Libri

 

 Angelo SenzaDio

di Carmelo Musumeci

     Tra romanzo e realtà, tra carcere e amicizia,

 il racconto di un incontro che ha cambiato due vite.

 

 Prefazione di Agnese Moro

       Scrive sempre bene Carmelo Musumeci, con un linguaggio capace di esprimere forti sentimenti e emozioni; dolore, rabbia, e speranze deluse. Mai superficiale. Mai compiacente. È un cuore che grida sofferenza – patita e inflitta - rimpianto per ciò che sarebbe potuto essere, e amore. Per i suoi cari – che ben lo ricambiano - e per una vita che si vorrebbe potesse essere, per lui per la prima volta, colma di affetti e di serenità. Da poter vivere pienamente.

     Una prospettiva, nel suo caso, per ora purtroppo ben lontana dal poter essere realizzata, per il fatto che Carmelo sta scontando una condanna all’ergastolo, pena che ferisce i nostri valori costituzionali, che anelano al recupero e al reinserimento del colpevole.
     La storia che Carmelo ci racconta in questo bel libro “Angelo SenzaDio” ci aiuta a capire quanto sia assurda una concezione della pena che non voglia cogliere il cambiamento della persona. Carmelo, infatti, ci racconta la storia di una rinascita. E di una amicizia. Intimamente legate l’una all’altra. In una vita difficile, giocata sul filo della rabbia e della disillusione, della solitudine e dell’abbandono, in un giorno qualsiasi, si infila nella vita di Lorenzo, il SenzaDio - il nostro protagonista - una nuova presenza. È il termine giusto “si infila”: senza presentazioni, preavvisi, orpelli, trombe, nel cuore di Lorenzo viene a trovarsi un angelo. È un angelo abbastanza strano, per la verità, un po’ amorevole e un po’ guerriero. Rompe la sua solitudine e lo aiuta, spesso con un trattamento forte, a ritrovare un se stesso fin lì dormiente. All’Angelo importa solo di lui, del suo benessere, della sua incolumità, e glielo fa capire in molti modi. Non cerca di redimerlo, non è preoccupato per la sua anima. Forse sa che appena si torna ad amare liberamente il cambiamento è già avvenuto.

     L’amicizia è un’esperienza che il SenzaDio non ha mai fatto prima, e il sentimento principale di Lorenzo di fronte all’Angelo, quello che ci fa intuire la drammaticità della sua situazione precedente, è proprio lo stupore di non essere più solo. È un fatto del tutto nuovo per lui, che lo spiazza, lo smuove, lo lascia indifeso e predisposto a sopportare di provare anche sentimenti positivi nei confronti delle persone. Una situazione inedita che porterà Lorenzo a fare scelte generose e estreme; scelte fino a poco prima impensabili.

     È un bellissimo racconto, pieno di profonda e struggente umanità. È anche un modo poetico di descrivere la nascita di un’amicizia per quello che questa significa soprattutto per il cuore di chi non avrebbe osato sperare di trovarla mai, e tantomeno nel carcere che ruba, a chi lo vive, anche i sogni.
     Ma nel “Angelo SenzaDio” c’è anche qualcosa d’altro. Perché ci parla della possibilità di cambiare che ogni essere umano ha dentro di sé. E di quanto sia importante non essere mai lasciati soli. Con un linguaggio tanto poetico, e a tratti davvero struggente, Carmelo ci racconta la storia di un’anima. Che può essere la sua, quella di altri, o di noi che leggiamo, quando, grazie all’affetto e alla fiducia di qualcuno, riusciamo di nuovo a parlare con noi stessi, lasciando una strada sbagliata e dando invece voce alla nostra più profonda umanità, che aspira sempre a cose belle e grandi.

     La capacità delle persone di cambiare è un tema fondamentale - direi cruciale - dal punto di vista umano, ma anche da quello politico e sociale. Riguarda il modo, ottimistico o pessimistico, che abbiamo di vedere noi stessi, gli altri, la vita e la storia. Se gli uomini non possono cambiare, superando egoismo, violenza, e quanto altro di negativo abita il nostro cuore, anche la storia umana è condannata a restare sempre uguale a se stessa, in una continua lotta per la sopraffazione degli uni su gli altri. Molti vedono il mondo e la vita così; e gli sfugge il nuovo che avanza, mancando di speranza e di coraggio. Per loro il mondo è sempre ugualmente triste e condannato.
     Il nostro atteggiamento di fronte alla possibilità o meno di cambiare delle persone – e della storia – definisce anche la nostra vicinanza o la nostra lontananza dalla nostra Costituzione. Nata dalla speranza e dalla volontà di tanti italiani di vivere in modo diverso e degno dopo gli anni buissimi del fascismo, della guerra, della odiosa occupazione nazista, delle deportazioni nei campi di sterminio, delle bombe, delle delazioni, delle torture, della povertà, della fame, della ingiustizia e della paura. Tragedie da ricordare, ma anche da superare costruendo una nuova Italia. Ed era tanto difficile farlo.

     Personalmente sono molto grata a Carmelo, perché con i suoi libri, con la sua vita e con le sue battaglie mi ha insegnato qualcosa di veramente importante per me. Tante persone che come me hanno subito gli effetti di gesti violenti descrivono la propria situazione come un ergastolo. Carmelo mi ha insegnato a capire che questa frase non è vera. E a vedere le risorse che abbiamo a disposizione per tornare a vivere. Certo, il dolore non passa; il passato rischia di essere sempre presente; l’esistenza non potrà più in nessun caso essere quella di prima. Ma abbiamo tante risorse delle quali poter usufruire per sopportare questa condizione. Carmelo non può farlo, ma io posso andare a trovare persone che amo e che mi amano. Posso viaggiare. Posso telefonare, scrivere una mail e avere subito una risposta. Posso godere uno spettacolo della natura che con la sua bellezza mi faccia sentire parte di un tutto speciale. Posso fare una passeggiata, andare al cinema, mangiare qualcosa di buono. Andare in chiesa; andare in libreria e comperare un libro. Guardare le vetrine. Posso abbracciare i miei figli quando voglio, sempre che loro siano d’accordo, e comunque sentire in ogni momento la loro voce. Posso rilasciare un’intervista, partecipare a una manifestazione, votare. Posso stare nel vento, fare un bagno in mare. Dormire e mangiare quando voglio. Stare da sola. Andare a messa. Fare progetti. E attuarli.

     L’ergastolo, e soprattutto quello ostativo, significa, invece, non poter fare mai queste cose. È la parola ”mai” quella fondamentale. Insormontabile. Eppure Carmelo Musumeci ci insegna con la sua vita e con questo libro che anche da questo terribile e disumano “mai” possono nascere fiori, poesia, amore per la vita e per gli uomini. Magari grazie ad un angelo che risveglia tutto il buono che c’è dentro ognuno di noi e che attende con ansia una parola o una carezza per poter sbocciare. Sta a noi, se siamo saggi, raccogliere questo nuovo che nasce e consentirgli di vivere pienamente.

                                                                                   Agnese Moro

 

 

Prodotto e distribuito da Amazon

 

 


 

 

 

 
Recensione di Nella Leone*
Prodotto e distribuito da
Amazon, “Angelo SenzaDio” è il nuovo libro di Carmelo Musumeci

Un cuore vibrante nel respiro di Dio

     Intensamente permeato di amore e di sofferenza, il nuovo libro, “Angelo SenzaDio”, di Carmelo Musumeci, con Prefazione di Agnese Moro, prodotto e distribuito da Amazon, è il racconto di un’anima che si rivela autenticamente in significatività valoriale.
Non è un racconto, frutto dell’immaginazione. È una storia vera come suggerisce l’Autore nel sottotitolare il I capitolo: “Le storie vere non piacciono mai, per questo scriverò che questa è una storia inventata”.
     I protagonisti, Angelo e SenzaDio, s’incontrano dentro le fredde mura del carcere che non dà spazio alla possibilità di agire conformemente alle norme del rispetto reciproco e della correttezza. Ed in effetti, il loro incontro si verifica nel corso di momenti fortemente tragici vissuti da SenzaDio: gravemente ferito dai picciotti dello zio Totò, “il capo di tutti i boss”, perché incapace di sottomettersi alla prepotenza supportata da comportamenti violenti, SenzaDio realizza di essere in punto di morte.
Inaspettatamente, incrocia una donna pervasa di Luce. Lo stupore è grandissimo: è l’Angelo che condividerà tutta la sua vita sin da quando, frequentante la strada insidiosa e subdola, ha varcato per la prima volta la soglia del carcere, quello minorile.
Per quanto, nel fluire del tempo abbia commesso tante azioni cattive, non ha mai nutrito cattiveria.
Ha allontanato Dio dal suo cuore, imponendo regole ferree nel suo codice comportamentale: essere pronto a lottare e non solo per se stesso; incapace di versare lacrime perché piange il suo cuore; non avere boss; non cercare alcuna via d’uscita; non avere paura di morire; non decidere di morire perché è il destino a decidere. In breve, non avere bisogno di nessuno e alla stessa stregua, non manifestare alcuna emozione.
Sottoposto al regime del carcere duro, SenzaDio vive la condizione dell’uomo ombra, contraddistinta da privazioni, provocazioni, violenze. Misurandosi con la non facile capacità di resistenza, la luna, incantevole nelle sue forme e nella sua luminosità, è la fedele confidente delle sofferenze patite nel suo cuore.
     Nel corso dell’indagine introspettiva, SenzaDio realizza di non essere più solo. Sebbene siano presenti le amiche di sempre – Malinconia, Tristezza, Sofferenza, l’Angelo presta ascolto alla sua anima urlante di Amore. È il cuore che conta, e il suo cuore è con l’Angelo. Ora incessanti torrenti di Luce riprendono a scorrere nella sua anima. Ora le sue ostinate convinzioni, strettamente correlate al suo essere senza Dio crollano: il fecondo interscambio con l’Angelo è espressione di un cuore vibrante nel respiro di Dio.
     La durezza del carcere non ha arginato la sua ricerca interiore, che rimane ri-scoperta di valori gelosamente custoditi e alla stessa stregua, sorprendentemente inattesi.
Scorre tra le righe di queste pagine, la riflessione sul carcere distinguibilmente contrassegnato da prevaricazioni, violenze, silenzi sfocianti nell’INDIFFERENZA COLLETTIVA.
Ancora oggi non ci si interroga sull’urgenza di soluzioni valoriali incentrate sul rispetto della dignità e della persona umana.
Trionfa l’assenza culturale e nelle diffuse condizioni/situazioni umane drammatiche, vissute da chi si misura con la detenzione, e nelle reazioni contraddittorie delle Istituzioni.
     Ancora oggi il termine “rieducazione”, contemplato nell’art. 27 comma 3 della nostra Carta Costituzionale, resta svuotato nelle sue accezioni, le più consone, saldamente correlate al fare e quindi, allo sviluppo di interventi programmatici utili, avviati dalle Istituzioni.
E nonostante l’asprezza del carcere nelle sue ripetute dimenticanze, queste pagine, prodotte dalla straordinaria penna di Carmelo Musumeci, palesano un’esperienza umana nei caratteri distintivi del sentire interiore.

*Nella Leone è Docente di Lingue e Letterature straniere, abilitata all’insegnamento di Inglese e Francese nella Scuola Secondaria di I e II grado, ha prestato servizio d’insegnamento presso le scuole carcerarie di Siracusa e di Noto. Da anni presta servizio d’insegnamento quale docente di Sostegno per alunni diversabili nella Scuola Secondaria di II grado di Siracusa e provincia. Ha curato con l’Associazione Delle Porte di Ortigia il libro, Quando Amore Non C’E’, Grafica Saturnia, Siracusa 2010; “Oltre i silenzi del vuoto”. Coscienza operante contro DIDAGIO, DEVIANZA, CARCERE E DOPO, Tyche EDIZIONI, Siracusa 2014. Abilitata dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Studi Universitari e di Perfezionamento di Pisa a svolgere missioni umanitarie internazionali quale operatore civile, osservatore elettorale di breve periodo.

   


 

 Recensione di

un uomo ombra semilibero a
“Giustizia e carceri secondo papa Francesco”

 


“Il carcere come punizione. E questo non è buono. Non c’è una vera pena senza speranza. Se una pena non ha speranza, non è una pena cristiana, non è umana. Per questo, la pena di morte non va. L’ergastolo, così freddo, è una pena di morte un po’ coperta.” (Papa Francesco)


     Patrizio Gonnella e Marco Ruotolo hanno curato il libro, appena uscito, dal titolo “Giustizia e carceri secondo papa Francesco” (edito da Jaca Book, prezzo 14 euro) per commentare il discorso del Santo Padre alla delegazione dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale. Fra i vari importanti contributi di persone autorevoli c’è anche quello modesto di un ergastolano, in carcere da un quarto di secolo, condannato e maledetto dalla giustizia ad essere cattivo e colpevole per sempre: il mio. Mentre lo scrivevo, chiuso nella mia cella, immaginavo di parlare con lui. Questo è un dialogo inedito fra il mio cuore e quello di Papa Francesco. E adesso ho pensato, per promuovere questo libro, di renderlo pubblico con la raccomandazione di leggere questo libro e di farlo leggere a tutti quelli che la pensano diversamente da voi.

 

Papa Francesco: Viviamo in tempi nei quali, tanto da alcuni settori della politica come da parte di alcuni mezzi di comunicazione, si incita talvolta alla violenza e alla vendetta, pubblica e privata.
Un uomo ombra:
Penso di non conoscere a fondo l’amore di Dio, ma conosco bene l’odio degli uomini che mi tengono prigioniero come un animale in gabbia.

Papa Francesco: Populismo penale, in questo contesto negli ultimi decenni si è diffusa la convinzione che attraverso la pena pubblica si possano risolvere i più disparati problemi sociali, come se per le più diverse malattie ci venisse raccomandata la medesima medicina.
Un uomo ombra:
Le prigioni, così come sono, sono fabbriche di odio ed è difficile migliorare le persone con la violenza e la sofferenza. Il carcere in questo modo ci trasforma in mostri perché qui non esiste l’amore, esistono solo i disvalori. Se siamo uomini non possiamo stare solo anni e anni chiusi in una cella, dovremmo stare insieme ad altri uomini migliori di noi.

Papa Francesco: Molti giudici e operatori del sistema penale devono svolgere la loro mansione sotto la pressione dei mezzi di comunicazione di massa, di alcuni politici senza scrupoli e delle pulsioni di vendetta che serpeggiano nella società.
Un uomo ombra:
Sono fortemente convinto che perdonare è più facile di essere perdonato. Il perdono ti fa amare il mondo, la vendetta te lo fa odiare. Il perdono è la migliore vendetta che una società può dare, perché fa incredibilmente tirare fuori il senso di colpa per il male fatto. Molti non sanno amare perché non sono amati, altri hanno l’amore nel cuore e non lo sanno. Una persona che ha infranto la legge di Dio e degli uomini per essere recuperato non dovrebbe avere bisogno di sbarre, ma di essere amato come una persona libera, se non di più. E una persona perbene per smettere di essere disonesta deve imparare ad amare tutto e tutti, perché chi ama fa innanzi tutto bene a se stesso, perché solo l’amore ti fa diventare felice.

Papa Francesco: Tutti i cristiani e gli uomini di buona volontà sono dunque chiamati oggi a lottare non solo per l’abolizione della pena di morte, legale o illegale che sia, e in tutte le sue forme, ma anche al fine di migliorare le condizioni carcerarie, nel rispetto della dignità umana delle persone private della libertà. E questo, io lo collego con l’ergastolo. In Vaticano, poco tempo fa, nel Codice penale del Vaticano, non c’è più, l’ergastolo. L’ergastolo è una pena di morte nascosta.
Un uomo ombra:
L’ergastolo è una pena di morte a gocce. È sbagliato dire che assomiglia alla pena di morte perché è molto peggio, dato che la pena di morte si sconta da morto e la pena dell’ergastolo si sconta da vivo. Con la pena di morte finisce la punizione e la vita… invece con la pena dell’ergastolo inizia un’agonia che durerà per tutta la vita. Gli ergastolani vivono distaccati ed estraniati da tutti gli altri prigionieri, nel nostro mondo di solitudine e ombra. Per noi morire è la cosa più facile, invece vivere è la cosa più difficile. Sogno spesso di avere un fine pena per avere un calendario in cella per segnare i giorni, i mesi e gli anni che passano.

Papa Francesco: La forma di tortura è a volte quella che si applica mediante la reclusione in carcere di massima sicurezza.
Un uomo ombra:
Spesso sono stanco di fare battere il mio cuore fra quattro mura… prigioniero in fondo agli abissi, ferito da uomini dal cuore sporco e la fedina penale pulita. Sono stanco di essere chiuso e solo senza speranza… seguendo sogni con occhi aperti e spenti. Sono stanco di essere solo un’ombra che vive al buio e spera nella morte ma continua a cercare la vita e la luce. Sono stanco di esistere… di ascoltare i miei lamenti… che mi penetrano… mi lacerano… mi distruggono.

Papa Francesco: Molte di tali forme di criminalità non potrebbero mai essere commesse senza la complicità, attiva od ommissiva, delle pubbliche autorità.
Un uomo ombra:
La grande criminalità organizzata, finanziaria e politica non potrebbe esistere senza la complicità di una parte dei poteri forti.

Papa Francesco: Il corrotto attraversa la vita con le scorciatoie dell’opportunismo, con l’aria di chi dice: “Non sono stato io”, arrivando a interiorizzare la sua maschera di uomo onesto. La corruzione è un male più grande del peccato. La sanzione penale è selettiva. È come una rete che cattura solo i pesci piccoli, mentre lascia i grandi liberi nel mare.
Un uomo ombra:
Spesso i buoni si sentono cattivi per cercare di diventare buoni. Invece i cattivi fingono di essere buoni per cercare di diventare ancora più cattivi.

Papa Francesco: La cautela nell’applicazione della pena dev’essere il principio che regge i sistemi penali, e la piena vigenza e operatività del principio pro homine deve garantire che gli Stati non vengano abilitati, giuridicamente o in via di fatto, a subordinare il rispetto della dignità della persona umana a qualsiasi altra finalità, anche quando si riesca a raggiungere una qualche sorta di utilità sociale.
Un uomo ombra:
Il carcere è l’inferno, una terra di nessuno dove spesso sei da solo contro tutti. Un luogo pieno di conflitti, di odio, silenzi, delatori, sofferenza e ingiustizia, ma anche di tanta umanità, forse molto di più di quella che c’è fuori o che un giorno potrai trovare in paradiso. E quando un detenuto si suicida, è un po’ come se morissi anch’io. Molti dicono che togliersi la vita è una scelta sbagliata, ma io non sarò sicuro fin quando non ci proverò. Spesso in carcere ci si toglie la vita solo per smettere di soffrire perché per molti la vita in carcere è peggiore della morte. Papa Francesco, presto, se non l’hanno già fatto, i nostri politici, governanti e le persone con la fedina penale pulita che vanno a messa alla domenica ingannando Dio e se stessi, si dimenticheranno delle tue umane e illuminate parole, del tuo bellissimo intervento, ma non le dimenticheranno mai gli uomini ombra e i detenuti di tutto il mondo.

Carmelo Musumeci
Gennaio 2017

zannablumusumeci@libero.it

 

 


 

"Gli ergastolani senza scampo"  

 

Carmelo MUSUMECI, Andrea PUGIOTTO
Gli ergastolani senza scampo.
Fenomenologia e criticità costituzionali dell’ergastolo ostativo
Prefazione di Gaetano SILVESTRI
Appendice di Davide GALLIANI


Editoriale Scientifica, Napoli, 2016
pp. XIII-216, euro 16,50


     Nel discorso pubblico si ripete, monotona, la convinzione che in Italia l’ergastolo non esiste e che i condannati al carcere a vita, prima o poi, escono tutti di galera. La realtà rivela, invece, un dato esattamente capovolto: attualmente sono 1.619 i condannati alla pena perpetua e, di questi, 1.174 (pari al 72,5% del totale) sono ergastolani ostativi, ai sensi dell’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario.
     Sconosciuto ai più, l’ergastolo ostativo è una pena destinata a coincidere, nella sua durata, con l’intera vita del condannato e, nelle sue modalità, con una detenzione integralmente intramuraria. Una pena perpetua e immutabile cui è possibile sottrarsi solo collaborando utilmente con la giustizia.
     Il presente volume, nella sua Parte I (scritta da Carmelo Musumeci) narra con autenticità la giornata sempre uguale di un ergastolano senza scampo, scandita nei suoi ritmi esteriori e interiori – alba, mattino, pomeriggio, sera, notte – costringendo il lettore a immaginare l’inimmaginabile. Nella sua Parte II (scritta da Andrea Pugiotto), ripercorre criticamente la trama normativa dell’ergastolo ostativo, argomentandone i tanti profili di illegittimità costituzionale e convenzionale, in serrata dialettica con la giurisprudenza delle Corti, costituzionale e di Cassazione, ad oggi persuase del contrario.
     Il volume è impreziosito dall’eloquente Prefazione del Presidente Emerito della Corte costituzionale Gaetano Silvestri, che rilegge il regime dell’art. 4-bis o.p. alla luce del principio supremo di dignità della persona. L’Appendice (curata da Davide Galliani) illustra i risultati di un’inedita ricerca empirica condotta tra circa 250 ergastolani, finalizzata a rilevare le materiali condizioni di salute, fisica e psichica, derivanti da un regime detentivo perpetuo, esclusivamente intramurario, frequentemente declinato nelle forme del c.d. carcere duro (ex art. 41-bis o.p.).
     Il volume (quarto della collana Diritto penitenziario e Costituzione, nata dall’esperienza dell’omonimo Master promosso da Dipartimento di Giurisprudenza dell’ateneo di Roma Tre) è il risultato del primo progetto di ricerca UE dedicato al regime dell’ergastolo nel contesto europeo (www.lifeimprisonment.eu).

 

Il libro può essere richiesto in libreria, alla casa editrice, o all'indirizzo   

ergastolani@gmail.com 

 
   

 Recensione di Francesca de Carolis


“Lo spirito di vendetta non ha copertura costituzionale”. Appuntando sul taccuino questa frase, dalla prefazione di Gaetano Silvestri (che è stato presidente della Corte Costituzionale) a un libro da tenere d’occhio, in questi tempi di smarrimenti... in cui prima vittima è la nostra coscienza critica... “Gli ergastolani senza scampo”, il titolo. Carmelo Musumeci e Andrea Pugiotto gli autori. Ergastolano il primo, docente di Diritto costituzionale il secondo. E siccome randagiando lungo sentieri delle nostre carceri quotidiane ho incontrato sia l’uno che l’altro, ero davvero curiosa di questo intreccio di linguaggi, diversi e pure legati da una simile passione del sentire e del fare...
“Forse continuo a respirare perché non ho il coraggio di morire”. Così testimonia Musumeci (detenuto dal 1991, che in carcere si è laureato, e da anni anima una campagna contro l’ergastolo) attraverso pagine di un diario, che è a tratti battibecco con il proprio cuore. Con quella parte viva di sé, che rimane la sola con cui liberamente parlare e confrontarsi, in un luogo che tutto intorno vuole morto. Dove ci si chiede “a che serve essere vivo se non puoi più esistere?”. Dove la speranza “è un veleno che mi sta intossicando da un ventennio”. Sono, quelle di Musumeci, le pagine di un diario che scandiscono il tempo della giornata, dal mattino che “ho sempre paura di svegliarmi”, alla notte che “finalmente il filo dei pensieri si spezza”.
Raccontando la vita che non c’è, smentiscono la bugia, che con una certa malafede viene messa in giro, che l’ergastolo non lo sconta nessuno. In questo nostro paese dove degli ergastolani la stragrande maggioranza è fatta di “ostativi”, cioè persone escluse da benefici di legge e quindi condannate a una pena perpetua e immutabile cui è possibile sottrarsi solo “collaborando utilmente” con la giustizia, altrimenti dal carcere destinati a uscire solo da morti. E più spesso di quanto non si dica in giro, dentro quelle mura suona “l’ora dei limoni neri”...
A spiegare i tanti profili di illegittimità costituzionale dell’ergastolo, con l’attenta cura che gli è propria, meticolosa e lieve a un tempo, Andrea Pugiotto. “Caino va certamente punito, ma da uno Stato di diritto che rispetti la propria legalità costituzionale”. Cosa, questa dello Stato che rispetti la propria legalità costituzionale, sulla quale si avanzano tanti e seri dubbi. L’analisi è puntuale, stringente, ricchissima di argomentazioni, una vivisezione, quasi, di norme e giurisprudenza. Che invito a leggere, anche se profani (come d’altra parte anch’io) in questioni di diritto.
Magari avete letto a suo tempo “comma 22” (ricordate? “Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo”…), non vi sarà difficile seguire sofismi e bizantinismi prodotti anche da illustri Corti (Cassazione, Costituzionale) con le quali Pugiotto entra in serrata dialettica, che qui vengono svelati, e che sfiorano il paradosso. Ma che permettono che sia ancora in vita una pena come quella dell’ergastolo, che è inumana, degradante, una morte mascherata, contraria ai principi fondamentali della Costituzione. Sacrificati all’improbabile idea di sicurezza che ci siamo fatti.
Improbabile come la data che è sul certificato di un ergastolano. Scadenza pena definitiva: 31/12/9999. Sì, avete letto bene. Un traguardo temporale che, commenta Pugiotto, “ha un che di metafisico”, “prodotto dell’asettico linguaggio dell’informatica penitenziaria”. Che un computer, che l’ergastolo non lo può capire, una data deve pur metterla…
La pena di morte nascosta, dunque. Che parla di questi “cattivissimi per sempre” ma, scrive Pugiotto, parla soprattutto “di noi e di cosa siamo diventati”. Se tutto questo ci è indifferente o addirittura vogliamo.
E arriva, come un pugno in faccia, l’appendice. Dove Davide Galliani, docente dell’Università di Milano, narra dei risultati di un progetto di ricerca che molto racconta delle condizioni materiali degli ergastolani. Che è cosa che sempre sconvolge, perché anche se molto già sai, c’è sempre qualcosa che mai riusciresti a immaginare. A cominciare dalle tante malattie del corpo e della mente che sono le condizioni stesse del carcere a determinare. Cosa è se non tortura del corpo e della mente tenere in cella una persona con il morbo di Buerger, cui è già stato necessario amputare un piede, depressa e con continui attacchi di panico. O dopo una già lunga detenzione, un uomo con il morbo di Parkinson. O persona di 83 anni, dal ‘93 ininterrottamente in regime di carcere duro. Non possiamo immaginare... E quale motivo se non un meccanismo di morte, ancor più inumano perché affidato alla meccanica indifferenza del sistema.
Purtroppo le parole “criminalità”, “mafia”, la parola “legalità”, persino, a volte, sembrano diventate in questo nostro paese la chiave per dare il via libera all’annullamento dei diritti fondamentali dell’individuo. Che è cosa che non produce uomini migliori (né dentro né fuori) e sta corrodendo la nostra democrazia.
Tornando a una pagina del diario di Musumeci… dove ricorda di avere letto che una direttrice di un carcere indiano criticava le nostre moderne prigioni perché prive di alberi. E si rende conto che è vero, che in tutte le carceri dove è stato non ha mai trovato un albero in un cortile e si chiede chissà perché l’Assassino dei sogni (come definisce il carcere) ha così paura degli alberi. Si risponde: “Forse perché in loro c’è vita. E lui odia qualsiasi cosa viva”.
Leggete “Gli ergastolani senza scampo” (collana diritto penitenziario e costituzione- Editoriale Scientifica). E poi, se proprio non ci importa di quanto sappiamo essere non umani, di quanta confusione facciamo fra vendetta e giustizia, proviamo almeno a rispondere onestamente a una domanda. È questo che ci fa sentire “più sicuri”?

Francesca de Carolis

 

 Giustizia, carcere, pena. Gli ergastolani senza scampo
di Valter Vecellio

(…) C’è poi un aspetto specifico, ma estremamente significativo, quello dell’ergastolo. Battaglia, è da credere, impopolare; ma non per questo giusta e doverosa.
Di ergastolo, e in particolare, quello ostativo, parla un libro prezioso, “Gli ergastolani senza scampo”. Di Carmelo Musumeci e Andrea Pugiotto (Editoriale Scientifica, pagg.216. 16,50 euro). Testimonianza in corpore vili; e, insieme, inquadramento “tecnico”-giuridico, e politico nel senso alto e pieno del significato. Musumeci è un ergastolano, detenuto dal 1991. In cella comincia un percorso di “recupero” che lo porta dalla iniziale licenza elementare alla laurea in Giurisprudenza e alla specialistica in Diritto Penitenziario. Riscatto, e insieme una consapevolezza e una crescita personale e umana che lo trasforma, è indubbio che il Musumeci del 1991 è diverso, “altro” dal Musumeci del 2016. In questo caso si può dire che il terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”), ha trovato pratica esecuzione. Pugiotto è un giurista, ordinario di diritto costituzionale all’università di Ferrara; da tempo si occupa delle dimensioni costituzionali del diritto punitivo, si tratti della pena di morte, dell’ergastolo, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, i Centri di Prima Accoglienza. Il libro è impreziosito da una prefazione del presidente emerito della Corte Costituzionale Gaetano Silvestri; e da un’appendice del professor Davide Galliani.
Libro prezioso fin dalle prime righe. Il professor Silvestri mette subito in chiaro: “In tempi di terrorismo internazionale e di perdurante aggressività delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, affermare con la giusta decisione principi fondamentali in tema di umanità della pena può suscitare reazioni sfavorevoli, ma è più che mai necessario, sul piano etico e giuridico, per tener fede ai valori posti a base della nostra civiltà…”. In sostanza: proprio in tempi di emergenza, di sbandamento e scoramento, ecco che bisogna tener alta e ferma la bandiera del diritto e della legge. Senza deroghe e concessioni securitarie, senza derive demagogiche e strumentali. Già questo concetto, valido per l’Italia ma non solo (e basterebbe ricordare cosa sta accadendo in Francia), dovrebbe costituire materia di riflessione, confronto, dibattito.
Un libro, lo descrive bene, Silvestri, “utile a mantenere viva la nostra coscienza critica, perché non si smarrisca il senso della democrazia costituzionale, che dalla tutela dei diritti fondamentali trae la sua principale ragion d’essere”.
Cos’altro, e di meglio si può aggiungere? Leggetevi il lento, “pesante”, opprimente scandire del tempo, delle ore e perfino dei minuti, della giornata dell’ergastolano Musumeci: “Fra pochi mesi compio sessant’anni. Ma è ormai da molti anni che non conto più i giorni, i mesi, gli anni. A che servirebbe? Sono solo giornate vuote e perse. Purtroppo, in carcere non c’è tempo. E senza tempo non c’è vita…”.
Si entra nel cuore e nel vivo della questione: da una p
arte il precetto costituzionale che la pena deve tendere al recupero del detenuto, e vanno garantiti elementari presupposti di umanità; dall’altra l’esistenza dell’ergastolo ostativo: per cui un detenuto, per il solo fatto di essere stato condannato per uno dei reati previsti dall’art.4-bis dell’Ordinamento Penitenziario, si vede negata la speranza di poter riacquistare mai la sua libertà.
Veniamo ai tredici capitoli (più la conclusione), di Pugiotto: con un linguaggio piano di chi sa esporre argomenti complessi in modo che diventino accessibili anche a chi non è “sacerdote” del diritto l’assurdità teorica e l’iniquità pratica dell’ergastolo ostativo: dal punto di vista dell’etica, del diritto, ma anche della mera convenienza. I saggi di Pugiotto dimostrano come non vi sia, dal punto di vista tecnico-formale, alcun ostacolo all’abolizione dell’ergastolo, e non solo quello ostativo. Il succo del discorso è in un capitoletto, “Mantra”: “Il principale ostacolo a tali ragionevoli proposte di riforma, miranti al superamento dell’ergastolo senza scampo, non è di ordine giuridico. Va cercato altrove, nelle aspettative sociali verso una pena certa, dura, esclusivamente retributiva, possibilmente neutralizzatrice, da scontarsi fino all’ultimo giorno. E’ un mantra costituzionalmente stonato, perché la certezza della pena è un concetto flessibile, in ragione dell’incidenza del percorso trattamentale sulle modalità e sulla durata della pena stessa… Tuttavia, è in ragione di tale mantra che per molti (temo la maggioranza) il carcere a vita non fa problema, in nessuna delle sue declinazioni. A mali estremi, estremi rimedi, come usa dire. E se i condannati per reati efferati di criminalità organizzata sono sottoposti a un regime ostativo particolarmente severo, poco male: se lo sono meritati. E’ una tesi largamente diffusa e di facilissimo consenso. Non può, però, essere la tesi di uno Stato di diritto. Perché la pena dovuta è la pena giusta, e la pena giusta è solo la pena non contraria alla Costituzione”.
È bene fare tesoro delle parole del presidente Silvestri: “La dignità coincide con l’essenza stessa della persona, non si acquista per meriti e non si perde per demeriti, non è un ‘premio per i buoni’ e quindi non può essere tolta ai ‘cattivi’…”.
Libro, questo “Gli ergastolani senza scampo”, che ci si augura venga letto e non solo tra gli addetti ai lavori, che in teoria non dovrebbero averne bisogno (ma avendo sotto gli occhi quotidianamente non pochi “lavori” degli addetti, non è azzardato dire che si tratta di lettura anche per loro preziosa); è soprattutto nelle scuole, che andrebbe diffuso, e commentato e discusso. Dovrebbe esserci, più che una “buona scuola”, una “scuola buona”; ma qui fatalmente si scivola in un altro, più complicato discorso.

Tratto da: http://www.articolo21.org/2016/02/giustizia-carcere-pena-gli-ergastolani-senza-scampo/

 

  

Recension di Maria avv. Brucale

 "In tempi di terrorismo internazionale e di perdurante aggressività delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, affermare con la giusta decisione princìpi fondamentali in tema di umanità della pena può suscitare reazioni sfavorevoli, ma è più che mai necessario, sul piano etico e giuridico, per tener fede ai valori posti a base della nostra civiltà. Questo libro è un contributo incisivo, letterario e scientifico, utile a mantenere viva la nostra coscienza critica, perché non si smarrisca il senso della democrazia costituzionale, che dalla tutela dei diritti fondamentali trae la sua principale ragion d’essere.
La dignità coincide con l’essenza stessa della persona, non si acquista per meriti e non si perde per demeriti, non è un “premio per i buoni” e quindi non può essere tolta ai “cattivi”.
Essa non solo non è bilanciabile, ma, a fortiori, non è barattabile con alcun interesse, ancorché costituzionalmente rilevante e protetto.
La deprivazione definitiva e irrimediabile della socialità derivante dal c.d. ergastolo ostativo, non è coerente con la tutela della dignità della persona, che non può essere ritenuta integra in assenza della dimensione della socialità". Un breve stralcio della prefazione al libro,del Presidente Emerito della Corte Costituzionale Gaetano Sivestri. La dignità dell'uomo non è bilanciabile né barattabile. Questo è il perno attorno al quale ruotano le diverse prospettive di osservazione degli autori del libro. Un saggio che racchiude e accorpa senza soluzione di continuità, il vissuto interiore di un ergastolano ostativo, Carmelo Musumeci e le voci autorevoli di due illustri costituzionalisti, Andrea Pugiotto e Davide Galliani.

CARMELO MUSUMECI

Un cuore mai arreso combatte un corpo ormai di proprietà dell’"Assassino dei sogni", così Carmelo chiama il carcere. L’ergastolano ostativo affronta una morte che è il vivere in attesa della fine, una agonia lenta quanto inesorabile che toglie il senso al domani e vela di lutto un passato che non può tornare. Carmelo racconta come vive e cosa pensa un ergastolano nell’arco delle ventiquattro ore di una giornata. I capitoli sono intitolati: l’alba, il mattino, il pomeriggio, la sera e la notte. Questa l'introduzione: “Lo ammetto. Il mio cuore è più coraggioso di me. In tutti questi anni di carcere lo ha continuamente dimostrato. E di solito si sveglia prima di me. L’ha fatto anche questa mattina all’alba. Povero scemo. Come al solito, quando si sveglia, è felice come un grillo. E ha iniziato a battermi nel petto come un forsennato. Come se dovessi andare da qualche parte. Tanta fatica per nulla. Neppure oggi andrà da qualche parte. E sarà così per sempre. Fino al suo ultimo battito. Ed è inutile che faccia finta di non sapere che questo suo nuovo giorno è già morto ancora prima di nascere”.
Accanto a Carmelo, Andrea Pugiotto e Davide Galliani studiano, approfondiscono, esplorano ogni aspetto tecnico e nuovo del tema e si pongono prammaticamente l' obiettivo di un cambiamento così da non essere spettatori esperti del male ma audaci combattenti, sentinelle del Diritto.

 ANDREA PUGIOTTO

Offre una critica lucida e serrata alla politica legislativa dei "cattivi per sempre".
L'ergastolo senza scampo è cancellazione dell’orizzonte rieducativo. La pena è sempre uguale a se stessa fino alla morte. E' una stortura logica perché muove da un presupposto di infallibilità dl sistema penale. Inammissibile è l'equazione collaborazione = ravvedimento. Si può collaborare senza ravvedersi e ravvedersi senza collaborare. La Costituzione non ammette l’automatismo normativo secondo cui esiste una presunzione assoluta di non rieducabilità tarata su tipi di autore. L’ergastolo senza possibilità di revisione della pena, viola i diritti umani (Vinter c/ Regno Unito). La pena perpetua non riducibile viola l’art. 3 Cedu: impedisce il riscatto del reo, non garantisce la proporzionalità della pena (che deve essere commisurata al percorso trattamentale), viola la dignità umana.
E’ tortura giudiziaria infliggere un tormento senza che chi lo subisce possa elaborare la proiezione della fine di esso.

DAVIDE GALLIANI

Offre una riflessione sulla concretezza della detenzione senza scampo; sulle condizioni materiali ed esistenziali degli ergastolani.
Uno studio appassionato e capillare condotto nell’ambito di "Life imprisement without hope" un progetto finanziato dall’Unione Europea contro l’ergastolo senza speranza.
Ben 246 schede questionario compilate da ergastolani, raccolte e analizzate, tante voci che “chiedono ascolto, ci obbligano a metterle a valore”.
Voci che raccontano il carcere, le privazioni, le malattie, la depressione, la disperazione. Firme apposte con cura alla fine di ogni scheda che dicono, gridano, Io esisto!
Vite recluse che si tratteggiano negli schemi dei questionari e offrono spunti certi per importanti indagini statistiche: sulle patologie più frequenti, sui fenomeni depressivi, sui suicidi in carcere. Nei primi periodi di detenzione, ad esempio, ci si uccide con più frequenza. L’impatto con il carcere può essere deflagrante.
I detenuti di lungo corso arrivano meno facilmente all’estremo approdo, forse perché confondono il sé e l’Istituzione, non li distinguono.
Ancora, la follia di un sistema che ammette che un uomo con il morbo di Parkinson, detenuto dal 1994, stia ancora in carcere.
Quale anelito di sicurezza può legittimare una simile compressione dei diritti umani?
La conclusione che: “A un certo punto l’umanità deve prevalere sul crimine, su qualunque crimine!”

Avv. Maria Brucale

Pubblicata a pag. 12:
http://centoundici.it/rivista-centoundici-cp/ 



 

FUGA DALL'ASSASSINO DEI SOGNI  

info per avere il libro: zannablumusumeci@libero.it

 

 

 


 

Carmelo Musumeci - Giuseppe Ferraro

L’Assassino dei sogni

Lettere fra un filosofo e un ergastolano

a cura di Francesca de Carolis

Ed StampaAlternativa

(Prezzo: 1,00 euro)

 

 


“L’Assassino dei sogni”, lettere fra un filosofo e un ergastolano, Carmelo Musumeci e Giuseppe Ferraro, curato da Francesca de Carolis per la collana Millelire di Stampa Alternativa.  Pag.64 prezzo 1,00 ISBN 9788862224178

Presentazione di Francesca de Carolis:

Carmelo Musumeci, condannato all’ergastolo, è in carcere dal 1991. Attualmente è nel carcere di Padova. In questi anni ha studiato, si è laureato in legge e da anni conduce con grande ostinazione una battaglia contro l’ergastolo. Alla sua iniziativa hanno aderito personaggi come Veronesi, Margherita Hack, Don Ciotti, Rodotà… e continuano ad aggiungersi nomi. Da sempre scrive: racconti, riflessioni, lettere… per scandagliare senza pietà il suo passato, ma soprattutto per raccontare a chi è fuori il mondo di quelli che definisce “morti viventi”, chiusi nel ventre dell’Assassino dei sogni.
Giuseppe Ferraro insegna filosofia della morale all’Università di Napoli Federico II, e in carcere tiene corsi di filosofia. Con Musumeci condivide il carattere passionale e ostinato. Il loro incontro si è presto trasformato in un confronto continuo e serrato, sul percorso della battaglia di denuncia, delle illegalità che in carcere si consumano, ma anche per la costruzione di strade possibili.

Questo testo è il “distillato” di due anni di scambio epistolare, che registra incontri, speranze, battaglie, discussioni, momenti di abbandono. Dal giugno del 2009, al luglio del 2011. Da estate a estate, il racconto dell’inverno e dell’inferno della vita in prigione, ma anche della prigione che può diventare anche la vita fuori. Un confronto anche fra scritture. Sincopata quella dell’ergastolano, complessa e ampia quella del filosofo.

Il fascino discreto della scrittura epistolare rimane intatto in queste pagine nonostante oggi siamo abituati al frenetico ritmo e linguaggio di “scambi in rete”. Anzi, in qualche modo, qui il mezzo è valore aggiunto in più, diventando racconto esso stesso.
In primo piano la realtà chiusa della cella da cui partono le lettere dell’ergastolano, ma sullo sfondo anche è anche l’Italia delle periferie, dove il crimine nasce e trova motivo di crescita, delle scuole degli abbandoni, delle strade, che il filosofo percorre, del nostro Sud.
Pagine che, quando tutto sembra perso e il buio sta per avere il sopravvento, diventano lezioni e iniezioni di vita, per l’ergastolano, per il filosofo, ma forse anche per tutti noi.
Un suggerimento: da leggere nelle scuole.

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Dalla prefazione: 


Ricevere una lettera nel tempo isterico delle e-mail è emozione che ho scoperto fortissima. Mi accade spesso, adesso che da qualche tempo incontro persone che in carcere hanno trascorso gran parte, se non la più parte, della propria vita. E nelle loro lettere le parole, che con tanta superficialità e insignificanza spesso usiamo, riacquistano il peso specifico che forse oggi pochi vi sanno dare come le persone forzosamente chiuse al mondo delle relazioni.
Così, anche con timore, ho seguito il filo della corrispondenza fra Giuseppe Ferraro e Carmelo Musumeci. Professore di filosofia, Ferraro, docente di Filosofia della Morale alla Federico II di Napoli, che in carcere anche insegna, ed ergastolano ostativo, Musumeci, di quelli che dal carcere non usciranno mai, perché condannati per reati commessi nell’ambito di associazioni di stampo mafioso e che hanno scelto di non essere collaboratori di giustizia, cosa che li esclude dai normali benefici previsti dalla legge. Quelli della “morte viva”, insomma.
Carmelo Musumeci, che in carcere si è laureato e da anni conduce una battaglia contro l’ergastolo, rifiuta di fare i nomi dei suoi ormai antichi “colleghi” per un motivo etico: non vuole barattare la sua libertà, dice, con quella di un altro. Convinzione che lo guida nel suo percorso “ostinato e contrario”. Con antenne sempre pronte a intercettare chi, fuori dalle mura nelle quali è costretto, possa comprendere e condividere il suo percorso. Come Giuseppe Ferraro, che proprio in carcere racconta di aver capito cos’è la confessione. Di aver capito, addirittura, il senso de Le Confessioni di Agostino...

Da questo incontro e dal reciproco sorprendersi nasce un lungo e affollato epistolario di cui questo libretto è, rispettoso, "distillato".
Il professore e l'ergastolano, dunque. Che non è, come si può immaginare, un colloquio fra maestro e discepolo o, chissà, fra consolante e afflitto. Si tratta piuttosto di un confronto, continuo, serrato, con la vita. La vita chiusa di chi è dentro. La vita chiusa che si fa anche quella di chi è fuori, se con chi è dentro sa immedesimarsi. A volte qui le parti persino si invertono, ed è l'ergastolano che consola il professore della sua tristezza, del peso dell'ingiustizia che vede e che può essere insostenibile per chi, impotente, sa.

Ci dicono, queste lettere, della vita e delle relazioni dentro e fuori del carcere, ma molto anche ci parlano di una profonda amicizia, che non teme lo scambio di vocativi pronunciati come carezze, di enfasi d’affetto, rari da cogliere fra maschi.
“Ho sempre timore che le lettere si smarriscano. Spero questa arrivi…” mi scrive in calce alle sue lettere Giovanni Lentini, da Opera. Timoroso che il filo della comunicazione fra noi si infranga sulle mura di cinta della sua prigione. E questo tremore, dell’Istituzione che è frammezzo e frammezza, traspare sullo sfondo del carteggio fra Ferraro e Musumeci. Ma traspare da queste pagine anche la rete che persone tessono per impedire che la comunicazione fra il dentro e il fuori si spezzi. Come Nadia, Nadia Bizzotto, “l’angelo” cui qua e là si accenna. Piccione viaggiatore piuttosto direi, che a volte, prima di consegnarle, le lettere, vi sbircia dentro e vi assicuro spesso si commuove…
Il colloquio epistolare fra Giuseppe Ferraro e Carmelo Musumeci nasce con l’esplodere di un’estate, l’abbiamo seguito fino al caldo insopportabile di due estati dopo. Tutto, nel frattempo, per chi è in carcere, è rimasto fermo. Tutto, tranne il fiume di questo scambio di vita che ancora, sappiamo, continua.

Francesca de Carolis
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 Per chi interessato a organizzare presentazioni o comunque diffondere il libro, scrivere a:

  ergastolani@gmail.com   oppure contattare Nadia Bizzotto cell. 349 7191476


 

 

 

 

 


 

“L’URLO DI UN UOMO OMBRA”,
  DI CARMELO MUSUMECI
(Edizioni Smasher)



In molti mi chiedono perché scrivo così tanto e io rispondo che scrivo innanzitutto per far sapere qualcosa di più di me ai miei figli e per fare conoscere il carcere al mondo esterno, perché mi ha colpito una frase scritta sul muro di un lager nazista: “Io sono stato qui e nessuno lo saprà mai”.
E non è vero che uno scrive per se stesso, si scrive sempre per gli altri. Si scrive per sentirsi vivi. Io scrivo pure per dimostrare a me stesso che nonostante sono sepolto di cemento, sbarre di ferro e cancelli blindati, non solo respiro, ma sono anche vivo.
Scrivo per fare conoscere ai “buoni” il mondo dei “cattivi” perché i libri sono specchi. E riflettono quello che abbiamo dentro.
Scrivo anche perché m’illudo che questo sia l’unico modo che ho per continuare ad esistere al di là del muro di cinta

“Alla sera, quando la giornata dell’ergastolano è finita e sento la mandata del cancello ed il blindato che si chiude ed inizia la notte dell’ergastolano, la più dura, sento la voglia di farla finita, ma subito dopo mi preparo a passare la notte giacché non ho il coraggio di farlo. Si vive con tristezza e malinconia, senza speranza e senza sogni. Si vive una realtà, in una penosa solitudine, più brutta degli stessi incubi con l’angoscia di aspettare la notte ed il giorno senza vivere, come ombre che oscillano nel vento, come pesci in un acquario, con la differenza che non siamo pesci. Vivi una vita che non ti appartiene più, vivi una vita riflessa, una vita rubata alla vita. Per l’ergastolano, il carcere è come un cimitero: invece che morto sei sepolto vivo.”

“L’ergastolo non potrà mai essere giusto.
Il perdono è il sentimento più bello, il più perfetto, il più difficile, il più giusto. L’ergastolano non può guardare in faccia il futuro, può solo guardare il tempo che va via. Anche noi siamo per la certezza della pena, ma non ci fermiamo solo qui. Siamo anche per la certezza del fine pena. Anche noi ergastolani vogliamo un calendario nella cella per segnare con una crocetta i giorni, i mesi, gli anni che passano.
Molti ergastolani sono pure vittime di se stessi ed in tutti i casi non si può essere responsabili per sempre: qualsiasi cosa dovrebbe avere un inizio e una fine.
La legge viene dal greco nomos: distribuire, ordinare e misurare. Ma come si fa a misurare l’ergastolo? L’ergastolo non ha nessuna funzione, è la vendetta dei forti, dei vincitori, della moltitudine.
L’ergastolo è il male e rende innocente chi lo sconta.
Probabilmente la maggioranza politica a quella del paese è contraria all’abolizione dell’ergastolo, ma la storia è piena di maggioranze che sbagliano.
Essere in molti non significa di per sé che si abbia ragione.”

“Scontare l’ergastolo è come giocare a scacchi con la morte: non puoi vincere. Ma io combatto ugualmente tutte le volte contro di lei perché, anche se non potrò vincere, per l’amore dei miei figli, non posso neppure perdere”.      (da “L’urlo di un uomo ombra” Edizioni Smasher)


E’ possibile ordinare “L’urlo di un uomo ombra” in qualsiasi libreria,
oppure tramite l’indirizzo email zannablumusumeci@libero.it curato da volontari:
o direttamente all’editore:
www.edizionismasher.it
editore@edizionismasher.it 

 

 

"L'urlo di un uomo ombra"  di Carmelo Musumeci
(Edizioni Smasher) costo 13 euro (spese di spedizione gratuite)

http://www.edizionismasher.it/carmelomusumeci.html

Per info e ordinazioni:  zannablumusumeci@libero.it
http://www.carmelomusumeci.com/pg.base.php?id=1&cat=1&lang=

 


Recensione di Grazia Paletta

“Se non si urla vuol dire che si acconsente” (Gesualdo Bufalino)

Loro stanno urlando.
La voce non basta, le parole inefficienti, gli scritti dimenticati, le morti numerate.
Gli uomini ombra adesso hanno deciso di esasperare il suono che scaturisce dalle loro gole per manifestare il loro dissenso.
Carmelo è un uomo rinchiuso in carcere da 23 anni, di cui 5 anni di 41bis nell’Isola del Diavolo (Asinara) e ancora adesso, dopo essersi laureato e aver dimostrato in tutti i modi possibili di essere cambiato e di aver intrapreso un impeccabile percorso di rieducazione, mettendo il suo tempo e la sua energia a disposizione degli altri, come testimoniano le innumerevoli interviste e dialoghi con giovani e studenti o la pazienza che impiega nel seguire i casi di altri ristretti o lo scrivere le istanze per i compagni che chiedono il suo sostegno, dopo tutto questo Carmelo si trova ancora con un fine pena mai a sancire la NON fine del suo percorso punitivo e l’inutilità del suo evolversi come essere umano.
L’ergastolo ostativo è anticostituzionale dal momento che nega i principi della costituzione stessa, in particolare dell’art.27: “La pena deve tendere alla rieducazione del condannato favorendo il suo reinserimento nella società”.
L’ergastolo ostativo rende lo Stato, e la società da esso rappresentata, l’esecutore di una vendetta senza fine, siamo fermi agli albori della storia, quando la legge dell’occhio per occhio dente per dente regolava i rapporti umani e proteggeva la comunità dai cattivi, nell’efferatezza delle esecuzioni punitive dei detentori del potere. E la storia la conosciamo tutti, ci sono state le “galere”, le impiccagioni, i linciaggi, le segrete, le catene e le torture.
E oggi, in questo nostro tempo di finta evoluzione, che vede la vendetta della collettività abbattersi su chi ha compiuto il male, in tal modo producendo a sua volta altro male, noi dormiamo i sonni tranquilli e illusori del cittadino giusto, sentendoci protetti dalla giustizia e ignorando che il male va affrontato e superato, non perpetuato con le vendette di Stato o negato con la segregazione eterna di chi un tempo l’ha compiuto.
Una buona parte degli ergastolani ostativi sono effettivamente colpevoli, come essi stessi ammettono, e qui sarebbe opportuno addentrarsi nella conoscenza delle cause che li hanno resi criminali. Lo stesso Musumeci afferma: “Io sono nato colpevole” ed è improponibile negare che effettivamente il 100% di essi siano meridionali e molte volte cresciuti in un particolare ambiente sociale. Ma ci sono state purtroppo delle vittime, ed è necessaria una restituzione morale ai famigliari delle stesse, una pena che eguagli la colpa. Gli amministratori di giustizia hanno inventato una pena infinita, quasi a voler uguagliare il dolore senza fine di chi ha perso per mano della violenza i propri cari. Ed ecco l’ergastolo ostativo, la pena di morte viva, che non ha neanche la valenza per rendersi palese con il proprio nome, a far sentire protetto e cullato dalla giustizia il nostro bel paese.

Ed ecco Carmelo Musumeci, un uomo ombra, uno degli oltre 1500 morti-vivi segregati nelle nostre patrie galere, a urlare la propria voglia di vivere in questo libro che eppure è intriso di morte.

Perché a differenza della altre opere dello scrittore, dove si respira la speranza, la sensibilità dell’animo di chi racconta, la fiducia riposta negli occhi e nel cuore di chi legge, nel “L’urlo di un uomo ombra” non c’è spazio per il buonismo, per il patteggiamento, sembra quasi che il tempo non lasci più tempo.
Tutti sappiamo che nelle nostre carceri le morti autoindotte si moltiplicano di anno in anno, e per i compagni di cella o di sezione non è facile ritrovare la propria serenità intramuraria dopo aver chiuso gli occhi al compagno, all’amico che non ce l’ha fatta e si è affidato alla forza di un lenzuolo divenuto corda, immortalato a cappio.
E Carmelo sente l’esigenza di esprimere il dolore di queste vite negate affinché la gente sappia, ascolti, veda, tra le ombre dei passi di chi non è né morto né vivo.
Questa nuova opera dello scrittore Musumeci sembra non accontentarsi della magia del racconto, le metafore non bastano, così come non è sufficiente il racconto puramente giornalistico, il resoconto dei fatti o il puro assemblarsi delle emozioni nello scorrere di un tempo che si svuota di significato nel suo cristallizzarsi in un presente senza fine, essendo legalmente a loro negato il futuro.
Gli ergastolani sono inchiodati al loro passato, per sempre cattivi e colpevoli.

In questo suo nuovo libro che si legge tutto d’un fiato e che poi sembra richiamare il lettore ad un approfondimento, ad una ulteriore lettura, perché allo scorrere dell’ultima pagina si ha la sensazione di essersi persi qualcosa e la si va a ricercare tornando a sfogliare le pagine precedenti, Carmelo ha saputo donare un nuovo significato al silenzio dominante sulle notti fra le sbarre, di cui l’unico suono a infrangere il ghiaccio delle luci spente è il rumore del metallo delle porte blindate.
La speranza di essere ascoltato dà il senso di questo assolo atemporale e con essa la certezza che l’urlo di un uomo compiuto in un tempo infinito possa richiamare una nuova consapevolezza civile, capace di sradicare il dolore dell’ingiustizia.

E Carmelo urla e urla ancora, e conduce per mano chi accoglie la pregnanza del suo sguardo e la bellezza della sua voce espressa in pagine che toccano la maestosità della pura poesia, sa accompagnare il lettore lungo i corridoi del carcere, là dove realtà e fantasia talvolta si confondono, nello svolgersi di quotidianità senza raggi di sole a far brillare gli sguardi.

Pagine di racconti, ora totalmente frutto della sua fervida fantasia attraverso la quale si porge la crudezza della realtà su di un piatto d’argento, si alternano a pagine di diario, dove l’autore registra il suo pensiero momento per momento, le sue considerazioni di uomo ombra, vittima della sua stessa colpa in un passato divenuto eterno, e tuttavia cementato nel suo presente, impedito ad avere un futuro.
Carmelo sa intingere la trama narrativa delle storie nel profondo intento comunicativo e risulta chiaro il suo messaggio subliminale, intriso di una saggezza strappata alla vita con i denti: anche l’uomo peggiore può avere un cuore.
Ed ecco La belva della cella 154, ispirato ad una storia vera, che vede questo cattivo per sempre, crudo e irraggiungibile dai sentimenti umani, inchiodato alla solitudine, che si affeziona ad un gatto, suo unico compagno di vita.
Oppure l’efferato killer Roberto Pappalardo e il suo inestinguibile desiderio di amare e di essere riamato, ad intessere una vera e propria relazione con una donna inesistente, quasi a dimostrare che anche nell’essere peggiore è possibile ritrovare l’istinto al sentimento primario, l’amore, unico richiamo ancestrale al quale neanche il criminale più spietato può sottrarsi.
Anche perché nasciamo da un atto d’amore, non certo di cattiveria e tutte le creature ne sono figlie e possono ritrovarlo nel loro DNA, se lo vogliono.
O se qualcuno crede in loro.
Tuttavia in questo libro, al di là dei personaggi scaturiti dalla fantasia del nostro autore e in diversa misura attinenti alla realtà, c’è un unico vero protagonista che si affaccia instancabile ad ogni pagina di diario o ad ogni svolgersi di racconto.
La morte.
Quasi ad invocarla l’uomo ombra non ha più paura di nulla, perché non ha più niente da perdere, tutto ormai gli è stato negato.
Tutto, tranne la sua capacità di essere libero.
E Carmelo Musumeci lo sa bene perché lui è un uomo profondamente libero, a dispetto dei muri che si ergono armati attorno a lui, e non ha timore di parlare con essa.

“La libertà incomincia dove finisce la paura”, poche parole per una profonda saggezza intrisa di verità e dall’immensità di questa sua bellissima frase è nato il mio amore per lui e per tutti coloro che come lui sanno vincere la morte, pur essendo seppelliti vivi.
Carmelo non ha più paura, niente lo può fermare od ostacolare, perché la battaglia contro i suoi demoni l’ha combattuta e vinta tante volte, e ancora talvolta è lì a combatterla, ma ora con le armi fiammeggianti dello schiavo liberato, che le impugna con la forza di chi tutto osa per sublimare la vita, in onore dei propri sogni e della propria immensa capacità di amare.


Grazia Paletta

 


 Rcensione di Francesca Torricella


 Il titolo di questo libro, emette un grido di dolore. Il lettore che si appresta a leggerlo, è già colpito dal peso di un’asserzione di un’ombra che attende la comprensione di uno schiamazzo che affonda le radici in una sofferenza non accolta. Tuttavia, quest’urlo, seppure incarnato da un essere invisibile ed inanimato, che solo la voce possiede come mezzo di salvezza, trasmette un messaggio universale di profondo amore. Un urlo che nasce dall’abbandono della malvagità e che approda verso il senso vero dell’esistenza umana, la liberazione.
Si tratta di un testo che traversa la vita nelle sue più crude e calorose sfumature, un ventaglio di colori che riflettono i sentimenti della nostra anima. E’ il simbolo della colomba della pace, la vita naufraga e vittima di tempeste patriarcali che travolgono e spezzano le schiere umane nel mare dell’essere, e poi, approdano in quell’isola che uccide, ma non libera, imprigiona, ma non perdona. Non è il Noè dell’arca, ma l’umano che illude e distrugge con il suo ostinato istinto di vendetta.
Le Ombre degli Uomini Ombra, non sono ombre di esseri incarnati, ma sono ombre di esseri viventi morti, sono le ombre dei sogni che attendono di avverarsi, di subire la metamorfosi di anime con un diritto alla vita, e al cambiamento.
Il Killer Roberto, sogna un amore immaginario, un amore che desidera, che rappresenta, vagheggia, perché gli Uomini Ombra sono analfabeti del linguaggio dell’amore, e speculano nella mente come potrebbe essere l’incarnazione di questa Dea che con la sua immensa forza sostiene e regge il mondo. Il termine utopia nel suo significato strettamente etimologico, sta a significare “luogo che non c’è”. Molto spesso si sente parlare di utopia, come se tale parola avesse un senso astratto ed avulso da qualsiasi ambiente, contesto. L’utopia, nella storia di questo intrigante e misterioso racconto, diventa essere incarnato nei meccanismi della vita sociale. La mafia è utopia, le associazioni a delinquere sono utopia, gli abusi sono utopia, il potere è utopia, poiché nell’attuale realtà, nessun codice, nessun dettato costituzionale, nessun credo, insegna e penetra con i suoi programmi norme di comportamento che inducono all’avversione nei confronti della legge dell’Amore, il male che si esplica mediante l’abuso di potere, la violenza, l’illegittimità di un sistema di leggi che ci travolge, poiché non viene rispettato, è utopia. I detenuti che non hanno diritto ad una seconda possibilità di vita, vivono l’ utopia, l’utopia è tutto come dovrebbe essere, ed invece non è. L’utopia è tutto come è, e cioè come non dovrebbe essere, perciò fuori luogo.
Il male è lo spazio che non dovrebbe esserci, ed invece c’è. Pertanto può parlarsi di rivoluzione contraria alla normalità. Quando qualcuno ci spinge ad uccidere, per denaro, per divertimento, per lavoro, per costrizione, si vive e si estende l’utopia. La mafia nel racconto di Carmelo Musumeci, è continuità, è qualcosa che è sempre esistita, è la regola di alcune realtà clandestine che si celano occulte, negli infiniti strati di questa camuffata società, e trama nell’oscurità, in una notte mai svelata, che non ha dato luce al giorno. Il cancro della società, in cui Roberto vive, e di cui è vittima, diventa campo in cui minare un’educazione ricevuta, pedina offerta che mangia i personaggi degli scacchi, in base alle loro mosse ben studiate. Soccorre l’amore: per una famiglia, per una figlia, per lo studio ed il sapere, la cui curiosità giunge tardi, quando sorpassato il girone dell’inferno, ci si ritrova all’interno di una coscienza che spiega le braccia all’umanità e indica col dito gli errori di una vita che profuma di bellezza, contenuta di valori, negati e occulti. La faccia del male, si scontra a viso aperto con quella del bene, e la riconosce. È il cancro della società, il marcio che logora, il fango che insudicia le vite dei potenti, che dirigono i fili dei burattini che recitano parti assegnate.
Un libro tanto umano, quanto forte e vero, che non si stanca di gridare oltre le grinfie di Lupi perduti nelle selve più nascoste, che la rinascita dell’uomo avviene solamente mediante il perdono, l’affetto, la dolcezza, si riscopre la vita attraverso la complicità di quanti hanno avuto la fortuna di non conoscere un mondo malvagio ed inumano per non comprenderne le sue radici, i suoi rizomi, i suoi tuberi, ma oltre il buio della crudeltà, hanno osservato stelle illuminanti.
La cultura, come unico mezzo che la vita offre per leggere e comunicare con la realtà stessa, metterci in relazione con l’esistenza, offre difesa, protezione, salvataggio. ascoltiamo il grido di un uomo ombra, e facciamo in modo che questo urlo, invada le nostre orecchie, le nostre coscienze e le trafigga, penetri i nostri cuori, il cuore di un appello disperato di chi da anni, è destinato a vivere, a causa degli uomini e di un sistema retrogrado in una cella buia e senza vita, pur essendo disposto a donare il bene alla società, dandone una concreta testimonianza di redenzione.
Carmelo, aspetta il ritorno, da quel campo di concentramento, dove per campo di concentramento, non s’intende il lager nazista, ma un campo di persone concentrate che attende lo sterminio dei colpevoli che hanno ammesso di sbagliare, chiedendo grazia ed assoluzione ad una sorda società. L’urlo forte, di un udito poco sonoro, quello del mondo fuori le sbarre che non vuol sentire oltre ciò che non vede.
Buona Lettura.
francesca torricella

 



Recensione di Francesca de Carolis

Prima di iniziare a leggere, l’invito è a fermarsi qualche secondo in più sull’immagine di copertina. Sulla maschera di creta, che sembra testa d’uomo, che non ha occhi, ma due buchi neri, come buco nero è la bocca spalancata. Per un urlo che non ha voce, che si ferma strozzato in gola. E’ lo stesso volto delle anime ( le avete mai incontrate?) non ancora del tutto morte, che si fermano per qualche tempo, fra il tempo della vita finita e il tempo dell’aldilà, a passeggiare nei meandri della nostra cattiva coscienza. Sì che le abbiamo tutti incontrate, quelle anime, nelle notti più inquiete… e qualcuna magari l’abbiamo anche riconosciuta, per questo abbiamo timore a parlarne…

Un muto urlante volto di creta, plasmato da Carmelo Musumeci, che ben introduce nel mondo dei morti viventi: gli ergastolani ostativi. Come Carmelo, appunto, dalla cui parte ho già scelto di stare. Carmelo Musumeci, che frequento ormai da qualche anno. Per quanto e per come si possa frequentare una persona in carcere. Poco, fisicamente molto poco, sì… ma c’è una conoscenza che passa attraverso scambi, che sono lettere, biglietti, cartoline e pagine e pagine di scritti che sono il diario dei lunghi anni da recluso fuori dal mondo.
Carmelo Musumeci, ergastolano ostativo, uomo ombra. Per intenderci di quelli che in carcere resteranno fin a che morte non li separi da questo mondo, se non cambia qualcosa nella legislazione nata come emergenza e poi irrigiditasi nell’ordinarietà, come spesso accade in questo nostro strambo paese. Uomini che nel frattempo vivono una vita che non è già più vita, senza essere ancora morte. Sappiamo essere ben crudeli, noi uomini. Nessun altro animale ci eguaglia in crudeltà.
Le pagine di questo libro sono un’incursione nel mare di scritti che Musumeci si ostina a comporre per raccontarsi e raccontarci, giorno dopo giorno, cos’è la vita fra le mura di una carcerazione eterna. Chi lo conosce sa che Musumeci è il capofila di una battaglia contro l’ergastolo, che si è laureato in giurisprudenza, specializzandosi in diritto penitenziario, che con costanza e assiduità spedisce oltre il muro di cinta delle sue prigioni, appelli, riflessioni, osservazioni… Ma questa raccolta è distillato di pagine di diario, citazioni, racconti, poesie, anche, che negli anni Musumeci ha scritto… restituendoci forme e linguaggi diversi di un unico racconto, che è racconto di sentimenti. Che, a saperlo ascoltare, è davvero urlo che strozza in gola. Perché dei sentimenti di chi abbiamo dannato per sempre non vorremmo sapere proprio nulla.
Ma nonostante gli anni in prigione, racconta Carmelo, il carcere non è riuscito a togliergli la dignità e ancora conserva nell’anima la memoria e l’orgoglio di quando era libero. Ad assicurarcelo basta un cenno di versi:
… vedere il tuo sguardo
e levarsi in volo
volteggiare
essere liberi.

E mi fermo qui. L’invito è ad andare a perdersi in quest’urlo. Nella dolcezza delle poesie, nella lucidità delle cronache, nel ritmo pulsante dei racconti. Scegliete poi voi quale voce amare di più. Ma scegliete, per conoscere e riconoscere la storia di un uomo. Perché la cosa peggiore che possa capitare ad una persona è scomparire nel nulla, dissolversi nei numeri e nelle statistiche, perdere nome, cognome, identità, diventare un numero, una sigla: fine pena 99/99/999. Dannazione dell’incubo numerico…
Carmelo Musumeci, con questi scritti, con tutti i suoi scritti in realtà, urla continuamente il suo nome e il suo cognome, per farcelo stampare bene in testa… per invitarci a conoscere, anche, i nomi e i cognomi e le storie di quelli come lui, e aiutarli a uscire dall’ombra.
Ascoltate: “… e non è vero che si scrive per se stesso, si scrive sempre per gli altri. Si scrive per sentirsi vivi. Io scrivo anche per dimostrare a me stesso che, nonostante sono chiuso in una cella, coperto di cemento e ferro e cancelli blindati, non solo respiro, ma sono anche vivo”.
Buona lettura.

Francesca de Carolis
 


 

 

Presentazione di MARGHERITA HACK

 

PRESENTAZIONE a
ZANNA BLU -Le avventure- di CARMELO MUSUMECI
di Margherita Hack

È un libro di favole per bambini e per adulti. È la storia delle avventure di Zanna Blu, un cucciolo di lupo abbandonato da mamma lupa perché non ce la faceva ad allattare tutti e quattro i suoi piccoli: fu costretta a scegliere se farli morire tutti di fame o sacrificarne uno.
Ma Zanna Blu, spaventato, solo e affamato è salvato da un lupo mannaro, uomo o animale, non si sa bene. Alla sua morte, di nuovo solo, Zanna Blu incontra l’amore della sua vita, Lupa Bella.
Catturato dagli uomini, legato a una slitta, frustato a sangue, Zanna Blu fugge, viene ripreso, ferito, ma sempre risorge quasi immortale.
Leggendo questo libro ci si sente in colpa per avere avuto un’infanzia felice, una famiglia che ci ha protetto e aiutato a crescere. E ci si domanda come saremmo stati se fossimo stati lasciati abbandonati a noi stessi, orfani o con genitori in carcere, o assenti. È di nuovo il bimbo Musumeci che si riaffaccia, che mette in mostra tutto il suo vissuto. Quell’infanzia rovinata dal bisogno di pane, con la nonna che gli insegnava a rubare al mercato e poi lo menava perché scoperto. È il male che emerge sordo al ricordo degli anni passati in collegio, dove Carmelo- Zanna Blu venne mandato dopo la separazione dei suoi genitori.
C’è chi afferma che l’uomo e la donna del presente sono il frutto di quel che erano nel passato. Se davvero è così, l’autore di Zanna Blu non è altro che l’uomo vero del riscatto, colui che dal passato attinge forza per cambiare. E forse, è anche il sogno di un bimbo che sperava davvero d’essere un cucciolo abbandonato. Sarebbe stato più fortunato? Forse Musumeci-bambino, si sentiva davvero come un lupacchiotto lasciato lì alla deriva, in balia del mondo criminoso che poi lo ha inghiottito. Difficile dividere i due aspetti, ma è in dubbio che nella serie di favole che raccontano le peripezie di Zanna Blu, Carmelo narra in realtà la sua vita, il suo anelito alla libertà che è vivo in ognuno di noi.
Carmelo è Zanna Blu, che vive dei ricordi dei suoi cari, delle persone che ha incontrato nella sua vita da libero e poi da ergastolano, dei buoni che sono cattivi, e dei cattivi che sono buoni, la storia dei lupi traditori e della solidarietà fra compagni di sventura. Inevitabile pensare alla sua prima opera “Gli uomini ombra”, invisibili e dimenticati da tutti, morti viventi, perché irreali come le ombre, ma così forti nell’amicizia e nell’altruismo come i quattro rinchiusi nella stessa cella di Carmelo: Tiziano, figlio di un boss diventato assassino perché obbligato a vendicare l’assassinio del padre; Pietro, l’uxrocidida e che aveva ammazzato pure l’amante; Giosuè che aveva ucciso una decina di persone che volevano ammazzare lui. E Nicola che viveva nel ricordo della moglie che lo aspettava da otto anni e non riusciva mai a vederlo.
In Zanna Blu emerge quel lato di onore e di virtù che si traduce nel rischiare la vita per aiutare il compagno in difficoltà, senza desiderio di vendetta anche se da lui ha subito torti e tradimenti. È il ricordo di Lupa Bella, dei suoi cuccioli, che dà la forza di lottare e di sopravvivere a Carmelo- Zanna Blu. È la luna che gli trasmette l’amore e i messaggi di Lupa Bella, a ridare speranza.
Questa seconda opera di Musumeci è il riscatto: non più il racconto reale di una vita nuda e cruda che trova nel presente il risultato di un passato rovinoso, poco attento, gramo di sentimenti e di amore di cui un fanciullo ha bisogno e chiede. Questi sono racconti che insegnano il coraggio, l’amore per la libertà, l’amore disperato per la compagna: scritti in maniera semplice senza retorica. Grazie a questa sua capacità di esprimere i suoi sentimenti Carmelo si ricostruisce una vita spirituale libera, che vale la pena di essere vissuta e che trasmette al lettore, bambino o adulto che sia, una profonda umanità. Sono favole, ma favole che fanno riflettere.

 MARGHERITA HACK


per richiedere il libro: zannablumusumeci@libero.it

 


 Recensione di Annamaria Catrozzi


Impreziosito dalla presentazione di Margherita Hack, il libro della avventure del lupo Zanna Blu è un avvincente racconto-metafora non facilmente riconducibile a un unico e preciso genere letterario, e altrettanto non facilmente definibile in riferimento alla tipologia di lettori a cui può essere rivolto. Certamente le singole storie (inanellate a formare un piccolo romanzo mediante una tecnica raffinata che, proprio nella chiusa di ognuna, colloca il finale provvisorio che sarà ripreso, con le stesse parole, all’inizio della successiva) hanno i tratti distintivi delle fiabe per bambini. Che si tratti di fiabe è suggerito intanto dal loro sfondo paesaggistico, in quanto portano a volo il lettore in un luogo fatato, incantato e incantevole nel suo fascino siderale, anche se, al contempo, pervaso di raggelante solitudine, di coraggio misto a paura, teatro di continui pericoli e sempre nuovi cimenti, dominato da una luna immensa, che rischiara il buio di spazi infiniti. Ecco, la luna: lontana ma partecipe (l'adiuvante principale, secondo le categorie proppiane, che a buon diritto possono essere applicate a queste fiabe di ambientazione nordica), amica che talora nasconde il volto dietro le nubi per non vedere e non soffrire, ma che altre volte provvidenzialmente soccorre, e sempre si fa tramite dei messaggi d'amore che il lupo protagonista e gli altri lupi le affidano, nei momenti più drammatici, mandando lunghi ululati verso il suo volto di luce. "Tutte le volte che ci sarà la luna piena e avrai bisogno di me, potrai chiamarmi e io risponderò": sono le parole di Lupo Mannaro morente, ed è significativo che sia proprio un licantropo, la creatura spaventosa che nell'immaginario collettivo è la meno adatta a rivestire un ruolo da buono, a salvare ed adottare Zanna Blu da piccolo, a dargli la protezione e il calore della famiglia che non ha. Ed ecco, nella magia del racconto fantastico, l'ammonimento a non lasciarsi ingannare dalla prima apparenza delle cose, e a non subire il condizionamento dell'ingiusto pregiudizio ("Spesso, infatti, gli uomini e i lupi hanno bisogno del cattivo di turno per sfogare la loro rabbia e la loro frustrazione: tanto, un povero Lupo Mannaro lo trovano sempre per riversargli addosso le loro paure"). Fiabe, dunque, però anche favole: in senso tecnico, in quanto vi agiscono animali, che, pur con i debiti rovesciamenti (sto pensando al giustamente ironico "in bocca all'uomo"), incarnano comportamenti, vizi e virtù degli uomini, e in quanto ogni volta sono portatrici, come nella favola di tradizione esopica, di insegnamenti morali, talora veicolati in modo implicito, talora posti a esplicito commento della storia narrata. Non si pensi, però, che nella narrazione delle avventure di Zanna Blu la "morale della favola", che senza dubbio è sempre leggibile, riconoscibile almeno in filigrana, sbilanci il racconto spostando troppo il focus sul piano etico e diminuendo, di conseguenza, la magia del fiabesco: al contrario, il cosiddetto "messaggio" riesce a farsi cogliere con semplicità, senza allentare né il ritmo narrativo né il continuo effetto di suspense. Siamo e restiamo nel regno meraviglioso della fantasia, dove tutto può accadere, e dove, per dirla pascolianamente, il fanciullino che è in noi può gioire dell'onnipotenza della volontà unita all'amore, attendersi e ottenere il prodigio salvifico, assistere ogni volta, come nei sogni più belli, alla trasformazione (a cui lo scrittore finisce con l'abituarci) dei cattivi in buoni (in quei buoni che da sempre, nell'intimo del loro cuore, avevano desiderato essere). I due piani, quello del fiabesco puro e quello dell'apologo, della riflessione morale messa in campo per via di immagini, si intersecano talvolta in modo naturale, senza forzature: per esempio in alcuni interventi-chiave del narratore, introdotti in forma di rapido commento (il più icastico: "non esistono persone o lupi cattivi, esistono solo azioni buone o cattive").
Il lettore, adulto o bambino che sia, impara presto ad abbandonarsi alla dimensione fantastica del racconto, e da quel momento sa che tutto può accadere, perché appunto siamo nel mondo onnipotente della fantasia, dove il prodigio rientra, per convenzione, nelle regole del gioco. E' così che finiamo con l'aspettarci che Zanna Blu, il lupo buono mille volte ferito e moribondo, ritrovi ancora una volta, anche quella volta in più, le forze non per una stentata sopravvivenza, ma per una nuova corsa, anzi per un volo verso la meta di sempre, attraverso le gelate terre del nord, la Siberia, la Groenlandia, il mare ghiacciato o in tempesta, in una geografia ridisegnata come accade, appunto, in sogno, dove anche le distanze sconfinate possono essere percorribili e superabili, nonostante tutto. La salvezza di Zanna Blu, nei momenti di massimo rischio, quando l'antagonista di turno (che poi diverrà adiuvante per la successiva avventura) pare avere la meglio sul povero lupo sfinito, è raggiunta coi famosi salti mortali (perciò, di fatto, salti "vitali"), sempre variati, sempre oltre il limite raggiunto col precedente: quando pensiamo di aver assistito al salto più difficile, più sorprendente, più acrobatico possibile (il doppio salto mortale, quello all'indietro, il quintuplo...), la fantasia dello scrittore ne inventa un altro (e a quel punto un po' ci contavamo, ammettiamolo). A proposito di questa meravigliosa specialità di Zanna Blu, va ricordata una piacevole sorpresa regalataci da Carmelo: è la figlia femmina di Zanna Blu, la coraggiosa Coda Bianca, ad aver imparato di nascosto a fare i salti mortali, imitatrice ed erede del padre in questi "impossibili" slanci fisici verso l'alto, verso la salvezza e la libertà.
Il racconto, nel suo procedere, esce dai confini del genere "fiaba" o "favola" e lascia sempre maggiore spazio a un complesso e originale gioco metaletterario, con l'intervento sempre più frequente dell'autore. Il genere letterario di riferimento diventa in realtà, a poco a poco, incrocio, o meglio ancora commistione, fusione di generi, in un amalgama che è anche un interessante e innovativo esperimento di scrittura: il piano del racconto fantastico viene ad appoggiarsi sul piano della realtà autobiografica di Carmelo Musumeci, al punto che significante e significato combaciano nell’attribuzione, ad alcuni lupi, di nomi di persone che hanno segnato passaggi importanti della vita dell'autore: un esempio per tutti, Lupo Don Oreste. Attraverso il racconto, divenuto ormai corale, delle avventure del lupo Zanna Blu e degli altri lupi (solitari o in branchi), il veicolo letterario scelto dallo scrittore assume sempre più le caratteristiche, o almeno le connotazioni, del diario, della testimonianza: è il suo modo di consegnare a tutti noi lettori in generale, ma probabilmente ai suoi cari in modo specifico, la narrazione sofferta del suo percorso esistenziale e delle sue speranze. Tuttavia, si badi bene, gli evidenti richiami al reale non tolgono nulla al fascino del racconto d’invenzione, nel quale sono via via intessuti. Lo scrittore Carmelo entra, sì, autobiograficamente nel racconto, ma in che modo? Dapprima come autore la cui penna può salvare o lasciare morire Zanna Blu, in seguito come personaggio il cui agire appartiene ormai al flusso narrativo della vicenda fantastica, e con essa si confonde. La favola di animali dai tratti psicologici "antropomorfi" diventa in tal modo favola "mista", di animali e uomini pronti a incontrarsi nel gran finale (che, ovviamente, non rivelerò).
Da sottolineare, sul piano narratologico, la complessità e varietà dei modi con cui Carmelo si lega al proprio racconto, entrando "fisicamente" nel libro: ora proiettandosi in Zanna Blu stesso, ora persino mettendosi in un rapporto di surreale competizione con lui, fino a divenirne, addirittura, rivale e antagonista. Rinunciando al ruolo tradizionale dello scrittore di racconti di invenzione, che è quello di narratore onnisciente, Carmelo mostra di non sapere, o di non aver deciso (che è la stessa cosa) come le cose andranno a finire, e riconosce quindi a se stesso la facoltà di cambiare idea, vale a dire di cambiare il racconto in corso d'opera: con questo espediente lo scrittore riesce a spiazzare del tutto il lettore, scoraggiandolo, fra l'altro, da ogni tentativo di interpretazione psicanalitica troppo scontata, da manuale.
Anche sul piano stilistico lo scrittore sceglie di non attenersi a un registro univoco, e così l’andamento narrativo tipico della fiaba, con i suoi dialoghi seri e drammatici, con le descrizioni solenni, è tuttavia punteggiato ora qua ora là di qualche battuta scherzosa, e non mancano, per quanto riguarda le scelte di lessico, incursioni veloci nel linguaggio colloquiale anche un po' brusco, ma di sicuro effetto vivacizzante.
Di questo libro restano impresse nella mente e nel cuore del lettore anche le bellissime dediche – ricche di pathos, ma prive di retorica - poste sotto il titolo dei singoli capitoli: didascalie di un mondo di affetti in cui nessuno viene dimenticato, e che anche noi lettori a poco a poco impariamo a conoscere. Anche in forza di queste presenze reali, evocate dallo scrittore a illuminare il senso profondo di ogni tappa del racconto, quando tutto sembra perduto noi sappiamo che non è così: la sua penna saprà ancora tracciare le parole che riapriranno il varco alla speranza.


*Ricercatrice Università di PISA, Dipartimento di Filologia, Letteratura e Linguistica

 


Recensione “Dal dentro” di Celaj Erion (detenuto a Padova)

Avevo ascoltato Barbara Alberti parlare di lui ancora un anno fa e oggi lui è davanti ai miei occhi.
È pacato nei modi, aggraziato nei movimenti e nel grigiore del suo pelo dà il senso alle mille battaglie che da ormai 23 anni conduce.
Ha sconvolto le mie idee, eh, io giovane Lupo che pensa solo a ringhiare e azzannare per ogni sciocchezza, comincio a immaginare chi fu allora, nel lontano 1990 Zanna Blu.
Lo immagino mentre caccia, si nutre mentre, conduce la sua vita… e poi sento che la mia pelle è percorsa da un brivido intenso, ritorno alla realtà e mi duole notare che Zanna Blu da ben 23 anni manca dalla libertà.
Hanno condannato Zanna Blu a morire, sì, sì è proprio così, è destinato a morire, ma lui sorridente e testardo non ne vuole sapere ed emana profumo di libertà spirituale ed intellettuale.
Penso che per i lupi come lui ci vogliano cacciatori decisi, così decisi da imporre che Zanna Blu venga soppresso, ma questi cacciatori spinti da una dottrina cattolica non possono fare ciò, perché l’etica non lo permette, in quanto verrebbe a mancare la PIETAS HUMANA e così hanno deciso di farlo morire nella maniera più crudele: loro hanno deciso che Zanna Blu morirà il giorno MAI, così diranno non lo abbiamo ucciso noi, ma il tempo.
Allora Zanna Blu si è disarmato dell’ignoranza, che molte volte fa danni, più di un arma, oggi ha intrapreso la sua battaglia munito di SAPERE e questa sua decisione ha reso belve ancora più feroci i cacciatori che ora hanno gli incubi.
Zanna Blu maledetto vecchiaccio ora li aveva presi alla parola, quel MAI scritto nella sua condanna si sarebbe avverato.
Lui sarebbe passato alla storia, si era reso immortale, le sue gesta contro i cacciatori sarebbero state impresse nella storia della legislatura e dei diritti civili.
E quelli che avevano sentenziato il MAI come supplizio non se li sarebbe più filati nessuno, i cacciatori ora sono convinti che nei cambiamenti culturali ed epocali viene ricordato solo chi ne è stato artefice e non chi sentenzia.
Ora chiudo per non rendermi noioso, perché Zanna Blu non era un angelo quando era un giovane lupo 30 anni fa, ma sicuramente non è più un lupo ignorante dopo 30 anni, oggi Zanna Blu non morde più prede, ma mastica cultura e cerca di farla masticare anche ai giovani lupi per farli non smarrirsi lungo le vie della vita!!!

Con stima
Celaj Erion

Agosto 2013

(MAI: riferimento al giorno che Zanna Blu dovrebbe finire la sua condanna)


Recensione di Francesca Torricella

Un racconto commovente che narra le avventure di un ergastolano, Carmelo Musumeci, nelle vesti di un Lupo, Zanna Blu. Un racconto carnevalesco che include il concetto di persona come “maschera”, la maschera di un Lupo, di un detenuto condannato ora alla pena di morte viva perché considerato cattivo e colpevole e che trascorre un’esistenza fatta di “Salti Mortali”. L’ambiente in cui vengono collocati i personaggi, è un ambiente freddo, siberiano, affrescato di candida neve bianca, fiocchi di neve che cadono dal cielo e gelano le lacrime impedendo loro di uscire, un paesaggio in cui regna un freddo ghiacciante in tutte le stagioni dell’anno, stagioni lunghe ed eterne. Un panorama che riflette l’anaffettività carceraria dell’Assassino dei Sogni, che riflette e simboleggia un percorso di vita articolato da numerose avventure, un paesaggio privo di ogni calore umano, e la struttura di cemento si trasfigura in uno scenario naturale abitato da “Lupi cattivi” con i nomi più simbolici, più svariati. Sono vari i personaggi che Zanna Blu incontra nel suo percorso esistenziale, si tratta di personaggi emblematici e simbolici: la Luna nel racconto diventa quasi un essere umano, una figura vivente col quale dialogare, riportando la mente ad un’immagine leopardiana di solitudine e speranza. Coda bianca, un prolungamento dello stesso Zanna Blu, una parte di sé che gli appartiene e che sente attaccata addosso, Occhi Neri, specchi del corpo che assistono ed osservano le numerose peripezie di un Lupo padre sventurato. Il Libro racchiude in sé un profondo insegnamento dal quale si possono trarre vari spunti di riflessione su un mondo a molti forse ignoto e su un percorso di vita costernato da tribolazioni, fatto di morte e continue rinascite. Un percorso di vita segnato dal dolore degli eventi che man mano si susseguono. Un libro di battaglie, battaglie statiche, sempre uguali, sempre le stesse, ma con Lupi diversi. Un libro che simboleggia la quotidianità carceraria, vengono descritte immagini pittorescamente di lotte tra Lupi, di rapporti tra Lupi all’interno di un branco. Zanna Blu diventa quasi un maestro, che dopo un lungo girovagare, fa ritorno al suo branco per riferire delle sue osservazioni e delle sue esperienze. Vive strettamente all'interno della famiglia, ma senza rinunciare alla sua indipendenza. Si sceglie una compagna alla quale resterà fedele per tutta la vita. Ululando alla luna si ricongiunge alla forza di questa, alla sua energia spirituale e alla forza dell'inconscio, via d'accesso alla conoscenza. Il lupo ci può dare l'energia per insegnare agli altri, per aiutarli a comprendere meglio la vita e a trovare la loro propria strada. Usando la forza del Lupo possiamo riuscire a riprendere contatto con il nostro maestro interiore. Un Lupo che solo la penna di uno scrittore può salvare, perché la mente, l ‘intelligenza, la coscienza interiore personificata da una penna è la via che conduce alla salvezza umana. Il sapere rende lo scrittore Carmelo più consapevole e perciò lui lotta, lotta per recuperare la sua libertà, infatti il libro diventa quasi un inno alla tanto desiderata e angusta strada che conduce alla libertà che sembra quasi irraggiungibile, ma possibile. La libertà che diventa protagonista del racconto, diventa il senso per il quale vale la pena vivere perché al di là delle sbarre carcerarie, lo scrittore Carmelo che descrive le avventure del suo personaggio Zanna Blu, sogna di riabbracciare la sua famiglia, i suoi affetti più cari che nonostante le vicissitudini di un’esistenza da Lupo, da anni lo attendono per tornare a vivere con lui una vita dignitosa colma di amore e umanità. Un appello disperato al mondo affinché diventi sensibile verso le problematiche dei detenuti e dei condannati, un racconto di vita dal quale tutti possono trarre un insegnamento, una conversione del cuore. Il mondo è pieno di Lupi, ma il Lupo più cattivo è l ‘uomo, ci sono uomini che similmente alla figura francescana del poverello di Assisi, sanno dialogare coi Lupi fino ad ammaestrarli, ad addomesticarli, amarli, comprenderli, renderli più docili, altri invece li rendono più selvaggi. Ci sono Lupi ladri perché poveri e bisognosi di rubare per procacciarsi il cibo necessario alla sopravvivenza, ci sono Lupi che rubano per natura caratteriale, perché ingordi e viziosi che non si sentono mai abbastanza sazi. Esistono Lupi autorizzati a rubare e questi Lupi pur rubando, non commettono alcun reato perciò la giustizia li assolve e li autorizza a commettere reati, abusi e soprusi, o addirittura non li rende colpevoli, perché la “legge è speciale per tutti”. Solo la legge dell’amore può donare la forza di superare la legge della natura, l’amore fa fuggire quel senso e quel desiderio di morte e inutilità che a volte invade l’animo umano e far sì che nel cuore non nevichi, ma sia riscaldato da un sole illuminante e sorridente. Il mare, come tormento e specchio della vita impediva a Zanna Blu di tornare a casa, isolato nel terribile carcere di massima sicurezza situato nell’isola dell’Asinara. Le immagini descritte evocano sentimenti ed emozioni tristi. La tristezza diventa il sentimento dominante di tutta la narrazione che divora l’anima di un essere umano nato colpevole e che implora perdono, chiede di essere amato, chiede a tutti di essere reinserito socialmente perché la pena deve avere funzione rieducativa, ora Carmelo è un uomo redento ed interiormente libero con sentimenti di bene e di ravvedimento nei confronti della vita che lo ha piegato, di una coscienza che ha martellato il suo cuore e lo ha divorato. Il linguaggio utilizzato è un linguaggio ironico, a volte esilarante nella sua semplicità e chiarezza di termini che possono essere compresi da adulti e bambini. Zanna Blu incerto della sua fine ora è un Lupo felice e lo scrittore Carmelo è un falco, un uccello libero che vive e sogna nella sua cella un mondo migliore, più giusto, più retto che lo accolga amorevolmente e che lo liberi dalle sue sbarre e che gli concede la possibilità di tornare ad essere un uomo normale. Sogna un mondo fatto di amicizia e amore accanto ai suoi affetti più cari. Ha ali spiegate, un cuore colmo di speranza, circondato da quanti credono in lui, da quanti lo amano, lo aiutano e lo incoraggiano ad andare avanti, a non mollare mai, da quanti hanno abbracciato e accolto la sua vita e hanno avuto la fortuna di incontrare la sua ombra al di là delle sbarre e oltre esse. Non bisogna guardare l ‘apparenza ma guardare e scavare a fondo nel cuore dell’uomo, bisogna guardare al suo essere, alla sua essenza e alla sua umana fragilità e debolezza, perché l ‘errore altro non è che segno di debolezza. Un libro suggestivo, ricco di significati che offre spunti di riflessione a chiunque si appresti a leggerlo, un libro che apre il cuore e la mente verso il prossimo nel tentativo di renderlo più generoso, più sensibile, più umano, un vero inno alla libertà, una vera favola ululante, misteriosa, ricca di intrighi, densa di contenuti morali ed esistenziali e se è vero che le favole non esistono, spetta a noi farle diventare realtà. Buona lettura!


Francesca Torricella
Agosto 2012


 

 "Il Corriere Cesenate"

giovedì, 23 Agosto 2012

 

Il periscopio di Zeta
In libreria “Zanna Blu- Le avventure”,
un altro volume di Carmelo Musumeci

Nell’errore di un uomo la responsabilità collettiva

Zanna Blu non è un lupo. Zanna Blu è un libro da leggere. Anzi, dirò di più: è un libro da leggere per forza. Non si può non farlo per comprendere il mondo delle carceri. Un universo che ci pare tanto lontano e vorremmo allontanare o nascondere, ma che invece fa parte della nostra società, anche se isolato e dimenticato.
Ho parlato ancora in questo mio spazio di Carmelo Musumeci. Sono intervenuto in più occasioni e non mi dispiace tornare in argomento. Nei giorni scorsi mi sono letteralmente bevuto il suo testo “Le avventure di Zanna Blu”. Si tratta di 179 pagine (Gabrielli editore) cariche di umanità e di sofferenza, come nessuno si può immaginare.
Nella metafora del lupo cattivo ci sta tutto il dolore di chi è rimasto schiacciato dal male che lo ha circondato. Ma l’uomo non è il suo sbaglio. Non ci sono persone malvagie. Ci sono azioni non buone e persone che possono anche rimediare. Sempre e comunque. E l’amore che salva, che va oltre il male, l’errore, il limite.
Zanna Blu viene incatenato, ma lui non può stare in catene. Si libera, si ribella, si fa bastonare più volte fino alla soglia della morte. Trova la strada della fuga, in più occasioni, ma spesso ha un amico da aiutare per il quale è quasi costretto a tornare indietro, a rinunciare a ricongiungersi con la sua famiglia, i suoi figli, i suoi nipoti, la sua donna. Dalle righe di Musumeci il lettore viene condotto su strade che nessuno immaginerebbe. Eppure anche questa è realtà. Una realtà durissima che nei giorni scorsi si è fatta ancora più pesante. Lo stesso Musumeci, assieme agli altri ergastolani ostativi (quello che hanno scritto nella loro cartella “fine pena mai”) detenuti nel carcere di Spoleto sono stati tutti trasferiti nel giro di soli due giorni. E non si tratta di trasferimenti di pochi chilometri. Musumeci è finito a Padova. Altri sono arrivati fino in Sardegna, con tutti i disagi per i familiari dei detenuti che ognuno può ben comprendere. E non ci sono solo le famiglie, ma anche tutta quella rete di legami che uno col tempo, col lunghissimo tempo della detenzione senza fine, si è costruito e su cui conta per tirare avanti, nonostante tutto, nonostante le solite quattro mura e le sbarre che rendono il cielo a quadri. E ciò vale anche per il sottoscritto. Grazie a Nadia dell’associazione Papa Giovanni XXIII, quella fondata da don Oreste Benzi, sono riuscito a stabilire una relazione epistolare a cui tengo moltissimo. Le persone non sono il loro errore, è bene non dimenticarlo mai. Nelle pagine scritte col cuore aperto da Carmelo Musumeci si comprende come un uomo possa cambiare col tempo. Nessuno di noi è quello che era vent’anni fa. Immaginiamoci dopo due decenni di galera. D’altronde, come dice lupo don Oreste a Zanna Blu, “Nello sbaglio di un lupo, ci sono sbagli e responsabilità collettive. Nel peccato di un lupo c’è il peccato di tutti”. (757)

CORRIERE CESENATE, giovedì 23 Agosto 2012


 "Il Corriere dell'Umbria"

Lunedì, 27 Agosto 2012

 

L’ergastolano Carmelo Musumeci si racconta nelle storie del lupo “Zanna Blu”
Il libro diventa quasi un inno alla tanto desiderata e angusta strada che conduce alla libertà che sembra quasi irraggiungibile, ma possibile a tutti gli effetti.

Le favole fanno sempre riflettere anche quelle vissute in una cella

“Questi sono racconti che insegnano il coraggio, l’amore per la libertà, l’amore disperato per la compagna; scritti in maniera semplice, senza retorica. Grazie a questa sua capacità di esprimere i suoi sentimenti Carmelo si ricostruisce una vita spirituale libera, che vale la pena di essere vissuta e che trasmette al lettore, bambino o adulto che sia, una profonda umanità. Sono favole, ma favole che fanno riflettere”.
“Le favole che fanno riflettere” alle quali fa riferimento Margherita Hack nella presentazione, sono quelle di “Zanna Blu”, il racconto commovente che narra le avventure di un ergastolano, Carmelo Musumeci, nelle veste di un lupo, Zanna Blu appunto.
L’ambiente in cui vengono collocati i personaggi è un ambiente freddo, siberiano, affrescato di candida neve bianca, fiocchi di neve che cadono dal cielo e gelano le lacrime impedendo loro di uscire, un passaggio in cui regna un freddo ghiacciante in tutte le stagioni dell’anno, stagioni lunghe ed eterne. Un panorama che riflette l’anaffettività carceraria dell’Assassino dei Sogni, che riflette e simboleggia un percorso di vita articolato da numerose avventure, un passaggio privo di ogni calore umano, e la struttura di cemento si trasfigura in uno scenario naturale abitato da “lupi cattivi” con i nomi più simbolici, più svariati. Sono vari i personaggi che Zanna blu incontra nel suo percorso esistenziale, si tratta di personaggi emblematici e simbolici: la Luna nel racconto diventa quasi un essere umano, una figura vivente col quale dialogare, riportando la mente ad un’immagine leopardiana di solitudine e speranza.
Coda Bianca, un prolungamento dello stesso Zanna blu, una parte di sé che gli appartiene e che sente attaccata addosso, Occhi neri, specchi del corpo che assistono ed osservano le numerose peripezie di un lupo padre sventurato.
Il libro racchiude in sé un profondo insegnamento dal quale si possono trarre vari spunti di riflessione su un mondo a molti forse ignoto e su un percorso di vita costernato da tribolazioni, fatto di morte e continue rinascite.
Un libro che simboleggia la quotidianità carceraria, vengono descritte immagini pittorescamente di lotte tra “lupi”, di rapporti tra “lupi” all’interno di un branco.
Ululando alla luna si ricongiunge alla forza di questa, alla sua energia spirituale e alla forza dell’inconscio, via d’accesso alla conoscenza. Il lupo ci può dare l’energia per insegnare agli altri, per aiutarli a comprendere meglio la vita e a trovare la loro propria strada. Usando la forza del lupo possiamo riuscire a riprendere contatto con il nostro maestro interiore. Un lupo che solo la penna di uno scrittore può salvare, perché la mente, l’intelligenza, la coscienza interiore personificata da una penna è la via che conduce alla salvezza umana.
Il sapere rende Musumeci più consapevole e perciò lui lotta, lotta per recuperare la sua libertà; non a caso, il libro diventa quasi un inno alla tanto desiderata e angusta strada che conduce alla libertà che sembra quasi irraggiungibile, ma possibile.
La libertà che diventa protagonista del racconto, diventa il senso per il quale vale la pena di vivere perché al di là delle sbarre carcerarie, lo scrittore Carmelo che descrive le avventure del suo personaggio Zanna blu, sogna di riabbracciare la sua famiglia, i suoi affetti più cari che nonostante le vicissitudini di un’esistenza da lupo, da anni lo attendono per tornare a vivere con lui una vita dignitosa colma di amore e umanità..

 

IL CORRIERE DELL'UMBRIA, lunedì 27 Agosto 2012


Recensione di Cinzia Valentini

E’ un romanzo che non appartiene ad un solo genere ma è una sorta di "contaminatio" letteraria. Si può leggere come un romanzo o una serie concatenata di racconti.
Il racconto mitico è forse quello prevalente. Zanna blu è un mito perché immortale nella sua natura mortale. Le sue avventure rocambolesche ed esagerate sono accettate e diventano consuete nella loro eccezionalità perchè Zanna blu agisce in uno spazio mitico, ciclico, ripetitivo. Ogni racconto riprende nel suo incipit il finale del racconto precedente e lo rende unico e ritmato, sincopato nella sua oralità, si può interrompere, ma riprendere come quando si affabula o si canta o si ama.
C'è lo spazio propriamente poetico, le poesie potrebbero essere dei cori di tragedie, espressioni dell'io più profondo di Zanna, sono meravigliosamente intense e alate.
C'è infine il rapporto con lo scrittore Carmelo, deus ex machina dei racconti mitici, tirannico, geloso, onnipotente, che sposta l'attenzione da Zanna alla sua condizione. Infatti lo scrittore irrompe, intruso e si crea uno spazio anche letterario. Padre della creatura che non può esistere senza di lui, nonostante cerchi una sua autonomia e libertà dalla penna, voglia vivere di vita propria. Alla fine si riconciliano e la famiglia di Zanna diventa la sua famiglia e lo libera liberando se stesso.
E poi... ma questa è un'altra storia...


Cinzia Valentini

Aprile 2013


 

 

URLA A BASSA VOCE

Due anni fa neppure sapevo di che si trattasse. Tutto è cominciato curando, sull’argomento, una puntata di una trasmissione di Radio Uno cui collaboro, “La radio ne parla”. Ho ancora la scaletta: e tra parentesi Nadia Bizzotto, responsabile della Casa di Accoglienza della Comunità Giovanni XXIII di Bevagna, alle porte di Perugia. Nadia… tutto è cominciato con lei, che da anni di questi detenuti si occupa, e con il suo ostinato inviarmi “lettere dal carcere”. Lettere, appelli, comunicati, soprattutto di Carmelo Musumeci, che da tempo cerca di sfondare il muro della nostra indifferenza, scrivendo, scrivendo, scrivendo. Un giorno gli ho scritto io. Parole timide, imbarazzate forse, perché (avete mai provato?) non è facile trovare le parole per chi sai da anni e anni pensi abbia un orizzonte totalmente chiuso. Cosa gli dici? Parole di speranza? ( ridicolo! ) di condivisione? ridicolo, io non sto dentro e presumo mai ci sarò) , di consolazione ( e di cosa? saprebbe di pietismo), dell’ultimo film? dell’ultima cena con amici? Bèh, sì, puoi mandare qualche libro e poi discutere di quello… Ma Musumeci questo orizzonte si ostina a non volerlo chiuso per sempre ed era stata sua l’idea di raccogliere interventi di ergastolani nella sua condizione per farne poi un libro. E ha chiesto a me di curarlo, questo libro… ecco tutto è cominciato così. Con un gran timore davanti a una valanga di parole, che all’inizio sembravano incomprensibili… ma poi il libro è nato. Il libro è nato, ma soprattutto ora so.
Ora so. Ergastolo ostativo è un fine pena mai, ma davvero mai, una detenzione che esclude qualsiasi beneficio, di fatto una condanna a morire in carcere. E la prima domanda che ci si pone è: se la Costituzione parla di fine rieducativo della pena, come può una pena che non finisce mai rieducare. Rieducare a cosa? Due anni fa non sapevo neppure che esistessero, gli “ergastolani ostativi”. Ora so. Ora conosco alcuni dei loro nomi. Ora so che sono tanti. Se un calcolo preciso è difficile da fare, perché non esiste una norma che condanni formalmente all’”ergastolo ostativo”, ma l’ostatività nasce da un meccanismo prodotto dall’inasprimento delle pene introdotte per combattere la mafia dopo la stagione delle stragi dell’inizio degli anni ’90, le associazioni che se ne occupano parlano di un numero che oscilla fra i due terzi e i tre quarti del totale delle persone condannate all’ergastolo, si parla di circa 1200 “ergastolani ostativi”.
Non è stato facile comporre le pagine del libro. Di fronte a un fiume di parole e linguaggi che all’inizio a tratti mi sono sembrati impenetrabili come mura. Ma il muro a poco a poco si è aperto. Quello che mi sembra ora ben più complicato, è fare breccia in un altro muro, ben più compatto, che è intorno. Un muro che ha ripreso a innalzarsi dopo la stagione degli anni ’60 e ’70, che aveva visto il fiorire di battaglie per l’affermazione di diritti, che pure la società sembrava aver aveva riconosciuto e accolto in sé. Ma dagli anni ’80, l’individualismo, accompagnato e rafforzato da un consumismo feroce, ha cominciato a farla da padrone, e si è sempre più chiusi nei confronti delle ragioni degli altri. Più di quanto a volte, ingenuamente forse, avevo immaginato. Mi è capitato, in questi mesi, di parlare con conoscenti e amici del lavoro a cui sono stata intenta. Ebbene, parlando di pene che non finiscono mai, “azzardando” dubbi sul diritto di cittadinanza di queste pene in uno Stato che voglia dirsi democratico e civile, la prima reazione è stata una sorta di irrigidimento…: “ma stiamo parlando di persone che hanno commesso gravi reati!” “ma noi dobbiamo difenderci” , “ma sono criminali!” . Forse, certo. Ma, (ingenuamente?), mi ha davvero inquietata, e spaventata, il fatto che la stragrande maggioranza delle persone, anche quelle che so convinti “democratici” (ma che significherà mai a questo punto?), possano davvero pensare che sia giusto così: chiudere per sempre come in una scatola buia persone… e di loro non ci importa più niente. La verità, credo, è quello che nella prefazione al libro scrive Don Ciotti: interrogarsi di fronte a queste persone significa provare a sciogliere nodi che sono dentro di noi, guardare cose che non ci piace guardare… e spero a questo il libro possa in qualche modo servire. Insomma le parole di questi ergastolani sono come un fiume, un fiume impetuoso, che urla una domanda: perché ci è negata la speranza? La speranza di dimostrare che si è cambiati. Una speranza che non passi necessariamente per l’essere “collaboratore di giustizia”. Che è scelta processuale (ed è strumento delicato e complesso e nel libro ciascuno spiega perché è una scelta non fatta) e non necessariamente dimostrazione di pentimento vero.
Ma quello che mi ha colpito, nel leggere le parole di questo fiume… sono state anche due assenze, due cose non dette, pur parlando della vita in carcere. La prima: non c’è nulla di più difficile da sopportare come l’assenza di relazione dei corpi, l’assenza della vita sessuale, che significa anche castrazione di sé. Cosa anche questa così mostruosa da essere impronunciabile. Descrivendo la vita in carcere nessuno ne parla, se non sollecitato. E le risposte, se non dilagano nel luogo della famiglia (quello sì, forse unico appiglio ) sono davvero molto scarne: come si vive la prigionizzazione della sessualità? “con tanta pazienza” solo sospira qualcuno. Ed è questa punizione aggiuntiva, che rende intollerabile il carcere per chiunque, proviamo a immaginare per chi non ha nessuna speranza di uscirne…
La seconda assenza: il carcere è rumore di ferro, è cosa che scandisce ogni minuto (porte di ferro che si aprono, si chiudono, cancelli, rumore di ferraglia ovunque…). Eppure nessuno ne parla, come se ognuno, per sopravvivere, l’avesse assorbito in sé, tutto questo rumore. Solo, come un sussurro: “Noi a poco a poco diventiamo il carcere… arrugginiremo come il ferro…”.
E questa barbarie, se è parte del sistema cui si affida la nostra società, è parte anche di ciascuno di noi.


Francesca De Carolis

curatrice del libro

È in libreria dal 29 agosto
“Urla a bassa voce, dal buio del 41 bis e finepenamai”
edito da Stampalternativa
a cura di Francesca de Carolis
con prefazione di Don Luigi Ciotti

“Urla a bassa voce, con le sue voci dal buio, è un libro importante e necessario. Ci costringe ad aprire gli occhi di fronte a una realtà che non ci piace. Ci obbliga a conoscere ciò che non vorremmo sapere, realtà che vorremmo tenere distanti dalla nostra vita e che – di fatto – ci riguardano” così Don Luigi Ciotti nella prefazione al libro.
Si tratta di una raccolta di interventi di 36 ergastolani ostativi, quasi tutti passati per il 41 bis, sparsi un po’ in tutte le carceri italiane, nei circuiti AS1. Per loro, dopo le leggi emergenziali in vigore a partire dagli anni '90, e per via del meccanismo che ne deriva, scatta quello che viene chiamato "ergastolo ostativo", perché non sono collaboratori di giustizia: la loro situazione, insomma "osta" a che , anche dopo lunghi anni di carcere ( e c’è chi ne ha trascorsi in carcere trenta), possano ottenere benefici normalmente previsti dalla legge. In pratica dal carcere non escono né usciranno mai.

In questo libro parlano della loro condizione, di quello che pensano, di quello che chiedono. Parole che aprono uno squarcio su un mondo complesso e contraddittorio e pongono un interrogativo: è giusto, qualsiasi cosa sia stata commessa ( e qualcuno comunque qui si dichiara innocente) essere "condannati" per sempre? Perché, almeno in teoria, per chiunque è ammessa "la redenzione" e per loro no? E non è questo in contrasto evidente con il principio, contenuto nella nostra Costituzione, del fine rieducativo della pena? Si tratta delle stesse persone che hanno provocatoriamente chiesto a Napolitano di tramutare la loro condanna in pena di morte perché, dicono, "di morte viva si tratta”.

Il libro, a distanza di vent'anni dall'inasprimento delle leggi introdotte per combattere la criminalità organizzata, pone una questione di diritto e di diritti, e apre a molti interrogativi sul senso della pena. Una questione forse da non accantonare, pur in un momento di tante polemiche a proposito di 41 bis e dintorni, o forse proprio per questo. E’ un tema di cui si parla grazie ad organizzazioni che si occupano di diritti umani, della condizione dei carcerati, all’interno del mondo carcerario, ma che trova una grande chiusura nella società.
E a questa nostra società tutta che si rivolge Don Luigi Ciotti quando nella prefazione dice: “Le ragioni ( sacrosante e legittime) di chi dal delitto è stato ferito nella vita e negli affetti non possono essere negate, così come non può essere dimenticato che ci è chiesto di muoverci nella direzione di una giustizia che sappia riparare, essendo impossibilitata a risarcire davvero, perché alla perdita di un bene supremo qual è la vita non c’è rimedio possibile. Impedire alla giustizia di diventare vendetta è la vera sfida a cui siamo chiamati. Impedire che la giustizia “chiuda” chi ha sbagliato nel suo errore ( e gli neghi la possibilità del cambiamento) è l’altra faccia della stessa medaglia. (…) Giudicare insensato il carcere senza fine non è, del resto, asserzione ideologica o radicalismo astratto, ma semplice constatazione. Tenere una persona imprigionata significa, letteralmente, tenerla in cattività. Non c’è positività, non c’è il buono possibile nell’uomo in catene; c’è la sua mortificazione e semmai una spinta a essere peggiore. (…) Urla a bassa voce ci ricorda che siamo tutti chiamati in causa, nella società e davanti alle nostre coscienze”.

Don Luigi Ciotti è firmatario dell’appello contro l’ergastolo, iniziativa di Carmelo Musumeci, che dal carcere di Spoleto, due anni fa, aveva lanciato l’idea da cui è poi nato “Urla a bassa voce”.
Fra gli aderenti alla campagna contro l’ergastolo, anche Umberto Veronesi che, sostenitore dell’origine ambientale del male, afferma che “l’ergastolo equivale alla morte cerebrale”, mentre oggi sappiamo che il nostro cervello può rinnovarsi, premessa che può avere forti implicazioni sul piano della giustizia.

Per info:

francesca.deca@virgilio.it
ufficiostampa@stampalternativa.it

 

Prefazione
“URLA A BASSA VOCE.
Dal buio del 41 bis e del fine pena mai”
di don Luigi Ciotti.

Urla a bassa voce, con le sue voci dal buio, è un libro importante e necessario. Ci costringe ad aprire gli occhi di fronte a una realtà che non ci piace. Ci obbliga a conoscere ciò che non vorremmo sapere, realtà che vorremmo tenere distanti dalla nostra vita e che – di fatto – ci riguardano,
Urla a bassa voce è anche un libro di non facile lettura perché documenta e informa anche su che cosa significa – per il nostro ordinamento – “ergastolo ostativo”. Il termine, di per sé duro e respingente, significa che qualsiasi riduzione di pena decisa dalla legge per chi è in carcere, è negata a chi vive la condizione dell’ergastolo. Per chi è condannato all’ergastolo – detto in altri termini – non ci sono benefici di legge possibili sulla pena. Vale a dire che l’ergastolo è totale, effettivo e senza termine.
Non è “una” facile lettura perché in contesti di reati, di delitti, di difesa sociale e di torti subiti…, non è possibile attivare il pensiero semplice. Le ragioni (sacrosante e legittime) di chi dal delitto è stato ferito nella vita e negli affetti non possono essere negate, così come non può essere dimenticato che ci è chiesto di muoverci nella direzione di una giustizia che sappia riparare, essendo in realtà impossibilita a risarcire davvero, poiché alla perdita di un bene supremo qual è la vita non c’è rimedio possibile.
Impedire alla giustizia di diventare vendetta è la vera sfida a cui siamo chiamati. Impedire che la giustizia “chiuda” chi ha sbagliato nel suo errore (e gli neghi le possibilità del cambiamento) è l’altra faccia della stessa medaglia.
Per questi motivi la Corte Costituzionale aveva sentenziato che la pena dell’ergastolo era da considerarsi legittima solo in quanto effettivamente non perpetua, potendo il condannato fruire di benefici e misure che la trasformavano in pena a termine. In questo caso la Corte affermava che si poteva essere condannati al “fine pena mai”, purché quel “mai” non fosse davvero tale. Una decisione salomonica, tesa a scongiurare l’abolizione per via legislativa di questa pena che, a differenza dell’Italia, molti Paesi hanno eliminato dal proprio codice penale, ritenendola incivile e inumana.
Nel clima attuale può sembrare incredibile, ma, per la verità, il Parlamento provò egualmente ad abolire l’ergastolo: nell’aprile 1998 il Senato approvò un disegno di legge in tal senso con 107 voti a favore, 51 contrari e otto astenuti, ma la riforma si arenò poi alla Camera. Si trattò di un tentativo controcorrente e di un atto di coraggio non frequente da parte dei partiti politici; eppure erano passati solo pochi anni dalle terribili stragi di mafia di Capaci e di Palermo.
Oggi la situazione è decisamente peggiorata da molti punti di vista. Vari e successivi interventi legislativi hanno irrigidito il sistema delle pene; la situazione penitenziaria è costantemente al limite del tracollo, con un sovraffollamento record e con condizioni interne insostenibili, sia per quanto riguarda la vita dei reclusi sia per il lavoro degli operatori e degli agenti. Soprattutto sono cambiati il clima sociale e la cultura generale, assai poco inclini a considerare la necessità di riforme e di aperture.
Anche per queste ragioni il libro risulta opportuno: un piccolo contributo a provare a cambiare una cultura della pena che, come ebbe a dire nell’anno del Giubileo papa Giovanni Paolo II, somiglia troppo spesso alla ritorsione sociale.
Urla a bassa voce costringe a delle domande scomode, che consuetamente si cercano di evitare poiché non lasciano tranquilli e poiché le risposte non sono a portata di mano, comportando approfondimento e un coinvolgimento anche emotivo.
Provo a porne qualcuna.
La prima: se lo scopo prevalente della pena detentiva è la rieducazione come può farlo quella perpetua?
La seconda: questo “fine pena mai” aggravato (come a dire: anche il peggio può essere peggiorato in una rincorsa senza fine verso l’annichilimento della speranza), questa «pena di morte viva», come la definisce la curatrice del volume, ha fondamento e legittimità costituzionale?
Tra i tanti altri possibili, vi è poi un interrogativo ulteriore, forse il più scomodo di tutti: possiamo rimanere indifferenti e inerti di fronte a questi uomini sepolti nel buio, dopo avere qui letto le loro storie, percepito le loro sofferenze e osservato il loro cambiamento?
Le pagine che seguono possono e debbono aiutare a trovare risposte, ma non servirebbe leggerle se non si è disponibili a esserne interpellati e scossi, se non si è capaci di abbandonare facili giudizi e stereotipi correnti, perché mai come in questo caso puntare il dito equivale a rinunciare preventivamente all’ascolto.

Questo libro curato dalla giornalista Francesca de Carolis può essere letto in tanti modi diversi: come spaccato di vita e di problematiche carcerarie, come trattato critico di criminologia, come rassegna di delitti e di pene, come stimolo all’impegno civile. Per me è, anzitutto, una raccolta di testimonianze che “gridano” la loro fatica e la loro sofferenza .
Le prime pagine, con le note autobiografiche degli autori, dicono già gran parte di quel che c’è da sapere. Vite bruciate dal carcere e nel carcere. E prima dal e nel delitto. O almeno così si è portati, quasi istintivamente, a ritenere. Perché uno dei tanti meriti di questo libro è di ricordarci che di fronte a un uomo incarcerato, tanto più se condannato all’ergastolo, occorre sempre aprirsi al dubbio, oltre che all’ascolto: «E se fosse innocente?». Non per sfiducia nell’operato dei giudici, ma per la consapevolezza che l’errore è umano. E quando quell’errore può portare a tanta sofferenza non riuscire a riparare all’errore è, obiettivamente, disumano.
Il carcere, e questo libro lo dimostra ancora una volta e con più forza, però può anche essere recupero dell’umano. E con esso, grazie a esso, del rispetto per sé e per l’altro e per le regole che consentono alla relazione tra sé e l’altro di essere improntata alle necessità comuni, dunque alla costruzione e alla manutenzione della comunità.
“Bene comune”, un concetto oggi giustamente diffuso, è anche questo: senso della regola e della sua osservanza da parte di tutti. Tutti, naturalmente, vuol dire anche e forse prima chi le regole è tenuto a definirle (il legislatore e il potere politico) e ad amministrarle (l’ordine giudiziario, le istituzioni in generale e, in questo particolare, quelle preposte all’esecuzione della pena).
Occorre infatti dire ad alta voce – non lo si fa abbastanza, anzi, spesso non lo si fa per nulla – che il carcere assume paradossalmente tratti di illegalità. Non è legale il sovraffollamento, non è legale la mancata applicazione del Regolamento penitenziario, varato nel 2000 e rimasto per lo più lettera morta. Non sono legali la mancanza di cure, l’insufficienza dell’assistenza o la lunghezza dei processi. Le Corti europee hanno censurato l’Italia numerose volte per queste e altre croniche mancanze. Eppure, nulla sembra cambiare, nonostante l’impegno degli operatori.

Si tratta di interrogativi le cui risposte, però, non sono scontate. Ma da qui occorre cominciare: dal coraggio civile di porsi e porre domande. Dal non dare per scontato che il carcere e la pena – e tanto più quelli senza fine e senza speranza – siano sempre la risposta giusta e necessaria. Dal provare almeno a immaginare alternative, e poi provare a liberarsi dalla necessità del carcere, come invitava a fare un movimento di illuminati riformatori (Mario Tommasini e Franco Rotelli tra i primi) negli anni Ottanta del secolo scorso. E come, in tempi più recenti, ci ha invitato a fare il cardinal Carlo Maria Martini, secondo il quale non ci si può limitare a pensare a “pene alternative” (peraltro, di questi tempi, concesse con il contagocce) ma è necessario immaginare “alternative alle pene”.
Il carcere, insomma, è un prodotto dell’uomo e in quanto tale ha avuto un inizio ma può dunque anche avere una fine, per lasciare il posto a qualcosa di meno distruttivo, che sappia difendere la collettività ma senza annichilire chi da essa si è chiamato fuori attraverso il delitto. Al quale nella comunità deve però essere concesso di rientrare, avendo compreso i propri errori e avendone pagato le conseguenze; le quali, tuttavia, devono essere tali da lasciare sempre aperta la speranza.
Giudicare insensato il carcere senza fine non è, del resto, asserzione ideologica o radicalismo astratto, ma semplice constatazione. Tenere una persona imprigionata significa, letteralmente, tenerla in cattività. Non c’è positività, non c’è il buono possibile nell’uomo in catene; c’è la sua mortificazione e semmai una spinta a essere peggiore.
Quell’alberello nel cortile della prigione, tagliato per ragioni di sicurezza, cui accenna in queste pagine uno dei condannati all’ergastolo, ci racconta, più di tanti saggi o ricerche, come e perché il carcere non è un rimedio ma un male ulteriore, un danno che si aggiunge al danno, un dolore che non risarcisce altri dolori. Il cardinal Martini, richiamando le Sacre scritture, è stato categorico: «Il cristiano non potrà mai giustificare il carcere, se non come momento di arresto di una grande violenza». Naturalmente, talvolta il carcere appare e diviene necessario. Ma entro limiti precisi. Scrive ancora Martini: «La carcerazione deve essere un intervento funzionale e di emergenza, quale estremo rimedio temporaneo ma necessario per arginare una violenza gratuita e ingiusta» (Sulla giustizia, Mondadori 1999).
Rimedio estremo e temporaneo. Vale a dire che il carcere deve essere considerato l “extrema ratio”, l’ultima possibilità, non la prima, non la scorciatoia. E che la pena deve essere a termine, non perpetua. Invece, alla fine del 2011 il totale dei reclusi che scontavano l’ergastolo ammontava a 1.528. Oltre mille e cinquecento persone che trovano indicato nel proprio fascicolo l’anno 9999 come fine della propria pena. Una pena infinita non può essere considerata vera giustizia.
Da questa considerazione si può e si deve ripartire per una riflessione equilibrata a livello culturale, sociale e politico che tenga in adeguato conto le parti lese, le vittime dei reati, ma sapendo anche che una riforma della pena perpetua ostativa è necessaria.
Non è materia che riguarda solo i giuristi e i tecnici o i diretti interessati.
Urla a bassa voce ci ricorda che siamo tutti chiamati in causa, nella società e davanti alle nostre coscienze. Come scrive Maria dopo la morte di Aziz, un giovane suicida nel penitenziario di Spoleto: «Ogni uomo che si toglie la vita in carcere lo fa anche per causa mia, per un qualcosa che io non ho fatto, per un’attenzione a una sofferenza che non ho voluto o saputo vedere».

d. Luigi Ciotti

 

Recensione di Mario Bonanno - SoloLibri.net

Le male bolge sono adesso e qui. Dentro, però, non cercateci fuoco, fiamme, satanassi assortiti: i gironi infernali dove si osserva la faccia vera della (finto)democrazia hanno protagonisti e scenografie meno eclatanti e contemplano, piuttosto, una folla di sepolti vivi, morti viventi nel buco nero delle carceri italiane. Stiamo parlando dei 1200 condannati all’ergastolo ostativo - zero diritti e nessun beneficio -, il popolo delle ombre che lo Stato ha deciso di imprigionare gettando via la chiave: l’incivile risposta all’inasprimento delle pene previste dalla lotta (?) alla criminalità organizzata. Sono i figli degeneri di mafia, ‘ndrangheta e camorra, vite allo sbando dagli accenti meridionali, carnefici e martiri al contempo di una lotta per la vita che non prevede vittorie, non ne ha mai previste: né santi né mostri, né innocenti né collaboratori di giustizia: una contraddizione vivente, la smentita “di fatto” che la detenzione punti al recupero del condannato.
“Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai” (Stampa Alternativa, 2012) è un libro scritto da loro per noi, per gli altri, per quelli che giudicano senza sapere, per partito preso, da “fuori”. Un libro dell’orrore - un orrore ontologico - che sgomenta, indigna, fa pensare. Una raccolta di racconti dall’oltre-confine, fermo immagini di un interno-mondo uguale solo a se stesso, ore (vuote) che fanno ore (vuote), giorni che fanno mesi, che fanno anni, che fanno una vita intera tra clangore di chiavi e sbarre di metallo: lo stato delle cose, la prostrazione fisica, psicologica, morale, di chi sa che è condannato a morire in carcere, di carcere.
Qualche cifra dell’abiezione (del diritto): dopo dieci anni di pena, l’ergastolano comune può beneficiare di permessi premio; dopo venti può essere ammesso al regime di semi-libertà; dopo ventisei può essere ammesso alla liberazione condizionale. L’ergastolano ostativo no. Se non collabora con la giustizia non potrà mai uscire dal carcere, se non diventa delatore (l’eufemismo sarebbe quello di “pentito”, o “collaboratore di giustizia”), se non condanna in vece sua un altro come lui, il suo futuro è segnato, è quello di non avere futuro. Una lunghissima agonia da vivo prima della morte fisica. Come sottolinea Giuseppe Ferraro (professore di Filosofia della Morale) nell’appendice al volume:
“(…) l’ergastolo ostativo è come un’eutanasia rovesciata e ammessa. Si tiene in morte chi è in vita (…) Senza andare oltre basta fermarsi all’ipocrisia di un Paese, il nostro, che ha chiesto la moratoria per la pena di morte e continua a mantenere il carcere a vita. Se si guarda poi alla condizione delle carceri nel cuore dell’Europa, lo scarto di democrazia è ancora più evidente. Accade che negli Stati Uniti denucino come tortura il 41 bis e accade che il Brasile a ragione del rifiuto di un’estradizione (il riferimento è alla vicenda Battisti, ndr) ci ricorda il “fine pena mai” (…) Il carcere è lo specchio infranto della società. Quello in cui la democrazia s’infrange”.
Ottimamente curato dalla giornalista Rai Francesca De Carolis, “Urla a bassa voce” è - per diversi motivi - una scioccante corale alla fine del viaggio (dei sogni, della politica, del diritto, della società civile), una perenne via crucis consumata per stazioni - la vita in carcere, gli affetti, la morte, la fede, l’uccidere, il perdono, le tante riflessioni -; il libro nero per antonomasia del nostro stato di diritto. Utile per ricordarsi di ricordare che la vendetta (compresa quella più subdola, di Stato) non può mai essere un atto di giustizia. La prefazione al libro è di don Luigi Ciotti.
 

 Recensione di Mario Bonanno tratta da “SoloLibri.net”

 

 


Voci da “dentro”*


Finalmente poter ascoltare le “voci da dentro” stando qui fuori, senza dover origliare o sbirciare; ma solo perché loro, i 36 detenuti che hanno scritto insieme con la curatrice, Francesca de Carolis, questo notevole e scomodo libro [Francesca de Carolis (a cura di ), Urla a bassa voce. Dal buio del 41 bis e del fine pena mai, Prefazione di don Luigi Ciotti, eretica speciale Stampa alternativa, Pavona (Rm) 2012, pp. 190, euro 15,00.] - sono quasi tutti reclusi in circuiti penitenziari differenziati. Voci che vengono dal carcere più duro che appare, dal punto di vista della durata, e non solo, come l’inferno (quanto dura l’inferno? Sempre. Quando finisce l’inferno? Mai): dal 41 bis riservato, al 41 bis, a quello ad Alta Sicurezza, all’Elevato Indice di Vigilanza che, dal 2009, è stato sostituito da tre sottocircuiti dell’Alta Sicurezza –. Tutti i “padroni” di queste voci hanno consapevolmente deciso, rispondendo a domande di «insegnanti, medici, volontari, giornalisti, suore» (p. 9), di farci, appunto, il dono di quello che accade lì dentro, ma soprattutto di quello che essi pensano, desiderano, spesso disperano… di fare ed ottenere, mettendoci chiaramente, e terribilmente, a conoscenza di «cosa succede all’interno delle carceri» italiane (Giuseppe Pullara, p. 64), soprattutto di certe carceri, nonostante Cesare Beccaria, nonostante i diritti sanciti nella Costituzione, nonostante il “visitare i carcerati” del cristianesimo (che, pure, nel Giubileo del 2000, aveva chiesto, inascoltate, un gesto di “grazia”). Come la copertina di Vauro (cf p. 13), soltanto delle voci – voci di coloro che non hanno ancora preso, come succede ad altri, la disperata via del suicidio «davanti a tanto ferro grigio» (p. 115). Voci che escono da una bocca che cerca di far sentire il proprio urlo interiore, voci che attendono comunicazione e perciò vogliono comunicare, anche da dietro le sbarre delle celle e soprattutto da dietro le sbarre, più spesse, dell’ignoranza, del disinteresse, della connivenza con pratiche ai limiti della tortura. Voci provenienti da lì dentro, da dove, come in altrettante stazioni di una dolorosissima via crucis, ci si racconta di come vengano disattesi i diritti fondamentali sanciti nella Carta costituzionale; da dove ci si parla di ambienti igienicamente malsani, dove il rumore del ferro è diventato l’unico rumore di fondo, dove si desidera farla finita, quasi di essere “distaccati” dalle macchine (come chiese ed ottenne P. Welby); da dove, nel 2007, in 310 si poté giungere perfino al gesto eclatante, e disperato, di scrivere al Presidente della Repubblica per chiedere addirittura «la pena di morte in sostituzione dell’ergastolo» (p. 121, C. Musumeci), pur di farla, in qualche modo, finita con un regime carcerario che non soltanto ti toglie l’aria, le relazioni, gli affetti più cari – ti mutila nei sentimenti (altro che mutilazioni genitali femminili!), ti ammala il corpo, ma soprattutto ti toglie la mente e l’anima, ponendosi esplicitamente in contrasto, come ricorda C. Musumeci, «con il principio della funzione rieducativa della pena» (p. 35). E il tutto in un Paese le cui istituzioni – famiglia, stato, chiesa – ci parlano di funzione educativa e ri-educativa, addirittura, per il decennio 2010-2020 la chiesa, di educare alla “vita buona del vangelo”! Ci racconta così Mario Trudu l’arida risposta ufficiale a quel gesto collettivo e partecipato: «Il due settembre 2009 il Tribunale di Sorveglianza di Perugia, alla mia richiesta di tramutare la mia condanna all’ergastolo in pena di morte (da consumarsi con fucilazione in piazza Duomo a Spoleto) ha risposto così: “Poiché la pena di morte non è prevista dall’Ordinamento né ammessa dalla Costituzione, si dichiara inammissibile l’istanza in oggetto”» (p. 119).
E di fronte a questi racconti – spesso pugni nello stomaco a motivo delle situazioni di sopraffazione della dignità umana che vi vengono narrate -, davvero non ci si chiede più per quali reati o per quanti assassini o stragi si è stati, non soltanto sbattuti lì dentro come sardine in scatola (l’immagine è ancora di Musumeci, p. 46), ma si è stati per sempre – fine pena mai – posti, in modo coatto, in situazione di totale impotenza (p. 65), vilipesi, conculcati, condannati ad una morte in vita, costretti a volte – pur dovendo stare da soli per il tipo di circuito a cui si è stati condannati – a convivere, per esempio, con uno che fuma anche se sei allergico alla nicotina (Giovanni Farina, p. 48), a non disporre neppure di biancheria con un minimo di pulizia solo perché sei stato trasferito la notte del venerdì e la lavanderia del carcere resterà chiusa fino al lunedì successivo; oppure a dover essere curato dal medico competente territorialmente, che ti tiene in carico insieme con i tanti che vivono fuori e non può stare tanto a sottilizzare con le tue pur legittime esigenze odontoiatriche oppure oculistiche ed ottiche.
Non è che la nostra società civile stia identificando «il reato con la persona che l’abbia commesso»? (G. Pullara, p. 65); non è che, dopo «i reati di mafia all’inizio degli anni ‘90») (p. 9), ci si stia immunizzando contro la propria incapacità di rendere preventivamente inutile l’illegalità mafiosa, finendo per mafiosizzare tutto, fino a non tener più conto delle differenze, tante, dei soggetti che commettono dei reati, pur odiosi, fino a non tener più conto di possibili alleanze (o intese) intervenute, in quegli anni, tra cupole illegali e pezzi istituzionali dello Stato? (cf p. 129, n. 2, dove si allude all’inchiesta di Caltanissetta su apparati statali e funzionari che avrebbero collaborato o avrebbero stretto intese per le stragi in cui perirono, ad esempio, Falcone, Borsellino, agenti di scorta). Non è che, continuando con il pessimo gusto, già presente negli ambienti di mafia, di usare un gergo religioso per le proprie mire delinquenziali, si sia finito per ricorrere a degli strumenti normativi che, anche nel nome, invogliano ad un falso pentimento e ad un falso perdono (cf soprattutto pp. 134-138), ovvero ad un falso religioso? Stando anche a diversi di questi racconti, pentimento e perdono, pur con le loro esplicite, e genuine, risonanze etico-religiose, non fanno altro che invogliare i detenuti per mafia alla delazione, fino a spingere addirittura ad inventare reati commessi da altri, pur di ottenere qualche sconto e beneficio, ai sensi del 4 bis della legge sul trattamento penitenziario (cf p. 28), il famigerato articolo che «esclude la concessione dei benefici… e delle misure alternative al carcere per le persone condannate per i reati di stampo mafioso… a meno che non si collabori con la giustizia» (p. 28). Ma, in tal modo, ci ribadiscono i racconti, il collaboratore di giustizia – anche eventualmente l’innocente –, invece di pentirsi davvero ed ottenere almeno il perdono sociale, rischia di doversi, piuttosto, auto-accusare «di delitti che non ha commesso» (p. 31), o di accusare chiunque gli capiti a tiro, pur di diminuire la pena, ottenere qualche beneficio, esercitare fondamentali diritti, bene affermati sul piano teorico, al recupero, al mantenimento delle relazioni familiari, affettive e sessuali; come pure, rischia che i reati ascritti al detenuto si moltiplichino «perché il reato ti viene attribuito nel corso del processo, e non prima, in base agli sviluppi che nasceranno nel medesimo processo dalla collaborazione dei pentiti!» (Gianni Zito, p. 31). Ecco perché, procedendo in tal modo, il 41 bis può apparire a chi lo ha subito, come ad Alfredo Sole, come non più nato, come forse avrebbe voluto, «per impedire che la persona in carcere comunicasse con la propria organizzazione», bensì fatto nascere «per vendetta. Sì, la vendetta dello Stato» (p. 33). Di fronte alla quale non suona oscena, ma terribilmente pertinente, la domanda di Girolamo Ranesi: «Inoltre, che cazzo ne avete fatto di tutti i soldi spesi per combattere la mafia?» (p. 76)
Queste pagine, troppe, sono dolorose ed infliggono dolore nel lettore; non soltanto perché parlano di dolori fisici, di soprusi e di tante vessazioni materiali subìte dai detenuti, o di tante sofferenze psichiche, morali, affettive e relazionali, ma perché addolorano un esponente della società civile, quali molti di noi si ritengono, di fronte a tante, troppe, procedure che, se non sempre rasentanti la tortura, appaiono almeno dei trattamenti inumani, disumani, o degradanti, tanto più odiosi perché non applicati a tutti i reati gravissimi, ma solo ad alcuni; non a reati di lotta armata, di terrorismo, o di assassini o stupri, diciamo così, “ordinari”, ma solamente a “straordinari” reati di mafia. Soggetti dstinati a morire in carcere, se non si mette in cella un altro al posto tuo, insomma? Sembra questa l’amara conclusione di un incontro riportato alle pp. 36-37, con quei possibili profili della norma in vigore, ancora più infami in quanto potrebbero fare, del pentitismo e del collaborazionismo, quasi un “apostolato” (come insinua la critica di Paolo Lo deserto, p. 40), o, peggio ancora, soltanto il mezzuccio, si fa per dire, per uscire dal carcere, per prendere soldi dallo Stato (per sé e per i suoi), per vendicarsi dei propri nemici. Tutti comportamenti, questi descritti, che vengono, da dentro, ritenuti, fondatamente, dei comportamenti da Giuda (p. 42)
I profili che ne emergono, nel complesso, sono tanti, da tanti punti di vista e fanno apparire davvero, come rimprovera Sebastiano Milazzo, una «funambolica retorica mediatica» (p. 86) la cosiddetta finalità ri-educativa della pena. Mi piace evidenziarne almeno uno, che emerge continuamente in queste pagine quasi di diario, peraltro in connessione con l’imminente proclamazione a beato, come “martire della fede”, di don Pino Puglisi, assassinato da un sicario per ordine della mafia di Palermo. La verità meramente giudiziaria ci dice che quell’omicidio fu commissionato dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, per mettere a tacere un sacerdote scomodo, che, col suo ministero di pastore di anime, di formatore di coscienze cristiane, soprattutto di quelle dei fanciulli, li ridicolizzava agli occhi della gente, sottraendo loro manovalanza. Ma esiste anche una verità interiore, come mostra quel sorriso con cui Puglisi guardò il sicario, perdonandolo. Diversi detenuti (peccato che, in queste pagine, siano tutti uomini; sarebbe interessante guardare anche alla percezione dal punto di vista dell’universo femminile) ci parlano, non a caso, di processi interiori (p. 39), di cambiamenti, di avvenimenti spirituali (per esempio, perfino la preghiera a Dio, di cui parla esplicitamente Giovanni Lentini, p. 38). Spiragli d’infinito nel buio del male; luci nei momenti senza fine dietro le sbarre, quando si è costretti ad essere uno dei tanti in questo agglomerato di persone - non certo una famiglia, come si desidererebbe - che è il carcere (p. 68). Spesso mandati sadicamente lontano geograficamente dagli affetti più cari per mero spirito di punizione ed afflittività; spesso impediti in qualunque manifestazione di contatto, di comunicazione, di affettività e di sessualità (ritorna, in queste pagine, il tema che non si dovrebbe osare di chiamare un “carcere” la vita coniugale e familiare, se ben si pensa a cosa sia effettivamente un carcere!, cf Antonino Sudato a p. 69). Un carcere è un ambiente, sotto questo profilo, davvero brutale, soprattutto negli ultimi anni allorché «si sono persi alcuni valori» perfino «all’interno delle carceri» (Ciro Bruno, p. 81) o, come ci segnala il detenuto “storico” Salvatore Diaccioli, «oggi l’ambiente carcerario è molto cambiato, i princìpi sono pochi e i valori nella stragrande maggioranza non sanno cosa siano» (p. 83). Chi mai è in grado di entrare, come si dovrebbe, nel profondo dell’intimo del reo – particolarmente di quello che sta gettato lì dentro da altro vent’anni - e verificarne, soprattutto a distanza di anni dagli eventi delinquenziali e mafiosi, l’avvenuto cambiamento interiore e, come insegna il Cristo di fronte al ladrone, come ribadisce il sorriso finale di don Puglisi di fronte al sicario che gli stava per sparare, riuscire a perdonare sempre, perdonare tutti, un’infinità di volte? Non certamente sono in grado di farlo, ci rispondono i detenuti del libro, i freddi esponenti della macchina della giustizia o gli impersonali funzionari che guardano, ma non vedono (p. 92), esercitando, come lamenta Pasquale De Feo, «le dittature delle direzioni delle carceri, del Magistrato di Sorveglianza e di tutti gli apparati di sicurezza» (p. 93). Eppure, nei «profondi momenti di riflessione che credo sia impossibile trovare in altri luoghi» (Sebastiano Prino, p. 110), consentiti proprio dal carcere più duro, non si deve a priori escludere l’intervento trasformante di Dio, prim’ancora del perdono delle vittime dei reati e del re-inserimento sociale protetto. Non si deve escludere, magari perché mossi dalla fede (come confessa Girolamo Ranesi, p. 135), insieme con la presa d’atto delle proprie scellerataggini, l’eventualità di «trovare la forza e il coraggio di darsi un’attenuante» (ivi). Anche se si è ammazzata gente e la si è sciolta nell’acido, bisogna lasciare la possibilità al detenuto, stavolta veramente, di “pentirsi” ed a Dio di essere un Padre che «guarisce i propri figli con l’amore. Perché sa di perderli del tutto se li castiga ogni giorno per un male commesso nel passato lontano» (p. 138).
Rosario Livatino, giovane magistrato assassinato dalla mafia, annotava nel suo diario: «Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma credibili». Quando la nostra società deciderà di essere finalmente più credibile, almeno in questa frontiera così delicata, ma spesso ancora così disumana, dei «circa 1.200, sui circa 1.500 condannati all’ergastolo, cui in Italia sono di fatto cancellati tutti i diritti e benefici previsti durante la detenzione dalla legge per buona condotta»? (p.9).

 

(16.02.2013 - Formia - Archivio di Stato. Intervento di Pasquale Giustiniani - docente di Filosofia Teoretica nella Pontificia Facoltà dell’Italia Meridionale in Napoli - www.pasqualegiustiniani.it )


 

 "Undici Ore d'amore di un Uomo Ombra"

di Carmelo Musumeci

 

 

Gabrielli Editori, libro + CD euro 14,00

per acquistare il libro scrivere a zannablumusumeci@libero.it

 

Prefazione di Barbara Alberti

Che fareste, se dopo vent’anni di carcere aveste solo undici ore per rivedere quelli che amate?
Rivedere fuori- in una simulazione di libertà, che però è vera finché dura- l’amata che lo aspetta da vent’anni anche se sa che non tornerà, il figlio, la figlia che avrà pianto di nascosto (mai davanti a lui, l’ultima volta lo fece da piccola, quando il padre era in regime di 41 bis e lo vide dietro un vetro, ma non poté toccarlo), il genero, i nipoti, l’altra sua anima, Nadia, e intanto discutere la tesi, prendere la laurea, percorrere 80 km, stringere la mano ai volontari dell’associazione Papa Giovanni XXIII, ai seguaci del suo blog, due interviste a giornali e Tv- non succede tutti i giorni che un ergastolano consegua la laurea specialistica in giurisprudenza- e la cosa che più lo spaventa- rivedere il sole, e non mi sono portato gli occhiali perché mi invecchiano- Carmelo Musumeci vuole apparire giovane ai suoi figli.
Di queste undici ore Carmelo ci racconta, con un ritmo che toglie il respiro, nel moto ondoso delle parole.
Ma ci racconta anche della notte prima- lui che nella sua branda gioca di continuo con la morte, la invoca fulminea perché lo salvi dalla sua condanna a morte al rallentatore di Uomo Ombra, stanotte no, stanotte ha paura di morire prima delle sue undici ore da uomo libero, morire come Mosé un istante prima di toccare la terra promessa, hai visto mai un dispetto di Dio. Ma vive. E’ mattina. I cancelli che dovrà passare sono undici, come le ore eterne e sfuggenti che ha davanti, un film serrato che concentra ogni passione, ma senza lieto fine. Alle 22 varcherà a ritroso l’undicesimo cancello, e sarà di nuovo solo. Io e l’assassino dei sogni.
Chi è Carmelo?
“Ho 55 anni.
Sono nato colpevole.
Famiglia povera.
Genitori separati.
Collegio e botte da preti e suore.
Carcere da minorenne a maggiorenne.
Ho sempre tifato da piccolo per i cattivi piuttosto che per i buoni, perché i cattivi mi sono sempre sembrati più veri.
E poi chi non è stato cattivo è difficile che riesca a diventare buono.
Ho una compagna che mi segue da trent’anni, due figli e due nipoti che sono tutta la
mia vita.
Mia figlia è severa, ho più paura di lei che di dieci carabinieri.
Sono un Uomo Ombra, condannato alla Pena di Morte Viva che è l’ergastolo ostativo, senza nessuna possibilità di uscire se non metti un altro al posto tuo.
Sono entrato in carcere con la quinta elementare. Mi sono laureato in giurisprudenza.
(…) Mi trovo ininterrottamente da 20 anni in carcere.
Ma mi sento un uomo libero, felice e innamorato nell’amore (…). Mi girano le palle che dovrò invecchiare e morire in carcere, anche per questo da molti anni lotto per l’abolizione dell’ergastolo ostativo”.
In Biografia di un bambino criminale, dove parla della sua infanzia, Musumeci ricorda Langston Hughes, il poeta della dignità afroamericana, che da quando “capì” l’ingiustizia dell’uomo bianco dedicò a combatterla ogni suo istante, ogni suo verso.
Il padre di Carmelo emigra in Francia, la madre fa avanti e indietro fra lui e i figli, la nonna li tira su, e per nutrirli insegna loro la destrezza dei piccoli furti. Carmelo impara a rubare prima che a scrivere. Ma una volta che viene scoperto, la nonna lo prende a schiaffi in pubblico. E poi in privato, così impara a farsi beccare.
Eppure anche allora la vita è più forte e si affaccia la gioia, sfrenata. Passavo le giornate nella viuzza assieme agli altri bambini, scalzi e affamati ma felici di stare tutto il giorno a scorazzare nei campi a rubare la frutta dagli alberi, a caccia di lucertole e rane.
A nove anni muratore, a dieci il collegio, la mia prima prigione, da cui evade.
Il prete lo massacra di botte, lo chiude nello stanzino senza bere né mangiare. Si vendicherà dandogli una sprangata in testa.
Lavora in fabbrica. Poi la prima rapina. La prima prigione adulta.

Le vite dei santi
Le vite dei santi sono piene di grandi conversioni, dopo avere commesso delitti atroci. Il calendario onora e ricorda persone che hanno ammazzato, rubato, tradito. San Paolo, prima di essere chiamato da Dio non era stato solo un assassino, ma un freddo sterminatore. Di cristiani. Li uccideva perché li considerava eretici- uccidere in nome della propria fede è l’aberrazione somma (nella quale si distinguerà poi la Chiesa nei secoli). San Paolo aveva partecipato, fra le tante, alla lapidazione di Santo Stefano.
Carmelo non è un santo. E’ solo un uomo che in vent’anni di galera, invece di imbestialirsi, si è elevato. Non ha ceduto all’abbrutimento. S’è messo a studiare, è diventato scrittore- e che scrittore.
Non è un santo, è un duellante. Che da 20 anni si batte contro il carcere come tortura. Quando era fuori conosceva solo la legge del più forte, e voleva diventare lui il più forte. In carcere, l’ha conosciuta da debole. Da senza diritti. E non può ammettere che lo Stato applichi le stesse regole della malavita, che si chiami giustizia il sopruso. Contro questo si è armato. Di scrittura. Le sue prigioni sono una corsa a non far dormire l’intelletto, l’affetto, la dignità, la percezione. Oltre al talento ha un’altra fortuna Carmelo, il terzo occhio- ovvero l’umorismo, grazie al quale il suo pathos non è mai patetico.
Fuor di misura
Carmelo è un leader. Il suo blog e il suo sito hanno un grande seguito. Gente che gli vuole bene.
Carisma a doppio taglio. Da una parte ha trovato attraverso i contatti esterni e la scrittura l’evasione perpetua, dall’altra, la cella deve stargli dieci volte più stretta, strettissima per la sua grande personalità, il suo spettacolare narcisismo, l’implacabile senso della giustizia, le titaniche passioni, i tormenti profondi, l’eloquenza letteraria. Tutto enorme, fuor di misura. Un gigantismo che sa esprimersi, come nel suo lontano fratello, il poeta Vladimir Majakovskij, che era un dominatore anche quando non lo voleva.

Il grande romanzo
Nella pagina di Musumeci, dalla prima riga sei suo. Nella verità di ogni parola, nell’abilità, originalità, secchezza, visione, crudeltà che ti trapassano il cuore, si sente il fiato per un grande romanzo.
Ma come troverebbe il tempo? Beh direte voi in galera di tempo ce n’è tanto. Non per tutti. Non per Carmelo. L’ostacolo al grande romanzo è la sua febbrile attività politica. Carmelo non ne lascia passare una. E’ da solo un giornale di denuncia, un bollettino delle ingiustizie e dei soprusi.
Il deputato del PDL, Alfonso Papa, finisce in carcere, e si accorge che è un inferno. Cade dalle nuvole, e manda accorati messaggi alla stampa
In questi luoghi vi è un’umanità sovraffollata (…) ventidue ore al giorno chiusi in cella sono una forma di tortura …
Carmelo gli risponde. Dopo avergli espresso la sua solidarietà umana, gli chiede
Dov’era quando lei e la sua maggioranza, per soli scopi elettorali, approvavate leggi liberticide, cancerogene, forcaiole e di parte, per riempire le carceri di barboni, extracomunitari e tossicodipendenti? Come mai solo ora si accorge di quello che accade nelle nostre galere?
Un’altra volta cita titoli di giornali:
I cani sono depressi. Colloquio in cella con Fido. Verona, incontro commovente fra i detenuti e i loro quattro zampe (Il Resto del Carlino, 8-8-2011)
Il cane è depresso? Può andare in carcere dal padrone (Il Giornale dell’Umbria)
Ore d’aria assieme al proprio cane. (Corriere della sera)
Peccato che non sia nato cane”.
Di recente difende un vecchio di 80 anni, condannato all’ergastolo ostativo, in poltrona a rotelle, con un cancro, malato terminale, tenuto in isolamento e senza cure. Solo i Radicali lo ascoltano. Solo loro gridano, solo loro sembrano accorgersi di cosa accade dietro le mura. Dei carcerati non ce ne importa niente. Li vediamo come “altro”. E invece ha detto bene Alfonso Papa quando c’è finito anche lui, può toccare a tutti, nelle perigliose onde della vita…
La voce
Carmelo Musumeci, Marco Pannella, Rita Bernardini, non lottano solo per cambiare le condizioni bestiali dei detenuti, cui si nega perfino il diritto primario, il respiro (in otto in celle per due)- lavorano per ognuno di noi. Perché possiamo non dirci, ma essere civili.
Noi, popolo di mangiatori di notizie, rimaniamo indifferenti.
150 suicidi in carcere? Il giovane Cucchi e tanti altri ammazzati di botte? E’ una notizia fra tante, siamo abituati alla strage. Niente più ci smuove, ogni giorno aggiungiamo un mattone a questo altissimo muro di morti ingiuste. Muoiono tre operai al giorno, a migliaia nelle missioni di pace che pacificamente radono al suolo villaggi interi…ancora suicidi in carcere? Morti sospetti? Sono aumentati? Quanti? Anche fossero 1000, sarebbe solo un numero.
La letteratura di Carmelo Musumeci dà una faccia a quei numeri. Lui sa raccontarlo. Ha l’arte di far diventare personaggi i cancelli, i giornali, i muri, la notte. Di trasformare in una persona reale il carcere, che si chiama l’Assassino dei Sogni, e gli parla, lo tenta, lo deride. Quando sta tornando da lui, dopo quella terribile giornata straordinaria, quando le undici ore sono passate, e fra poco i cancelli si richiuderanno, l’Assassino dei Sogni gli sussurra
-E dài, è la tua occasione, scappa- per poi ridere meglio. Ma Carmelo lo sa, e non ci casca. Sa che è una fascinazione diabolica, conosce i trucchi del nemico- L’Avversario, come nella Bibbia viene chiamato Satana. Tale è il carcere per Carmelo.
Per tentare il grande romanzo, Carmelo dovrebbe rinunciare all’attività politica, che potenzia e limita la sua scrittura. Dovrebbe avere la forza sovrumana di crearsi una prigione ancora più rigida dentro la prigione, diventare avarissimo del suo tempo. Risparmiare sulle denunce, e sui rapporti umani, privarsi di gridare quel grido che ogni giorno arriva nel mondo libero e gli porta altre voci, e lo scalda, e lo rianima.
Ma forse l’Opera è l’unico modo per essere davvero ascoltato. Non bastano le denunce, non bastano i proclami. Non bastano i racconti brevi. Ci vuole la grande piena della narrazione, il Canale Mussolini delle carceri.
Musumeci ha la voce per farlo.
Gomorra di Roberto Saviano non era certo il primo libro sulla Camorra, ma è stato quello che tutti hanno letto, e che ha rivelato i suoi meccanismi nel mondo.
Così esplosivo che la Camorra ha condannato la gioventù dell’autore alla prigionia della scorta. Cos’aveva più degli altri, Saviano, oltre al coraggio?
La voce. Saviano è un grande scrittore.
Anche Carmelo. Gli auguro di scrivere il suo Gomorra sul carcere, con tutta la potenza del suo genio narrativo, gli auguro di suonare così forte le sue trombe di angelo ribelle che perfino noi, i complici, gli indifferenti, possiamo sentirlo.

Post scriptum – Il Diavolo Custode
La mia conoscenza della vita e delle opere di Carmelo Musumeci passa attraverso Nadia Bizzotto, una indomabile e affascinante ragazza, volontaria della associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, che da anni ha con lo scrittore un rapporto dialettico e complementare, fortissimo. Lui la chiama il suo Diavolo Custode. Gli è sempre vicina ma lo contrasta, gli dà del filo da torcere. Si tengono testa a vicenda, e dev’essere una bella lotta. Ringrazio anche lei per la capacità di mettersi in gioco, nelle lettere che ci siamo scambiate e nella sua difficile vita.


Barbara Alberti


     

Articolo pubblicato su SEMPRE  

 

 


Recensione di Elena Cartotto

“Uno strano fantasma che non riesce a morire
nulla per cui sperare, nulla per cui vivere
un passato che non passa, un presente che dura per sempre”.

(Morire tutti i giorni) 99 POSSE


Aprendo il libro ci si trova tra le mani un CD dei 99 Posse con inciso il singolo “Morire tutti i giorni” il cui testo è stato scritto da Carmelo Musumeci l’autore di questo racconto.
Musumeci si è fatto conoscere come scrittore nel 2010 con l’uscita de “Gli Uomini Ombra”. E’ così che definisce i carcerati, come lui, condannati all’ergastolo ostativo. La Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da Don Oreste Benzi, ha fatto propria la battaglia per l’abolizione del “FINE PENA MAI” perché è proprio in questo che consiste la condanna di Musumeci. Spiegano Nadia Bizzotto e Giuseppe Angelini, operatori della Comunità, nella postfazione al libro:


“L’ergastolo ostativo è stare in carcere per tutta la vita, è una pena che viene data a chi ha fatto parte di un’associazione a delinquere e che ha partecipato a vario titolo a un omicidio, dall’esecutore materiale all’ultimo favoreggiatore. Ostativo vuol dire che è negato ogni beneficio penitenziario: permessi premio, semilibertà, liberazione condizionale, a meno che non si collabori con la giustizia per l’arresto di altre persone”.

E’ chiaro, sottolineano i due operatori, che parlare di “pentiti” è fuorviante. La collaborazione è una scelta processuale, il pentimento una questione interiore. Musumeci non è un collaboratore, ma è un pentito.
Classe 1955, catanese, quando entra in carcere ha solo la licenza elementare. All’Asinara in regime di 41 bis riprende a studiare, fino ad arrivare, l’11 maggio 2011, alla laurea specialistica in Diritto Penitenziario, dopo aver ottenuto, qualche anno prima, quella in giurisprudenza.
Al momento della laurea era recluso al carcere di Spoleto- dove si trova tutt’oggi- ed è proprio da qui che parte il suo racconto. Musumeci ha ottenuto in occasione dell’ambito traguardo di studi un cosiddetto “permesso di necessità” concesso per eventi gravi, unici o irripetibili. E grazie a questo permesso è potuto uscire dall’ Assassino dei Sogni, così chiama il carcere nei suoi libri, e trascorrere undici ore da uomo libero comprensive di : discussione tesi, fotografie, festa con familiari e amici presso un casa messa a disposizione dalla Comunità Papa Giovanni XXIII e due interviste- una a Famiglia Cristiana, l’altra a Rai 3- .
Musumeci senza particolari architetture stilistiche, ma in modo semplice e diretto, ci racconta l’emozione di quelle undici ore. E’ quasi un monologo interiore, escluso qualche accenno di dialogo, scritto come un “parlato” che a tratti sembra un rap. E procede tra sbocchi emotivi, riflessioni che pungono come aghi e inaspettati varchi di ironia:

“Bravo papà… hai preso più di quanto ha preso Federico alla laurea”
(Federico, fidanzato della figlia, ndr)


“Avere preso un voto migliore del suo fidanzato mi rende felice”.


Ma poi quando in mezzo a tutto quel meraviglioso caos si ferma a pensare a come è stata la sua vita e a come sarà, fa precipitare il lettore in un senso di smarrimento:


“Sei solo un’ombra attaccata alla vita delle persone che hai fuori…”.

Forse

“La giustizia dovrebbe essere al di sopra delle legge”.


Forse Musumeci, paradossalmente, ha capito il segreto della vita. Un uomo che non vede il mondo a colori da 20 anni e che ha solo undici ore di tempo per riportarsi nel buio un pezzo di arcobaleno, sa quale sia il supremo valore dell’istante. E’ un uomo che vive e sente al massimo, perché per lui è sempre l’ultima volta. E’ un uomo che è completamente “dentro” le cose anche quando ci racconta com’è il fuori.
Molto intensa la prefazione della scrittrice Barbara Alberti che così sintetizza il lavoro di Musumeci e che mi sento di condividere:


“Ha l’arte di far diventare personaggi i cancelli, i giornali, i muri, la notte. Di trasformare in una persona reale il carcere, che si chiama l’Assassino dei Sogni, e gli parla, lo tenta, lo deride…”.


Infondo, come disse Don Oreste Benzi:

“Quando un uomo ha capito i propri sbagli, ogni giorno di galera in più, è un giorno sprecato per il bene dell’umanità"

 

Elena Cartotto
GLI AMANNTI DEI LIBRI
http://www.gliamantideilibri.it/archives/4108
25 gennaio 2012

 


 Recensione di Isabella Caporaletti

“Undici ore d’amore di un uomo ombra” di Carmelo Musumeci. E’ l’autore de “Gli uomini ombra” e sta scontando l’ergastolo ostativo a Maiano di Spoleto. Scontando non è corretto perché chi ha l’ergastolo ostativo non “sconta”: semplicemente non può uscire più!
In via del tutto eccezionale, in occasione della discussione della tesi di laurea, Carmelo ha ottenuto un permesso premio di undici ore e proprio queste undici ore racconta nel suo libro.
Una lettura da togliere il fiato, un fiume di parole e di emozioni che ci travolgono perché la potenza della scrittura è tale da coinvolgere tutta la nostra sfera emotiva.
Fa battere forte il cuore l’abbraccio di Carmelo ai figli e ai nipoti, fanno commuovere le parole che ha per la sua compagna e l’emozione è talmente forte che non ci puoi credere che abbia solo pensato, un tempo, di fare del male a qualcuno.
Carmelo è una persona nuova, una bella persona, se anche ha avuto un brutto passato non ha più senso la sua permanenza in carcere.
Spero davvero tanto che il suo impegno, e il nostro, per l’eliminazione dell’ergastolo ostativo produca presto i suoi frutti perché quando uscirà vorrei che vedesse quante sfumature di verde esistono sulle nostre montagne.


Isabella Caporaletti

 


 Recensione di Grazia Paletta

“Non si vive se non il tempo che si ama” (Claude Adrien Helvetius)
E noi, uomini e donne del terzo millennio, capaci di comunicare alla velocità della luce e di compiere il giro del mondo in poche ore, tralasciamo il nostro tempo. Dimentichi del nostro passato, che troppo spesso anneghiamo in calici vuoti, stressati e manipolati dal nostro presente, viviamo proiettati in un futuro che non siamo neanche più in grado di sognare… perché qui fuori c’è troppo da fare e i sogni diventano pianeta recintato per soli bambini…e pazzi…lo ha già detto anche qualcun‘altro lo so…ma, io aggiungo, ecco degli “Esseri” che ci ricordano come sillabare con l’alfabeto dei sogni.
Sono loro, gli “Uomini ombra”, ai quali il tempo è stato sottratto, ai quali la vita viene negata, perché qualcuno un giorno ha detto, ha scritto, ha sancito…e le leggi scomode vengono abrogate solo quando molestano i potenti…
A chi importa se 1200 uomini vivono reclusi e dimenticati dal resto del mondo, in una dimensione spazio-temporale che manca dei parametri logistici per legittimare la propria esistenza.
Privati del presente, proiettati in un futuro su cui sono fissati i sigilli della morte e in possesso solo del passato, scomodo purtroppo, da portare sulle spalle come un sacco ricolmo di vetri aguzzi, loro si riprendono la loro dignità di esseri umani, si cuciono addosso vestiti intessuti di sogni e camminano a testa alta lungo stretti, interminabili corridoi, intervallati da sbarre e cancelli.
E Carmelo, in questo suo splendido libro che pare avere le fattezze di un piccolo cantico e che è impossibile non leggere tutto d’un fiato con gli occhi imperlati di lacrime…riveste i panni dell’uomo “libero”, per undici intense, veloci, potenti ore.
Alleggerito per questo brevissimo tempo dal giogo delle catene dell’Assassino dei Sogni, concentra tutta la sua vita, la sua gioia, la sua commozione, in quella breve fantastica “avventura”… quasi che quelle undici ore di libertà fossero una porta “temporale”, affacciata su di un’altra dimensione, quella del “fuori”, della normalità, che a lui, per qualche perverso gioco del destino, viene negata per sempre…
E chissà com’è che altri esseri umani, convinti di essere i migliori, esercitano l’arbitrio di mettersi al posto di Dio, e sanciscono l’Eternità, nella vita di qualcun’altro.
Dotato del dono della parola, che diviene poesia nel dipanarsi di ogni suo racconto, Carmelo ci insegna che il tempo negato può essere trasformato e sublimato, nel momento in cui la nostra capacità d’amare ci permette di trasfigurare il dolore in donazione e la tristezza in sogno.
Solo nel percepire questa possibilità, che può essere trasformata in “vita”, il tempo si dispiega nell’Eterno.
Grazie Carmelo, per ricordarmi, ancora una volta, di essere viva.


Grazia Paletta
Gennaio 2012

 


Recensione di Arianna Ballotta

Cari tutti,
ho appena letto il libro “Undici ore d’amore di un uomo ombra” di Carmelo Musumeci e vi invito caldamente a leggerlo, perché è molto di più che un semplice libro... e’ un racconto di 11 ore di libertà, di vita vera, attesissima, anche temuta, ma respirata a pieni polmoni, vissuta intensamente eppur semplicemente, dopo ben 20 anni di “non vita” all’interno di un carcere.
La maggior parte di coloro che leggono queste pagine sa perfettamente di cosa parliamo quando parliamo di “pena di morte viva”, tuttavia e’ possibile che nella cerchia degli amici e conoscenti di ognuno di noi vi siano persone non altrettanto informate ... pensateci bene, trovatene una, due, tre e consigliate anche a loro di leggere questo libro. Qualsiasi sia il loro punto di vista sull’ergastolo, ostativo o meno, e sul carcere, fate loro leggere questo libro, perché – anche se può sembrare paradossale – e’ un’iniezione di vita. E’ il racconto di queste desiderate, sperate ma nient’affatto scontate, 11 ore di libertà, fatto con un originale e piacevolissimo stile narrativo, dal ritmo incalzante, che non ti lascia tregua, che ti fa sorridere e piangere, ma soprattutto ti fa riflettere.
Chi e’ Carmelo Musumeci lo sappiamo tutti, ma lo ripeto: e’ prima di tutto un uomo, detenuto del carcere di Spoleto, condannato all’ergastolo ostativo, in carcere da ormai 20 anni. E’ un uomo con alle spalle un’infanzia difficile e complicata ed una serie di gravi errori commessi fin da quando non era ancora maggiorenne. Un uomo entrato in carcere con la sola licenza elementare, ma fermamente deciso a migliorarsi e ora brillantemente laureato. Un uomo fermamente deciso a capire e a cambiare ed ora completamente diverso e riabilitato. Un uomo che ha pagato e sta pagando per tutti quegli errori del passato, ma il cui conto con la giustizia italiana non potrà mai essere saldato fino a quando egli sarà in vita.
Nadia Bizzotto e Giuseppe Angelini (operatori della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da Don Oreste Benzi e veri fratelli per Carmelo ed altri reclusi), che da anni lottano per l’abolizione dell’ergastolo ostativo, nel libro hanno scritto:
“L’ergastolo ostativo è stare in carcere per tutta la vita, e’ una pena che viene data a chi ha fatto parte di un’associazione a delinquere e che ha partecipato a vario titolo a un omicidio, dall’esecutore materiale all’ultimo favoreggiatore. Ostativo vuol dire che e’ negato ogni beneficio penitenziario: permessi premio, semilibertà, liberazione condizionale, a meno che non si collabori con la giustizia per l’arresto di altre persone”.
Questo è l’ergastolo ostativo: fine pena mai, davvero mai.
Un abominio, contrario alla nostra stessa Costituzione, che recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Don Oreste Benzi diceva: “Quando un uomo ha capito i propri sbagli, ogni giorno di galera in più è un giorno sprecato per l’umanità”. E’ profondamente vero, rifletteteci.
Uomini come Carmelo hanno tanto da dare, proprio perché da “cattivi” sono diventati “buoni”, di quelli veri. Perché hanno veramente capito, con la mente e col cuore, e sulla cui anima - come e’ giusto che sia, perché non si può e non si deve cancellare ciò che e’ stato - per sempre resteranno i solchi profondissimi del pentimento – quello vero! – ma che vorrebbero avere – com’e’ altrettanto giusto che sia - la possibilità di riscattarsi realmente al di fuori delle mura carcerarie, la possibilità di restituire qualcosa di concreto alla società, la possibilità di ricominciare a vivere con la propria famiglia, che – da innocente – paga anch’essa, ingiustamente, quel conto assai salato.
Leggendo questo libro, con la prefazione della scrittrice Barbara Alberti, ho pensato alle tante volte che avrei voluto accarezzare, toccare, annusare, abbracciare Richard almeno una volta, prima della sua esecuzione, e al dolore che mi procurava il non poterlo fare. Ho maledetto il Texas per queste leggi assurde che negano ai detenuti condannati a morte il diritto alla famiglia, al calore di un abbraccio consolatorio anche prima di venir assassinati dallo Stato, e pensando ai tanti Richard e Carmelo – condannati entrambi alla pena di morte, con la sola differenza che Richard dalla morte e’ stato liberato – ed alle loro famiglie, sono arrivata alla conclusione che queste 11 ore di vita vissute da Carmelo al di fuori delle mura del carcere non possano e non debbano essere – per lui, per la sua famiglia e per noi – che un’ulteriore e fortissima spinta a sperare innanzi tutto che le cose cambieranno, ma soprattutto a fare di più.
Chi mi conosce e conosce bene la mia storia personale, sa che sostengo con convinzione che la legittima preoccupazione della società che chiede di essere protetta ed il desiderio di giustizia, altrettanto legittimo, delle vittime del crimine violento e dei propri famigliari, debbano essere entrambi soddisfatti. Questo, tuttavia, deve sempre avvenire puntando al recupero del reo, laddove possibile, e sempre rispettando la dignità umana di ogni persona, quindi anche quella dei detenuti stessi e delle loro famiglie. In sostanza, i procedimenti di prevenzione, repressione e detenzione tesa al recupero ed al reinserimento del detenuto, devono essere sempre umani ed equi e necessariamente complementari fra loro.
Credo che dopo 20 anni ed oltre di carcere – che Carmelo chiama “L’Assassino dei Sogni” - se l’uomo detenuto ha davvero trascorso ogni giorno a cercare di capire il male fatto, assumendosene piena responsabilità, e al contempo a cambiare radicalmente e a liberarsi – senza dimenticare – di chi e ciò che e’ stato, allora la società ha il dovere di dare a quell’uomo e alla sua famiglia una seconda possibilità.
Con il libro si riceve anche un CD dei 99 Posse, il gruppo musicale napoletano sempre attento alle problematiche sociali, con inciso il singolo “Morire tutti i giorni” il cui testo e’ stato scritto da Carmelo.
Il libro e’ ordinabile in tutte le librerie tradizionali e su tutte quelle presenti on line, ma può anche essere richiesto con una semplice mail agli amici di Carmelo all’indirizzo:
zannablumusumeci@libero.it

Autore: Carmelo Musumeci
Titolo: Undici ore d’amore di un uomo ombra
Editore: Gabrielli editori
Genere: racconto
Numero di pagine: 64
Anno di pubblicazione: 2012
Prezzo: euro 14.00

Mi piacerebbe, dopo che l’avrete letto, ricevere i vostri commenti.
Grazie a tutti!



Arianna Ballotta
Presidente Coalizione Italiana contro la Pena di Morte
www.coalit.it


 Recensione di Oddone Semolin

Undici ore d’amore di un uomo ombra
L’uomo ombra è Carmelo Musumeci, condannato alla “pena della morte viva”, l’ergastolo ostativo, le undici ore sono un piccolo, straordinario “permesso di necessità” che gli è stato concesso, ma che rischia di essere il primo e l’ultimo della sua vita.


Carmelo Musumeci
Undici ore d’amore
Gabrielli Editori, 14 euro


Undici ore d’amore: sono undici ore di un permesso “straordinario” o “di necessità”, che Carmelo Musumeci, dopo vent’anni di carcere, scontati per una condanna all’ergastolo ostativo, ha potuto passare fuori dalla galera, per discutere la tesi di laurea e festeggiare poi con i suoi cari, riabbracciando “in libertà” i figli, i nipoti, la compagna.

Ci sono momenti, situazioni, occasioni, in cui ogni commento, ogni considerazione è fuori luogo, in cui si avverte netta la sensazione di inadeguatezza rispetto a ciò, a cui ci troviamo di fronte; la consapevolezza che qualsiasi commento non potrebbe essere all'altezza, non potrebbe che sminuire in qualche modo l’evento. Questo breve testo di Carmelo Musumeci, “Undici ore d’amore”, credo sia uno di quei casi. Una narrativa scarna, essenziale, sincopata, estremamente efficace, ci catapulta nel turbinio di sentimenti e sensazioni di un uomo murato vivo. Murato vivo per legge, in quanto condannato all'ergastolo ostativo, in cui non vi può essere alcuna speranza di libertà, a meno di non collaborare con la giustizia e di mettere un altro al posto suo. Alcune eccezioni sono previste, casi eccezionali appunto, come la discussione di una tesi di laurea, in cui la determinata ostinazione di chi vuole vivere a tutti i costi si è saldata ad una ferrea volontà di combattere una delle più grandi aberrazioni del nostro tempo, la pena del “fine pena mai”. Carmelo Musumeci ci accompagna per mano attraverso gli innumerevoli sbarramenti che lo separano dalla vita, mentre si accinge, per la prima volta dopo vent'anni, a varcare la soglia del carcere di Spoleto, per recarsi all’università di Perugia, per conseguire la laurea in giurisprudenza grazie ad un permesso di undici ore. Undici ore di disperata rincorsa alla vita, alla riappropriazione dei suoi affetti e sentimenti dopo vent'anni di galera, che dovrebbero certificare e garantire la sicurezza sociale. “Undici ore d'amore” è un testo breve, veloce che si legge in un soffio, ma che lascia uno smarrimento, uno sconcerto, un vuoto che non lascia spazio ai tentativi di comprendere una barbarie assurda che dovrebbe fungere da baluardo al bisogno di giustizia e sicurezza della nostra società. Non si può capire, non ha senso una pena che condanna a una morte lenta e crudele, con la finzione di essere più umana della pena di morte. Immediata sorge una sorta di muta solidarietà, di empatica comprensione, che prima ancora di essere razionale meditazione è istintiva sintonia con chi in ogni dove anela alla libertà.

 Recensione a cura di Oddone Semolin, redazione di Ristretti Orizzonti

Marzo 2012


Recensione di Giovanni Russo Spena


“Undici ore d'amore di un uomo ombra”, il recente testo di Carmelo Musumeci, non è solo un libro che illustra l'aspra illegittimità della condizione carceraria ma è anche un libro di alta letteratura, di grande potenza narrativa, di profonda emotività. Musumeci è un ergastolano “ostativo”; vivrà, cioè,e morirà in carcere, senza poter usufruire di permessi o scontare pene alternative al carcere. A lui e a tutti gli ergastolani è tolta anche la speranza, prevista dalla Costituzione, di reinserimento nella società. Bisogna ringraziare l’editore Gabrielli perché dà la possibilità a Musumeci di esprimersi in un mondo editoriale in cui il coraggio è molto carente e l'omologazione verso i potenti è la regola. Cosi come bisogna ringraziare le operatrici e gli operatori (di straordinaria sensibilità e valore) dell’associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII”, che sono, per Musumeci, il tramite con il territorio. Musumeci dedica anche questo libro (dopo lo splendido testo “Uomini ombra”) agli ergastolani “ostativi”. Scrive nella dedica: “È difficile che ci diano la speranza se non ce la prendiamo noi. Dobbiamo decidere cosa fare di noi. Che aspettiamo? La lotta contro l’ergastolo è una crescita e dimostrerebbe che siamo cambiati”.
Musumeci, pur rinchiuso in carcere, svolge una attività culturale e politica fervida, continua, quotidiana. È contro ogni ingiustizia (è stato promotore della raccolta di firme in carcere a favore degli operai di Pomigliano e contro l’abbattimento dell'art.18); si è iscritto a Rifondazione Comunista; ha studiato,tra mille ostacoli, si è laureato. Il suo sito e il suo blog sono molto seguiti. Carmelo vive una contraddizione profonda: sta chiuso in quattro mura, ma la sua passione, la sua forza letteraria oltrepassano le mura del carcere. Per lui particolarmente quelle mura sono troppo anguste. Scrive Barbara Alberti nella prefazione: “Un gigantismo che sa esprimersi, come nel suo lontano fratello, il poeta Vladimir Majakoskij,che era un dominatore anche quando non lo voleva”.
Carmelo è la metafora vivente delle sofferenze quotidiane causate da un carcere in cui vive l’illegalità permanente. Esiste ancora la pena dell'ergastolo (e quasi 1500 sono ergastolani “ostativi”,che non usciranno mai). Racconta Musumeci ne “Gli Uomini ombra”: l’ergastolo è una pena di morte a gocce ed è sbagliato dire che assomiglia alla pena di morte perché è molto peggio, perché continui a vivere ma smetti di esistere, ti lascia la vita, ma ti ammazza il futuro. Sapete quale è la cosa più brutta della giornata dell’ergastolano? Che domani inizia tutto daccapo,che sarà una giornata come ieri, come sarà domani e dopodomani, come sarà per sempre.
In Italia ancora esistono strutture incivili come i CIE, le “galere etniche”, dove i migranti sono rinchiusi senza aver commesso nessun reato: si tratta di donne e uomini che sono considerati “clandestini” solo per la ferocia xenofoba dei razzisti di Stato. E il governo Monti si muove in perfetta continuità con le nefandezze di Maroni, Alfano ecc. Mi pare che Musumeci ricordi anche a noi il dovere di impegnarsi a fondo per la difesa della Costituzione e dello Stato di diritto.

 

Giovanni Russo Spena
Giurista democratico, Responsabile Nazionale Giustizia del Partito Rifondazione Comunista

Marzo 2012


Recensione di Daniela Domenici


Quanto valgono undici ore d’amore per una persona che è reclusa da vent’anni e che non ha mai potuto abbracciare i suoi cari se non attraverso il bancone divisorio della sala colloqui di un carcere o addirittura solo dietro il vetro quando era in regime di 41 bis?
Quanto valgono undici ore d’amore vissute tutte di seguito senza sbarre, senza agenti di polizia penitenziaria, senza rumore di porte che si chiudono, di cancelli che sbattono, con il sole e la luna tutti interi e non a strisce e l’erba, e la gente, e lo spazio senza confini?
Che fareste se dopo vent’anni di carcere aveste solo undici ore per rivedere quelli che amate?
Carmelo Musumeci, uno dei miei amici detenuti a cui scrivo da tanto tempo e i cui libri precedenti ho recensito, che sta scontando l’ergastolo con l’aggravante dell’ostatività, atroce aberrazione solo italiana, ha potuto vivere, per la prima volta, undici ininterrotte ore di libertà e di amore grazie alla collaborazione e alla ferrea determinazione di due volontari della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, Nadia Bizzotto e Giuseppe Angelini, i suoi angeli come li definisce Carmelo, che sono riusciti a ottenere questa concessione in occasione della discussione della tesi di laurea specialistica in giurisprudenza, e nello specifico in diritto penitenziario, di Carmelo a Perugia. Dopo l’università Carmelo ha potuto trascorrere qualche ora presso la sede della comunità a Bevagna godendo, per la prima volta dopo vent’anni, del calore, dell’affetto e dell’abbraccio della sua compagna, dei suoi due figli e dei suoi nipotini, senza sbarre, senza cancelli e senza controllori, per poi rientrare, dolorosamente, attraverso undici porte e cancelli, tanti quanti le ore trascorse fuori, all’interno dell’Assassino dei Sogni, come Carmelo chiama il carcere, che lo nuovamente fagocitato.
Tutto questo Carmelo ce lo racconta con uno stile originalissimo, “con un ritmo che toglie il respiro, nel moto ondoso delle parole”, dalla prefazione di Barbara Alberti, che è ormai il suo valore aggiunto, una cifra stilistica che lo caratterizza come un vero scrittore doc, mi permetto di prendere in prestito ancora altre parole di Barbara Alberti: “…Cosa aveva più degli altri Saviano oltre al coraggio? La voce. Saviano è un grande scrittore. Anche Carmelo, gli auguro di scrivere il suo Gomorra sul carcere con tutta la potenza del suo genio narrativo…”; voglio darvene un esempio“…i pensieri liberi in carcere sono odiati, temuti e puniti… per questo molti miei compagni… hanno rinunciato a pensare. Io invece non rinuncio a pensare da prigioniero libero. E mi piace soprattutto mettere i miei pensieri sulla carta per descriverli a me stesso e a chi li legge. Scrivo per trasformare la mia rabbia e il mio dolore in pensieri d’amore, perché come fa a rieducare un luogo dove non ci sono giustizia, umanità e sorrisi?... Nessuno è mai veramente solo fin quando ha il proprio futuro. Per questo gli uomini ombra si sentono così soli, non hanno più nessun futuro. Molti di noi camminano, respirano e sembrano vivi ma in realtà sono morti. Siamo morti…”
Grazie Carmelo, finché tu avrai la forza e il coraggio di far sentire la tua voce non sarete morti.


DANIELA DOMENICI
 


    

Corriere Cesenate - 16.02.2012:

 

 

 


 

Agnese Moro su "Undici Ore d'Amore" - La Stampa 12.02.2012

 


 

 

 

 

 


 

 Tratto dal quotidiano "Il Secolo XIX  - La Spezia" - 8 gennaio 2012:

 

 


 

 

 


   

RECENSIONE di MARGHERITA HACK

al libro “GLI UOMINI OMBRA” di Carmelo Musumeci

E’ un libro sconvolgente, opera di chi in carcere è diventato un grande scrittore, che scrivendo riesce a sopportare quella morte al rallentatore che è il carcere a vita, l’ergastolo ostativo, il “fine pena mai”.
Sono racconti in parte veri, in parte romanzati, che rispecchiano la violenza di chi ha potere su i carcerati e l’ansia di libertà, di giustizia, l’amicizia profonda che si stabilisce fra compagni di pena.
Quando si legge di casi reali di giovani rei di aver partecipato a qualche manifestazione, o di aver reagito alla forza pubblica, che entrati in carcere in piena salute ne escono avvolti in un lenzuolo e con sul corpo i segni di pestaggi selvaggi, si vuol credere che si tratti di casi eccezionali, poi si pensa a quello che è successo durante il G8 a Genova e si comincia a dubitare. Il carcere che dovrebbe essere scuola di riabilitazione si rivela un centro di abbrutimento per i carcerieri e di annullamento della personalità dei carcerati a cui questi si ribellano con la violenza, carcerieri e carcerati egualmente vittime di un sistema degradante.
Leggendo questo libro ci si sente in colpa per avere avuto un’infanzia felice, una famiglia che ci ha protetto e aiutato a crescere e ci si domanda come saremmo stati se fossimo stati lasciati abbandonati a noi stessi, orfani o con genitori in carcere, o assenti, forse ognuno di noi avrebbe cominciato con qualche furtarello e poi sempre qualcosa di più grosso, fino a che, contro la nostra volontà, ci sarebbe scappato il morto e la galera.
Il bambino criminale - l’autobiografa della sua infanzia- diventa criminale per colpa di chi dovrebbe guidarlo nella vita; prima la nonna che lo incita a rubacchiare del cibo al mercato, mentre lei, chiacchierando distrae il venditore. Scoperto, si becca uno schiaffo dalla nonna- quante volte ti devo dire di non rubare- e poi a casa se ne becca un altro per essersi fatto scoprire, poi la maestra che lo sospende per dieci giorni per aver portato a scuola un gattino, poi, in seguito alla separazione dei suoi, il collegio, dove religiosi di poca carità cristiana incrudeliscono con punizioni sproporzionate per un bambino ansioso di affetto e di libertà. Questo tipo di educazione potrebbe costituire un manuale su “ Come ti costruisco un criminale”.
Gli uomini ombra, invisibili e dimenticati da tutti , morti viventi, perché irreali come le ombre, eppure capaci di forte amicizia e altruismo come i quattro rinchiusi nella stessa cella, Tiziano figlio di un boss diventato assassino per l’obbligo di vendicare l’assassinio del padre, Pietro che aveva ammazzato la moglie e l’amante, Giosuè che aveva ammazzato una decina di persone che volevano ammazzare lui, e Nicola che viveva nel ricordo della moglie che lo aspettava da otto anni e non riusciva mai a vederlo. Era l’unico che aveva ancora una ragione per vivere. Per lui, perché lo trasferiscano al nord dove sarebbe stato più facile vedere ogni tanto la moglie gli altri tre dopo un tentativo di fuga fallito sono pronti a sacrificarsi. Finalmente Nicola può incontrare la moglie e gli altri tre sono finalmente liberi, le loro anime hanno lasciato i loro corpi martoriati di botte.
Le carceri italiane scoppiano. Molti detenuti non hanno nemmeno una branda o un materasso e dormono sdraiati per terra. Questo succede oggi nella civilissima Trieste. Molti dei detenuti non hanno compiuto altro reato che quello inventato da un governo razzista: il reato di clandestinità; molti altri sono poveracci che se fossero stati difesi da un bravo avvocato e non da un poco coscienzioso avvocato d’ufficio sarebbero fuori. Tutti avrebbero diritto a poter svolgere un lavoro, a studiare, a fare sport, a ricostruirsi un surrogato di vita, in particolare agli ergastolani, a coloro a cui la società dice: Lasciate ogni speranza o voi che entrate.
Spesso mi viene in mente un fatto di cronaca di qualche anno fa: Roma, una stazione della metropolitana. Due donne, un’italiana e una romena litigano, per quelli che vengono definiti futili motivi, una precedenza e una spinta forse involontaria, un insulto alla romena che reagisce con un’ombrellata al volto dell’altra. Disgrazia volle che la punta dell’ombrello le si conficcasse nell’occhio e raggiungesse un punto particolarmente delicato del cervello da provocare la morte. Chiaramente un omicidio preterintenzionale. Ma la romena è stata condannata per omicidio premeditato. Evidentemente in previsione del futuro litigio in metropolitana si era armata di un ombrello.
Quanto si dovrà aspettare perché il carcere possa assolvere davvero la funzione rieducatrice? Come si può pensare che una pena così barbara come l’ergastolo ostativo, che non lascia nessuna speranza di un futuro, possa rieducare?
Mi auguro che questo libro, oltre ad essere un eccellente esempio di letteratura vissuta, serva a sensibilizzare tutti coloro che sono “cittadini rispettabili”, che spesso non per merito loro ma grazie a un po’ di fortuna non hanno mai conosciuto il carcere, alla necessità di abolire l’ergastolo, a non dividere la popolazione fra onesti- quelli fuori- e delinquenti-quelli dentro- Leggendo questo libro si impara quanta umanità può esserci anche “dentro”, forse più dentro che fuori.

Margherita Hack


 

RECENSIONE di GILBERTO SQUIZZATO

Perché bisogna leggere “Gli uomini ombra” di Carmelo Musumeci? Che farsene dei suoi racconti claustrofobici, ossessivamente inchiodati fra le quattro mura di una cella, di un carcere, di un destino senza futuro? In fondo ci sarà un motivo se uno si è meritato non solo l’ergastolo ma l’ergastolo ostativo che lo esclude da ogni possibilità di sperare un fine pena, fosse pure dopo cento anni. Certo, dà fastidio sentire il colpevo-le che la giustizia ha condannato per gravi rati di sangue rivendicare in diritto a non mo-rire dentro il carcere, a non scontare la morte vivendo dentro un eterno presente che non avrà mai fine se con la fine.
E allora? Che provi pure questo fastidio chi non ha ammazzato, chi ha da esibire una vita innocente, chi ha da vantare la fedina penale immacolata. Che si senta urtato, contrariato, tediato da questa voce che grida fuori dalle sbarre l’urlo-ombra di uomini che non esistono più. Perché in quel fastidio, in quel tedio, possa nascere la domanda decisiva, l’interrogativo che sta al cuore di questo libro.
Ostativo è quel carcere a vita che si infligge attualmente al condannato che non collabora con la giustizia, al criminale che è disposto a scontare la sua pena ma non vuole parlare e si ostina tacere quel che sa dei fatti di sangue di cui è stato partecipe, complice o testimone. Perché non parla? Perché nella mafia, nella criminalità organizza-ta, la legge non scritta stabilisce che il tradimento si faccia scontare non solo al tradito-re, alla bocca scucita, ma anche alla sua famiglia: lo si punisce mandando a morte i suoi cari.
E allora ci si chieda, una volta per tutte, se un uomo ha il dovere/diritto di parla-re, di confessare, di collaborare con la giustizia quando sa per certo che dicendo tutto quel che sa salverebbe se stesso ma condannerebbe a morte le persone che più ama. “Le conseguenze dell’amore” le chiamerebbe Sorrentino, autore del bellissimo film in cui si vede un uomo che pur di non perdere la persone che ama si lascia calare vivo nel ce-mento di un cantiere. Ci pensino i giuristi, i legislatori, i giudici: l’ergastolo ostativo co-la nel cemento di una vita senza futuro chi tace per amore. Tutto qui.
Io non ho soluzioni, sono solo un cittadino che non ha alcuna esperienza né sag-gezza in fatto di delitti e di pene. Ma so che chi tace per non mandare a morte altre per-sone non può pagare con la vita (con una vita senza speranza) il prezzo di questo amore disperato, che è l’unica cosa che gli è rimasta.
E allora leggete questo libro: e non cercate in queste pagine l’empito di emozio-ni consolatorie, non vi troverete sentimenti diversi dalla rabbia, dal furore incontenibile di chi sbatte la testa contro un presente pietrificato su se stesso. Ordinarie cronache di giornate tutte uguali, anche se si progetta un’evasione, anche se si sta con la testa fuori, nelle strade perdute, negli amori negati, un tempo sempre uguale dove il pane quotidia-no è l’odio per il carceriere aguzzino, l’imprecazione contro la legge che in certi casi non sa pietà, che punisce con la morte quotidiana.
Io non ho soluzioni, ma so che qualcuno più esperto e più saggio di me una via d’uscita la deve trovare per chi rinuncia a vivere per non uccidere quelli che ama. 

Gilberto Squizzato (Scrittore - ex giornalista Rai)
 


 

RECENSIONE di MARIA GRAZIA GUASCHINO


 Per merito della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi, siamo venuti in possesso de “Gli uomini ombra e altri racconti”, un libro notevole appena uscito, scritto da Carmelo Musumeci, ergastolano autodidatta, attivista per i diritti dei detenuti (*). Grazia, che si è incaricata di scrivere la seguente recensione del libro, ne è rimasta inaspettatamente angosciata. Vi invitiamo a leggere “Gli uomini ombra e altri racconti” che ci fa “sperimentare sulla nostra pelle” il buio della detenzione e soprattutto dell’ergastolo “ostativo”, una punizione inumana e lesiva dei diritti fondamentali. Al di là del primo livello di tristezza quasi assoluta, avvertirete la luce e la speranza di chi si batte, nonostante tutto, per un mondo nuovo, più rispettoso dei diritti umani.

Quando mi è stato chiesto di scrivere una recensione del libro “Gli uomini ombra e altri racconti”, di Carmelo Musumeci, ho accettato volentieri, perché da molti anni ormai mi occupo di diritti umani e di detenuti ed ho creduto di poter affrontare con lucidità e moderato coinvolgimento il testo da esaminare.
Le cose non sono andate proprio così. Già da prima sapevo che la vita nelle carceri è dura e squallida, che molto spesso i condannati all’ergastolo hanno alle spalle storie tristi di infanzie rubate e di maltrat¬tamenti, che solitudine e tristezza regnano tra le pareti delle celle, ma una cosa è “sapere” e una cosa è “sperimentare sulla propria pelle”.
Leggendo i racconti di Carmelo sono entrata con lui nel carcere, ho vissuto con uomini disperati, ho avvertito in me il gelo della solitudine, la tortura dei giorni tutti uguali, tutti ugualmente vuoti, segnati solo da attività lugubri. Ho udito le urla, gli insulti. Ho provato il morso della fame, quella vera, inter¬rotta solo parzialmente da pasti pessimi e insufficienti. Ho intravisto, con ansia infinita, con il cuore in tumulto, lo spiraglio di una possibile salvezza, lo spiraglio della libertà, solo per precipitare nuovamente e ancor più dolorosamente nell’abisso di violenza fisica, ma soprattutto psicologica, del carcere. Ho an¬che però capito il significato di amicizie silenziose e solidali, che permettono sacrifici incommensura¬bili, di amori travolgenti e senza speranza, di sentimenti forti e profondi, nel bene e nel male.
Carmelo Musumeci scrive in modo così coinvolgente che è impossibile non farsi attanagliare dall’angoscia, non provare tutta la compassione di cui si è capaci per questi uomini ombra, per i loro cari, e alla fine anche per i carcerieri, inariditi e privati dell’anima proprio come i loro carcerati, tutti travolti e divorati dal famelico Assassino dei Sogni.
L’Assassino dei Sogni è il carcere stesso, trasformato dall’abile penna di Carmelo in un essere vivo, tentacolare, gelido e malvagio, che avvolge e divora tutto ciò che di vivo riesce a inghiottire tra le sue mura. Le frasi di Carmelo sono molto spesso brevi, sembrano imitare il ritmo del respiro che diviene quasi affannoso mentre leggi, mentre ti immedesimi nei sogni rubati e nelle speranze tradite dei prota¬gonisti, gli uomini ombra appunto, creature nascoste al resto del mondo e quindi dimenticabili e troppe volte di fatto dimenticate.
Sette racconti in questo libro, tutti terribili, tutti con un finale drammatico. Tutti tranne l’ultimo, in cui si intravede un barlume di speranza e di gioia, derivanti dall’amore e dal legame di amicizia che indis¬solubilmente lega corpo e anima di due persone, una dentro e una fuori dal carcere. Carmelo vuole tra¬smetterci un messaggio: solo se sapremo tendere una mano amica a queste persone altrimenti invisibili, solo se cercheremo di combattere e di far abolire la crudele e incostituzionale legge dell’ergastolo osta¬tivo (**), potremo ridare un volto a queste persone, che quasi sempre hanno il solo grave torto di essere venute al mondo nel posto sbagliato.
Carmelo Musumeci è un condannato all’ergastolo ostativo, la sua biografia parla di un uomo intelli¬gente e sensibile, sfortunato fin dall’inizio della vita, costretto a scelte sbagliate, ognuna conseguenza della precedente, tutte unite tra loro fino a formare la catena che ora lo tiene per sempre avvinto tra le mura del carcere di Spoleto. La sua intelligenza e il suo amore per la giustizia lo hanno portato a intra¬prendere un lungo e silenzioso cammino di redenzione che lo ha indotto a studiare fino a laurearsi in Giurisprudenza e a lottare dall’interno del carcere per sensibilizzare il mondo esterno sul dramma dell’ergastolo, che lui definisce “la pena di morte a gocce”.


Maria Grazia Guaschino - Direttivo Comitato Paul Rougeau (
http://paulrougeau.org)

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(*) Carmelo Musumeci, “Gli uomini ombra e altri racconti”, Gabrielli Editori, Pagine 175, Euro 14. Il libro si può ordinare nelle librerie ma vi consigliamo di acquistarlo direttamente tramite il sito www.gabriellieditori.it oppure tramite il sito www.ibs.it
(**) Ergastolo senza benefici e senza revoca inflitto per determinati crimini associativi (v. n. 182 ).

 


 

RECENSIONE di MITA BORGHESI

“In Italia non esiste l’ergastolo”. Quante volte ho sentito questa frase, un’affermazione che ritenevo vera finché nel cammino della mia vita non ho conosciuto un “uomo ombra” il cui fine pena è fissato per il 99/99/9999. Il suo è un “fine pena mai”.
Quest’uomo si chiama Carmelo e si definisce un “uomo ombra” cioè un uomo condannato a vivere una pena eterna, una pena che non finirà mai, una pena che esiste solo in Italia, una pena che si chiama ergastolo ostativo e che, non concedendo nessun beneficio (art.4 bis O.P.), incatena per sempre Carmelo nello spazio e nel tempo.
Carmelo è in carcere da 20 anni ma, nonostante le sofferenze e le privazioni, non si è mai arreso alla speranza e, sorretto dall’amore della sua famiglia, ha sempre lottato e continua a lottare per la sua libertà.
Carmelo non si è mai rassegnato e non si rassegna e in questo libro, che rappresenta una raccolta di alcuni dei suoi racconti, trapela tutto il vissuto di un uomo che da 20 anni, giorno per giorno e ogni giorno di nuovo, soffre, lotta e spera.
Ne “Gli uomini ombra” scritto con semplicità e schiettezza, in cui la fantasia sconfina purtroppo nella realtà, Carmelo evidenzia il dramma che le persone detenute vivono quotidianamente tra umiliazioni e soprusi in una società che li considera solo un rifiuto.
Ogni racconto è intriso di dolore e di poesia, ogni personaggio porta con sé un po’ della storia di Carmelo e, attraverso di essi, si inizia a scoprire, a conoscere e ad amare l’autore: Carmelo un “uomo ombra” che ha illuminato la mia vita divenendo per me un amico, un fratello, un padre.

Mita Borghesi
 

 


 

RECENSIONE di GIANLUCA PACIUCCI

L'OMBRA CHE DIVORA

Dalla raccolta di racconti di Carmelo Musumeci trasudano violenza e dolore, inflitti-subiti, e infine cristallizzati da quella creazione antiumana che è il carcere. Questo luogo, un'istituzione totale degna di Stati totalitari, è chiamato dall'ergastolano Musumeci l'“Assassino dei sogni”: è Ade, è Plutone, dio degli inferi e, al tempo stesso, gli inferi stessi, come nella Commedia di Dante. Ingoia figli e figlie -anche se l'universo di cui qui si scrive è interamente maschile-, li produce per divorarli, li bracca ad ogni istante, senza requie, cogliendone ogni minima debolezza e troncandone ogni sogno appena germogliato. E' un'Ombra immensa che divora a poco a poco tutte le piccole ombre che vi si agitano dentro. E', architettonicamente, una vecchia fortezza su un'isola, posto per carceri o per utopie, abolite queste ultime, celebrate le prime; oppure è un blocco di cemento, spesso in periferie di periferie, dove solo pensare che vi finiscono uomini e donne, a volte per sempre, dovrebbe far rivoltare le viscere e il pensiero: ma tacciono, viscere e pensiero, e tacciamo tutti perché separati da quell'universo, alienati dal prodotto del nostro modo di vivere e di far morire, famelico e distratto.

PENA SENZA FINE

Ergastolo ostativo è quello che subisce Musumeci, senza la possibilità di “trattamento extramurario”: pena senza fine che non sia la fine della vita stessa, pena di morte in vita, sottolineano l'autore e i vari militanti, scrittori e giuristi i cui scritti accompagnano i racconti. Contrario all'art. 27 della Costituzione, specialmente là dove si legge che “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. E' così nelle nostre prigioni? Musumeci ci dimostra di no, in sette fulminanti racconti. Nel primo, che dà il titolo alla raccolta, quattro ”uomini senza futuro”, in carcere per sempre e anche “da sempre”, tentano una fuga: “uomini ombra” a tentare di recuperare il proprio “corpo” appeso là fuori, divincolandosi dalle fauci dell'“Assassino dei sogni”. Loro antagonisti sono il brigadiere Hitler e la sua “squadretta di picchiatori”, il direttore Pece (un piccolo dio dell'oscurità, un cinico ragioniere del male attento alla propria carriera), e l'Assassino di cui sopra. Lo scontro è frontale e feroce: “ammazzare” è la parola-chiave (una trentina di occorrenze), con altre che vengono generate per accostamenti fonici (cazzo/pazzia/sgozzare) e che contribuiscono, ritmandoli, al crescendo di tensione e allo scioglimento finale. Tre dei quattro verranno uccisi nel tentativo, un quarto, protetto e salvato dagli altri, sarà tradotto in altro carcere, dove riceverà botte selvagge (“...Quando toccavi uno di loro, in qualsiasi altro carcere andavi, le guardie ti davano il benvenuto e ti massacravano di botte...” -p.73) e la visita della moglie, cui giurerà “sul bambino che non abbiamo mai avuto” (p.79) di continuare a vivere.
Colpisce l'intensità dello scontro, non attenuato da nessun populismo pietoso alla Pasolini: criminali incalliti sono i quattro (uxoricidi e pluriomicidi), dinanzi ai quali però non sfigurano i carcerieri, maledetti 'figli del popolo' ma non per questo meno colpevoli, e nemmeno dalla parte giusta. E' giusta quella parte che crea luoghi d'infamia come il carcere? E' giusta quella società che da secoli 'sorveglia e punisce'?, che genera il crimine e se ne serve per alimentare la propria fame di profitto (“complesso carcerario-industriale” è termine introdotto da Mike Davis)? O non è essa stessa, società sedicente 'democratica', ad accogliere elementi di fatto totalitari come l'arbitrio senza limiti che regna nei luoghi di detenzione? Perché è questa la certezza emergente dai racconti, che anche in regimi formalmente democratici, le prigioni rappresentino luoghi della totale presa del potere di alcuni uomini dello Stato sui corpi di altri, la cui 'nuda vita' è in balia di aguzzini spietati.

UN IMPROBABILE SUICIDIO

Questo emerge bene dal secondo dei racconti, “L'Assassino dei sogni”, una storia vera, secondo alcuni, o almeno verosimile: Maurizio, il protagonista, per un gesto di umana insofferenza (“...Aveva tirato un piatto di patate in faccia al brigadiere...” - p.83), 'deve' essere punito. Subisce un primo pestaggio e un secondo, nel quale riesce a sfregiare il capo della squadraccia punitiva, infine viene massacrato e poi impiccato nella sua cella (il “blindato”) a fingere un improbabile suicidio. “...La morte lo avvolse a sé e se lo portò via. Lasciò all'Assassino dei sogni il corpo appeso fra le sbarre.” (p. 93). Suicidi ne avvengono a decine, nelle nostre carceri, ma anche pestaggi e morti più che sospette: a nulla vale, ed è criminale solo pensarlo, che lo stress dei secondini li giustifichi -lo abbiamo sentito troppe volte... Essi sono ingranaggi di uno Stato di per sé violento e, ripeto, totalitario, da questo punto di vista: la paura dell'arbitrio poliziesco in regime di privazione della libertà, da Solčenicyn a Šalamov, da Levi a un CIE, in Italia come in una prigione dell'ex alleato Gheddafi o degli attuali alleati Putin e Obama , è la stessa. Un porta che si apre e lascia entrare gli 'incappucciati' con potere assoluto, che non conosce habeas corpus né possibili 'rieducazioni', se non quelle dei campi del più efferato Novecento. “Senzanima” chiama Musumeci i più crudeli dei guardiani, e a loro dedica l'omonimo racconto: “Si erano arruolati nella polizia penitenziaria che avevano un cuore e un'anima. Dopo alcuni anni non avevano più cuore. Poi erano rimasti anche senz'anima...” (p. 95, in uno dei più taglienti incipit del libro), e ancora: “...Ognuno di loro aveva un nome, ma fra di loro non si chiamavano più per nome. Fra di loro si chiamavano 'Collega'. Invece i detenuti li chiamavano i 'Senzanima'. Erano la 'squadretta' del carcere. Quelli che facevano i lavori sporchi per l'Assassino dei Sogni...”. E nuovamente violenze arbitrarie rese più acute dal fatto che Silvio, il detenuto protagonista di questo racconto, “non lottava solo per i suoi diritti, ma lottava anche per i diritti degli altri detenuti” (p. 97), cosa intollerabile e che finirà per essere punita: durante una traduzione, verrà inscenata una finta fuga e una vera esecuzione.

APPLICARE LA COSTITUZIONE

Tradimenti anche tra detenuti (non esiste solidarietà, dentro, ma forme di intesa, subito stroncate dall'Assassino dei sogni...), nessuna forma di 'fuori' possibile e, soprattutto, più nessuna 'domanda': le nostre società hanno appreso bene l'arte della punizione di malviventi/ribelli/etnie/intere classi sociali, e solo si fa 'garantista' per difendere gli interessi della più mediocre e violenta cricca politica che l'Italia repubblicana abbia mai avuto. L'opinione pubblica nella sua quasi interezza ha interiorizzato lo schema della colpa-punizione esemplare, magari di ex amici, e sempre nella speranza di non incappare mai nel meccanismo: persino il diritto internazionale viene nutrito da questa mentalità. Come ogni critica all'istituzione carceraria diventa complicità con chi delinque, così anche ogni critica alla guerra permanente viene spacciata per sostegno ai tiranni. Il libro di Carmelo Musumeci invece proprio a questo ci spinge, alla critica radicale della ragione punitiva, anche toccando l'intoccabilità di mostri giuridici quali il 4 bis e il 41 bis , per un'applicazione semplice della Costituzione italiana. Soluzioni come la prigione dura e senza fine, e la guerra in campo internazionale, altro non fanno che perpetuare miserie e sofferenze sempre più indicibili.
 

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1 Gli uomini ombra e altri racconti, San Pietro in Cariano-VR, Il Segno dei Gabrielli ed., 2010, pp. 175, con la collaborazione dell'Associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII” e interventi di Nadia Bizzotto, Giuseppe Angelini, Vauro Senesi, Giovanni Russo Spena e Mario Cevolotto.

2  “Quando iniziai a occuparmi dell'attivismo contro il carcere alla fine degli anni Sessanta, rimasi sconcertata nell'apprendere che i detenuti erano quasi duecentomila. Se qualcuno mi avesse detto che in tre decenni il numero delle persone in gabbia sarebbe decuplicato non ci avrei creduto (...). La popolazione statunitense è inferiore al 5% del totale mondiale, mentre gli Stati Uniti possono vantare più del 20% dell'intera popolazione carceraria...” (p. 17 in Angela Davis, Aboliamo le prigioni? Contro il carcere, la discriminazione, la violenza del capitale, Roma, minimum fax, 2009 -ed. originale 2003 e 2005-, pp. 263; l'ed. italiana contiene saggi di G. Caldiron e di P. Persichetti). Con Obama poco è cambiato.

3 “...Chi è condannato a questo regime speciale è costretto a rimanere in cella ogni giorno per 20 ore, ad incontrare la propria famiglia per brevissimi momenti e perfino il diritto a colloquiare con il proprio difensore è ristretto a sole tre ore al mese...” (p. 169 del libro, art. “Uno sguardo oltre l'ergastolo ostativo”, di Mario Cevolotto, legale di Musumeci).
 


 

RECENSIONE di MARCELLA ONNIS

“Gli Uomini Ombra” di Carmelo Musumeci: un libro che chiede di essere letto

“[…] una persona senza futuro, senza prospettive, senza speranza, senza fine pena mai, che cosa è? Un uomo ombra.”: in queste parole di Carmelo Musumeci è racchiuso il significato del titolo della sua raccolta di racconti, ma soprattutto il messaggio che vuol far arrivare ai lettori.
L’idea che il carcere non sia un albergo ormai è abbastanza affermata: per capirlo, infatti, basta leggere i dati sull’impennata dei suicidi e sullo squilibrio tra numero di detenuti che le strutture dovrebbero ospitare e numero delle persone effettivamente “ospitate”. La convinzione che nessuno ormai sconti più per intero condanne all’ergastolo è, invece, ancora molto diffusa, per cui in molti si stupiranno nello scoprire che Carmelo Musumeci è un condannato all’ergastolo ostativo, quello che non prevede una fine e non consente di godere di alcun permesso o altro beneficio… almeno che non si diventi un cosiddetto pentito. Ma non è il suo caso, perché per lui il pentimento è un fatto interiore (che dovrebbe essere valutato come tale dal sistema penale) e non una scelta da compiere per comodo.
Chi ha avuto occasione di leggere, sul nostro giornale o altrove, qualche sua testimonianza difficilmente sarà rimasto insensibile alla sua sconcertante schiettezza, alla sua invidiabile coerenza morale e alla sua onestà intellettuale. E dopo aver letto Gli uomini ombra resterà conquistato anche dalle sue abilità narrative.
Considerato l’importanza e l’attualità del tema, Musumeci avrebbe anche potuto scrivere un saggio o un’autobiografia, invece ha voluto creare una vera opera letteraria, capace di parlare ala contempo al cuore ed alla ragione.
Qualcuno l’ha definito “ergastolano-poeta” ed effettivamente la sua è una prosa lirica, nel senso più alto del termine, capace di rendere poetico anche il male. Così, ad esempio, il carcere viene chiamato, personificandolo, l’Assassino dei sogni e agli elementi naturali che assistono alla violenza più inaudita vengono attribuite reazioni tipiche degli umani (“le stelle per non vedere scapparono. La luna si nascose”). Mai, tuttavia, si ha l’impressione di avere a che fare con tecnicismi fini a se stessi: è, infatti, evidente che all’autore non interessa far vedere quanto è bravo, bensì far conoscere la verità nuda e cruda della vita dietro le sbarre. La sua è dunque una scrittura efficace, che ai toni patetici o vittimistici preferisce le parole schiette e che si sviluppa attraverso frasi brevi, così lapidarie da costringere il lettore – forse neppure intenzionalmente – a soffermarsi su ogni pensiero ed ogni immagine.
Non serve quindi arrivare all’ultima pagina per capire che gli uomini ombra sono più morti che vivi perché – come sottolinea Alberto Loggia nella prefazione – sono stati defraudati persino della speranza, quel sentimento che si dice non muoia mai. E facilmente si comprende, inoltre, come la disumanità di questa istituzione – per come viene di fatto gestita, in particolare per la sua assenza di regole certe – arrivi a colpire anche i familiari dei detenuti.
Il fattore emotività non deve, tuttavia, far perdere di vista la realtà oggettiva dei fatti e condurre a pericolose generalizzazioni, in particolare a criminalizzare l’intera categoria delle guardie carcerarie: questo libro deve semplicemente aiutare a capire che il carcere è un ambiente che tende ad abbruttire tanto i prigionieri quanto i secondini.
Musumeci, peraltro, non si spinge mai a sostenere che debba essere abolito (a differenza di quanto fa, ad esempio, Vincenzo Guagliardo nel saggio Dei dolori e delle pene), nonostante i contributi che precedono e seguono i suoi racconti forniscano dati molto eloquenti: i casi di recidiva sono superiori al 60% tra coloro che hanno scontato la pena in carcere, mentre raggiungono solo il 15% tra quelli che hanno usufruito di pene alternative.
Alla fine di questa lettura forse saranno in tanti a non voler comunque sposare la causa dell’abolizione dell’ergastolo senza se e senza ma, tuttavia saranno senz’altro pochi quelli capaci di negare che questa pena è non solo contraria al senso di umanità ma anche incostituzionale in quanto incompatibile con il comma 3 dell’art. 27 della nostra Costituzione (Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.), quel documento che è un altissimo esempio di tutela dei diritti degli individui.


Marcella Onnis  - Redattrice de
www.ilmiogiornale.org

 


 

RECENSIONE di GIACOMO RUSSO SPENA

Dietro le sbarre, senza futuro

Fine pena mai. Carcere a vita. L'ergastolo ostativo significa questo. Ce lo descrive benissimo con il suo libro “Gli uomini ombra” (Gabrielli editori, 175 pp, 14 euro) Carmelo Musumeci. Un detenuto. Meglio, un ergastolano che dall'interno del sistema penitenziario ci evidenzia tutte le lacune di un modello securitario e punitivo che si sta sgretolando di fronte alle enormi contraddizioni presenti.

"L'ergastolo è una pena di morte a gocce ed è sbagliato dire che assomiglia alla pena di morte perchè è molto peggio... perchè in questo modo continui a vivere ma smetti di esistere; ti lascia la vita ma ti ammazza il futuro. Sapete qual è la cosa più brutta della giornata dell'ergastolano? Che domani inizia tutto daccapo, che sarà una giornata come ieri, come sarà domani e dopodomani, come sarà per sempre". Musumeci usa un linguaggio crudo, schietto per far capire a chi troppo spesso fa della galera una bandiera ideologica cosa significhi realmente una detenzione. A vita. Dove la morte è l'unica evasione possibile dall'Assassino dei sogni, così Musumeci chiama il carcere in tutto il libro, quell'istituzione che "ti mangia il corpo, il cuore, l'anima... agli uomini ombra (gli ergastolani, ndr) non resta che l'amicizia tra loro".

L'autore va oltre ad una semplice autobiografia, preferendo romanzare cinque brevi racconti che hanno come perno centrale il detenuto, le sue sofferenze, l'umanità e le ribellioni contro le ingiustizie. Come la prima narrazione, la principale, basata su un tentativo di evasione finito male: "Perdere il futuro è peggio che perdere la vita, nessuno può vivere senza la speranza della libertà". Un libro importante perchè dà voce ai senzavoce, agli uomini ombra, ai detenuti che, soprattutto in questo periodo, vivono in toto la barbarie del sistema carcerario. Un sistema al collasso, da tutti punti di vista.

Innanzitutto il sovraffollamento. I reclusi hanno superato da poco la soglia dei 69mila, di fronte ad una capienza di posti letto di 44.874. Mai così tanti dal '45 ad oggi: i tossicodipendenti sono quasi 20mila, mentre gli immigrati sono circa 26mila. Poco meno del 50 per cento quelli in attesa di giudizio. Il picco del sovraffollamento è in Emilia Romagna dove sono 188 i detenuti ogni 100 posti letto, mentre si sta meglio nei penitenziari della Sardegna dove la media scende a 118. E la popolazione carceraria cresce di 400 unità al mese.

Questo, soprattutto, per le nefaste leggi Bossi-Fini sull'immigrazione, Fini-Giovanardi sulle droghe ed ex-Cirielli sulle recidiva che non hanno fatto altro che trasformare i penitenziari in luoghi di emarginazione sociale, combattere i "nuovi" poveri (e non la povertà) sembrano essere le nuove parole d'ordine. Un detenuto passa la maggior parte delle giornate in cella, in condizioni igienico sanitarie pessime, in strutture vecchie dove l'unico reinserimento sociale sono le due ore al giorno di "aria" o la televisione. Qui, infatti, torniamo a Musumeci, al libro, alla sua richiesta di far rispettare l'articolo 27 della Costituzione: rieducare i reclusi per poi reinserirli nella società.

Attualmente un miraggio, un'utopia. E pensare che chi sconta la pena in carcere ha un tasso di recidiva superiore al 60 per cento. Mentre scende al 15 per chi usufruisce delle pene alternative (detenzione domiciliare, semilibertà, servizi sociali) introdotte dalla legge Gozzini. Gli uomini ombra, a volte, ricorrono così alla morte volontaria, tanto che nel 2010 sono già 64 i suicidi in carcere. Tra loro ben 18 erano ergastolani. Era l'unico modo per uscire dal carcere.

Giacomo Russo Spena (MicroMega, Dicembre 2010)
 


 

RECENSIONE di FRANCESCA DE CAROLIS

Iniziando l’anno in compagnia degli uomini ombra, “Uomini ombra e altri racconti”, di Carmelo Musumeci. Sì, lo stesso Musumeci che ogni tanto si affaccia su questa riva, con i suoi messaggi in bottiglia lanciati nel mare della nostra indifferenza dal Carcere di Spoleto, dove sconta una condanna all’ergastolo senza benefici. Iniziando dunque l’anno in compagnia della paura, che davvero viene leggendo di vite dietro le sbarre. Vite senza alcuna via d’uscita. Crude, disperate, quasi tutte che finiscono male, perché non si può che finir male in un mondo chiuso al mondo, dove serpeggia uno stato d’illegalità permanente, dove lo stato di diritto muore, se di fatto muore, con l”habeas corpus”, una parte portante delle sue fondamenta. Gli uomini ombra di Musumeci ce lo ricordano ad ogni pagina, e leggendo sappiamo che le loro sono storie vere, anche quando il racconto inizia con la premessa: questa non è una storia vera. E cosa c’è di più vero dell’Assassino dei Sogni. Domina su tutto e su tutti, e lo vedi e lo senti, fatto di pietra, fatto di ferro. Organizza la vita delle sue vittime in modo da proibire loro di sognare, mangia l’anima, il cuore e l’amore dei prigionieri. Le storie di questi uomini ombra sono le stesse di cui leggiamo distrattamente nelle cronache che parlano di carceri affollate, di morti non chiare, di lividi, di suicidi. Ma siamo abituati a pensarle lontane, a pensare che non ci riguardano, che mai ci riguarderanno. E forse questa è la crudeltà maggiore che possiamo riservare loro: abbandonarle, le storie di questi uomini, al di là delle mura del carcere, ben chiuse nel buio delle loro celle. Ed è la solitudine dal mondo, l’isolamento dalla vita, che forse fa più paura. Questa paura e questa disperazione i racconti di Musumeci ce le riporta vive e palpitanti e sanguinanti davanti agli occhi. Con una scrittura forte, diretta, feroce e dolorante, come sa essere la vita. ….
Confesso di non essere riuscita a leggere il secondo racconto, “L’assassino dei sogni”. Mi è bastata la premessa: Questo racconto è frutto esclusivo della fantasia dell’autore. Ma nell’ambiente carcerario si racconta che sia una storia vera, perché negli anni Ottanta Maurizio fu davvero trovato impiccato nella sua cella d’isolamento, con il corpo pieno di ematomi, che non poteva esserseli fatti da solo. Maurizio aveva diciannove anni, arrestato per una rapina, con pistola giocattolo… Qualsiasi cosa abbiano fatto o facciano Maurizio e Giosuè, Nicola, Tiziano, Silvio, si capisce subito che la condanna a morte scattera’ sempre e comunque appena varcata la soglia del carcere. Perché altro non è che condanna a morte la condanna alla pena eterna. Una morte lenta, al rallentatore, come la chiama Musumeci. Ci sono anche storie d’amore, in questi racconti. Ma amori straziati e strazianti, perché rimangono lontani e inafferrabili, condannati, anche loro, a morire agonizzando a poco a poco. Ed è la condanna più feroce, la condizione che porta alla morte dei sentimenti e dell’anima. Invito a cominciare l’anno leggendoli, questi racconti. A leggerli tutti ( anche dove io non ce l’ho fatta) per chi ami il noir. Perché social noir li chiama Musumeci. Bisogna leggerli per fare un tuffo nella realtà. La realtà, in Italia, di quasi settantamila persone. A volte c’è da chiedersi davvero quale senso della realtà abbiamo. Mi viene in mente un espisodio… esito a raccontarlo… appena lo sussurro, quasi me ne vergogno… ma è andata proprio così: parlando, di uno sciopero dei detenuti durante una delle tante estati affollate, si discuteva in redazione se parlarne, come parlarne, perché parlarne, nel notiziario. Si decise per il no. D’altra parte, non c’era neppure scappato il morto… Decisero, in quei giorni, i detenuti, di non guardare la televisione, per protesta… Parlarne? Perché parlarne? Come parlarne? Si decise di non parlarne. Meglio così, meglio così, mi sussurrò un collega all’orecchio… altrimenti faremo sapere in giro che in carcere guardano pure la televisione… Ancora, mi dico e spero di aver frainteso… A chi la pensa come quel collega, che ancora spero di aver frainteso, suggerisco di fare un tuffo nella realtà, leggendo di questi uomini ombra…
Carmelo Musumeci è promotore della campagna “Mai dire mai”, per l’abolizione della pena senza fine, e l’attuazione quindi dell’articolo 27 della nostra Costituzione, dove spiega che le pene devono tendere alla rieducazione. Rimando alle sue parole per capire cosa significhi una pena perpetua, la pena di morte viva, e perché a volte qualcuno in carcere pensi che sia meglio morire davvero. Nella prefazione al libro Alberto Laggia scrive: “Quando rimetteremo in moto le lancette dell’orologio che conta la pena da scontare, potremo dirci una società civile. E qualche storia in più dietro le sbarre potrà trovare un lieto fine”.

Francesca De Carolis
Giornalista Rai Radio 1



RECENSIONE DI PATRIZIA VALDISERRA

”Giorni eguali, come notti, per giorni inesistenti, per notti inutili, per sempre. Il buio, il nulla, fino all’ultimo dei giorni” . Così Carmelo Musumeci descrive l’esperienza dell’ergastolo. E davvero è un pugno allo stomaco la sua testimonianza, egli detenuto ostativo ai benefici penitenziari – e scrittore – a proclamare la propria esistenza in vita, nonostante l’ergastolo, come l’assenza d’un possibile altro orizzonte. Fendente, il suo libro, che dritto raggiunge le viscere, a lasciare in chi legga l’impressione dolente d’una contusione che pertiene più all’anima che ai sensi.
[2]In quella si racconta di uomini morti alla vita, seppure d’ognuno sia dato certificare l’esistenza, mortificata sì da azioni pregresse in dispregio di norme e valori, ma confitta oggi al muro calcinato d’una cella, stretta da sbarre che, invalicabile confine, mai s’apriranno a spazi vasti di libertà, quella di chi, a piede libero, cammina il mondo certo che all’oggi seguirà domani.
E sono esistenze coatte, cui non è dato nemmeno sperare. Fine pena, per quelle, mai, poiché esistenze ostative: cui nessun beneficio è concesso in termini di permessi premio, semilibertà, libertà condizionale. Ciò, salvo collaborare con la Giustizia all’arresto d’altri.
Era il 1992 allorché il legislatore compilava la norma (Legge 356/92) che prevedeva l’esclusione dal trattamento extramurario per quei condannati non collaborativi, conferendo al regime ostativo la qualità di pena perpetua, sorta di morte viva che affligge chi a sua volta afflisse altri, col proprio delinquere dal mondo degli uomini, come dalle sue leggi.
Così, per chi legga il libro, s’impone un distinguo tra collaboratori di giustizia e pentiti, avendo presente che il pentimento pertiene a quella dimensione d’umanità dolorosa che liberamente si sottopone ad una revisione del proprio vissuto, senza sconti né alibi, ma pienamente cosciente del reato, come della colpa.
Altro la collaborazione, che risponde a precisa scelta processuale e sovente prescinde dall’esperienza del pentimento. Incisivo, ai fini d’una comprensione piena del problema, l’impegno profuso dalla comunità Papa Giovanni XXIII di don Oreste Benzi; impegno volto a denunciare il deficit di un sistema carcerario che non agevola la rieducazione e, nel caso degli ergastolani ostativi, ad oggi, esclude qualsivoglia speranza di reinserimento sociale.
Emblematiche, al riguardo, le parole del prof. Giuseppe Ferraro dell’Università Federico II di Napoli: “La pena non deve annullare, ma dare il diritto di capire. Per difendere la democrazia bisogna abolire l’ergastolo”.
Così, “In carcere tutte le storie finiscono male”. Questo scrive Carmelo in premessa all’ultimo dei suoi racconti. E sono storie di uomini vestiti d’ombra, divenuti invisibili al mondo, come a se stessi, non fosse per quel dolore d’essere che li accompagna. Pure, avviene che l’ombra, di che sono quei detenuti, vapori nella luce d’una speranza che qualcuno talora accende. “Sii sempre come il mare che infrangendosi contro gli scogli trova sempre la forza per riprovarci”…

Patrizia Valdiserra
direttore della Biblioteca Civica “Simonetta Comanedi” di Albenga


RECENSIONE DI SEBASTIANO MILAZZO

La tua scrittura, Carmelo, è il segno della tua riscossa, una violazione del silenzio che a te, come a me, vogliono imporci; lo squarcio di un sipario dietro il quale in troppi si rifiutano di voler vedere quel che oggi realmente siamo. Ci trattano da morti, ma noi siamo vivi e vogliamo continuare a restarci; e l’unico modo che abbiamo per farlo è esprimere le nostre esperienze, le nostre considerazioni sul male provocato e anche subito.
I tuoi racconti servono a far capire che tutti siamo responsabili del male, tutti siamo responsabili del degrado di una società. I tuoi racconti dovrebbero servire, soprattutto, agli altri per capire che più aumenta la violenza del sistema sui più deboli e più gli stessi sentono il bisogno di Giustizia, più vengono sottolineate le mancanze individuali e collettive nei loro confronti.
È bella l’apertura del tuo lavoro, dove in due paginette riesci a condensare la vicenda umana che ti ha condotto dove ancora oggi ti trovi. Bella perché lo fai senza dire né bene né male, ma soprattutto senza rinnegare niente di ciò che ha generato il fluire degli eventi della tua vita. Descrivi le nebbie della tua anima e i fiori insospettati che ci sono cresciuti dentro, quei fiori che ti hanno portato a quello che sei oggi; e lo fai senza compiacimenti né malizie. Nei giri intorno alle parole fai emergere l’inquietudine esistenziale dei personaggi delle storie che racconti, alla luce delle tue certezze acquisite, dopo tante sofferenze. Se gli autori della prima storia avessero avuto a che fare con un sistema che faceva vedere loro uno spiraglio di luce, quella storia non si sarebbe potuta scrivere. Un racconto che nel voler dire proprio questo vuole invocare la liberazione dalla schiavitù dell’ergastolo. Un racconto che invoca una regola che possa trascinare tutti verso il bene e non verso il male, verso la luce e non verso l’abisso; che invoca una regola che porti a far innamorare della vita, piuttosto che la faccia vedere come un continuo affanno, così come la fa vedere una pena che per noi non prevede una fine.


Sebastiano Milazzo


RECENSIONE DI GIOVANNI MAFRICA


I lettori esterni dal contesto carcerario con questo libro entrano in carcere, vengono a contatto con una realtà brutale, ma mai abbastanza da rispecchiare la realtà quotidiana. Perché una cosa è sapere e un’altra cosa è sperimentare sulla propria pelle le avversità che il pianeta carcere riserva, soprattutto a causa dell’ottusità dell’amministrazione giustizia e di certi settori deputati al controllo. Di per sé il carcere dovrebbe essere il regno della legalità, ma così non è, poiché è lo Stato stesso col suo agire che viola sistematicamente i suoi stessi precetti e dunque diviene egli deviatore di se stesso.
Chi scrive è un ergastolano e, come l’autore del libro, conosce le dinamiche che caratterizzano il quotidiano “dell’ Assassino dei Sogni” e sente appunto sulla propria pelle le ingiustizie e il peso di una condanna che priva di ogni razionalità, di umanità, che non ha senso, se non quello di svuotare la persona di qualsiasi sentimento che accomuna l’umano. Non parlerò, dunque, di dinamiche carcerarie, ciò perché in ogni parola la percezione è diversa da un lettore non contaminato dall’ambiente. Mi soffermerò tuttavia sul messaggio che il libro veicola …
Se fermiamo gli italiani per strada e chiediamo loro in cosa consiste la pena dell’ergastolo nel nostro Paese, avremmo senza dubbio una risposta secca: “In Italia non esiste l’ergastolo … non lo sconta più nessuno, non c’è pena certa, etc”. Siamo sicuri che è proprio così? Beh, leggendo il libro di Carmelo, pare che sia (è) il contrario; mette finalmente chiarezza, affermando (demolendo lo stereotipo di un giornalismo spesso bieco e schiavo di una politica del tutto avulsa dei problemi sociali) non solo che in Italia esiste la pena certa, e meno il diritto certo, ma che parimenti esiste una categoria di detenuti condannati a scontare una pena perpetua, in barba a ciò che è contenuto nell’art. 27 comma 3° della Cost., il quale recita: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Lo spaccato social carcerario narrato da Carmelo, dunque, pone l’accento in maniera profonda e inequivoca su una tematica così delicata e sentita nel nostro Paese, tanto da originare un putiferio ogni qualvolta si prende in considerazione. A riguardo, già i padri costituenti nel concepire la Costituzione si sono a lungo dibatutti sulla sua ragion d’essere di tale pena in seno alla Costituzione, ma mentre per la pena di morte ha trovato un accordo unanime, per quanto concerne l’ergastolo, pur paragonandolo per la sua afflittività più brutale della pena stessa di morte, non hanno avuto il coraggio di abrogarlo, ma solo di procrastinare tale rimozione, ratificando l’art. 27 della Cost. ; difatti, se le lettere hanno un senso, la sua incostituzionalità è palese con i principi contenuti nel sunnominato articolo, perché nessuna corrente di pensiero può, anche la più giustizialista, convenire su ciò che caratterizza l’ergastolo e quello che stabilisce la Costituzione, e cioè costatare e chiedersi: “Una pena perpetua che relega all’oblio, e cioè che esclude dal consorzio sociale per tutta la durata della vita, è compatibile con il senso di umanità? E ancora, può dirsi finalizzata al reinserimento quando questa, se conseguita, sarà inservibile in una vita, quella in carcere, priva di qualsiasi rapporto con l’ambiente sociale?”
Ecco, il messaggio di Carmelo è volto proprio a sensibilizzare la società civile, ma soprattutto gli stessi ergastolani, che come la maggioranza della popolazione dei detenuti, nel contempo si sono appiattiti al sistema. Occorre, sul punto, una presa di coscienza sia nell’ambito sociale sia in quello relativo a coloro che sono chiamati istituzionalmente a vigilare sulle norme. In questo senso, l’Intellighenzia e gli addetti ai lavori devono prendere coscienza di questa anomalia ed aprire un dibattito giuridico culturale che tenga finalmente conto del valore naturale del tempo e dell’evoluzione del singolo, al fine di sanare una laguna costituzionale che perdura da decenni, ponendo fine così alla disumanità della pena dell’ergastolo che priva la persona di dignità, rendendola schiava, imbruttendola e imbarbarendola all’estremo, che, come l’autore stesso definisce nei tanti personaggi, di per sé non è cattiva: anche la più brutta persona se posta nelle condizioni giuste è buona, può redimersi, è il bisogno, l’ambiente, invece che la contamina e ne determina il fato.

 

Giovanni Mafrica
Spoleto 3/01/2012

 


 Recensione di Sergio Tatarano
“GLI UOMINI OMBRA” E LA BRUTALITA’ DELL’ERGASTOLO.

Il bellissimo libro di Carmelo Musumeci (“Gli uomini ombra”) è un manifesto contro l’ergastolo. Un manifesto intimo contro una pena che imbarbarisce. Esso contiene una spiegazione dettagliata dei meccanismi umani e mentali che scattano nell’uomo rinchiuso in una gabbia dalla quale non può più uscire. E’ tutto lì il grande merito di questo insieme di racconti: la capacità di descrivere il quotidiano e il senso di finitezza umana, di ridicolaggine in cui la pena riduce un uomo, condannato ad essere per sempre un tutt’uno con il reato che ha commesso.
Musumeci è la prova di come l’ergastolo (specie quello ostativo) rappresenti la contraddizione evidente di quell’art. 27 che trova sempre i sostenitori dell’eccezione, del “tranne quando “. Quanto volte lo abbiamo sentito dire a proposito di pena di morte.
Musumeci non utilizza argomenti giuridici: non parla di violazione della Costituzione.
Non si serve neppure di argomenti scientifici (come fa Veronesi quando per criticare la pena perpetua sostiene che il nostro cervello cambia continuamente), né sciorina meri dati statistici (che dimostrano come una detenzione meno afflittiva genera meno crimine); né cita Paesi virtuosi come la Norvegia (dove la pena massima prevista è di 21 anni eppure la recidiva è del 10% contro il 70% nostrano).
Musumeci racconta quel senso da “niente da perdere” che accompagna il detenuto privo di speranza che nelle nostre galere illegali impara prestissimo a non sapere più perché sta scontando la pena e a sentirsi vittima; Musumeci spiega che l’unica energia che il carcere a vita produce è odio nei carcerieri o, al più, speranza di poter scappare da un inferno anche a costo di vite umane. O, ancora, desiderio di lasciare questo mondo invece di scontare la “pena di morte viva”.


Sergio Tatarano
Militante radicale
Presidente Cellula Coscioni Francavilla Fontana

novembre 2013