananza dalla nostra Costituzione. Nata dalla speranza e dalla volontà di tanti italiani di vivere in modo diverso e degno dopo gli anni buissimi del fascismo, della guerra, della odiosa occupazione nazista, delle deportazioni nei campi di sterminio, delle bombe, delle delazioni, delle torture, della povertà, della fame, della ingiustizia e della paura. Tragedie da ricordare, ma anche da superare costruendo una nuova Italia. Ed era tanto difficile farlo.

     Personalmente sono molto grata a Carmelo, perché con i suoi libri, con la sua vita e con le sue battaglie mi ha insegnato qualcosa di veramente importante per me. Tante persone che come me hanno subito gli effetti di gesti violenti descrivono la propria situazione come un ergastolo. Carmelo mi ha insegnato a capire che questa frase non è vera. E a vedere le risorse che abbiamo a disposizione per tornare a vivere. Certo, il dolore non passa; il passato rischia di essere sempre presente; l’esistenza non potrà più in nessun caso essere quella di prima. Ma abbiamo tante risorse delle quali poter usufruire per sopportare questa condizione. Carmelo non può farlo, ma io posso andare a trovare persone che amo e che mi amano. Posso viaggiare. Posso telefonare, scrivere una mail e avere subito una risposta. Posso godere uno spettacolo della natura che con la sua bellezza mi faccia sentire parte di un tutto speciale. Posso fare una passeggiata, andare al cinema, mangiare qualcosa di buono. Andare in chiesa; andare in libreria e comperare un libro. Guardare le vetrine. Posso abbracciare i miei figli quando voglio, sempre che loro siano d’accordo, e comunque sentire in ogni momento la loro voce. Posso rilasciare un’intervista, partecipare a una manifestazione, votare. Posso stare nel vento, fare un bagno in mare. Dormire e mangiare quando voglio. Stare da sola. Andare a messa. Fare progetti. E attuarli.

     L’ergastolo, e soprattutto quello ostativo, significa, invece, non poter fare mai queste cose. È la parola ”mai” quella fondamentale. Insormontabile. Eppure Carmelo Musumeci ci insegna con la sua vita e con questo libro che anche da questo terribile e disumano “mai” possono nascere fiori, poesia, amore per la vita e per gli uomini. Magari grazie ad un angelo che risveglia tutto il buono che c’è dentro ognuno di noi e che attende con ansia una parola o una carezza per poter sbocciare. Sta a noi, se siamo saggi, raccogliere questo nuovo che nasce e consentirgli di vivere pienamente.

                                                                                   Agnese Moro

 

 

Prodotto e distribuito da Amazon

 

 


 

 


 

Ergastolano torna dal figlio e dai due nipotini e viene accolto affettuosamente 

 

  

  


  

   

41bis, ergastolo e semilibertà in Italia: un'intervista a chi ci è passato

di
LEON BENZ

https://www.vice.com/it/article/41bis-ergastolo-e-semiliberta-in-italia-carmelo-musumeci


In carcere da 25 anni e dopo un'esperienza al 41bis, a Carmelo Musumeci è stata concessa la semilibertà.

Nel 1991, l'allora 36enne Carmelo Musumeci è stato arrestato con l'accusa di omicidio e di essere organizzatore di un'associazione mafiosa che si occupava di bische, delitti contro il patrimonio e spaccio di cocaina. Un anno dopo, è arrivata la sentenza definitiva che lo ha condannato all'ergastolo.
Da allora sono passati 25 anni: Musumeci ha girato diversi penitenziari italiani, preso due lauree in giurisprudenza e una in filosofia, e infine  nel novembre del 2016, mentre era nel penitenziario di Padova gli è stata concessa la semilibertà, da lui richiesta tramite istanza. Nonostante l'ergastolo, grazie al regime della semilibertà ha la possibilità di uscire durante le ore diurne per prestare attività di volontariato (nel suo caso, sostegno scolastico e ricreativo a persone portatrici di handicap presso una struttura).
Negli ultimi tempi, Musumeci ha pubblicato diversi libri, l'ultimo dei quali intitolato L'urlo di un uomo ombra. Da anni tiene anche un diario sul suo sito, e si spende per una campagna contro la formula detentiva dell'ergastolo: è così che è diventato una delle figure pubbliche più note per chi si trova nella sua stessa condizione.
Per capire cosa si prova a scontare una pena a vita e mettere piede fuori dal cacere dopo 25 anni di reclusione, ho incontrato Musumeci in una delle sue ore di semilibertà cercando di sospendere il giudizio sui reati che ha commesso per parlare liberamente di sistema penitenziario, del concetto di ergastolo e di come ha ritrovato il mondo che aveva lasciato.


VICE: Raccontami come sei finito in carcere.
Carmelo Musumeci: Sono cresciuto in un paesino ai piedi dell'Etna. Eravamo poveri, e io ho cominciato a nutrirmi della cultura di strada già da piccolo. Mia nonna, per esempio, mi ha insegnato a rubare al supermercato quando ero ancora un bambino, e così la prima volta sono finito in carcere che ero ancora minorenne.
Intorno ai 15 anni i miei genitori si sono separati e sono stato mandato in un collegio al nord. Là ho iniziato a covare rabbia nei confronti del mondo e delle istituzioni, e quando poi sono tornato a casa ho trovato le stesse difficoltà economiche che avevo lasciato: in quel momento, forse inconsapevolmente, avevo già imboccato le strade sbagliate. Ho iniziato con una serie di piccoli reati e poi, dopo aver visto che si poteva guadagnare, ho alzato il tiro: nel 1972 sono stato arrestato durante una rapina in un ufficio postale.
Quando sono uscito mi sono ributtato in quel mondo. Fino a una sera del 1990 in cui, in uno scontro tra bande rivali, mi beccai sei pallottole. Sono sopravvissuto, ma quello era un ambiente in cui o ammazzi o vieni ammazzato. Così poi è successo quello che è successo.

A cosa hai pensato quando ti è arrivata la sentenza definitiva?
     Quando sono stato arrestato sono stato considerato un criminale di spessore, e quindi nel 1991 sono stato sottoposto al 41bis. Mentre stavo in isolamento per un anno e sei mesi, in una cella buia con l'impossibilità di parlare con qualcuno, mi è arrivato il telegramma della mia compagna che confermava l'ergastolo. Be', inutile dire come mi è crollato il mondo addosso: avevo la consapevolezza che non sarei mai più uscito da là.

Il 41bis è il regime carcerario più duro del nostro ordinamento è l'isolamento totale: personalmente non riesco a pensare a come ci si possa convivere. Com'è stato?
     Erano gli anni in seguito alla strage di Capaci e lo Stato era in lotta con l'anti-stato, la mafia: io, tra le accuse, avevo anche quella di associazione mafiosa, e quell'articolo permetteva dei trattamenti più duri per creare collaboratori di giustizia. In pratica vivevo in una cella quasi totalmente buia, ricevevo da mangiare da uno spioncino, avevo poca acqua e sono stato offeso da guardie sbronze. Venivo torturato.

Non hai mai pensato di ucciderti?
     Ci ho pensato costantemente: sarebbe stata la via di fuga più facile. Mi sento anche di dire che chi pensa a togliersi la vita non è vero che non l'ama: chi si toglie la vita in quelle condizione ama la vita talmente tanto che non vuole vedersela appassire. Ho sempre ammirato chi ha avuto il coraggio di farcela perché anche oggi soffro per quello che ho vissuto in quei giorni.
Mi fa ancora male parlarne, non perché ero innocente ma perché ho sofferto per nulla, e tutto questo non aiutava né lo Stato né i parenti delle vittime. Ma quando hai dei figli, hai una responsabilità. Non potevo andarmene così.

Nel tuo diario online definisci le notti passate in carcere, dopo una giornata di quasi libertà, il tuo "ritorno all'inferno." Quali sono le cose più brutte che hai visto?
     Paradossalmente, le cose che ti succedono intorno. Quella che forse mi fa ancora male è del 1992, quando ho visto il trattamento ai ragazzi della strage di Gela [lafaida tra gruppi criminali che nel giro di poche ore, nel novembre del 1990, innescò una catena di agguati mortali]. Erano ancora dei ragazzini, non credo sapessero quello che stavano facendo: ho visto strappargli la vita per sempre in quelle mura. Quello che voglio dire è che il carcere dovrebbe far capire al condannato dove ha sbagliato, ma l'unica cosa che vedevo in quegli anni era un processo che portava al "io ho ucciso ma tu [il carcere] mi stai uccidendo lentamente, giorno dopo giorno."
Penso che la cosa che fa più paura a un criminale è il perdono sociale, perché perdi tutti gli alibi e dici "cazzo, ho fatto del male e queste persone mi stanno perdonando." Quando invece vieni trattato male ogni singolo giorno ti dimentichi del male che hai fatto, e quello che provi non è certamente il rimorso.

Quanto a te, come si svolgeva una tua regolare giornata in carcere?
     Dopo i primi anni ho cambiato carcere spesso: ogni carcere è uno stato a sé, con le proprie regole e i propri ritmi. Ma in generale è tutto molto piatto: mi svegliavo verso l'alba e iniziavo a studiare, nell'ora d'aria facevo una corsetta, e poi verso mezzogiorno mangiavo a mensa. Il pomeriggio rientravo in cella e la sera mi cucinavo qualcosa da mangiare. Questo per migliaia e migliaia di giornate.

È scontato da dire, ma immagino che in una situazione del genere trovare uno scopo ti aiuti ad affrontare le giornate. Come nel caso dello studio. Come funzionava, e come ti procuravi i libri necessari?
     Sì, se non fosse stato per lo studio sarei impazzito. Ho anche iniziato a scrivere, oltre a studiare per laurearmi in giurisprudenza e filosofia: penso che in Italia manchi una letteratura sociale carceraria. Voglio dire, la letteratura è l'anima e la storia di un paese, per questo m'illudo di crearne una con i miei romanzi.
Per quanto riguarda i libri, dopo il 41bis ho potuto averne, fortunatamente. A volte non dovevano essere più di tre, non potevano avere la copertina dura e nonostante fossi iscritto all'università mi mancavano sempre dei manuali. Il solo fatto che cambiavo spesso carcere rendeva sempre difficilissimo l'iter universitario.

A cosa erano dovuti i costanti spostamenti di carcere?
     Diciamo che ero un detenuto scomodo. Dopo un po' che studiavo chiedevo sempre più cose che mi appartenevano come diritto, e questo può dare fastidio ai dirigenti. Era un attivismo scomodo e infatti a chiunque dovesse andare in carcere consiglio assolutamente di procurarsi un codice per capire i propri diritti diritti che spesso vengono trascurati.

Nel tuo caso però a un certo punto sei riuscito a ottenere la semilibertà, caso raro per un ergastolo ex ostativo, per prestare servizio in una comunità. Qual è stata la prima cosa a cui hai pensato?
     Ero sicuro di non avere speranza e di morire in carcere. Quando dopo svariati tentativi mi è stata concessa la semilibertà, non so cosa ho provato qualcosa di inspiegabile, forse, ma molto simile all'ansia e alla paura. Ho pensato alla mia famiglia, ai miei nipoti...

E quando sei effettivamente uscito cosa ti ha sorpreso di più?
     Le piccole cose, paradossalmente, come affacciarsi a una finestra o guardarmi allo specchio in carcere ci sono solo specchi piccolissimi. Mi sono guardato allo specchio e ho visto tutto il mio corpo, ma non era più il mio corpo. Era quello di una persona che non sapevo chi fosse. Poi un'infinità di sensazioni e cose di cui mi ero completamente dimenticato cose come percepire la sabbia tra le dita dei piedi, l'odore del mare, la pelle dei miei figli.

In che modo hai trovato cambiato il mondo? Voglio dire, ti sei perso l'esplosione di Internet...
     Quando sono uscito la prima volta mi sono fermato, e per un po' mi sono guardato intorno immobile. Tutto mi sembrava irreale e diverso da come mi ricordavo il mondo. Le persone sono cambiate, così il modo di vivere e adesso anche prendere un semplice treno, con le persone connesse ai loro pc è come guardare un film di fantascienza. Insomma, è tutto molto strano e mi ci sto abituando piano piano, ma sono dannatamente felice di doverlo fare.

 


 

IL CARCERE COME LUOGO DI ESCLUSIONE E DI ANNULLAMENTO DELLA PERSONA:
UNA CONVERSAZIONE CON CARMELO MUSUMECI*

 http://www.flipnews.org

 
http://www.flipnews.org/component/k2/il-carcere-come-luogo-di-esclusione-e-di-annullamento-della-persona-una-conversazione-con-carmelo-musumeci.html

 

 

 

Written by Roberto Fantini
   Fin dall’inizio della mia carcerazione (un quarto di secolo fa), ho cominciato a scrivere e non ho mai smesso. Per qualsiasi prigioniero la scrittura è un ponte fondamentale per collegarsi al mondo esterno, io quasi ogni giorno mandavo lettere e articoli a mezzo mondo per fare sentire la mia voce e sto continuando a farlo anche in regime di semilibertà. Carmelo Musumeci


Tutti i grandi saggi e maestri dell’umanità, dalle epoche più lontane ad oggi, sempre ci hanno spiegato e insegnato che non sarà mai possibile spegnere l’odio alimentando l’odio, mai estinguere la violenza praticando la violenza, mai estirpare la sofferenza generando sofferenza. Principio filosofico questo assai ben recepito dai Padri costituenti che, nell’affrontare la “questione giustizia”, previdero chiaramente il carattere rieducativo delle pene. Il che dovrebbe comportare, nella realtà, che ogni sistema punitivo venga essere pensato, progettato, diretto ed attuato al fine di favorire al massimo un processo positivo di sviluppo della persona del reo, nella prospettiva di innescare un percorso maieutico volto a far emergere le sue migliori potenzialità, contenendo, arginando, eliminando progressivamente, altresì, tutte quelle inclinazioni di tipo distruttivo che lo hanno precedentemente condotto ad arrecare danni alla collettività.
Tutto ciò, purtroppo, è ancora troppo spesso qualcosa di chimerico. Ancora oggi, le pene che si abbattono sul condannato sono pene che offendono, che feriscono, che seminano dolore e umiliazione, che gettano nella disperazione.
Di questo abbiamo avuto la possibilità di parlare con una persona straordinaria che, nonostante le durezze di una lunga vita imprigionata, ha saputo trovare la via per compiere un bellissimo cammino di maturazione interiore.

- Carmelo, tu, durante la tua lunga esperienza carceraria, hai saputo attuare un ammirevole percorso di autoformazione. In un tuo recente articolo, però, dici che la cosa che più detesti è quando ti viene rivolta la seguente domanda: “Ma, allora, il carcere ti ha fatto bene?” Ci spieghi perché?
     Quando mi fanno questa domanda sembra sottointeso che sono migliorato grazie al carcere, invece penso che sono riuscito a crescere interiormente nonostante il carcere, perché questo è un luogo oscuro ai più, dove il concetto di espiazione diventa un concetto di dominio, di sopraffazione, per farti diventare più cattivo e più criminale. Diciamoci la verità, a molti politici non interessa assolutamente sconfiggere certi fenomeni criminali e devianti, hanno interesse che il carcere continui a essere solo una discarica sociale, per acquisire consensi sociali e voti elettorali.


- Ritengo che la tua notevole esperienza personale possa costituire una fonte preziosa di opportunità per ragionare con maggiore consapevolezza sulla complessità della natura umana, sui suoi limiti, ma anche sulle sue infinite risorse. Non credi?
     Sono d’accordo anche perché, in particolar modo per i giovani, può essere utile conoscere il male, per evitarlo. E raccontare la mia esperienza negativa può essere da deterrente a molti ragazzi a rischio di devianza. Per alcuni anni ho fatto parte di un’ iniziativa che portava intere scolaresche in carcere ad ascoltare le storie dei cattivi. Le modalità erano semplici: venivano intere classi di scuola superiore (a volte più di una classe) e ascoltavano tre storie di detenuti, partendo dalla loro situazione familiare, sociale e ambientale, di dove uno era nato e dove era maturato il reato. Credo che non sia facile per i detenuti raccontare il peggio della loro vita con onestà e obiettività, ma penso anche che sia un modo terapeutico per prendere le distanze dal proprio passato e riconciliarsi con se stessi. Penso che parlare a dei ragazzi, aiuti a formarsi una coscienza di sé e del significato del male fatto agli altri. E guardare gli sguardi e gli occhi innocenti dei ragazzi aiuta molto ciascuno di noi a capire quali siano state le ragioni dell’odio, della rabbia, della violenza dei nostri reati, più di tanti inutili anni di carcere senza fare nulla. Penso che non sia neppure facile per i ragazzi ascoltare dal vivo le nostre brutte storie, anziché sentirle solo alla televisione o leggerle sommariamente nei giornali. Credo che, in questo modo, percepiscano meglio che molte volte dietro certi reati non ci sono dei mostri, ma ci sono semplicemente delle persone umane che hanno sbagliato. Poi dalle nostre risposte alle loro domande scoprono anche che il carcere rappresenta spesso un inutile strumento d’ingiustizia, un luogo di esclusione e di annullamento della persona, dove nella maggioranza dei casi si vive una vita non degna di essere vissuta.

- Sicuramente, i problemi da risolvere nel nostro universo carcerario sono molteplici e assai complessi. A tuo avviso, cosa andrebbe modificato in maniera assolutamente prioritaria e ineludibile? Le strutture? La formazione del personale penitenziario? Il sistema legislativo? Le strategie politiche?
     Tutte queste cose insieme e molto ancora di più. Penso pure che il carcere che funziona sia quello che non costruiranno mai. Molti pensano che il carcere sia la medicina. Ciò non è vero, perché il carcere rappresenta piuttosto una malattia della società, la gabbia dell’odio e della rimozione sociale. In luoghi come questi non si migliora, ma si peggiora. Continuando a sentirci ripetere che siamo irrecuperabili, che siamo dei mostri, che siamo cattivi, alla fine ce ne convinciamo e cerchiamo di esserlo davvero. Nella maggioranza dei casi l’istituzione penitenziaria opera ai margini del diritto, in assenza di ogni controllo democratico, nell’arbitrio amministrativo e nell’indifferenza generale. Ma, forse, la cosa peggiore del carcere è che la tua vita dipende da altri che, continuamente, ti dicono cosa devi fare e quando e come devi farlo. Spesso questi “altri” sono peggiori di te e tu devi per forza sottostare ai loro capricci. Per questo motivo, dentro queste mura, è quasi impossibile conservare dignità e orgoglio. Il carcere è una fabbrica di stupidità. E non migliora certo l’uomo. Il più delle volte lo rende scemo.


- Ti sembra che, nonostante i tanti gravi problemi irrisolti, in questi ultimi anni sia stato possibile registrare qualche segnale di progresso di una certa importanza?
     Qualche segnale c’è stato, ma ancora troppo poco per salvare qualche vita umana ed ho notato che nell’anno appena passato i suicidi in carcere sono stati ancora molti.
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*Carmelo Musumeci nasce il 27 luglio 1955 ad Aci Sant’Antonio, in provincia di Catania. Condannato all’ergastolo, è attualmente in regime di semilibertà presso il carcere di Perugia. Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara, in regime di 41 bis, riprende gli studi da autodidatta, terminando le scuole superiori. Nel 2005 si laurea in Giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo Vivere l’ergastolo.
Nel maggio 2011 si è laureato presso l’Università di Perugia, al Corso di Laurea specialistica in Diritto Penitenziario, con una tesi dal titolo La pena di morte viva: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità. Il 16 giugno 2016 si è laureato in Filosofia, presso l’Università degli Studi di Padova, discutendo la tesi Biografie devianti.
Nel 2007 ha conosciuto don Oreste Benzi e da allora condivide il progetto Oltre le sbarre, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Da anni promuove una campagna contro il “fine pena mai”, per l’abolizione dell’ergastolo.

Chi volesse scrivere a Carmelo Musumeci può farlo al seguente indirizzo email:   zannablumusumeci@libero.it

 Per conoscere la ricchezza delle sue numerose pubblicazioni: www.carmelomusumeci.com

  


Sabina Rossa e Agnese Moro

contro la “Pena di Morte Viva”

      L’ex Presidente della Repubblica Sandro Pertini che in galera passò lunghi anni diceva spesso: «Ricordatevi quando avete a che fare con un detenuto, che molte volte avete davanti una persona migliore di quanto non lo siete voi».
     Da anni – insieme ad Agnese Moro e Sabina Rossa che hanno avuto i loro padri uccisi durante la lotta armata degli anni ’70 – combatto contro la “Pena di Morte Viva” o, come la chiama Papa Francesco, la “Pena di morte nascosta”. Durante la giornata del 20 gennaio 2017, nella Casa di Reclusione di Padova, Agnese e Sabina sono intervenute (Agnese a distanza e Sabina di presenza) al convegno dal titolo: “Contro la pena di morte viva. Per il diritto a un fine pena che non uccida la vita”.


Ecco quanto ci ha consegnato Agnese:
(…) Questa volta non riesco ad essere con voi in questa giornata di riflessione sull’ergastolo e sulla necessità di abolire una pena che, essendo senza fine, uccide la speranza di tornare ad essere liberi; ferisce l'impegno costituzionale ad aiutare i colpevoli a rivedere criticamente la propria vita e a tornare tra noi a dare il proprio contributo alla vita sociale; punisce nella maniera più crudele e ingiusta coloro - grandi e piccini - che nutrono affetti profondi per chi è condannato a una pena tanto severa. Credo che la questione dell’abolizione dell'ergastolo, prima di riguardare la politica, riguardi tutti noi cittadini. Prima ed oltre una discussione in Parlamento è essenziale che ci sia una discussione larga, capillare, serena nelle nostre città e nei nostri paesi. (…) Bisogna sapere che le persone possono cambiare, che sono sempre molto di più del loro reato, e che, come dice la mia amica Grazia Grena, c'è dentro ognuno, qualunque cosa abbia fatto, qualche cosa di buono che può e deve essere illuminato. Anche se non ce ne accorgiamo la nostra società è desiderosa di intraprendere una simile discussione. Si tratta solo di farlo. Un abbraccio (Agnese).

Ed ecco parzialmente l’intervento di Sabina:
Vorrei iniziare il mio intervento prendendo in prestito alcune frasi di Carmelo Musumeci non solo perché le condivido ma anche perché ho potuto toccare con mano la veridicità delle sue parole: “Il carcere non mi ha fatto bene, non solo mi ha peggiorato ma mi ha fatto anche del male”. “Ciò che mi ha migliorato e cambiato non è stato il carcere ma un programma di rieducazione fatto dalla presenza delle persone care, dalle relazioni umane e sociali”. “In carcere si soffre per nulla, il nostro dolore non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei nostri reati, è difficile pensare al male che hai fatto fuori se ricevi male tutti i giorni”. (…).
     Musumeci ci dice che dal carcere si dovrebbe uscire perché lo si merita, perché è stato fatto un certo percorso, perché c'è stata una crescita. Sono d'accordo con lui e credo che giustizia sia anche quella di prendere atto che, a tanti anni di distanza, quella persona non sia più quella di un tempo e che si sia realizzato un cambiamento nel profondo.
     Quando è stata concessa la liberazione condizionale alla persona che ha sparato a mio padre l’ho considerato un atto giusto, mi sono sentita come se si fosse chiuso un cerchio e ho potuto posare a terra quello zaino che mi sono portata sulle spalle per tanto tempo
. (Sabina)

     Dostoevskij diceva: “Fatemi capire perché e come ho sbagliato e poi mi giudicherò e condannerò da solo, e sarò più severo di qualsiasi altro giudice”.
     Agnese e Sabina hanno compreso questo e “puniscono” gli ergastolani con l’amore sociale. Forse anche perché hanno capito che dal male può nascere il bene. Basta andare a cercarlo dentro il cuore dei criminali. Per non fare il male bisogna conoscere anche il bene, ma purtroppo molti criminali non conoscono il bene perché hanno vissuto sempre nel male. Il libero arbitrio esiste solo quando tu conosci il bene e il male. E spesso i reati che abbiamo fatto rispecchiano il male del mondo dove vivevamo e, adesso, del carcere. Molti di noi, e non lo dico per cercare attenuanti, penso che siano stati quelli che hanno potuto essere, non certo quelli che sognavano di essere. Se continuano però a dirci che siamo irrecuperabili, che siamo dei mostri, che siamo cattivi, va a finire che ci crediamo e cerchiamo di esserlo anche dopo tanti anni di carcere. D’altronde come si può migliorare una persona con una pena che non ha mai fine?
      Per questo, purtroppo, molti ergastolani si sentono ancora “colpevoli di essere innocenti”, anche se hanno commesso gravissimi reati. Non si nasce delinquenti, ma purtroppo ci si diventa.
     Un tempo c’erano in carcere giovani interpreti delle lotte sociali e politiche. Oggi vi sono in maggioranza giovani tossicodipendenti, immigrati e poi tante persone del sud detenute per reati di criminalità organizzata. Al sud, infatti, lo Stato è sempre stato assente e in alcuni casi è stato più mafioso dei mafiosi che ha usato e sfruttato per raggiungere consensi elettorali.

     Grazie Sabina e Agnese di continuare a lottare per recuperare e migliorare le persone che vi hanno fatto del male.
     Con il vostro impegno contribuite a sensibilizzare l’opinione pubblica che la pena dell’ergastolo è una morte interminabile che ti fa sperare in una morte istantanea come un regalo della pietà. La vostra testimonianza di vittime dà un senso ancora più profondo alle vostre parole.

Carmelo Musumeci
Gennaio 2017


 

Il carcere ti ha fatto bene?

 

Molte volte il prigioniero è ciò che gli viene permesso di essere.
(Diario di un ergastolano: www.carmelomusumeci.com   )

Spesso chi conosce la mia storia e viene a sapere che sono entrato in carcere solo con la quinta elementare, ma che ho preso tre laure, che pubblico libri, che ho ricevuto vari encomi, che svolgo attività di consulenza ai detenuti e agli studenti universitari nella stesura delle loro tesi di laurea sul carcere e sulla pena dell’ergastolo, mi chiedono: “Quindi, il carcere ti ha fatto bene?”.

Quanto odio questa domanda! Prima di rispondere penso ai pestaggi che ho subito all’inizio della mia carcerazione. Ricordo i compagni che si sono tolti la vita impiccandosi alle sbarre della finestra della loro cella perché il carcere induce i più deboli alla disperazione. Rammento i lunghi periodi d’isolamento nelle celle di punizione dove sono stato rinchiuso con le pareti imbrattate di sangue ed escrementi. Mi vengono in mente le botte che una volta avevo preso per essere rimasto più di qualche secondo fra le braccia della mia compagna nella sala colloqui. E di quando avevo dato di matto perché avevo trovato le foto dei miei figli per terra calpestate dagli anfibi delle guardie. Penso ai numerosi trasferimenti che ho subito da un carcere all’altro sempre più lontano da casa. Ricordo tutte le volte che venivo sbattuto nelle “celle lisce” perché tentavo di difendere la mia umanità. In quelle tombe non c’era niente. Nessuno oggetto. Neppure un libro. Nessuna speranza. Non vedevo gli altri detenuti. Li riconoscevo solo dalle grida e dal ritmo dei colpi che battevano sul blindato. Mi ricordo che avevano degli sbalzi di umore: da un’ora all’altra, improvvisamente, piangevano e ridevano. Rammento i lunghi anni trascorsi nel regime di tortura del 41 bis nell’isola degli ergastolani dell’Asinara. Spesso le guardie arrivavano ubriache davanti alla mia cella ad insultarmi. Mi minacciavano e mi gridavano: “Figlio di puttana.” “Mafioso di merda.” “Alla prossima conta entriamo in cella e t’impicchiamo”. Dopo di che, mi lasciavano la luce accesa (che io non potevo spegnere) e andavano via dando un paio di calci nel blindato. Mi trattavano come una bestia. Avevo disimparato a parlare e a pensare. Mi sentivo l’uomo più solo di tutta l’umanità.
Per alcuni anni mi ero distaccato dalla vita, lentamente, quasi senza dolore. Non desideravo e non volevo più niente. Cercavo solo di sopravvivere ancora un poco. Mi sentivo già morto. E pensavo che non mi poteva capitare nulla di peggio. Ma mi sbagliavo perché non c’è mai fine al male.
I giorni, le settimane, i mesi e gli anni passavano e io continuavo a maledire il mio cuore perché, nonostante tutto, lui insisteva ad amare l’umanità. M’inventai cento modi per sopravvivere.

Adesso posso dire: “Ce l’ho fatta!”. Ma a che prezzo! Scrivevo per vivere e vivevo se scrivevo. A distanza di venticinque anni, mi domando a volte come ho fatto a resistere e non riesco ancora a darmi una risposta. Mi vengono in mente le ore d’aria trascorse nei stretti cortili dei passeggi con le mura alte e il cielo reticolato, ghiacciati d’inverno e roventi d’estate. Ricordo gli eterni andirivieni, da un muro all’altro nei cortili, o dalla finestra al blindato nella cella, sempre pensando che solo la morte avrebbe potuto liberarmi. Ricordo i topi che mi giravano intorno, gli indumenti, i libri e le carte saccheggiate. Stringevo i denti per non diventare una cosa fra le cose. È difficile pensare al male che hai fatto fuori se ricevi male tutti i giorni. Ti consola poco capire che te lo sei meritato. È vero! Bisogna pagare il male fatto, ma perché farlo ricevendo altro male?
Dopo aver ricordato tutte queste cose, alla domanda se il carcere mi ha fatto bene rispondo che il carcere non mi ha assolutamente fatto bene. Se mi limitassi a guardare solo carcere, posso dire che non solo mi ha peggiorato, ma mi ha anche fatto tanto male.
Ciò che mi ha migliorato e cambiato non è stato certo il carcere, ma l’amore della mia compagna, dei miei due figli, le relazioni sociali e umane che in tutti questi anni mi sono creato, insieme alla lettura di migliaia di libri di cui mi sono sempre circondato, anche nei momenti di privazione assoluta. Ed è proprio questo programma di auto-rieducazione che mi ha aperto una finestra per comprendere il male che avevo fatto e avere così una possibilità di riscatto. Molti non lo sanno, ma forse la cosa più terribile del carcere è accorgersi che si soffre per nulla. Ed è terribile comprendere che il nostro dolore non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei nostri reati. Spesso ho persino pensato che il carcere faccia più male alla società che agli stessi prigionieri perché, nella maggioranza dei casi, la prigione produce e modella nuovi criminali.
Se a me questo non è accaduto è solo grazie all’amore della mia famiglia e di una parte della società.

Carmelo Musumeci
Dicembre 2016

 


 

  

Papa Francesco: le sue parole contro l'ergastolo

                                                                                                                                           

 


 

 

 

 Carmelo Musumeci

in permesso a Roma

(24/02/2016)

 

 


 

"DETENUTO IN LIBERTÀ" 

da TG2 Dossier Storie del 30 Aprile 2016
 

 

  

 


 

 

"Gli ergastolani senza scampo"  

 

Carmelo MUSUMECI, Andrea PUGIOTTO
GLI ERGASTOLANI SENZA SCAMPO
Fenomenologia e criticità costituzionali dell’ergastolo ostativo
Prefazione di Gaetano SILVESTRI
Appendice di Davide GALLIANI


Editoriale Scientifica, Napoli, 2016
pp. XIII-216, euro 16,50


     Nel discorso pubblico si ripete, monotona, la convinzione che in Italia l’ergastolo non esiste e che i condannati al carcere a vita, prima o poi, escono tutti di galera. La realtà rivela, invece, un dato esattamente capovolto: attualmente sono 1.619 i condannati alla pena perpetua e, di questi, 1.174 (pari al 72,5% del totale) sono ergastolani ostativi, ai sensi dell’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario.
     Sconosciuto ai più, l’ergastolo ostativo è una pena destinata a coincidere, nella sua durata, con l’intera vita del condannato e, nelle sue modalità, con una detenzione integralmente intramuraria. Una pena perpetua e immutabile cui è possibile sottrarsi solo collaborando utilmente con la giustizia.
     Il presente volume, nella sua Parte I (scritta da Carmelo Musumeci) narra con autenticità la giornata sempre uguale di un ergastolano senza scampo, scandita nei suoi ritmi esteriori e interiori – alba, mattino, pomeriggio, sera, notte – costringendo il lettore a immaginare l’inimmaginabile. Nella sua Parte II (scritta da Andrea Pugiotto), ripercorre criticamente la trama normativa dell’ergastolo ostativo, argomentandone i tanti profili di illegittimità costituzionale e convenzionale, in serrata dialettica con la giurisprudenza delle Corti, costituzionale e di Cassazione, ad oggi persuase del contrario.
     Il volume è impreziosito dall’eloquente Prefazione del Presidente Emerito della Corte costituzionale Gaetano Silvestri, che rilegge il regime dell’art. 4-bis o.p. alla luce del principio supremo di dignità della persona. L’Appendice (curata da Davide Galliani) illustra i risultati di un’inedita ricerca empirica condotta tra circa 250 ergastolani, finalizzata a rilevare le materiali condizioni di salute, fisica e psichica, derivanti da un regime detentivo perpetuo, esclusivamente intramurario, frequentemente declinato nelle forme del c.d. carcere duro (ex art. 41-bis o.p.).
     Il volume (quarto della collana Diritto penitenziario e Costituzione, nata dall’esperienza dell’omonimo Master promosso da Dipartimento di Giurisprudenza dell’ateneo di Roma Tre) è il risultato del primo progetto di ricerca UE dedicato al regime dell’ergastolo nel contesto europeo (www.lifeimprisonment.eu).

 Il libro può essere richiesto in libreria, alla casa editrice, o all'indirizzo   ergastolani@gmail.com 

 

 Recensione di Francesca de Carolis


“Lo spirito di vendetta non ha copertura costituzionale”. Appuntando sul taccuino questa frase, dalla prefazione di Gaetano Silvestri (che è stato presidente della Corte Costituzionale) a un libro da tenere d’occhio, in questi tempi di smarrimenti... in cui prima vittima è la nostra coscienza critica... “Gli ergastolani senza scampo”, il titolo. Carmelo Musumeci e Andrea Pugiotto gli autori. Ergastolano il primo, docente di Diritto costituzionale il secondo. E siccome randagiando lungo sentieri delle nostre carceri quotidiane ho incontrato sia l’uno che l’altro, ero davvero curiosa di questo intreccio di linguaggi, diversi e pure legati da una simile passione del sentire e del fare...
“Forse continuo a respirare perché non ho il coraggio di morire”. Così testimonia Musumeci (detenuto dal 1991, che in carcere si è laureato, e da anni anima una campagna contro l’ergastolo) attraverso pagine di un diario, che è a tratti battibecco con il proprio cuore. Con quella parte viva di sé, che rimane la sola con cui liberamente parlare e confrontarsi, in un luogo che tutto intorno vuole morto. Dove ci si chiede “a che serve essere vivo se non puoi più esistere?”. Dove la speranza “è un veleno che mi sta intossicando da un ventennio”. Sono, quelle di Musumeci, le pagine di un diario che scandiscono il tempo della giornata, dal mattino che “ho sempre paura di svegliarmi”, alla notte che “finalmente il filo dei pensieri si spezza”.
Raccontando la vita che non c’è, smentiscono la bugia, che con una certa malafede viene messa in giro, che l’ergastolo non lo sconta nessuno. In questo nostro paese dove degli ergastolani la stragrande maggioranza è fatta di “ostativi”, cioè persone escluse da benefici di legge e quindi condannate a una pena perpetua e immutabile cui è possibile sottrarsi solo “collaborando utilmente” con la giustizia, altrimenti dal carcere destinati a uscire solo da morti. E più spesso di quanto non si dica in giro, dentro quelle mura suona “l’ora dei limoni neri”...
A spiegare i tanti profili di illegittimità costituzionale dell’ergastolo, con l’attenta cura che gli è propria, meticolosa e lieve a un tempo, Andrea Pugiotto. “Caino va certamente punito, ma da uno Stato di diritto che rispetti la propria legalità costituzionale”. Cosa, questa dello Stato che rispetti la propria legalità costituzionale, sulla quale si avanzano tanti e seri dubbi. L’analisi è puntuale, stringente, ricchissima di argomentazioni, una vivisezione, quasi, di norme e giurisprudenza. Che invito a leggere, anche se profani (come d’altra parte anch’io) in questioni di diritto.
Magari avete letto a suo tempo “comma 22” (ricordate? “Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo”…), non vi sarà difficile seguire sofismi e bizantinismi prodotti anche da illustri Corti (Cassazione, Costituzionale) con le quali Pugiotto entra in serrata dialettica, che qui vengono svelati, e che sfiorano il paradosso. Ma che permettono che sia ancora in vita una pena come quella dell’ergastolo, che è inumana, degradante, una morte mascherata, contraria ai principi fondamentali della Costituzione. Sacrificati all’improbabile idea di sicurezza che ci siamo fatti.
Improbabile come la data che è sul certificato di un ergastolano. Scadenza pena definitiva: 31/12/9999. Sì, avete letto bene. Un traguardo temporale che, commenta Pugiotto, “ha un che di metafisico”, “prodotto dell’asettico linguaggio dell’informatica penitenziaria”. Che un computer, che l’ergastolo non lo può capire, una data deve pur metterla…
La pena di morte nascosta, dunque. Che parla di questi “cattivissimi per sempre” ma, scrive Pugiotto, parla soprattutto “di noi e di cosa siamo diventati”. Se tutto questo ci è indifferente o addirittura vogliamo.
E arriva, come un pugno in faccia, l’appendice. Dove Davide Galliani, docente dell’Università di Milano, narra dei risultati di un progetto di ricerca che molto racconta delle condizioni materiali degli ergastolani. Che è cosa che sempre sconvolge, perché anche se molto già sai, c’è sempre qualcosa che mai riusciresti a immaginare. A cominciare dalle tante malattie del corpo e della mente che sono le condizioni stesse del carcere a determinare. Cosa è se non tortura del corpo e della mente tenere in cella una persona con il morbo di Buerger, cui è già stato necessario amputare un piede, depressa e con continui attacchi di panico. O dopo una già lunga detenzione, un uomo con il morbo di Parkinson. O persona di 83 anni, dal ‘93 ininterrottamente in regime di carcere duro. Non possiamo immaginare... E quale motivo se non un meccanismo di morte, ancor più inumano perché affidato alla meccanica indifferenza del sistema.
Purtroppo le parole “criminalità”, “mafia”, la parola “legalità”, persino, a volte, sembrano diventate in questo nostro paese la chiave per dare il via libera all’annullamento dei diritti fondamentali dell’individuo. Che è cosa che non produce uomini migliori (né dentro né fuori) e sta corrodendo la nostra democrazia.
Tornando a una pagina del diario di Musumeci… dove ricorda di avere letto che una direttrice di un carcere indiano criticava le nostre moderne prigioni perché prive di alberi. E si rende conto che è vero, che in tutte le carceri dove è stato non ha mai trovato un albero in un cortile e si chiede chissà perché l’Assassino dei sogni (come definisce il carcere) ha così paura degli alberi. Si risponde: “Forse perché in loro c’è vita. E lui odia qualsiasi cosa viva”.
Leggete “Gli ergastolani senza scampo” (collana diritto penitenziario e costituzione- Editoriale Scientifica). E poi, se proprio non ci importa di quanto sappiamo essere non umani, di quanta confusione facciamo fra vendetta e giustizia, proviamo almeno a rispondere onestamente a una domanda. È questo che ci fa sentire “più sicuri”?

 Francesca de Carolis

 


Fuga dall'Assassino dei Sogni

                                                                                                 

 Il libro di Carmelo Musumeci e Alfredo Cosco "Fuga dall'Assassino dei Sogni"

     che vanta la prefazione di Erri De Luca, ha un'importante Appendice dove sono state raccolte alcune incredibili testimonianze su quello che è successo nei "carceri speciali" delle isole di PIANOSA e ASINARA, agli inizi degli anni '90.  


PREMESSA a cura di Marcello Dell'Anna


-L'Isola del diavolo Carmelo Musumeci
-Pianosa Matteo Greco
-Quando lo racconteremo, non ci crederanno    Pasquale De Feo
-Asinara Sebastiano Prino
-Tortura Antonio De Feo
-In memoria di Pianosa Rosario Indelicato

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Pagine 278, brossura

Anno: 2015
Prezzo 14,00

Info e ordinazioni: zannablumusumeci@libero.it

 

Pagine 278, brossura

Anno: 2015
Prezzo 14,00
Info e ordinazioni: zannablumusumeci@libero.it

Prefazione a “Fuga dall’Assassino dei Sogni”

 La sagoma della prigione s’imprime nell’infanzia. Il castigo di venire rinchiusi fa parte, o ne faceva, di un avviamento alle regole. Per me fu temperato dalla materia del muro: il tufo. Traspirava, attraverso i suoi pori mi arrivava la vita che si svolgeva fuori. Ingiurie, preghiere, richiami, risate, conversazioni: il tufo le faceva passare.
Le prigioni presero all’inizio la via del mare, su navi dette appunto galere, con i forzati ai remi.
Proseguirono con gli esiliati su isole lontane, rinchiusi dentro il cerchio delle onde. Gli Inglesi spedirono in Australia i condannati e si trovarono in cambio una nazione. Da noi nel Mediterraneo le isole si riempirono di sbarre. Nella mia infanzia è impressa la fortezza di Procida, sotto la quale passavano i battelli della villeggiatura. A Ischia visitavano il Castello Aragonese dove stettero incatenati al muro i napoletani ribelli ai re Borbone.
Scrivo questi ricordi per dire che le prigioni non sono un pensiero remoto, ma un edificio al centro dell’educazione. Nella percezione corrente gli istituti di pena sono la botola della giustizia, aperta sotto i piedi dei soliti previsti. Non quelli che pesano di più fanno scattare il meccanismo, ma gli ultraleggeri, i “luftmensch”, persone fatte d’aria, senza zavorra di quattrini in tasta. Quelli che davanti alle vetrine illuminate, agli schermi accesi, restano a sentire il loro desidero crescere fino all’ira. Leggo in questo libro le parole di uno di loro, mio coetaneo perché della generazione che ha conosciuto le carceri della persecuzione. La pena erogata veniva eseguita con l’accanimento fisico permesso dall’estremismo repressivo dell’articolo 90, oggi modificato in 41 bis. Al vertice rovescio del sistema penitenziario speciale stava l’Asinara, luogo di demolizione della macchina uomo. Qui è detta, non descritta. Detta a voce a chi sta dirimpetto e la raccoglie per averla condivisa. Topi e isolamento, percosse e privazioni d’acqua, arbitrio puro di chi è autorizzato a opprimere: l’Asinara non meritava altra sorte di quella di essere chiusa dalla rivolta degli arrostiti. Asinara, Goli Otok, Tremiti, Pianosa, Santo Stefano: le isole del Mediterraneo anticipano il destino delle celle, che è di finire chiuse, abbandonate, vuote. Le isole tornano alla loro natura di passaggio per gli uccelli in volo. Le onde smettono di essere il fossato intorno alla fortezza, libere di andare e venire. E un medico di carcere non è più il falsificatore di cartelle cliniche, addetto alla cancelleria dei pestaggi.
Leggo l’io narrante di una vita rinchiusa, gli effetti ristretti all’ora di colloquio, le fughe pensate per dare caloria al pensiero, le sue letture davanti al naso per cancellare i muri. È l’esistenza che serve allo Stato per dimostrare il suo diritto di pugno.
Quando nel corpo spunta un dolore, anche se in fondo a un piede, quello diventa il centro pulsante dell’intero organismo. Così è per la prigione, centro che deve irradiare intorno a sé il dolore a scopo di terrore. Il resto del corpo cerca di tenersi a distanza, per sottrarsi al contagio. Ma la prigione è un’epidemia che, pure colpendo i più deboli, ammicca a tutti gli altri, che sanno provvisoria la loro immunità.
Ergastolo infine è l’ultima bestemmia della negazione, la peggiore profezia a carico della persona umana: la sua impossibilità di espiare.
La pena dell’ergastolo non è penitenza ma rifiuto.
Leggo chi ha avuto la forza di narrare dal fondo di questa discarica.
E questo è un libro, perché a questo serve: mettere al centro una vita e dare al lettore il posto d’onore davanti.

 Erri De Luca                                                                                                                                                                                                                                                                                                         


Biografia

Carmelo Musumeci  è nato nel 1955 in Sicilia. Condannato all’ergastolo, è ora in regime di semilibertà nel carcere di Perugia, durante il giorno presta servizio di volontariato presso una Casa Famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi. 
Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara in regime di 41 bis riprende gli studi e da autodidatta termina le scuole superiori. Nel 2005 consegue la prima Laurea in Scienze Giuridiche,  con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo” , relatore Prof. Emilio Santoro.
Nel Maggio 2011 si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Perugia, con una tesi dal titolo “La ‘pena di morte viva’: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità” ,
con relatore il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale, e Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia e Sociologia del Diritto e Presidente onorario dell’Associazione Antigone per la difesa dei diritti dei detenuti.

Il 16 Giugno2016 si è laureato in Filosofia, con votazione 110 e lode, presso l'Università degli Studi di Padova, discutendo la tesi “Biografie devianti” relatrice Prof.ssa Francesca Vianello.

Promuove da anni una campagna contro il fine pena mai, per l’abolizione dell’ergastolo.

Chi volesse scrivergli può farlo attraverso questo indirizzo email: zannablumusumeci@libero.it

Bibliografia
Ha pubblicato nel 2010 il libro “Gli uomini ombra”,
nel 2012 “Undici ore d’amore di un uomo ombra”,  prefazione di Barbara Alberti,  e “Zanna Blu”, con prefazione di Margherita Hack, editi da Gabrielli Editori.

Nel 2013 pubblica “L’urlo di un uomo ombra”, Edizioni Smasher;

nel 2014 con Stampa Alternativa-Nuovi Equilibri, per la collana Millelire, “L’Assassino dei Sogni”, Lettere fra un filosofo e un ergastolano, di Carmelo Musumeci, Giuseppe Ferraro;

nel 2015 per Edizioni Erranti “Fuga dall’Assassino dei Sogni” di Alfredo Cosco e Carmelo Musumeci, con prefazione di Erri De Luca;

nel 2016 "Gli ergastolani senza scampo" Fenomenologia e criticità costituzionali dell'ergastolo ostativo di Carmelo Musumeci / Andrea Pugiotto, con prefazione di Gaetano Silvestri e un'appendice di Davide Galliani, Editoriale Scientifica;

nel 2017  "Angelo SenzaDio" con CreateSpace Independent Publishing Platform, prefazione di Agnese Moro.