Ergastolo Ostativo

ERGASTOLO OSTATIVO, LA “PENA DI MORTE VIVA”


Carmelo Musumeci è un ergastolano che sta scontando la sua pena nel carcere di Spoleto, ma è anche uno scrittore che negli ultimi anni ha pubblicato tre libri, tra memoria e narrativa. L'ultimo in ordine di tempo, una raccolta di racconti dal titolo Zanna blu. Le avventure (Gabrielli Editori, 2012), può vantare una prefazione della celebre scienziata Margherita Hack e ha offerto alla Libreria Popolare di via Tadino a Milano lo spunto per organizzare venerdì scorso una presentazione che si è rapidamente e naturalmente trasformata in un'occasione di dibattito sulla pena carceraria in Italia. Circostanza non casuale, dato che tra i fondatori nel 1974 della Libreria Popolare c'era quel Mario Cuminetti da cui prende nome il 'Gruppo Carcere Mario Cuminetti', associazione per i diritti dei detenuti attiva nel milanese dal 1985 e che ancora oggi si riunisce abitualmente proprio nei locali della libreria di via Tadino. La presenza di due professionisti del diritto come il professor Luciano Eusebi, ordinario di diritto penale presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore e già membro della Commissione Pisapia per la riforma del codice penale, e la dottoressa Roberta Cassia, giudice di sorveglianza presso il Tribunale di Milano, ha permesso ai partecipanti alla serata di gettare uno sguardo su uno degli angoli più oscuri del nostro sistema penale: l'ergastolo ostativo. Se infatti la riforma dell'ordinamento penitenziario del 1975 ha introdotto una serie di benefici premiali per favorire la riabilitazione e il reinserimento nella società dei detenuti, ha però anche previsto un elenco di eccezioni, cioè di reati che appunto 'ostano' all'accesso a questi benefici. Elenco che, neanche a dirlo, nel corso degli anni è cresciuto sull'onda delle varie emergenze reali o presunte, fino a comprendere tutti i reati commessi in associazione, dalla mafia fino al contrabbando di sigarette. In pratica chi subisce una qualsiasi condanna carceraria per uno di questi reati deve scontarla per intero senza poter uscire in anticipo, a meno che non faccia i nomi dei suoi complici contribuendo così alla loro cattura. Chi, come Carmelo Musumeci, viene condannato all'ergastolo per uno di questi reati deve quindi scontare una pena lunga quanto la sua vita. Questo è l'unico vero ergastolo che esiste oggi in Italia ed è anche in aperto contrasto con il dettato costituzionale, che prevede la rieducazione come unico fine a cui deve tendere la pena: i circa 1.200 ergastolani ostativi non usciranno mai dal carcere e non torneranno mai nella società, non importa quanti sforzi facciano per rimediare ai propri errori. Musumeci ad esempio, entrato in carcere con la sola licenza elementare, ha poi conseguito durante la detenzione una laurea in giurisprudenza ed è oggi scrittore. Ma si rifiuta di fare i nomi dei suoi antichi 'colleghi' per un motivo etico, non vuole infatti barattare la propria libertà con quella di un altro, e per questo è destinato a terminare i suoi giorni tra le quattro mura di una cella. Altri che si trovano nella sua condizione mantengono un'analoga reticenza per paura di ritorsioni e vendette nei confronti dei loro famigliari, altri ancora non hanno proprio nessuna informazione utile da fornire alle autorità, ma non riescono a convincere il giudice della loro buona fede. Eppure tutti quanti subiscono la 'pena di morte viva', per usare un'amara definizione dello stesso Musumeci.
L'ergastolo ostativo assomiglia per molti versi al cosiddetto carcere duro del 41 bis, ma anche i detenuti comuni, che sono poi la maggioranza, non trovano quasi mai all'interno dell'istituzione penitenziaria l'opportunità di riabilitarsi. Il carcere diventa quindi una sorta di parcheggio in cui attendono la liberazione senza fare nulla. Una pena che non porta loro nessun beneficio, ma non restituisce nulla neanche alle vittime e non protegge la società dal rischio della recidiva. Tutto questo a causa del sovraffollamento che affligge i nostri istituti e che rende impossibile l'applicazione delle norme dell'ordinamento penitenziario. Eppure, come ci hanno ricordato nei loro interventi venerdì sera il professor Eusebi e la giudice Cassia, il nostro ordinamento è all'avanguardia e prevede già oggi misure alternative alla pena carceraria. Almeno sulla carta. Se pensiamo ad esempio che in Germania ben tre quarti della condanne prevedono una pena pecuniaria, secondo la semplice osservazione per cui il movente della maggior parte dei reati è proprio il denaro, e in Austria quasi il 30% dei processi si risolvono con gli strumenti della giustizia riparativa e della mediazione penale, che tengono nella giusta considerazione anche le esigenze della vittima, possiamo renderci conto di quanta strada dobbiamo ancora fare per arrivare a una giustizia più giusta e umana, che non seppellisca vivi i tanti Carmelo Musumeci che ci sono oggi nelle carceri italiane.

 

Marco Ciello

(Articolo apparso in origine su Notizie Radicali del 13 giugno 2012)
 


 

 

Cos’è l’ergastolo ostativo?



E’ una pena senza fine che in base all’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario, mod con Legge 356/92, nega ogni misura alternertiva al carcere e ogni beneficio penitenziario ai chi è stato condannato per reati associativi:

“Pochi sanno che i tipi di ergastolo sono due: quello normale, che manca di umanità, proporzionalità, legalità, eguaglianza ed educatività, ma ti lascia almeno uno spiraglio; poi c’è quello ostativo, che ti condanna a morte facendoti restare vivo, senza nessuna speranza.

Per meglio comprendere la questione bisogna avere presente la legge 356/92 che introduce nel sistema di esecuzione delle pene detentive una sorta di doppio binario, nel senso che, per taluni delitti ritenuti di particolare allarme sociale, il legislatore ha previsto un regime speciale, che si risolve nell’escludere dal trattamento extramurario i condannati, a meno che questi collaborino con la giustizia: per questo motivo molti ergastolani non possono godere di alcun beneficio penitenziario e di fatto sono condannati a morire in carcere.
L’ergastolano del passato, pur sottoposto alla tortura dell’incertezza, ha sempre avuto una speranza di non morire in carcere, ora questa probabilità non esiste neppure più.
Dal 1992 nasce l’ergastolo ostativo, ritorna la pena perpetua, o meglio la pena di morte viva.”

Insomma l’ergastolo ostativo è stare in carcere per tutta la vita, è una pena che viene data a chi ha fatto parte di un’associazione a delinquere e che ha partecipato a vario titolo a un omicidio, dall’esecutore materiale all’ultimo favoreggiatore. Ostativo vuol dire che è negato ogni beneficio penitenziario: permessi premio, semilibertà, liberazione condizionale, a meno che non si collabori con la giustizia per l’arresto di altre persone.
Si continua a parlare di “pentiti”, mentre in realtà si dovrebbero chiamare semplicemente “collaboratori di giustizia”, perché è evidente che la collaborazione è una scelta processuale, mentre il pentimento è uno stato interiore. La collaborazione permette di uscire dal carcere, ma non prova affatto il pentimento interiore della persona. In realtà sono gli anni di carcere, nella riflessione e nella sofferenza, che portano ad una revisione interiore sugli errori del passato. Tutto questo nonostante un sistema carcerario che abbandona i detenuti a se stessi e che non agevola affatto la rieducazione e, nel caso degli ergastolani ostativi, esclude completamente ogni speranza di reinserimento sociale.*


Noi incontriamo ogni settimana decine e decine di persone condannate all’ergastolo, senza speranza, ostative ai benefici penitenziari, persone che sono in carcere dal 1979, ragazzi di 40 anni che sono stati condannati all’ergastolo a 18 anni e che non sono mai usciti, neanche per il funerale del padre. Ragazzi che hanno vissuto più tempo della loro vita in carcere che fuori.

In Italia ci sono più di 100 ergastolani che hanno alle spalle più di 26 anni di detenzione, il limite previsto per accedere alla libertà condizionale. La metà di questi 100 ha addirittura superato i trent’anni di detenzione.
Al 31 dicembre 2010 gli ergastolani in Italia erano 1.512: quadruplicati negli ultimi sedici anni, mentre la popolazione “comune” detenuta è “solamente” raddoppiata

Al 31 dicembre 2010 i detenuti presenti nelle carcere italiani erano 67.961 e quelli in semilibertà poco più di 900 e di questi solo 29 sono ergastolani. 29 su 1.512, a fronte di quasi 100 in detenzione da oltre 26 anni: non esiste, eccome, in Italia la certezza della pena?

Paolo Canevelli, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia ha rilasciato questa dichiarazione:
(...) Per finire, e qui mi allaccio ai progetti di riforma del Codice penale, non so se i tempi sono maturi, ma anche una riflessione sull'ergastolo forse bisognerà pure farla, perché l'ergastolo, è vero che ha all'interno dell'Ordinamento dei correttivi possibili, con le misure come la liberazione condizionale e altro, ma ci sono moltissimi detenuti oggi in Italia che prendono l'ergastolo, tutti per reati ostativi, e sono praticamente persone condannate a morire in carcere.
Anche su questo, forse, una qualche iniziativa cauta di apertura credo che vada presa, perché non possiamo, in un sistema costituzionale che prevede la rieducazione, che prevede il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, lasciare questa pena perpetua, che per certe categorie di autori di reato è assolutamente certa, nel senso che non ci sono spazi possibili per diverse vie di uscita.
(Roma 28 maggio 2010, intervento al Convegno Carceri 2010: il limite penale ed il senso di umanità).

Aldo Moro nelle sue lezione universitarie avvertiva gli studenti, ma forse anche il legislatore e i politici:
«Ricordatevi che la pena non è la passionale e smodata vendetta dei privati: è la risposta calibrata dell’ordinamento giuridico e, quindi, ha tutta la misura propria degli interventi del potere sociale, che non possono abbandonarsi ad istinti di reazione e di vendetta, ma devono essere pacatamente commisurati alla necessità, rigorosamente alla necessità, di dare al reato una risposta quale si esprime in una pena giusta».

 


*Dall’introduzione di Angelini Giuseppe e Bizzotto Nadia, Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII, al libro “Gli Uomini Ombra” di Carmelo Musumeci- Ed. Gabrielli 2010
 



L'ergastolo ostativo è una pena senza fine che in base all’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario, mod con Legge 356/92, nega ogni misura alternativa al carcere e ogni beneficio penitenziario ai chi è stato condannato per reati associativi
Questo anche per coloro che nel merito, riconosciuto da educatori e giudici, come nel caso di Carmelo Musumeci, dovrebbero lasciare il carcere perché evidentemente "recuperati" (come vorrebbe l'art.27 della nostra Costituzione)

Alla fine dell'articolo di Musumeci, vi è l'interrogazione al Ministro di Giustizia sull'ergastolo ostativo, presentata dal Sen. Francesco Ferrante, PD.

Colpevole e cattivo per sempre

“Serbare rancore equivale a prendere un veleno e sperare che l’altro muoia” (William Shakespeare)

Il Tribunale di Sorveglianza di Perugia scrive di me: (…) l’impegno del detenuto verso forme di partecipazione alla vita detentiva che denotano capacità espressive non comuni e la determinazione dallo stesso dimostrata per promuovere una campagna di informazione e di riflessione sul tema dell’ergastolo c.d. ostativo ( tendenzialmente perpetuo, salvo collaborazione con la giustizia), (…)
evidenziandosi a livello culturale, politico e giurisdizionale.
(Ordinanza udienza del 6 ottobre 2011).

Il gruppo trattamentale del carcere di Spoleto scrive di me:
- Una prevalenza di aspetti positivi. Concretamente coinvolto in tutte le iniziative ricreativo-culturali organizzate. Per il particolare impegno mostrato lungo tutto il percorso di studi, ha ricevuto un encomio in data 19.05.2011 e uno in data 24.05.2010 per l’impegno mostrato nel corso di una rappresentazione teatrale. La partecipazione a vari concorsi letterari in ambito nazionale ha prodotto note di apprezzamento, riconoscimenti e premi da parte di esponenti della comunità esterna. Recentemente il Musumeci ha pubblicato un suo racconto all’interno di una antologia intitolata “Racconti da carcere”, pubblicata dalla Arnoldo Mondadori Editore. Sensibilmente interessato a tematiche di carattere sociale, egli si relaziona da tempo con diverse associazioni, vicine al “sistema Carcere”. Dimostra un grande interesse per i temi di rilevanza sociale e per le problematiche legate all’esperienza detentiva. Il detenuto ha da tempo avviato un percorso di revisione critica non manipolatorio né riduttivo: certamente favorito dallo studio delle materie giuridiche, da una diversa consapevolezza del concetto di legalità, dalla disponibilità ad azioni riparatorie all’interno della Comunità Papa Giovanni XXIII, da un forte investimento positivo verso gli affetti familiari. (…)
Giudizio di affidabilità individuale
(Relazione di sintesi, ottobre 2011).

Eppure, nonostante tutte queste belle parole dei miei “giudici” e dei miei “educatori”, non potrò mai uscire se non collaboro con la giustizia e se non metto in cella un altro al posto mio. E domando: ha senso scrivere e sprecare risorse istituzionali per un uomo colpevole e cattivo per sempre che deve morire in carcere? Credo che la non collaborazione dovrebbe essere una scelta intima, un diritto personalissimo e inviolabile, e non dovrebbe assolutamente portare conseguenze penali (o di trattamento) così gravi e perenni. Penso che la non collaborazione dovrebbe essere una scelta da rispettare e non dovrebbe essere punita con una conseguenza penale così grande e smisurata per un ergastolano ostativo, a tal punto che sembra che la non collaborazione sia ancora più grave del reato commesso. Credo che un uomo abbia il diritto di scegliere di non collaborare per le proprie convinzioni ideologiche, morali, religiose, o di protezione dei propri familiari.

Sto cercando di migliorarmi e di cambiare rimanendo me stesso, probabilmente per i “buoni” questa è una colpa grave e mi costerà vivere in carcere fino all’ultimo dei miei giorni, colpevole e cattivo per sempre, ma in carcere si soffre di più quando si viene perdonati, per questo, sotto un certo punto di vista, molti di noi non possono che essere felici che i "buoni" non ci perdonino.

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto, Gennaio 2012

 

Legislatura 16 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-06462

Atto n. 4-06462

Pubblicato il 21 dicembre 2011
Seduta n. 649

FERRANTE - Al Ministro della giustizia. -
Premesso che a quanto risulta all'interrogante:
nel Paese esistono due tipi di ergastolo: quello normale, che lascia almeno uno spiraglio di speranza per ottenere una eventuale misura alternativa al carcere o beneficio penitenziario; quello ostativo che è una pena senza fine che, in base all'art. 4-bis dell'ordinamento penitenziario di cui alla legge n. 354 del 1975, nega ogni misura alternativa al carcere e ogni beneficio penitenziario a chi è stato condannato per reati quali, ad esempio, l'associazione a delinquere o per l'esecuzione o la partecipazione a vario titolo a un omicidio;
per meglio comprendere la questione bisogna tenere presente che con il decreto-legge n. 306 del 1992, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 356 del 1992 si è introdotto nel sistema di esecuzione delle pene detentive una sorta di doppio binario, nel senso che, per taluni delitti ritenuti di particolare allarme sociale, il legislatore ha previsto un regime speciale, che si risolve nell'escludere dal trattamento extramurario i condannati, a meno che questi collaborino con la giustizia: per questo motivo molti ergastolani non possono godere di alcun beneficio penitenziario - quali permessi premio, semilibertà, liberazione condizionale;
in Italia ci sono più di 100 ergastolani che hanno alle spalle più di 26 anni di detenzione, il limite previsto per accedere alla libertà condizionale; la metà di questi 100 ha addirittura superato i trent'anni di detenzione; al 31 dicembre 2010 gli ergastolani in Italia erano 1.512, quadruplicati negli ultimi sedici anni, mentre la popolazione comune detenuta è solamente raddoppiata; al 31 dicembre 2010 i detenuti presenti nelle carcere italiani erano 67.961 e quelli in semilibertà poco più di 900 e di questi solo 29 sono ergastolani. 29 su 1.512, a fronte di quasi 100 in detenzione da oltre 26 anni;
su questi dati Paolo Canevelli, Presidente del Tribunale di sorveglianza di Perugia, ha rilasciato (al Convegno Carceri 2010: il limite penale ed il senso di umanità tenutosi a Roma il 28 maggio 2010) questa dichiarazione: "(...) Per finire, e qui mi allaccio ai progetti di riforma del Codice penale, non so se i tempi sono maturi, ma anche una riflessione sull'ergastolo forse bisognerà pure farla, perché l'ergastolo, è vero che ha all'interno dell'Ordinamento dei correttivi possibili, con le misure come la liberazione condizionale e altro, ma ci sono moltissimi detenuti oggi in Italia che prendono l'ergastolo, tutti per reati ostativi, e sono praticamente persone condannate a morire in carcere. Anche su questo, forse, una qualche iniziativa cauta di apertura credo che vada presa, perché non possiamo, in un sistema costituzionale che prevede la rieducazione, che prevede il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, lasciare questa pena perpetua, che per certe categorie di autori di reato è assolutamente certa, nel senso che non ci sono spazi possibili per diverse vie di uscita (…)";
a titolo di esempio di una situazione molto difficile per numerosi detenuti, la vicenda di Carmelo Musumeci che si trova ora nel carcere di Spoleto sembra paradigmatica: entrato con licenza elementare, mentre è all'Asinara in regime di 41-bis della citata legge n. 354 del 1975, riprende gli studi e da autodidatta termina le scuole superiori; nel 2005 si laurea in Giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo "Vivere l'ergastolo"; nel maggio 2011 si è laureato all'Università di Perugia al corso di Laurea specialistica in Diritto penitenziario, con relatore il professor Carlo Fiorio, docente di Diritto processuale penale; nel 2007 conosce don Oreste Benzi e da allora anni condivide il progetto "Oltre le sbarre", programma della Comunità Papa Giovanni XXIII; ha pubblicato nel 2010 il libro "Gli uomini ombra", e nel 2011 "Undici Ore d'amore di un uomo ombra" editi da Gabrielli Editori; è autore di molti racconti e del romanzo "Zanna Blu" di prossima pubblicazione, con la prefazione di Margherita Hack; promotore della campagna "Mai dire mai" per l'abolizione della pena senza fine, collabora con diverse testate, blog e associazioni come "Antigone" o "La Meteora";
il Tribunale di sorveglianza di Perugia, in una recente ordinanza, scrive di lui: "(…) l'impegno del detenuto verso forme di partecipazione alla vita detentiva che denotano capacità espressive non comuni e la determinazione dallo stesso dimostrata per promuovere una campagna di informazione e di riflessione sul tema dell'ergastolo ostativo (…)"; mentre l'Area Osservazione e trattamento della casa di reclusione, nel protocollo 34712/Tra del 14 ottobre 2011, scrive di lui: "(…) La permanenza presso questo istituto permette di rilevare una prevalenza di aspetti positivi nelle intenzioni che il soggetto in esame ripone nel voler dare un senso alla pena dell'ergastolo alla quale è stato condannato. Concretamente coinvolto in tutte le iniziative ricreativo- culturali organizzate (…)". Sempre il Presidente del Tribunale di sorveglianza di Perugia dichiarava che: "(…) Il carcere di Spoleto, per esempio, ha circa un centinaio di ergastolani, molti dei quali condannati per delitti integralmente ostativi e che quindi non vedono assolutamente prospettiva di reinserimento, per i quali l'ergastolo (che pur viene ritenuto costituzionalmente legittimo nel nostro Paese proprio perché c'è la possibilità di un suo superamento) in realtà nei confronti di quelle persone un superamento non ci sarà mai, o sarà molto difficile perché deve passare o attraverso una scelta collaborativa (che chi è condannato per reati di criminalità organizzata ben difficilmente dopo tanti anni intende praticare) oppure deve passare attraverso pronunce di oggettiva impossibilità di una collaborazione che sono altrettanto difficili, anche tecnicamente, da sviluppare (…)";
la collaborazione con la giustizia è una scelta processuale, mentre il pentimento è uno stato interiore; la collaborazione permette di uscire dal carcere, ma non prova affatto il pentimento interiore della persona;
va superato un sistema carcerario che abbandona i detenuti a se stessi e che non agevola affatto la rieducazione e, nel caso degli ergastolani ostativi, esclude completamente ogni speranza di reinserimento sociale,
si chiede di conoscere:
nel quadro dello sforzo per rendere più umane le condizioni delle carceri e dei detenuti, se il Ministro in indirizzo non ritenga giunto il tempo di promuovere il superamento del complesso di disposizioni che comporta l'ergastolo ostativo per numerosissimi condannati all'ergastolo;
in particolare, se al Ministro in indirizzo risultino i motivi di sicurezza per i quali Carmelo Musumeci si trova ancora collocato nella sezione alta sorveglianza e non in media sicurezza.


 

 

 


 

 

SEN. F. FERRANTE AL CARCERE DI SPOLETO INCONTRA GLI ERGASTOLANI OSTATIVI

Il Senatore Francesco Ferrante ha visitato nei giorni scorsi il carcere di Spoleto, accompagnato dai volontari della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi, che da 4 anni seguono e appoggiamo gli ergastolani d'Italia per l'abolizione della pena dell'ergastolo, in particolare quella dell'ergastolo ostativo ai benefici penitenziari, che rende l'ergastolo "una pena di morte mascherata", come l'ha definita l'attuale Responsabilie Generale della Comunità, Giovanni Paolo Ramonda.
Guidati dal Direttore, Dott. Ernesto Padovani, hanno incontrato gli ergastolani nella loro sezione. Qui di seguito la lettera che gli stessi ergastolani hanno consegnato al Sen. Ferrante e il comunicato dell'ufficio stampa del gruppo PD del Senato, con l'annuncio di un'interrogazione parlamentare che il Sen. Francesco Ferrante ha presentato sull'ergastolo ostativo.

Lettera aperta degli ergastolani ostativi al Senatore Francesco Ferrante

Senatore, mentre in alcuni paesi come la Norvegia, Portogallo, Spagna, l’ergastolo è stato eliminato (Islanda mai avuto ergastolani) dando un segno di grande civiltà e umanità e in altri Paesi l’ergastolano può uscire:
Irlanda dopo 7 anni, Olanda dopo 14 anni, Norvegia dopo 12 anni, Svezia dopo la commutazione della pena, Svizzera dopo 15 anni, Regno Unito varie possibilità, Austria dopo 15 anni, Belgio dopo 10/14 anni, Cipro dopo 10 anni, Danimarca dopo 10/12 anni, Francia dopo 15 anni, Grecia dopo 20 anni
e, invece, la patria del Diritto romano, l’Italia, dopo 25 anni e, mai, proprio mai, unico paese in Europa, per le condanne all’ergastolo con la motivazione di avere agevolato l’attività dell’associazione criminosa (Divieto di concessione di benefici: art. 4 bis L. 26 luglio 1975, n. 354).

Senatore, se lei è d’accordo che non si può chiedere la certezza della pena senza sapere quando finisce una pena;
che la pena dell’ergastolo supera i limiti della ragione, perche una pena senza speranza diventa solo un’esecuzione e una vendetta;
che con l’ergastolo non si vive, ma si sopravvive, perché la reclusione a vita, come pena, è peggiore della morte stessa;
che il carcere per l’ergastolano è un cimitero, con la differenza che invece di morto sei sepolto vivo;
che la pena deve rieducare, ma che rieducazione ci potrà mai essere per una persona che non potrà mai uscire dal carcere?

Senatore, se lei è d’accordo che in uno Stato di Diritto la speranza di tornare liberi non può dipendere dalla scelta del diretto interessato di mettere in cella un altro al posto suo:se parli esci o se no rimani dentro;
che la speranza non dovrebbe essere stroncata per sempre;
che una pena che non finisce mai è compatibile solo con l’inferno dei dannati,

Senatore, perché impedire la speranza di continuare ad esistere per condanne subite dieci, venti o trenta anni prima?
Che senso ha aver sostituito la pena di morte con l’ergastolo?
Non può una persona essere colpevole per sempre.
Una società che non uccide i suoi simili perché preferisce tenerli murati vivi dentro una cella tutta la vita, è una società malata e cattiva alle radici.

Senatore, se non è d’accordo che in Italia esista la “Pena di Morte Viva”, gli ergastolani in lotta per la vita di Spoleto chiedono a lei e al suo partito di presentare al Senato un disegno di legge per l’abolizione dell’ergastolo, in subordine l’abrogazione dell’articolo 4 bis Ordinamento Penitenziario che rende l’ergastolo ostativo.
Ricordano che nel 1998 al Senato era passata la legge per abolire l’ergastolo.

Gli ergastolani in lotta per la vita di Spoleto.
Dicembre 2011

CARCERI: FERRANTE (PD), "E’ PRIMO PASSO, SPERANZA PER TUTTI DETENUTI".
"Ora abrogare ergastolo ostativo che non consente recupero del condannato".

“Il decreto varato oggi sulle carceri è una misura giusta e necessaria, che ha il merito di spostare un po’ più in là il punto di non ritorno, oltre il quale c’è il collasso di un sistema detentivo che da tempo ormai non è più degno di un Paese civile. Riconosciamo al ministro Severino di aver compiuto un primo passo verso la sempre più urgente riforma organica della detenzione, per la quale occorre coraggio e senso di civiltà, da dimostrare abrogando la misura dell’ergastolo ostativo, una pena di morte ‘viva’ prevista dall’ordinamento penitenziario italiano”. Lo dice il senatore del Pd Francesco Ferrante.
“In Italia esistono due tipi di ergastolo - spiega Ferrante, che sull'ergastolo ostativo ha presentato un'interrogazione - A quello normale, che consente almeno di ottenere un'eventuale misura alternativa o un beneficio penitenziario, e quello ostativo, una pena senza fine che in base all’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario esclude completamente ogni speranza di reinserimento sociale. L’ergastolo ostativo, che attualmente viene scontato da 1200 persone detenute, si traduce in sostanza nell’attesa della morte in carcere, in quanto è precluso qualsiasi reinserimento, nemmeno dopo 30, 40, 50 anni o in strutture di recupero e a prescindere dal percorso personale fatto dal condannato.
Si tratta di una palese violazione dell’articolo 27 della Costituzione – sottolinea Ferrante - secondo il quale le pene devono tendere alla rieducazione del condannato: E' una risposta vendicativa dell’ordinamento, che ha abdicato al suo compito di infliggere una pena giusta che consenta al condannato di pentirsi e di dimostrarlo. Ricondurre il sistema carcerario alla sostenibilità dal punto di vista dell’accoglienza e restituirgli la funzione di recupero sono due esigenze di riforma civile per il nostro Paese, e che devono andare di pari passo” – conclude Ferrante.

Roma 16 dicembre 2011

Ilaria Di Bella
Ufficio stampa gruppo Pd Senato
tel: 06.6706.5653 - 329/4345628
ilaria.dibella@senato.it

 

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Perché l’uomo ombra non parla?

Già di per sé il crimine è pena. (David Maria Turoldo)

Fra un uomo ombra, un cattivo e colpevole per sempre, un ergastolano ostativo a qualsiasi beneficio se non collabora con la giustizia e se nella sua cella non ci mette un altro al posto suo, e una suora di clausura del Monastero Domenicano di Pratovecchio è nata una corrispondenza e un rapporto d’affetto e di amicizia.
Suor Grazia mi scrive:
La gente mi chiede: Perché Carmelo non parla? Perché non collabora? Io devio un po’ il discorso perché non so cosa rispondere. Dimmi qualcosa a riguardo. Dimmi cosa devo rispondere a questa gente

Io le rispondo:
Cara Suor Grazia, potrei dirti semplicemente che non parlo perché “Chi fa la spia non è figlio di Maria” o perché, giusta o sbagliata che sia, ognuno deve scontare la propria pena senza comprarsi la libertà e senza usare la giustizia per mandare un altro al posto suo in carcere.
Potrei dirti che non collaboro con la giustizia perché uno dovrebbe uscire dal carcere perché lo merita, senza accettare ricatti da uno Stato ingiusto e fuorilegge, che prima mi ha insegnato a delinquere e poi mi ha condannato a essere cattivo e colpevole per sempre.
Cara Suor Grazia, potrei dirti che non parlo perché ora i giudici dicono che la mia vecchia organizzazione non esiste più e i miei vecchi complici si sono rifatti una vita e ora sono dei buoni genitori, dei buoni mariti e dei buoni cittadini e quindi perché li dovrei far sbattere in carcere?
Potrei dirti che non collaboro con la giustizia perché non c’è solo la legge degli uomini, spesso ingiusta, c’è anche le legge dell’amicizia, dell’amore, del cuore e forse anche quella di Dio che mi proibisce di tradire vecchie amicizie e di far soffrire altre persone.
Cara Suor Grazia, potrei dirti che non parlo perché se ho commesso dei reati la prima vittima sono stato io, e in tutti i casi, comunque sia andata, nei miei reati non è mai stato colpito un innocente.
Lo so, non è una giustificazione, ma per me è importante.
Invece, cara Suor Grazia, ti dico che avrei potuto collaborare con la giustizia solo quando ero un criminale: ora mi sento una persona migliore e diversa e non lo posso più fare perché la mia libertà, la mia felicità non deve costare sofferenza ad altri.
E poi dopo vent’anni dai fatti non c’è più bisogno di mettere in carcere nessuno senza contare che in prigione non c’e giustizia: c’è solo odio e sofferenza.
Cara Suor Grazia, come mi hai insegnato tu, è il perdono e non il carcere che ci potrebbe permettere di essere persone migliori, perché la galera non migliora nessuno: può solo peggiorarti e poi penso che chiunque mandi in carcere un altro al posto suo si autocondanna all’infelicità.
Cara Suor Grazia, poi, per ultimo, non parlo perché sono sicuro che anche tu al posto mio faresti lo stesso.
Il mio cuore e la mia ombra ti vogliono bene.

Carmelo Musumeci
Ottobre 2011

 

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Ergastolo Ostativo: la verità nascosta

È da tanti anni, prima di molti altri, persino degli stessi giudici, avvocati e addetti ai lavori, che ho scoperto che in Italia esiste “La Pena di Morte Viva”.
È da tanti anni che parlo e scrivo che la pena dell’ergastolo ostativo è peggio, più dolorosa è più lunga della pena di morte;
che è una pena di morte al rallentatore;
che ti ammazza, lasciandoti vivo, tutti i giorni sempre un po’ di più;
che in Italia ci sono giovani ergastolani che al momento del loro arresto erano adolescenti, che invecchieranno e moriranno in carcere;
che solo in Italia, in nessun altro Paese in Europa, esiste la pena dell’ergastolo ostativo, una pena che non finirà mai se non collabori con la giustizia o se al tuo posto non ci metti qualche altro;
che la pena dell’ergastolo va contro la legge di Dio e digli uomini, contro l’art. 27 della Costituzione, che dice “Le pene devo tendere alla rieducazione”, e alla Convenzione della Corte europea.
Ora, queste cose non le dico solo più io.
Ora queste cose vengono dette anche dalla Magistratura di Sorveglianza: in Italia esiste una pena che non finisce mai, esiste “La Pena di Morte Viva”: l’ergastolo ostativo (art. 4 bis O.P)
Nella rivista Ristretti Orizzonti anno 12, numero 3 maggio-giugno 2010 pag. 34 Paolo Canevelli, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia rilascia questa dichiarazione:
(...) Per finire, e qui mi allaccio ai progetti di riforma del Codice penale, non so se i tempi sono maturi, ma anche una riflessione sull'ergastolo forse bisognerà pure farla, perché l’ergastolo, è vero che ha all'interno del’Ordinamento dei correttivi possibili, con le misure come la liberazione condizionale e altro, ma ci sono moltissimi detenuti oggi in Italia che prendono l’ergastolo, tutti per reati ostativi, e sono praticamente persone condannate a morire in carcere. Anche su questo, forse, una qualche iniziativa cauta di apertura credo che vada presa, perché non possiamo, in un sistema costituzionale che prevede la rieducazione, che prevede il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, lasciare questa pena perpetua, che per certe categorie di autori di reato è assolutamente certa, nel senso che non ci sono spazi possibili per diverse vie di uscita. (Roma 28 maggio 2010, intervento al Convegno Carceri 2010: il limite penale ed il senso di umanità).

Carmelo Musumeci
Ottobre 2010

 

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Urla nel silenzio dell'"ergastolo ostativo" Nelle celle dove si distrugge la speranza


Per 1.200 detenuti in Italia sono di fatto cancellati tutti i diritti e i benefici durante la detenzione previsti dalla legge per buona condotta. I volontari denunciano: "Così svanisce ogni ipotesi di reinserimento e sincero pentimento"
ROMA - Sono circa 1200 uomini e donne, soprattutto meridionali, colpevoli di reati di stampo mafioso e condannati al cosiddetto "ergastolo ostativo", che preclude - di fatto - ogni beneficio durante il periodo di detenzione. I permessi premio, di necessità o la liberazione condizionale sono concessi molto di rado e solo a chi collabora con la giustizia. Giusta o sbagliata che sia, questa disposizione rende vano ogni possibile reale pentimento interiore e distrugge nei detenuti ogni speranza di reinserimento nella società. A sostenerlo non sono soltanto le numerose associazioni di volontariato che operano nelle carceri, ma soprattutto la maggior parte degli operatori penitenziari: direttori e agenti di custodia. "Nella pena che scontano - spiegano i volontari che operano nel carcere di Spoleto - non c'è nulla di costruttivo e anzi ciò a cui sono sottoposti è inumano. Le loro sono strade senza uscita, ostacolate dalla contraddizione - di cui il sistema penitenziario italiano si fa portatore - tra la forma detentiva perenne ed i fini rieducativi esposti nell'art. 27 della Costituzione, dove si dice che 'le pene devono tendere alla rieducazione del condannato'.
Percorsi sbarrati. Con questa consapevolezza è stato girato il video Percorsi sbarrati , un filmato-manifesto prodotto dagli ergastolani e inaugurato con la campagna Mai dire mai per l'abolizione della "pena senza fine". L'idea è sorta all'associazione Pantagruel , nata nel 1986 come cooperativa culturale. A raccontarla, nel video, l'accento sardo di Mario Trudu in carcere dal 1979 e le immagini dei carcerati di Spoleto. La pena a cui sono sottoposti i detenuti ostativi - a prescindere dalla colpa di cui si sono macchiati - è contraria alle leggi dello Stato. Questo è il messaggio contenuto nel video su Youtube. E questo è quello che anche gli operatori sociali e i volontari che prestano assistenza nelle carceri d'Italia vogliono che arrivi a chi il carcere non lo conosce.
Solidarietà e amicizie virtuali. Per rendere la detenzione meno amara e anzi, darle un senso, i volontari di Pantagruel hanno dato vita a una serie di progetti volti al reinserimento nella società degli ergastolani e alle ergastolane d'Italia. Perché anche se forse non vedranno mai la luce, è giusto continuare a sperare e a fare come se, un giorno, avverrà. La Poesia delle bambole "Educare con gli asini" e il progetto "Bruno Borghi" sono solo alcune iniziative dell'associazione. Ma ce ne sono altre, più specifiche, sorte apposta per sostenere la causa. Informacarcere, per esempio, è il portale dove i detenuti - soprattutto toscani - scrivono cercando contatti con l'esterno.
Il "cerca lavoro". Per uno scambio reciproco e per allacciare rapporti - seppur virtuali - di amicizia. Nella sezione "realtà del carcere" c'è uno spazio dedicato alle richieste e alle offerte: i detenuti - a cui è concesso - cercano lavoro, consigli, consulenze legali, corrispondenza per amicizia o per unione di coppia. Vendono i loro prodotti artigianali e richiedono libri, giornali, francobolli e nastri di musica. La sezione Posta Diretta permette invece agli utenti di rivolgere direttamente delle domande ai carcerati, che rispondono. Carmelo Musumeci, in prigione da venti anni, è uno di questi. Nato in Sicilia, è un ex capo della mafia versiliana e ha ucciso un uomo. Ora è un poeta e non è mai uscito di prigione. "Tempo fa - racconta su Informacarcere - avevo chiesto al Tribunale di Sorveglianza qualche ora d'aria ma 'le motivazioni affettive sottese alla richiesta avanzata dal Musumeci, encomiabili e rispettabili sul piano umano non sono applicabili'". Permesso respinto.
Il reinserimento che non c'è. "Si continua a parlare di pentiti ma in realtà si dovrebbero chiamare collaboratori di giustizia, perché è evidente che la collaborazione è una scelta processuale mentre il pentimento è uno stato interiore. In realtà sono gli anni di carcere e la sofferenza che portano ad una revisione interiore sugli errori del passato. Tutto questo nonostante un sistema carcerario che abbandona i detenuti a se stessi, non agevola la rieducazione e, nel caso degli ostativi, esclude completamente ogni speranza di reinserimento sociale". Nadia Bizzotto, volontaria della comunità "Papa Giovanni XXIII", fondata nel 1973 da don Oreste Benzi, il carcere lo conosce bene.
Non si tratta di tirar fuori i delinquenti. "Piuttosto, per ottenere benefici, agli ergastolani comuni bastano diritto e merito. Per gli ostativi non si arriva al merito. Allora qui il principio rieducativo non c'è proprio e il famoso articolo 27 non serve a niente". Si domanda che senso ha tenere in galera uno tutta la vita con la prospettiva di non uscire mai, Nadia. Lei, come altri, lavora da intermediaria e combatte per rendere 'utilè la detenzione a vita. "Siamo stati nel carcere di Spoleto la prima volta nel 2007 accedendo come esterni che entrano per fare colloqui. La nostra battaglia - spiega - si chiama 'Urladalsilenzio'". Con lo stesso nome, è nato anche un blog , che con il tempo è diventato la voce degli ergastolani che con lettere, poesie, testimonianze raccontano l'assenza di ogni speranza. "Il tentativo è quello di far conoscere a tutti la realtà dell'ergastolo ostativo. E' un modo per dare una possibilità a chi ne avrebbe diritto", spiega Bizzotto.
La legge Martelli-Scotti. "La sospensione delle normali regole di trattamento penitenziario" nei confronti dei carcerati - anche non ergastolani - accusati di associazione mafiosa, fu stabilita nel maggio del 1992. Il decreto Martelli-Scotti, pochi giorni dopo che Giovanni Falcone veniva fatto saltare in aria con la moglie e la scorta, inaspriva le pene già contenute nell'articolo 4 bis della legge antimafia del 1975. Con uno scopo: distruggere la rete malavitosa attraverso le confessioni dei detenuti. Da allora, per varie ragioni, da parte dei carcerati ostativi c'è stato soprattutto silenzio. In merito alla legge del '92, invece, non è mancata la polemica. "Mentre in alcuni paesi - Norvegia, Portogallo, Spagna, Slovenia, Croazia e Polonia per esempio - la detenzione a vita è stata abolita - spiegano i volontari della comunità "Papa Giovanni XXIIIesimo" - in Italia, unico Paese nel mondo, l'ergastolo puro si sconta per minimo 25 anni. Un provvedimento, questo, in contrasto con l'articolo 5 della Carta europea dei dritti dell'uomo che - in ogni caso - prevede che nessuno venga sottoposto a tortura o trattamenti o punizioni crudeli, inumani e degradanti".

Articolo di Giulia Cerino tratto da http://www.repubblica.it/ - 18settembre 2010

 

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In Italia esiste l'ergastolo senza possibilità di liberazione?


In Italia – in attesa che si concluda una lunga campagna per l’abolizione dell’ergastolo – è opinione co¬mune che nessuno possa essere costretto ad una carcerazione a vita senza alcuna prospettiva di libera¬zione. Un’opinione errata, secondo il movimento che si batte contro il cosiddetto ‘ergastolo ostativo’.
Dopo gli articoli riguardanti l’ergastolo senza possibilità di liberazione negli Stati Uniti (v. nn. 177, 180) e sulla posizione di Amnesty International riguardo a tale pena (v. n. 179), ci occupiamo ora dell’ergastolo in Italia e in particolare di una questione molto sentita in questo momento nell’ambiente carcerario: l’ergastolo “ostativo”.
In alcuni paesi esiste una forma di ergastolo irrevocabile, una pena per cui, nella sentenza stessa con cui viene inflitta, è specificato che non vi è alcuna possibilità di liberazione. Ciò avviene ad esempio negli Stati Uniti d’America dove vengono condannati al carcere a vita senza possibilità di liberazione anche i minorenni, pure ragazzini di 12 o 13 anni (v. n. 180 e articolo precedente), ed anche, secondo Amnesty International, in Burkina Faso, Kenya, Sudafrica, India, Georgia, Corea del Sud, Tanzania, Australia e - in Europa - in Bulgaria, Svezia, Ucraina e Regno Unito.
Guardiamo – giustamente – a tali paesi con riprovazione, dal momento che una pena in sé perpetua ed irrevocabile, così come la pena di morte, viola un principio chiaramente affermato in ambito universale: non sono ammesse pene crudeli ed inumane, nonché un principio recepito dalle costituzioni più evolute: le pene devono tendere al recupero del reo (v. nn. 177, 179).
Ci sentiamo autorizzati a criticare gli altri paesi perché è opinione diffusa che in Italia - in attesa che si concluda la lunghissima campagna per l’abolizione dell’ergastolo – nessuno sia costretto a rimanere in carcere per tutta la vita dal momento che, scontata una certa frazione della pena in stato di detenzione, si possono ottenere i benefici introdotti dalla riforma Gozzini che permettono di uscire di prigione, di la¬vorare fuori ecc. e che comunque si possa ottenere la libertà condizionale dopo aver scontato 26 anni in carcere.
Niente di più sbagliato di tale opinione secondo i detenuti che si battono contro il cosiddetto “erga¬stolo ostativo”, tra cui Carmelo Musumeci, che scrive dal carcere di Spoleto: “Lo Stato italiano tortura alcuni suoi cittadini […] con la pena dell’ergastolo ostativo, che nega ogni beneficio penitenziario a chi non diventa collaboratore di giustizia, senza tenere conto neanche dei motivi per cui uno sceglie di non collaborare, e che fa diventare il carcere a vita realmente una sanzione perpetua e disumana. L’ergastolo ostativo ti fa sentire un cadavere senza ancora essere morto, perché non hai nessuna possibilità di uscire se non parli, se non confessi e se non metti in cella un altro al posto tuo.” (1)
Se in teoria l’irrevocabilità dell’ergastolo ostativo non è assoluta, in quanto dipende da una scelta del detenuto (quella di non collaborare con la giustizia), molti sostengono che nei fatti si può considerare tale.
Abbiamo chiesto a Nadia Bizzotto della Comunità Giovanni XXIII (2) - un’esperta di problemi peni¬tenziari che accede regolarmente al carcere di Spoleto per visitare i detenuti - di chiarirci il concetto di ergastolo ostativo, fornendoci se possibile il numero degli “ergastolani ostativi” in Italia, di quelle per¬sone cioè che non usciranno mai dal carcere, se non morte. Ecco la risposta di Nadia:
“Il succo del discorso è che è impossibile stabilire matematicamente quanti siano gli ergastolani osta¬tivi. Mi spiego: in base alla tabella fornita dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del 30 aprile scorso, gli ergastolani in Italia sono 1489 (di cui 24 donne). Ma l’ostatività, cioè la non applica¬bilità dei benefici penitenziari, non è una condizione che viene imposta insieme con la pena dell’ergastolo. E’ regolata dall’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario (legge 354 del 1975) e vale per certi tipi di reato, in sostanza per reati di tipo associativo (3).
“Le condanne per tali reati (anche quelle inferiori all’ergastolo) per tutta la loro durata di espiazione escludono ogni possibilità di benefici (permessi, semilibertà, liberazione condizionale, ecc.) in assenza di collaborazione con la giustizia. Per cui non ci può essere un dato certo sul numero attuale de¬gli ergastolani ostativi (chi lo è oggi, se collabora con la giustizia domani non lo sarà più). E soprattutto l’ostatività, e quindi il divieto di applicare qualsiasi dei benefici penitenziari che il detenuto richieda con un’istanza in tribunale, la stabilisce il Tribunale di Sorveglianza di competenza (4), per cui anche chi è condannato per reati di mafia ma non richiede benefici (anche solo perché magari non è nei termini per farlo), non riceve un diniego in cui è specificata l’ostatività, ma di fatto “ostativo” è.
“Per valutare quanti ergastolani ostativi vi siano oggi in Italia occorre riflettere che prima del 1992 gli ergastolani erano circa 250. Dalle grandi stragi in poi è stato applicato l’ergastolo con molta più fre¬quenza e facilità, quindi è pensiero diffuso tra gli addetti ai lavori, che degli attuali 1498 ergastolani, la maggioranza (forse addirittura 1200) siano ergastolani ostativi...
“Il problema di fondo rimane comunque non solo la legittimità dell’ergastolo con queste modalità, che diventa una pena di morte mascherata perché realmente la persona è destinata a rimanere in carcere fino alla morte, ma anche la legittimità di indurre alla collaborazione tramite la possibilità di uscire dal car¬cere. I cosiddetti “pentiti” escono quasi immediatamente, purché mettano altri al loro posto. Questo comporta però (oltre al fatto che qualcuno inventa o ricama i suoi racconti per ottenere maggiori van¬taggi...) che chi teme per la propria famiglia, per la propria vita, od ha un rifiuto etico alla ‘delazione’, e non parla, sia considerato eternamente colpevole anche dopo 20-30 anni e anche dopo aver fatto un se¬rio percorso di revisione interiore, mentre i “pentiti”, che pentiti non sempre sono, fanno una scelta pro¬cessuale e vanno fuori subito (molte volte per tornare a delinquere).”
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(1) V. art. di Carmelo Musumeci “Tortura democratica”, che può essere richiesto a prougeau@tiscali.it
(2) La “Comunità Giovanni XXIII” è stata fondata nel 1973 da don Oreste Benzi ed ora, dopo la morte di don Oreste, è diretta da Giovanni Paolo Ramonda.
(3) “[…] l’assegnazione al lavoro all’esterno, i permessi premio, e le misure alternative alla detenzione […] pos¬sono essere concessi ai detenuti e internati [per reati associativi …] solo nei casi in cui tali detenuti e internati collaborano con la giustizia […]” Dall’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario (legge 354 del 1975), comma 1.
(4) “Ai fini della concessione dei benefici di cui al comma 1, il magistrato di sorveglianza o il tribunale di sorve¬glianza decide, acquisite dettagliate informazioni per il tramite del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica competente in relazione al luogo di detenzione del condannato […]” Ibidem, comma 2.

 


Tratto da "Foglio di Collegamento" del COMITATO PAUL ROUGEAU - Numero 182 - Agosto 2010

 

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Ergastolo ostativo e certezza della pena


In Italia si fa un gran parlare di ergastolo, situazione dei nostri detenuti, carcere rieducativo e certezza della pena; è di poche ore la notizia di un detenuto in gravissime condizioni di salute nel carcere di Cagliari a letto con le bombole di ossigeno, si continua a discutere in queste ore di rimedi efficaci per eliminare il sovraffollamento. Alcune di queste tematiche sono anche affrontate dalla nostra Carta Costituzionale come nel caso dell’art. 27 nel quale è affermato che “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
La giustizia italiana è accusata non certamente a torto di essere talvolta troppo lassista, la certezza della pena non è quasi mai tale e spesso chi delinque finisce per tornare in libertà troppo presto; discorsi sentiti più volte cui comunque è difficile controbattere con argomentazioni efficaci. A fronte di tutto questo vi è tuttavia, come si conviene, un’eccezione che ai più risulterà sconosciuta ma che infligge la sua austerità in maniera perentoria sui condannati, attuando la legge con un’attenzione che a molti appare del tutto efficiente, ad altri esagerata ma non lasciando spazio ad interpretazioni di dubbia certezza della pena; il regime del carcere ostativo che consiste, questo si, nel passare in carcere praticamente tutta la vita. E’ importante spiegare bene il concetto di ergastolo ostativo per evitare equivoci: si tratta di una pena che viene data per reati di associazione a delinquere, per intenderci non è previsto l’ergastolo ostativo per stupratori, pedofili e tutti coloro che ledono una persona fino ad ucciderla. Con legge 356/92 si introduce in sostanza nel sistema di esecuzione delle pene detentive una sorta di doppio binario, in virtù del quale per taluni delitti ritenuti di particolare allarme sociale è stato previsto un regime speciale, che si risolve nell’escludere dal trattamento beneficiario extramurario i condannati a meno che questi collaborino con la giustizia. Un ergastolano che ha ammazzato e violentato una o più donne ha la possibilità di uscire, chi invece ha ucciso in una guerra fra bande in un territorio mafioso, in virtù del carcere ostativo non potrà mai uscire se non diventando collaboratore di giustizia.
A questa categoria è negato ogni beneficio penitenziario, dai permessi premio alla semilibertà e liberazione condizionale a meno che non si collabori con la giustizia per far arrestare altre persone. Chi non collabora, spesso, lo fa per paura di vendette una volta uscito o di rappresaglie sulla propria famiglia e non necessariamente per omertà; costui è destinato a restare tutta la vita in carcere escluso da ogni sorta di beneficio. Al di là di ogni considerazione morale o presa di posizione è importante notare come si sia venuta a creare una doppia connotazione dell’aspetto e come sia stata tracciata una profonda linea di demarcazione tra due modi diversi di intendere l’ergastolo; da un lato, uno che lascia un barlume di speranza di uscire in permesso dopo dieci anni, dopo venti anni in semilibertà e dopo 26 anni in condizionale. Dall’altro, come detto, vi è quello ostativo circoscritto a determinati reati di associazione ed a casi di non collaborazione con la giustizia.
A lottare contro questo tipo di ergastolo ed a cercare di dar voce agli internati vi è l’'Associazione "Comunità Papa Giovanni XXIII", fondata nel 1973 Don Oreste Benzi ed attiva nel vasto ambiente dell'emarginazione e della povertà. Tra le altre attività dell’associazione vi è quella di occuparsi di carcerati ed in quest’ottica, da alcuni membri de gruppo particolarmente dediti al problema è nato da circa un anno il blog “Urla dal Silenzio”, nome anche dell’omonimo gruppo su Facebook, con l'intento di far conoscere a tutti la disumana realtà dell'ergastolo ostativo; il blog è diventato nel tempo la voce degli ergastolani con testi, poesie, drammatici racconti di vita pubblicati di volta in volta. Incontriamo una delle responsabili del progetto “Urla dal Silenzio”, Nadia Bizzotto.

Come è nato e cos'è il progetto “Urla dal Silenzio”?
Iniziamo dicendo che faccio parte della comunità fondata da don Oreste Benzi, "Comunità Papa Giovanni XXIII" e che tra le tante attività ci occupiamo di carcerati. Siamo stati a Spoleto in carcere per la prima volta nel 2007 accedendo come art. 17, ossia persone esterne che entrano per fare colloqui. In quell’occasione abbiamo scoperto cos’è il carcere ostativo e da allora abbiamo iniziato ad entrare anche io in carcere sistematicamente per cercare di dar sostegno a quelle persone. Don Oreste Benzi ha appoggiato subito la loro battaglia, è stato il primo a dare un supporto a questi detenuti; era veramente un tipo eccezionale, un prete sui generis che si è sempre distinto per l'attenzione prestata ai più emarginati, fondatore della comunità e conosciuto tra l’altro per essere il prete delle prostitute, dormiva con i barboni, andava per strada ad aiutare i bisognosi. Quindi era abituato a questo tipo di situazioni. Quando i carcerati di Spoleto hanno visto che c’era una persona di quel calibro cui poter raccontare il loro dramma sono stati estremamente entusiasti. Il blog è nato da circa un anno, all’interno vi sono testimonianze dirette dei carcerati stessi, storie e testi scritti da loro.”

Cosa si intende per ergastolo ostativo?
Quando parliamo di ergastolani ostativi non stiamo parlando di pedofili o di gente che ha ammazzato figli e mogli; stiamo parlando di chi è stato condannato per reati di associazione mafiosa. Il carcere ostativo è per gli imputati che hanno preso l’ergastolo per reati di mafia e sono ostativi perché nessuno di loro collabora con la giustizia; chi non collabora non ottiene i benefici penitenziari. Ma è bene precisare che il padre di famiglia che rimane dentro perché ha scelto di non collaborare non lo fa sempre per scelta consapevole o omertà, ma è anche paura di ripercussioni su loro stessi una volta usciti o sulla loro famiglia. Gli ergastolani in Italia oggi sono circa 1400, la stragrande maggioranza dei quali provenienti dal sud; l’ostatività nasce dall’inasprimento delle pene come risposta dello Stato dopo i reati di mafia, più o meno negli anni 90. La maggior parte di loro ha già scontato all’incirca 20 anni e l’ergastolo ostativo sta venendo fuori adesso perché, dopo i 20, normalmente uno può chiedere la semi - libertà. A tutti quanti è stata negata poiché in base all’art. 4 bis non vi è traccia nelle loro cartelle di collaborazione con la giustizia. Non è che uno nasce con l’ergastolo ostativo; molte volte non si sa neanche di averlo finché non si scopre che la magistratura ti rifiuta i benefici in quanto non risulti collaboratore.

Perché si dice che in Italia non c’è la certezza della pena?
Non è assolutamente vero il luogo comune che qui in Italia non c’è la certezza della pena. Esiste eccome. Ma è circoscritta a determinati reati. Se uno domani mattina si alza ed uccide 3 o 4 persone molto probabilmente non si farà l’ergastolo e sicuramente non farà quello ostativo; è questo il problema, la certezza della pena esiste, ma esiste solo per alcuni tipi di reato. Parlando di cronaca attuale prendiamo ad esempio il famoso caso Izzo. Nessuno dice che lui era un collaboratore di giustizia ed è stato messo fuori perché ha fatto i nomi di altri; allora ecco che viene agevolato il pentito, che poi esce ed ammazza nuovamente, piuttosto di chi sta in galera perché non vuole esporre la propria famiglia a rischi. Allo stesso modo non sono d’accordo sul fatto che il carcere non ti cambia; 20 o 30 anni di carcere ti cambiano profondamente, non sono uno scherzo.

Come affrontate il problema morale sapendo che si parla comunque di persone che hanno commesso reati?
Quando andiamo in carcere a parlare con loro sappiamo bene che di fronte non abbiamo dei santi; se stanno lì dentro è perché hanno commesso reati. E lo sanno anche loro; io però cerco di relazionarmi con l’uomo che ho davanti adesso, non con il colpevole di 20 o 30 anni fa che non è più il ragazzo di allora. È ’un uomo che non ha alcuna prospettiva reale di uscire dal carcere, se non da morto. Un ragazzo di 18 anni per quante ne possa ave fatto non può essere il boss della mafia che ha distrutto l’Italia, può esser stato al massimo manovalanza a servizio della mafia. Persone che sanno di aver fatto errori molte volte anche grossi, che stanno pagando e che vogliono pagare e che l’unica cosa che chiedono è una data certa. Ormai sono anni che li conosciamo, abbiamo rapporti quasi familiari con alcuni d loro. Addirittura con le famiglie dei detenuti, con i figli, con le mogli, siamo spesso in contatto anche perché il dramma dell’ergastolo si ripercuote non solo su chi lo sconta ma su tutta la famiglia.

Qual è la vera contraddizione dell'ergastolo ostativo?
Non si tratta di tirar fuori delinquenti dalla galera a tutti i costi, ma di dare una possibilità a chi ne avrebbe diritto. In carcere, per ottenere i benefici occorrono il diritto ed il merito: per gli ostativi non si arriva al merito, non si arriva a stabilire se hai fatto un percorso tale per cui psicologi, direttore del carcere ecc.. possano presentare una relazione su di te e su quanto tu sia cambiato; non ne hai diritto perché non ha collaborato. Allora qui il principio educativo non c’è proprio, il famoso art. 27 non serve assolutamente a niente. Che senso ha tenere in galera uno tutta la vita con la prospettiva di non uscire mai; educarlo per cosa, per portarlo alla tomba? Il nostro è uno Stato che per certi versi ha una giustizia assolutamente lassista e ch per altri, invece, fa pagare in maniera ingiusta e spropositata.

Pierfrancesco Palattella - 24 Maggio 2010 - tratto dal sito http://www.laveracronaca.com

  

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“La pena di morte viva”


La pena dovrebbe essere la medicina dell’anima (Platone)
Maria Luisa Boccia, docente di Filosofia politica all’università di Siena, Senatrice nella XV legislatura, mi ha donato un saggio che in questi giorni è in libreria, dal titolo “Contro l’ergastolo” dalla Casa editrice Ediesse.
La Fata rossa degli ergastolani, così viene chiamata da noi “Uomini Ombra” Maria Luisa, mi ha dedicato queste parole: “A Carmelo con amicizia e gratitudine per quello che mi ha aiutato a capire e a fare sul carcere e sulla giustizia.”
Il libro è stato curato da Stefano Anastasia e Franco Corleone, con uno scritto di Aldo Moro e con testi di Maria Luisa Boccia, Guido Calvi, Francesco Saverio Fortuna, Patrizio Gonnella, Alessandro Margara, Giuseppe Mosconi, Salvatore Senese.
Consiglierò di leggerlo soprattutto agli ergastolani perché sono assolutamente convinto che l’ergastolo continuerà ad esistere fin quando noi ergastolani lo faremo esistere.
Il libro è un vero saggio capolavoro perché, come capita ormai di rado con la carta stampata e la televisione, dà notizie ed informa.
Ma è parzialmente incompleto, a dimostrazione che sulla pena dell’ergastolo si sa ancora ben poco, soprattutto sull’ergastolo ostativo.
Pochi sanno che i tipi di ergastolo sono due: quello normale, che manca di umanità, proporzionalità, legalità, eguaglianza ed educatività, ma ti lascia almeno uno spiraglio; poi c’è quello ostativo, che ti condanna a morte facendoti restare vivo, senza nessuna speranza.
Premetto che, a parte quello collettivo del 2008, ho un ricorso personale che sto curando da solo. (n° 2792/05 Musumeci c. Italia, terza sezione), pendente alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo.
Da autodidatta e con umiltà mi permetto di fare emergere sull’argomento alcuni punti, sia in diritto che nel merito.
Per meglio comprendere la questione bisogna avere presente la legge 356/92 che introduce nel sistema di esecuzione delle pene detentive una sorta di doppio binario, nel senso che, per taluni delitti ritenuti di particolare allarme sociale, il legislatore ha previsto un regime speciale, che si risolve nell’escludere dal trattamento extramurario i condannati, a meno che questi collaborino con la giustizia: per questo motivo molti ergastolani non possono godere di alcun beneficio penitenziario e di fatto sono condannati a morire in carcere.
Sembra inverosimile, ma un ergastolano che ha ammazzato e violentato una o cento donne ha la possibilità di uscire, gli stessi coniugi di Erba un domani possono usufruire dei permessi, della semilibertà e della condizionale, chi invece ha ammazzato per non essere ammazzato a sua volta in una guerra fra bande in un territorio mafioso, non potrà mai uscire.
L’ergastolano del passato, pur sottoposto alla tortura dell’incertezza, ha sempre avuto una speranza di non morire in carcere, ora questa probabilità non esiste neppure più.
Dal 1992 nasce l’ergastolo ostativo, ritorna la pena perpetua, o meglio la pena di morte viva.
Ora, che non c’è più il monarca assoluto o l’eventuale rivoluzione sociale che poteva capitare nei secoli passati, la pena dell’ergastolo è certa.
Ora l’ergastolano con l’ergastolo ostativo, se non accetta il ricatto dello stato, se non fa il delatore, se non usa la giustizia per uscire dal carcere, ha la certezza e la sicurezza di morire in carcere.
Ecco un esempio di un ex ragazzo arrestato a 19 anni, Rapisarda Carmelo Ivano, ora quarantenne: il Magistrato di Sorveglianza di Spoleto nella sua ordinanza n. 1813/2008 SIUS scrive: “Rilevato come la cartella personale dell’istante non rechi traccia di alcun accertamento di condotta collaborativa con la giustizia, ex art. 58 ter o.p., ovvero della c.d. collaborazione irrilevante o impossibile, dichiara inammissibile l’istanza di permesso premio.”

In pratica, Ivano, come il sottoscritto e tanti altri, è un cadavere che respira, se non fa la spia, se al suo posto non ci mette un altro, invecchierà e starà in carcere per il resto dei suoi giorni.
L’ergastolano ostativo per sperare di uscire deve togliere la libertà ad un altro, deve insomma uccidere un’altra volta, questa volta lo deve fare per lo Stato.
Molti pensano che alcuni non accettano per omertà, perché sono ancora criminali.
No! Non è così, la maggioranza dei collaboratori di giustizia sono i veri mafiosi, invece quelli che decidono e accettano di scontare la propria pena, a mio parere, meritano una vera possibilità.
Nel libro vengono scritte numerose sentenze della Corte Costituzionale, ma non viene citata l’ultima in data cronologica, la più importante, che fa dell’ergastolo ostativo una “actual lifer” letteralmente “I malcapitati”.
Questa sentenza è la numero 135 del 2003, dove la Corte Costituzionale respinge l’eccezione d’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo perché anche in questo modo collaborano con la giustizia si può uscire.
Lasciando di fatto, in uno “Stato diritto” la possibilità di uscire al diretto interessato, sic!
Si, è vero, i parenti delle vittime dei reati cercano giustizia, ma questa dovrebbe essere intesa come verità e non come vendetta (una vita per una vita da morto vivente).
La stragrande maggioranza dei 1400 ergastolani sono del sud, condannati per reati di mafia e la cosa incredibile è che molti di questi, come il sottoscritto, non ha la parte civile, perché i familiari delle vittime sanno che i loro parenti rischiavano di ammazzare o di essere ammazzati.
Molti di questi anche se hanno ucciso si sentono innocenti perché sono consapevoli che hanno solo rispettato la cultura e la legge della loro terra.
Molti di noi sono soprattutto colpevoli di essere sopravvissuti.
Il bene e il male sono soggettivi e a secondo i tempi e i luoghi ed in tutti i casi solo il bene e il perdono arrestano il male e il reato.
Senza contare che dopo molti anni di carcere anche il peggiore criminale si sente innocente.
Si può ammazzare in diversi modi, anche tenendo una persona chiusa in una cella per tutta vita o oltre il necessario.
“La pena non ti deve annullare, ma ti deve dare il diritto a capire e per difendere la democrazia bisogna abolire l’ergastolo.” (Fonte: professore di filosofia Giuseppe Ferraro, Università di Napoli Federico II).
L’unica differenza che c’è tra la pena di morte e la pena dell’ergastolo ostativo è che una si sconta da morto e l’altra da vivo. Una speranza di questi giorni: la Corte europea per i diritti umani ha condannato la Germania per l’applicazione della “ Sicherungsverwahrung”, la detenzione di sicurezza, che consente a un giudice di prolungare a tempo indeterminato la detenzione di un condannato anche dopo l’espiazione della pena. (Application no. 19359/04 del 17 Dicembre 2009)
Per analogia per l’abolizione dell’ergastolo ostativo si potrebbe usare anche questa sentenza.
La pena dell’ergastolo ostativo è inumana, infernale, priva di dignità, perché una persona senza futuro, senza prospettive, senza speranza, senza fine pena, che cosa è?
Un uomo ombra.

 

 

Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto Gennaio 2010