Diario 21-27 Settembre 2013
21/09/2013
Oggi mi è capitata una cosa strana.
Mi ha chiamato una guardia nella Redazione di “Ristretti Orizzonti” che non avevo mai visto. E mi ha raccontato che il maestro di suo figlio ha letto in classe (quarta elementare) una mia poesia. Suo figlio è rimasto talmente colpito che ha chiesto a suo padre se mi libera.
Questa cosa mi ha fatto talmente piacere che gli ho regalato, con dedica, al bambino il libro di Zanna Blu.
22/09/2013
Mi ricordo che nei primi anni di carcere trovavo conforto nei ricordi e nei sogni.
Invece adesso se ricordo e sogno soffro ancora di più.
23/09/2013
Sono tanti anni che lotto con tenacia, orgoglio e disperazione contro l’Assassino dei Sogni, ma da un po’ di tempo a questa parte sento che mi sta sconfiggendo.
Ed incomincio a sentire il desiderio di arrendermi.
24/09/2013
Oggi ho detto ad una guardia, che non voleva credere che questo mese mi aspettava una telefonata in più, che è bello avere ragione, anche quando non lo puoi dimostrare.
25/09/2013
In carcere ti dicono sempre di aspettare, ma questa parola qui dentro ha quasi sempre il significato “mai” come il mio fine pena sic!
26/09/2013
Oggi ad un compagno albanese della Redazione di “Ristretti Orizzonti” ho detto:
-In carcere nessuno ti conosce o sai chi sei e cosa nascondi dentro il cuore.
27/09/2013
Questa mattina mi sono svegliato male, o bene, a seconda dei punti di vista.
Ed ho pensato che la speranza è il peggior nemico degli uomini ombra perché li costringe inutilmente a sopravvivere per attendere un giorno che non verrà mai.
IBTimesBlogs
pubblica a puntate
il romanzo ancora inedito
di Carmelo Musumeci
"La Belva della cella 154":
Cap. 1
Cap.2
Cap.3
Cap.4
Cap.5
Cap.6
Cap.7
Proponiamo un bell’articolo della Prof Tiziana Andina
del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Torino,
pubblicato anche da "Il Manifesto" qualche giorno fa.
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La "morte viva", questo prezzo da pagare
se non si intende parlare (per tradire)
di Tiziana Andina (Università di Torino)
Il Manifesto
Avete presente le tragedie classiche? Conservano da millenni un fascino assoluto, perché portano alla luce conflitti che appartengo al profondo della natura umana. Medea o Antigone non fanno altro che questo.
Alcuni giorni fa ho ricevuto una mail da un ergastolano. Non si trattava di un ergastolano qualsiasi, ma di un carcerato sottoposto a "ergastolo ostativo".
Prima di leggere la mail ignoravo di che cosa si trattasse. A volerlo spiegare in due parole potrei esprimermi così: lo Stato domanda ai suoi cittadini di fare una scelta. Una importante riduzione della pena, in cambio di una collaborazione con la giustizia. Bisogna precisare che coloro i quali si rifiutano di "collaborare" sono sottoposti a un regime che toglie qualsiasi significato alla parola futuro, lasciando come unica possibilità quella di un regime carcerario che non prevede deviazioni; una linea diritta sino a che morte non li separa dalla vita.
La questione ha un aspetto tragico: lo stato impone una scelta che ha a che fare con il paradosso di Antigone. Ricordate la trama? Ruota intorno a un conflitto etico, una tensione apparentemente insormontabile. Antigone amava i suoi fratelli, amava gli dei e la sua città, Tebe. Un giorno si trova a dover compiere una scelta senza via d’uscita: i fratelli si danno la morte, l’uno per la mano dell’altro, contendendosi il trono di Tebe. Il nuovo re, Creonte, dà la colpa a uno dei due e lo condanna a non ricevere sepoltura, a vagare in eterno senza trovare pace.
Ad Antigone viene fatto divieto di seppellire il fratello colpevole. Pena non lieve, in effetti, soprattutto se a sopportarla è, oltre a un morto, una sorella, scaraventata in un inestricabile conflitto etico. Antigone deve scegliere tra due principi: obbedire alle leggi scritte degli uomini e del suo re, oppure obbedire a quelle non scritte – o forse scritte altrove – che fondano i legami famigliari, le leggi avallate dagli dei.
Antigone compie la sua scelta, predilige gli affetti, decide di offrire sepoltura a quel corpo. Così facendo sceglie anche la morte, avendo infranto le leggi della sua città, insieme alla autorità che quelle leggi fonda. In tutti i modi, Antigone altro non può fare che muoversi all’interno del paradosso del conflitto etico, un conflitto tra due doveri contrastanti.
Dal conflitto descritto da Sofocle e ripreso secoli dopo da Hegel, non si esce che attraverso una rivoluzione copernicana, ridisegnando l’idea di stato e il confine delle relazioni personali.
Pensavo, prima di leggere degli ergastoli ostativi, che come comunità ci fossimo riusciti. In questo caso, tuttavia, lo stato chiede di "collaborare" ossia chiede ad alcuni dei suoi cittadini di aiutarlo a fare ciò che da solo non è in grado di fare. Il problema, però, è che non tutti gli strumenti sono leciti per raggiungere obiettivi anche nobilissimi.
In ogni caso è bene porsi il problema quando una istituzione ci domanda di "collaborare" e questa collaborazione significa venir meno alla parola data a un amico, a un fratello o anche a un semplice conoscente. Rischiamo di trovarci nel bel mezzo del paradosso del sorite senza nemmeno rendercene conto: qual è il confine da non oltrepassare?Arriviamo sino ad ammettere la trattativa stato-mafia?
Ma il fine è buono, si dirà. Anche quello di Creonte lo era. Il punto è esattamente questo: i nostri principi etici, e persino il senso comune, ci indicano una cosa semplice. Le promesse, i legami tra esseri umani, i patti o gli amici, non si tradiscono, giacché sono un tassello fondamentale del nostro vivere in comune, quello sul quale gli stati fondano il loro potere. Stupisce che lo stato chieda una deroga. Le promesse si assolvono, la parola data si rispetta e lo stato deve agire in senso etico, non può chiedere deroghe per sé. Nemmeno quando lo fa per un fine giusto.
Ha appena firmato
contro l’ergastolo:
Don Angelo Casati (Diocesi Milano)
"Malati d’ombra"
articolo di Carmelo Musumeci,
scritto per Salute inGrata 06/2013 – Speciale Ergastolani
Lettera aperta di un uomo ombra
a Silvio Berlusconi
“Da dove viene la singolare pretesa di rinchiudere per correggere?” (M. Foucault)
Caro Silvio,
spero che ti diano la “Grazia” o l’affidamento al “Servizio Sociale” o qualsiasi altra cosa che t’impedisca di entrare in carcere, perché la galera, specialmente quella italiana, non si augura a nessuno.
Nell’inferno delle nostre Patrie Galere scopriresti che ci sono alcuni detenuti che si tolgono la vita perché si sta così male che preferiscono morire che vivere, perché dalla sofferenza puoi tentare di scappare, ma non puoi cancellarla.
Scopriresti che dentro queste mura persino i sorrisi sanno di tristezza, perché ci sono uomini che non accarezzano da decenni le donne che amano.
Scopriresti che in carcere i piedi non si alzano, si trascinano perché non si può andare da nessuna parte, c’è sempre un muro davanti a noi.
Scopriresti che molti detenuti da ragazzi non hanno mai ricevuto nessuna educazione e istruzione come invece hanno ricevuto molte persone “perbene” ladre e molti politici corrotti.
Questa cosa dovrebbe essere un’attenuante per i primi e un’aggravante per i secondi, invece i delinquenti poveri e ignoranti sono sempre considerati più criminali e cattivi di quelli istruiti e ricchi.
Scopriresti che un carcere che non funziona è criminogeno, ti fa sentire innocente per qualsiasi reato che hai commesso e ti dimostra che gli altri sono più cattivi di te.
Scopriresti che il carcere in Italia non ha solo una funzione diseducativa, ma ti fa passare anche la voglia di vivere.
Per questo sarebbe meglio una giustizia riparativa, che non aggiungere male ad altro male.
Caro Silvio, nelle nostre prigioni scopriresti che ci sono uomini ombra, murati vivi, condannati a essere cattivi e colpevoli per sempre, condannati all’ergastolo senza benefici, che non usciranno mai, fino alla loro morte fisica. Ombre che si muovono attorno al nulla aspettando la morte, osservando un mondo che non vedono e non sentono più.
Scopriresti che ci sono funzionari dell’Amministrazione Penitenziaria che maltrattano i prigionieri.
E poi forse alla domenica s’inginocchiano in chiesa e pregano Dio, convinti che basti pregare per essere innocenti.
Scopriresti che se anche molti detenuti sono colpevoli, a differenza di molte persone perbene, hanno ancora l’anima pulita.
Scopriresti che quello che manca di più in carcere, a parte l’amore, è la fiducia dei buoni.
E che in questi luoghi si vive di nulla e si pensa al nulla perché anche la speranza in questo inferno si consuma.
Scopriresti che l’Assassino dei Sogni, il carcere come lo chiamano i detenuti, ti ruba l’anima, la mente, la memoria e la vita.
E oltre a non funzionare, crea un essere vendicativo perché trasforma il colpevole in una vittima. Poi quando ricevi del male tutti i giorni ti dimentichi di averne fatto a tua volta.
Caro Silvio, mi dimenticavo di dirti un’ultima cosa: incredibilmente, il carcere è ancora uno dei pochi luoghi dove si può ancora sentire l’odore di umanità.
Ti auguro buona vita e di non finire in galera.
T’invio anche un sorriso fra le sbarre.
Carmelo Musumeci
Carcere di Padova, settembre 2013
"Voci da Silenzi diversi"
Famiglia Cristiana n. 36, 8 settembre 2013
Perchè firmare contro il carcere a vita?
L’Italia è un Paese che si vanta di aver promosso la moratoria della pena di morte, eppure mantiene nel proprio ordinamento penitenziario una pena di morte mascherata, o come la chiamo io, la “Pena di Morte Viva”. L’ergastolo, soprattutto quello ostativo che non prevedere nessun beneficio e che di conseguenza condanna ad un reale fine pena mai, a morire in carcere, è peggiore è più crudele della pena di morte, perché ti uccide un po’ ogni giorno. Che senso ha murare vivo un uomo fino alla fine dei suoi giorni? Non è più compassionevole ucciderlo subito? In Italia ci sono più di 100 ergastolani che hanno superato i 30 anni di detenzione e che non hanno ad oggi nessuna prospettiva di morire fuori dal carcere. Ma se l’articolo 27 della nostra Costituzione dice che le “pene devono tendere alla rieducazione del condannato” che senso ha rieducare una persona per portarla rieducata alla tomba? Molti di noi preferirebbero fare dei lavori socialmente utili, ripagare il male con il bene, invece che sprecare la vita in carcere, dove non esiste speranza, né futuro. Noi non siamo né vivi né morti, solo delle ombre senza futuro. Il carcere non è la medicina, è la malattia. Il carcere non migliora una persona, solo il tempo e il lavoro interiore ci rendono uomini diversi. Anche la scienza sostiene, e lo spiega bene il prof. Umberto Veronesi, che dopo tanti anni l’uomo di oggi non è più lo stesso del reato: il nostro cervello è completamente nuovo e diverso, molti di noi sono diventati uomini nuovi, perché allora continuare a punirci? Che c’entriamo noi con quelli che eravamo prima?
Nella vita di un ergastolano non ci sono più speranze, né futuro. Non c’è più niente. Solo sofferenza perché il tempo passa e non abbiamo più nulla da aspettare. Siamo destinati per tutta la vita a stare nell’ombra e a morire di vecchiaia murati vivi nelle nostre celle. Questo è un errore, oltre che un orrore, per un Stato patria del Diritto e della Cristianità. La giustizia è tale quando è retributiva, non quando è vendicativa. Uno Stato che si mette alla pari di chi vuole punire, non rieduca e alla fine chi è stato un carnefice diventa anch’essa vittima. Anche gli ergastolani sono per la certezza della pena, ma vanno oltre: vogliono anche la certezza di un fine pena. Non è giusto il carcere a vita perché il male non potrà mai essere sconfitto con altro male e non serve a nessuno la sofferenza di un uomo destinato a morire dentro una cella che è già la sua tomba.
Carmelo Musumeci
Settembre 2013
(per Settimanale OGGI n.36)
Il Giudice e l’Uomo Ombra:
Giustizia Insieme
La Rivista “Giustizia insieme” del Movimento per la Giustizia-articolo 3, (Aracne editrice) si propone di parlare del mondo della giustizia sempre attraverso “Due voci. Ogni tema, appartenente alle vaste problematiche del mondo della giustizia, sempre trattato a due voci. Una interna alla magistratura; una a lei esterna, competente sul tema per esperienza di vita, professionale o di studio, di aree culturali anche tra loro diverse.”
Il fondatore e direttore della casa editrice, dottor Gioacchino Onorati, ha avuto il coraggio di dare voce anche a chi non ce l’ha e tempo fa mi ha chiesto di scrivere un articolo sulla mia vita da ergastolano.
Ho accettato e ho scritto la mia testimonianza dal dentro, senza sapere chi sarebbe stato il mio interlocutore. Solo dopo la pubblicazione di questi giorni sono venuto a sapere che il mio interlocutore è il Dott. Paolo Canevelli, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia, che due anni fa mi aveva concesso un permesso di necessità (previsto dalla legge in casi particolari di eventi gravi, irrepetibili, anche di lieta natura) di undici ore da uomo libero, per discutere la mia tesi di laurea.
Ricordo che in quel periodo, nei giorni antecedenti al permesso, nel mio diario avevo scritto:
La speranza per gli uomini ombra è solo creata dai loro sogni. Sono venti anni che sogno, ma fra due giorni, anche se per solo poche ore, il mio sogno diventerà realtà. Credo che in venti anni di carcere il mondo sia andato avanti, mentre io sono rimasto indietro e il mio cuore s’è fermato. Domani il mio cuore riprenderà a battere. E saranno undici ore d’amore. Poi, forse, l’Assassino dei Sogni (il carcere) mi divorerà per sempre. E pazienza se dopo il mio cuore si fermerà di nuovo. Dopo anni perduti, smarriti, disperati, domani sarà il giorno più bello e più difficile della mia vita.
(da “Undici ore d’amore di un uomo ombra” Gabrielli Editori).
Il Giudice nel suo contributo di questo numero di “Giustizia insieme” scrive:
“L’ergastolo non è una pena assimilabile alla reclusione, ma è una pena qualitativamente assai diversa, assai più simile alla pena di morte”. “Le motivazioni per le quali un condannato all’ergastolo ostativo non effettua la “scelta” di collaborare con la giustizia non sempre coincidono con il desiderio o la necessità di rimanere legato al gruppo criminale di appartenenza, ma possono trovare spiegazione in diverse considerazioni, quali il rischio per la incolumità propria e dei familiari, il rifiuto morale di rendere dichiarazioni di accusa nei confronti di uno stretto congiunto o di persone legate da vincoli affettivi o di parentela, il ripudio di un concetto di collaborazione utilitaristica che prescinde da un effettivo interiore ravvedimento”.
L’uomo ombra nel suo contributo di questo numero di “Giustizia insieme” scrive:
“A volte per tentare di vivere devi saper morire. Ed io inizio a morire appena mi sveglio al mattino. Spesso un uomo ombra in carcere è troppo impegnato a sopravvivere. E non ha tempo di pensare al male che ha fatto. Piuttosto pensa sempre al male che riceve dai buoni, tutti i giorni. Ogni volta che le guardie mi chiudono il blindato in faccia provo un brivido di paura nella schiena, invece quando me lo
aprono, provo sollievo ed è come se mi aprissero la mia cassa da morto. Nessuno dovrebbe essere
colpevole per sempre. La cosa peggiore per un uomo ombra è continuare a vivere, eppure, non si sa per quale mistero, lo facciamo lo stesso. E non è vero che lo facciamo per le persone cui vogliamo bene, perché con il passare degli anni diventiamo un peso anche per loro. L’unica pena che potrebbe davvero cambiare le persone è di amarle perché l’amore è la migliore delle medicine per far guarire i cattivi. Peccato che i buoni non conoscano questa medicina.”
Carmelo Musumeci
La versione integrale dei due contributi si può leggere su:
http://www.aracneeditrice.it/pdf/9788854860094.pdf
(Pag. 25-46)
Una volontaria tra gli "uomini ombra"
Tratto da: “Famiglia Cristiana.it”
Una volontaria della Comunità Papa Giovanni XXIII racconta la sua esperienza, nata alla scuola di don Oreste Benzi. Opera nelle carceri, specie fra quei detenuti con scritto "fine pena: mai".
«Chi crede nell’uomo non può credere che l’uomo sia irrecuperabile». Quando Nadia Bizzotto parla delle giornate trascorse in carcere con gli ergastolani il suo sguardo si illumina di partecipazione. C’è la convinzione che degli uomini che hanno sbagliato e che pagano per questo debbano pagare il giusto, non di più. Che a un’ingiustizia non si rimedi con un’altra ingiustizia, che il senso del carcere sia il recupero e la rieducazione, proprio com’è sancito nello stesso ordinamento giudiziario, e non la vendetta.
Nadia Bizzotto con Carmelo Musumeci, ergastolano ostativo, scrittore e laureato in giurisprudenza.
Nadia fa parte della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da don Oreste Benzi che nel 1973 apre la prima casa-famiglia per essere vicino agli ultimi, e oltre a lavorare in carcere con gli ergastolani è responsabile di una casa di accoglienza in Umbria, a Bevagna. La Comunità ne conta circa 200 in Italia ed è presente all’estero in oltre venti Paesi.
La casa di Nadia è all’interno di un’ex convento dei frati minori di Assisi, il convento dell’Annunziata, e accoglie adulti in difficoltà. Chiunque può trascorrere un periodo di volontariato, oppure accedere a una verifica, di almeno un anno, se sente la vocazione per la Comunità. Nadia è membro dal 2000, nata in Veneto viveva a Bassano del Grappa, poi di concerto con Don Oreste si trasferisce in Umbria nel 1999. La Comunità non chiede nessun voto, ne fanno parte sacerdoti, ci sono laici e coppie di sposi che gestiscono case, l’importante è sentire il carisma del donarsi agli ultimi, chiunque essi siano.
Oltre ad avere la responsabilità di una casa, Nadia frequenta il carcere di Spoleto tutte le settimane, dove incontra gli ergastolani ostativi, e da quando il gruppo che segue da anni è stato spostato e sparpagliato per la penisola gira il nostro Paese senza abbandonarli. Gli ergastolani ostativi sono i cosiddetti “sepolti vivi”: “uomini ombra”, sono quelli che scontano la “pena di morte viva”, ovvero l’ergastolo di chi è condannato per reati associativi e non ha scelto la via della collaborazione.
Per loro, secondo l’articolo 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario che esclude qualsiasi beneficio a chi non collabora, le porte del carcere non si apriranno mai, neanche dopo 20, 30 o 40 anni, neanche per andare al funerale dei propri familiari.
Attualmente gli ergastolani in Italia sono oltre 1500 e «circa i due terzi sono ostativi», dice la Bizzotto. Sui loro fascicoli c’è scritto “Fine pena: mai”, ma «l’ergastolo è una pena disumana, non si può scrivere la parola mai su un essere umano, la scienza oggi dimostra che le persone nel tempo cambiano, non rimangono sempre le stesse», continua, «e inoltre va contro il senso dell’articolo 27 della Costituzione», quello secondo cui le pene dovrebbero tendere alla rieducazione.
«In carcere la recidiva è altissima, siamo a oltre l’80% per chi finisce di scontare la pena all’interno, mentre scende al 15% per chi accede alle misure alternative. Ci sono più di cento persone oggi in carcere da oltre trent’anni, ma il carcere non crea maggiore sicurezza. Chi commette un reato ha il diritto alla rieducazione e a essere restituito come valore sociale alla comunità», dice Bizzotto.
Dunque il punto non è quello di mettere in discussione l’esistenza del carcere o l’efficacia della detenzione e della pena, né che il condannato sia tolto dalla società finché può fare ancora del male.
Si tratta invece di capire il senso profondo dell’istituzione-carcere per come è concepita nell’ordinamento giuridico, il suo senso e la sua funzione: «Il carcere non può essere il fine», prosegue Bizzotto, «il vero fine consiste nel riportare in seno alla società chi ha sbagliato. Non è giusto tenere in carcere le persone dopo che sono cambiate, bisogna scegliere se si vuole una giustizia riparativa o vendicativa. E una giustizia riparativa non vuol dire negare il rispetto alle vittime o al loro dolore, ma non dimenticare che nel reato di ognuno c’è anche una responsabilità sociale».
«Incontro ragazzi», continua, «che sono stati condannati all’ergastolo a 18 anni e a 40 non sono ancora mai usciti, hanno passato più vita in carcere che fuori. Non posso non pensare che se non fossero nati in un determinato contesto sociale forse avrebbero fatto altro. Questo non esclude la responsabilità individuale per le proprie azioni, ma vuole introdurre una responsabilità sociale che trovo ancora più significativa per i reati di tipo associativo (quelli che vanno incontro all’esito processuale dell’ergastolo ostativo, ndr). Non sempre chi nasce in un certo contesto è veramente libero».
Nadia Bizzotto spiega che «esistono due tipi di ergastolo: per chi non ha un reato ostativo dopo 26 anni c’è la possibilità di ottenere la libertà condizionale, e i permessi. Nel caso invece di reati associativi niente di tutto questo è possibile, a meno che non si sia collaboratori di giustizia. Ma così si creano dei paradossi, perché anche nei casi più esemplari di rieducazione non c’è niente da fare».
Ci sono casi emblematici che mostrano il successo nella rieducazione, come quello di Carmelo Musumeci, che sconta un ergastolo ostativo, e che entrato in carcere con la quinta elementare si è laureato in giurisprudenza e ora è iscritto a filosofia. Ma soprattutto nel suo caso «la presenza di cinque pagine di relazione positiva da parte di tutti gli organi preposti alla valutazione, dal direttore del carcere, allo psicologo, al comandante delle guardie carcerarie, all’assistente sociale, che riconoscono nel merito il cambiamento della persona – evento molto raro – non cambiano di una virgola la situazione. In più di vent’anni è uscito un solo giorno per undici ore per discutere la tesi di laurea».
«La collaborazione», sottolinea la volontaria, «è una scelta processuale, non morale, ago della bilancia per le agevolazioni nei casi di reati associativi. Non è in sé indice di pentimento morale». Ci sono casi di boss mafiosi collaboratori di giustizia che una volta fuori hanno ricominciato con la propria attività criminale, e viceversa casi di persone che non scelgono la via della collaborazione (e quindi non accedono ai benefici) perché è passato troppo tempo dai fatti e non hanno più nulla di nuovo da dire, oppure non vogliono mettere in pericolo la vita dei familiari e dei figli. Entrando nel programma di protezione dovrebbero stravolgere le loro vite a venti o trent’anni di distanza dai fatti.
«L’ostatività è una misura introdotta con una legge d’emergenza per i reati associativi di mafia e l’emergenza non può essere tale per vent’anni», conclude Bizzotto. La sua battaglia come quella degli altri volontari dell’associazione Papa Giovanni XXIII testimonia che l’ergastolo, specie quello ostativo, è una pena irrazionale, perché «non ha senso rieducare per portare alla tomba rieducati. E come diceva Don Benzi “se un uomo ha capito i propri sbagli ogni giorno di carcere in più è un bene tolto all’umanità”».
di Alessandro Micci
Papa Francesco
abolisce
l’ergastolo

Papa abolisce l’ergastolo Stretta su pedofilia
Vaticano, Papa Francesco ha abolito l’ergastolo
Vaticano. Papa Francesco abolisce l’ergastolo e inasprisce le pene per pedofilia e corruzione
Papa Francesco, Motu proprio su giustizia penale in Vaticano. Abolito l’ergastolo
Sul settimanale "OGGI"
n.28 del 10 Luglio 2013
è stato pubblicato un articolo
di Carmelo Musumeci
Detenzione e Diritti umani
L’impegno dell’Unione Camere Penali Italiane, in occasione del convegno milanese sulla detenzione e sui diritti umani, si concentra su tre argomenti specifici ed urgenti: la possibile incostituzionalità dell’ergastolo ostativo, la necessità del reato di tortura e l’abolizione del regime imposto dall’articolo 41-bis. La soluzione condivisa di tali argomenti significa maggiore sicurezza per i cittadini ed effettivo rispetto del detenuto in quanto essere umano.
Carmelo Musumeci
in video-conferenza
al Convegno
“Detenzione e diritti umani. Il reato di tortura;
il regime del 41 bis O.P; l’ergastolo ostativo”
Milano 18 maggio 2013
Giornata Nazionale di Studi
"Il male che si nasconde
dentro di noi"
Venerdì 17 maggio 2013, Casa di Reclusione di Padova
Audio dell’intervento di Carmelo Musumeci:

Veronesi: l’ergastolo va abolito,
è anticostituzionale, antiscientifico e antistorico
Agi, 17 maggio 2013

L’ergastolo è “un oltraggio alla scienza”, “come il 41 bis anticostituzionale, antiscientifico e antistorico” e pertanto “va abolito”. Umberto Veronesi continua senza mezzi termini la propria battaglia contro il carcere duro e l’ergastolo ostativo, rei secondo l’oncologo di confliggere senza rimedio con l’obbligo della rieducazione. Nel corso del suo intervento al convegno su detenzione e diritti umani, organizzato dalla Camera penale di Milano, l’oncologo ha ricordato che “il male non esiste nell’uomo, che ha soltanto un’origine ambientale e non genetica e che la scienza ha dimostrato come il cervello si rigeneri continuamente durante la vita”. In base questi due presupposti, secondo Veronesi, “condannare un uomo di 40 anni per un delitto commesso a 20 è come condannare un’altra persona perché, ormai, non è più lui”. Portando ad esempio gli ordinamenti dove “il carcere è una scuola”, che manifestano percentuali di recidiva molto inferiori a quella italiana, Veronesi ha invitato a credere nella certezza del cambiamento, insito negli essere umani, purché stimolato. Per questo, tanto il 41 bis quanto l’ergastolo ostativo sarebbero “Anticostituzionali, antiscientifici e antistorici. La Costituzione – ha concluso – implica e obbliga alla rieducazione. È evidente che condanna a vita e rieducazione siano in banale contraddizione”.
Lettera di un Uomo Ombra al Professor Umberto Veronesi
L’uomo saggio vive finché deve, non finché può. (Seneca)
Caro Professore,
nella Redazione di “Ristretti Orizzonti” del carcere di Padova, ho potuto ascoltare le registrazioni del Convegno di Lucca del 22 marzo e del Convegno di Milano del 17 maggio.
E non le nascondo che ascoltando spesso mi sono commosso, perché sta portando la mia voce e la mia ombra in giro per il mondo.
Professore, lo dica lei, a me non credono, che la “Pena di Morte Viva” non ha nulla di umano.
È un lento muoversi attorno al nulla, aspettando la morte, guardando il mondo che non si sente e non si vede più.
Dopo avere ascoltato i suoi interventi ho pensato che è difficile che io riesca a uscire da questa gabbia, ma in tutti i casi lei mi sta dando la forza, l’energia e la possibilità di rimanere vivo più a lungo possibile.
E a volte non so se questo è un bene o un male, ma lei mi sta dando la forza per continuare a lottare, a vivere e forse a sperare, ma non per me.
Professore, io non lotto per realizzare i miei sogni, l’Assassino dei Sogni (il carcere, come lo chiamo io) e la “Pena di Morte Viva” (l’ergastolo ostativo, come lo chiamo io) mi hanno divorato tutti i miei sogni.
Io lotto soprattutto per realizzare i sogni di quelli che verranno dopo di me, affinché nei carceri italiani un giorno non ci sia più nessun prigioniero considerato cattivo e colpevole per sempre e che non abbia un fine pena.
Non credo in Dio, ma voglio lo stesso dirle: “Che Dio la benedica”.
Invece il mio cuore la abbraccia all’ombra fra le sbarre.
Carmelo Musumeci
Carcere Padova, Maggio 2013
FINE PENA MAI
ERGASTOLO OSTATIVO
Lucca, 22 MARZO 2013
PROF. UMBERTO VERONESI
Direttore scientifico Istituto Europeo di Oncologia
AVV. RICCARDO CARLONI
Presidente Camera Penale di Lucca
AVV. PROF. ENRICO MARZADURI
Prof. Ordinario di Diritto processuale Penale università di Pisa
AVV. LODOVICA GIORGI
Camera Penale di Lucca
PROF. ANDREA PUGIOTTO
Prof. Ordinario di Diritto Costituzionale Università di Ferrara
PROF. STEFANO ANASTASIA
Fondatore Ass. Antigone e Ricercatore Università di Perugia
DOTT. GIOVANNI PAOLO RAMONDA
Responsabile generale comunità Papa Giovanni XXIII
DOTT. MICHELE PASSIONE
Componente osservatorio carcere Unione Camere Penali
PROF. EMILIO SANTORO
Prof. Ordinario di Filosofia e Sociologia del Diritto università di Firenze
DOTT.SSA NADIA BIZZOTTO
Responsabile servizio carcere Comunità Papa Giovanni XXIII
Audio integrale tratto dal sito di Radio Radicale:
“Una quaestio sulla pena dell’ergastolo – Sull’incostituzionalità del carcere a vita”
Prof. Andrea Pugiotto
(Ordinario di Diritto costituzionale Università di Ferrara)
articolo pubblicato sulla rivista ‘Diritto Penale Contemporaneo’
5 marzo 2013
Umberto Veronesi e
Carmelo Musumeci
insieme contro l’ergastolo
Liberi dall’ergastolo
Vai al sito “Liberi dall’ergastolo”
Intervista a Carmelo Musumeci,
realizzata dalla giornalista Antonella Bolelli Ferrera,
all’interno della biblioteca del carcere di Spoleto.
"No all’ergastolo, lo dice la scienza"
(Umberto Veronesi, tratto da "Panorama" ottobre 2012)
Scarica il pdf
Anche l’ ex Presidente Corte Costituzionale Valerio Onida
è contro l’ergastolo ostativo

Valerio Onida, Presidente della Corte Costituzionale nel periodo 2004-2005, in una recente lettera a Carmelo Musumeci che lo interpella sulla costituzionalità dell’ergastolo senza benefici, risponde:
(…) Da questo punto di vista, personalmente non trovo giustificata né conforme alla Costituzione la disciplina che, per i condannati per certi delitti, ammette la concessione della liberazione condizionale solo a coloro che collaborano con giustizia, salvi i casi di collaborazione "impossibile" o "inesigibile". E’ vero che la Corte Costituzionale ha dichiarato non fondata la relativa questione (sentenza n.135 del 2003), ma personalmente ritengo tale pronuncia non convincente. E’ vero infatti che la collaborazione è rimessa alla volontà dell’interessato, ma non mi sembra giustificato escludere in ogni caso che, anche in assenza di collaborazione, possa ritenersi in concreto il ravvedimento del condannato.
Mi auguro che la questione possa essere riproposta all’esame della Corte, o altrimenti risolta dal legislatore.
URLA A BASSA VOCE

Due anni fa neppure sapevo di che si trattasse. Tutto è cominciato curando, sull’argomento, una puntata di una trasmissione di Radio Uno cui collaboro, “La radio ne parla”. Ho ancora la scaletta: e tra parentesi Nadia Bizzotto, responsabile della Casa di Accoglienza della Comunità Giovanni XXIII di Bevagna, alle porte di Perugia. Nadia… tutto è cominciato con lei, che da anni di questi detenuti si occupa, e con il suo ostinato inviarmi “lettere dal carcere”. Lettere, appelli, comunicati, soprattutto di Carmelo Musumeci, che da tempo cerca di sfondare il muro della nostra indifferenza, scrivendo, scrivendo, scrivendo. Un giorno gli ho scritto io. Parole timide, imbarazzate forse, perché (avete mai provato?) non è facile trovare le parole per chi sai da anni e anni pensi abbia un orizzonte totalmente chiuso. Cosa gli dici? Parole di speranza? ( ridicolo! ) di condivisione? ridicolo, io non sto dentro e presumo mai ci sarò) , di consolazione ( e di cosa? saprebbe di pietismo), dell’ultimo film? dell’ultima cena con amici? Bèh, sì, puoi mandare qualche libro e poi discutere di quello… Ma Musumeci questo orizzonte si ostina a non volerlo chiuso per sempre ed era stata sua l’idea di raccogliere interventi di ergastolani nella sua condizione per farne poi un libro. E ha chiesto a me di curarlo, questo libro… ecco tutto è cominciato così. Con un gran timore davanti a una valanga di parole, che all’inizio sembravano incomprensibili… ma poi il libro è nato. Il libro è nato, ma soprattutto ora so.
Ora so. Ergastolo ostativo è un fine pena mai, ma davvero mai, una detenzione che esclude qualsiasi beneficio, di fatto una condanna a morire in carcere. E la prima domanda che ci si pone è: se la Costituzione parla di fine rieducativo della pena, come può una pena che non finisce mai rieducare. Rieducare a cosa? Due anni fa non sapevo neppure che esistessero, gli “ergastolani ostativi”. Ora so. Ora conosco alcuni dei loro nomi. Ora so che sono tanti. Se un calcolo preciso è difficile da fare, perché non esiste una norma che condanni formalmente all’”ergastolo ostativo”, ma l’ostatività nasce da un meccanismo prodotto dall’inasprimento delle pene introdotte per combattere la mafia dopo la stagione delle stragi dell’inizio degli anni ’90, le associazioni che se ne occupano parlano di un numero che oscilla fra i due terzi e i tre quarti del totale delle persone condannate all’ergastolo, si parla di circa 1200 “ergastolani ostativi”.
Non è stato facile comporre le pagine del libro. Di fronte a un fiume di parole e linguaggi che all’inizio a tratti mi sono sembrati impenetrabili come mura. Ma il muro a poco a poco si è aperto. Quello che mi sembra ora ben più complicato, è fare breccia in un altro muro, ben più compatto, che è intorno. Un muro che ha ripreso a innalzarsi dopo la stagione degli anni ’60 e ’70, che aveva visto il fiorire di battaglie per l’affermazione di diritti, che pure la società sembrava aver aveva riconosciuto e accolto in sé. Ma dagli anni ’80, l’individualismo, accompagnato e rafforzato da un consumismo feroce, ha cominciato a farla da padrone, e si è sempre più chiusi nei confronti delle ragioni degli altri. Più di quanto a volte, ingenuamente forse, avevo immaginato. Mi è capitato, in questi mesi, di parlare con conoscenti e amici del lavoro a cui sono stata intenta. Ebbene, parlando di pene che non finiscono mai, “azzardando” dubbi sul diritto di cittadinanza di queste pene in uno Stato che voglia dirsi democratico e civile, la prima reazione è stata una sorta di irrigidimento…: “ma stiamo parlando di persone che hanno commesso gravi reati!” “ma noi dobbiamo difenderci” , “ma sono criminali!” . Forse, certo. Ma, (ingenuamente?), mi ha davvero inquietata, e spaventata, il fatto che la stragrande maggioranza delle persone, anche quelle che so convinti “democratici” (ma che significherà mai a questo punto?), possano davvero pensare che sia giusto così: chiudere per sempre come in una scatola buia persone… e di loro non ci importa più niente. La verità, credo, è quello che nella prefazione al libro scrive Don Ciotti: interrogarsi di fronte a queste persone significa provare a sciogliere nodi che sono dentro di noi, guardare cose che non ci piace guardare… e spero a questo il libro possa in qualche modo servire. Insomma le parole di questi ergastolani sono come un fiume, un fiume impetuoso, che urla una domanda: perché ci è negata la speranza? La speranza di dimostrare che si è cambiati. Una speranza che non passi necessariamente per l’essere “collaboratore di giustizia”. Che è scelta processuale (ed è strumento delicato e complesso e nel libro ciascuno spiega perché è una scelta non fatta) e non necessariamente dimostrazione di pentimento vero.
Ma quello che mi ha colpito, nel leggere le parole di questo fiume… sono state anche due assenze, due cose non dette, pur parlando della vita in carcere. La prima: non c’è nulla di più difficile da sopportare come l’assenza di relazione dei corpi, l’assenza della vita sessuale, che significa anche castrazione di sé. Cosa anche questa così mostruosa da essere impronunciabile. Descrivendo la vita in carcere nessuno ne parla, se non sollecitato. E le risposte, se non dilagano nel luogo della famiglia (quello sì, forse unico appiglio ) sono davvero molto scarne: come si vive la prigionizzazione della sessualità? “con tanta pazienza” solo sospira qualcuno. Ed è questa punizione aggiuntiva, che rende intollerabile il carcere per chiunque, proviamo a immaginare per chi non ha nessuna speranza di uscirne…
La seconda assenza: il carcere è rumore di ferro, è cosa che scandisce ogni minuto (porte di ferro che si aprono, si chiudono, cancelli, rumore di ferraglia ovunque…). Eppure nessuno ne parla, come se ognuno, per sopravvivere, l’avesse assorbito in sé, tutto questo rumore. Solo, come un sussurro: “Noi a poco a poco diventiamo il carcere… arrugginiremo come il ferro…”.
E questa barbarie, se è parte del sistema cui si affida la nostra società, è parte anche di ciascuno di noi.
Francesca De Carolis
curatrice del libro
È in libreria dal 29 agosto
“Urla a bassa voce, dal buio del 41 bis e finepenamai”
edito da Stampalternativa
a cura di Francesca de Carolis
con prefazione di Don Luigi Ciotti
“Urla a bassa voce, con le sue voci dal buio, è un libro importante e necessario. Ci costringe ad aprire gli occhi di fronte a una realtà che non ci piace. Ci obbliga a conoscere ciò che non vorremmo sapere, realtà che vorremmo tenere distanti dalla nostra vita e che – di fatto – ci riguardano” così Don Luigi Ciotti nella prefazione al libro.
Si tratta di una raccolta di interventi di 36 ergastolani ostativi, quasi tutti passati per il 41 bis, sparsi un po’ in tutte le carceri italiane, nei circuiti AS1. Per loro, dopo le leggi emergenziali in vigore a partire dagli anni ’90, e per via del meccanismo che ne deriva, scatta quello che viene chiamato "ergastolo ostativo", perché non sono collaboratori di giustizia: la loro situazione, insomma "osta" a che , anche dopo lunghi anni di carcere ( e c’è chi ne ha trascorsi in carcere trenta), possano ottenere benefici normalmente previsti dalla legge. In pratica dal carcere non escono né usciranno mai.
In questo libro parlano della loro condizione, di quello che pensano, di quello che chiedono. Parole che aprono uno squarcio su un mondo complesso e contraddittorio e pongono un interrogativo: è giusto, qualsiasi cosa sia stata commessa ( e qualcuno comunque qui si dichiara innocente) essere "condannati" per sempre? Perché, almeno in teoria, per chiunque è ammessa "la redenzione" e per loro no? E non è questo in contrasto evidente con il principio, contenuto nella nostra Costituzione, del fine rieducativo della pena? Si tratta delle stesse persone che hanno provocatoriamente chiesto a Napolitano di tramutare la loro condanna in pena di morte perché, dicono, "di morte viva si tratta”.
Il libro, a distanza di vent’anni dall’inasprimento delle leggi introdotte per combattere la criminalità organizzata, pone una questione di diritto e di diritti, e apre a molti interrogativi sul senso della pena. Una questione forse da non accantonare, pur in un momento di tante polemiche a proposito di 41 bis e dintorni, o forse proprio per questo. E’ un tema di cui si parla grazie ad organizzazioni che si occupano di diritti umani, della condizione dei carcerati, all’interno del mondo carcerario, ma che trova una grande chiusura nella società.
E a questa nostra società tutta che si rivolge Don Luigi Ciotti quando nella prefazione dice: “Le ragioni (sacrosante e legittime) di chi dal delitto è stato ferito nella vita e negli affetti non possono essere negate, così come non può essere dimenticato che ci è chiesto di muoverci nella direzione di una giustizia che sappia riparare, essendo impossibilitata a risarcire davvero, perché alla perdita di un bene supremo qual è la vita non c’è rimedio possibile. Impedire alla giustizia di diventare vendetta è la vera sfida a cui siamo chiamati. Impedire che la giustizia “chiuda” chi ha sbagliato nel suo errore ( e gli neghi la possibilità del cambiamento) è l’altra faccia della stessa medaglia. (…) Giudicare insensato il carcere senza fine non è, del resto, asserzione ideologica o radicalismo astratto, ma semplice constatazione. Tenere una persona imprigionata significa, letteralmente, tenerla in cattività. Non c’è positività, non c’è il buono possibile nell’uomo in catene; c’è la sua mortificazione e semmai una spinta a essere peggiore. (…) Urla a bassa voce ci ricorda che siamo tutti chiamati in causa, nella società e davanti alle nostre coscienze”.
Don Luigi Ciotti è firmatario dell’appello contro l’ergastolo, iniziativa di Carmelo Musumeci, che dal carcere di Spoleto, due anni fa, aveva lanciato l’idea da cui è poi nato “Urla a bassa voce”.
Fra gli aderenti alla campagna contro l’ergastolo, anche Umberto Veronesi che, sostenitore dell’origine ambientale del male, afferma che “l’ergastolo equivale alla morte cerebrale”, mentre oggi sappiamo che il nostro cervello può rinnovarsi, premessa che può avere forti implicazioni sul piano della giustizia.
Per info:
[email protected]
[email protected]
Carmelo Musumeci si trova ora nel carcere di Padova.
Per chi volesse scrivergli:
Via Due Palazzi, 35/a
35136 PADOVA
ATTI del CONVEGNO
“ERGASTOLO E DEMOCRAZIA”
“Percorsi sbarrati”
video di 7 minuti sull’ergastolo ostativo (video realizzato dai detenuti)

Ululati del Lupo Zanna Blu alla Dea Luna per l’Uomo Ombra
L’ergastolo ostativo è una pena di morte dove il boia è il tempo.
Lo stato italiano in modo ipocrita lascia che il tempo ammazzi un uomo già ucciso da anni e anni di carcere.
Dea Luna, io ti prego:
il mio scrittore è un ergastolano ostativo, un “uomo ombra” che non avrà mai nessuna possibilità di tornare libero se non metterà un altro al posto suo. E ci vuole tanta disumanità e cattiveria per far marcire una persona in cella per sempre, perché quando non si ha nessuna speranza è come non avere più vita.
Dea Luna, io ti prego:
il mio scrittore lotta da vent’anni, giorno dopo notte, notte dopo giorno, anno dietro l’altro, senza nessuna possibilità, ingannando se stesso, perché mai nessun sogno si può realizzare se non c’è speranza. Spesso dietro la sete di giustizia dei “buoni” si nasconde l’odio degli umani.
Dea Luna, io ti prego:
aiuta il mio scrittore, lui ha solo la sua ombra, donagli un po’ della tua luce, perché continuare a tenere dentro una persona quando non è più necessario è un crimine contro l’umanità. Ogni persona dovrebbe avere diritto ad una speranza e per tutti ce n’è una, ma non per gli uomini ombra.
Dea Luna, io ti prego:
l’ergastolo ostativo è più atroce che qualsiasi altra pena perché ti ammazza lasciandoti vivo ed è una pena molto più lunga, dolorosa e disumana, della normale pena di morte. Spesso un uomo ombra pensa di essere morto pur essendo vivo, perché vive una vita senza vita.
Dea Luna, io ti prego:
nessun essere umano dovrebbe tenere un altro uomo chiuso in una gabbia per tutta la vita. Ad una persona puoi levare la libertà, ma non lo puoi fare per sempre, per questo “La Pena di Morte Viva”è più atroce e inumana di tutte le altri morti.
Dea Luna, io ti prego:
il mio scrittore, nell’ultimo racconto che ha scritto per me nel libro “Zanna Blu”, mi ha liberato dagli umani e mi ha fatto incontrare Lupa Bella, Occhi Neri, Coda Bianca e con tutto il resto del mio branco per farmi vivere libero e felice, ma io non potrò mai essere libero e felice fin quando il mio scrittore sarà chiuso in una cella di ferro e cemento senza nessuna speranza di tornare libero.
Dea Luna, io ti prego, grazie.
Leggi i suoi libri “Gli uomini ombra”, “Undici Ore d’amore di un uomo ombra” e “Le avventure di Zanna Blu”.
Per informazioni: www.carmelomusumeci.com; e se vuoi comunicare con il mio scrittore: [email protected]
Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto 2012.

Intervista di Stefano Lorenzetto a Carmelo Musumeci, pubblicata domenica 10 giugno 2012 su "Il Giornale".
Leggi l’intervista : Clicca qui
Carmelo Musumeci, propone il suo nuovo libro:

Presentazione di MARGHERITA HACK
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CATTURATO DAGLI UOMINI, LEGATO A UNA SLITTA.
FRUSTATO A SANGUE, ZANNA BLU FUGGE.
VIENE RIPRESO, FERITO.
MA SEMPRE RISORGE, QUASI IMMORTALE.
Questa opera di Musumeci è il riscatto: non più il racconto reale di una vita nuda e cruda che trova nel presente il risultato di un passato rovinoso, poco attento, gramo di sentimenti e di amore di cui un fanciullo ha bisogno e chiede. Questi sono racconti che insegnano il coraggio, l’amore per la libertà, l’amore disperato per la compagna; scritti in maniera semplice, senza retorica. Grazie a questa sua capacità di esprimere i suoi sentimenti Carmelo si ricostruisce una vita spirituale libera, che vale la pena di essere vissuta e che trasmette al lettore, bambino o adulto che sia, una profonda umanità. Sono favole, ma favole che fanno riflettere.
(dalla Presentazione di MARGHERITA HACK)
per richiedere il libro: [email protected]
Carmelo Musumeci vince 1° Premio
Concorso Nazionale “Albero Andronico”
con il libro “Gli Uomini Ombra”
Assente però il protagonista premiato perché il Tribunale di Sorveglianza di Perugia non concede il permesso di partecipare alla premiazione in Campidoglio:
Carmelo Musumeci, 57 anni, condannato all’ergastolo e detenuto ininterrottamente dal 1991, senza poter usufruire di permessi premiali, non ha potuto usufruire neanche di uno speciale permesso di necessità: "Il confronto aperto con parte della società civile, in ipotesi presente alla premiazione, e la possibilità di dibattere pubblicamente le idee presenti nell’opera letteraria premiata non risulta precluso dalla assenza fisica del Musumeci alla premiazione, visto che il detenuto potrà ben delegare un familiare a rappresentarlo ed a ritirare il premio previsto."
COMUNICATO STAMPA Assoc. ALBEROANDRONICO:
PREMIO ALBEROANDRONICO: UN’INIZIATIVA “ROMANA” APERTA AGLI AUTORI DI TUTTO IL MONDO.
Pino Acquafredda, Presidente dell’Associazione “La parola scritta diventa filo che unisce popoli e tradizioni diverse, annulla gli scarti generazionali, le distanze geografiche ed ha il potere di superare anche le sbarre di un carcere”.
“Vorrei che si sapesse che io scrivo, oltre che per passione, per attirare l’attenzione sulle carceri e sulle numerose morti che accadono dentro le loro mura. Vorrei che si sapesse anche che molti scrivono cercando di inventare le trame dei loro romanzi, io invece sono fortunato: a me per scrivere basta ricordare quello che ho vissuto in prima persona o che hanno vissuto i miei compagni”. Sono le parole scritte da Carmelo Musumeci, 57 anni, condannato all’ergastolo e detenuto nel carcere di Spoleto, vincitore nella sezione dedicata ai libri editi del Premio di poesia, narrativa e fotografia “Alberoandronico”, giunto alla quinta edizione. La sua lettera, inviata agli organizzatori, è stata letta durante la cerimonia di consegna dei riconoscimenti nella Sala Protomoteca in Campidoglio. “Gli uomini ombra”, questo il titolo del volume, racconta i drammi e le violenze che si consumano dietro le sbarre, ma anche storie di umanità e di solidarietà tra detenuti. Perché anche chi si è reso colpevole di gravissimi reati, e per questo giudicato nella maniera più severa da un Tribunale, può sempre trovare, attraverso la scrittura, una strada per ritornare in contatto con il mondo che vive fuori dal carcere. Tema, quello della condizione dei detenuti, di particolare attualità in questo momento nel nostro Paese.
Essere sull’onda del presente è proprio la principale missione dell’Associazione che basa il suo essere e il suo operare esclusivamente sul volontariato. Il Premio istituito cinque anni fa, ha confini ampi e spazia dalla poesia all’opera fotografica, dal testo inedito per una canzone d’autore al racconto dedicato ai temi dello sport. Nell’edizione 2011 i partecipanti sono stati 842, per un totale di circa 1300 opere esaminate. I lavori sono arrivati da tutte le regioni italiane, con in testa il Lazio, la Lombardia e la Toscana. Qualche dato statistico per dare le dimensioni del coinvolgimento e della passione di tante persone: 47 % la quota femminile, 22 partecipanti hanno meno di 20 anni e altrettanti hanno invece più di 80 anni. Il più giovane ne ha 10, il meno giovane è nato nel 1915, pochi mesi dopo il volo di Gabriele d’Annunzio su Trieste. Poesie e testi di narrativa sono arrivati anche da Argentina, Albania, Bosnia, Brasile, Cina, Croazia, Egitto, Eritrea, Etiopia, Francia, Germania, India, Romania, Repubblica di San Marino, Somalia, Svezia, Svizzera, Venezuela, Ucraina e Usa. Un bel giro del mondo per la lingua italiana.
La Giuria, composta da critici, scrittori, giornalisti, fotografi ed esponenti del mondo della cultura, ha valutato con estrema attenzione tutti i lavori e ha assegnato numerosi riconoscimenti.
Oltre a Musumeci, si sono affermati Franco Fiorini di Frosinone (poesia), Cristina De Filippis di Pofi (sillogi), Antonio Bonelli di Casalpusterlengo Lodi (racconti), Antonio Giordano di Palermo (sul tema “la strada, la casa, la città, l’ambiente: vivere e costruire il territorio), Gianluca Marini di Fonte Nuova (testi per una canzone), Fabio Pasian di Trieste (sport), Francesca D’Onofrio di Roma (mare), Salvatore Cangiani di Sorrento (poesia dialettale) e Raffaele Di Santo di Roma (fotografia).
“Il sogno di scoprire nuovi grandi poeti o scrittori – ha detto Pino Acquafredda, Presidente dell’Associazione Alberoandronico – un sogno non è, ma una realtà. E’ la consapevolezza di essere diventati un riferimento di qualità e una vetrina per la cultura italiana, specie quella fuori dai circuiti ufficiali. L’Albero” è ormai un punto fermo nel mondo letterario, costituendo anche un’opportunità di affermazione per talenti di ogni età”.
L’Associazione, che basa il suo essere e il suo operare esclusivamente sul volontariato, ha ricevuto un importante sostegno, quello del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha inviato una medaglia di rappresentanza. Una curiosità: il Premio prende il nome da un pioppo che si trova in Via Livio Andronico, nel quartiere romano della Balduina, nel Municipio 19.
Sull’onda del successo del 2011, sul sito www.alberoandronico.net è già pronto il bando per l’edizione 2012 aperta alla partecipazione di tutti.
Associazione culturale, sociale e sportiva Alberoandronico
334 7411438
Ufficio Stampa
339 3494120
www.alberoandronico.net
Fine pena: 9999
Voi li avete prima educati? Avete fatto nulla per impedire i delitti? E dopo i delitti avete tentato alcun mezzo per correggerli? (Luigi Settembrini, “Ricordanze della mia vita”)
Un giorno ho ricevuto nella mia cella una lettera dell’Associazione Alberoandronico ed ho letto: (…)
Siamo lieti di comunicarle che, dopo la prima valutatone effettuata dalle Giurie, la sua Opera è stata selezionata, tra quelle di 842 concorrenti, (…) La Cerimonia di premiazione avrà luogo a Roma, venerdì 30 marzo 2012, alle ore 16,00 presso la Sala Protomoteca in Campidoglio, in Piazza del Campidoglio, 1. La preghiamo di voler comunicare la Sua presenza.
Mi è subito venuto da sorridere per l’invito ed ho pensato che forse gli organizzatori non sapevano che sono un uomo ombra, un ergastolano ostativo a qualsiasi futura speranza di libertà, condannato a essere cattivo e colpevole per sempre, se in cella non metto un altro al posto mio.
E per un attimo ho pensato anche che se i giurati avessero saputo che sono uno scrittore ombra, un morto che vive, non mi avrebbero mai selezionato.
Non so se potrò avere questo spazio e se qualcuno mi presterà la sua voce, ma vorrei cogliere l’occasione per fare sapere che in Italia esiste la “Pena di Morte Viva”, l’ergastolo ostativo ai benefici penitenziario che fa diventare l’ergastolo veramente una pena che dura fino alla morte in carcere, che è molto più terribile della normale pena di morte.
Vorrei che si sapesse che in Italia ci sono “uomini ombra” senza sogni, né speranze, umani diversi da tutti gli altri perché vivono senza esistere, in un eterno presente esclusi dal futuro, dalla vita e dall’umanità.
Vorrei che si sapesse che in Italia ci sono persone murate vive fino all’ultimo dei loro giorni, senza neppure la compassione di ucciderli prima.
Riguardo al mio libro vorrei che si sapesse che io scrivo, oltre che per passione, i miei racconti noir sociali carcerari, come li chiamo io, per attirare l’attenzione sulle carceri e sulle numerose morti che accadono dentro le loro mura.
Vorrei che si sapesse anche che molti scrivono cercando d’inventare le trame dei loro romanzi, io invece sono più fortunato: a me per scrivere basta ricordare quello che ho vissuto in prima persona o che hanno vissuto i miei compagni. Scrivere mi serve per leggermi nel cuore e per scoprire chi ero, chi sono e, purtroppo, chi non potrò mai diventare.
Ringrazio L’Associazione Alberoandronico di avere avuto il coraggio di farmi partecipare e i giurati di avere selezionato la mia opera.
Il mio cuore vi manda un sorriso a tutti voi dalle sbarre della mia cella.
Carmelo Musumeci.
www.carmelomusumeci.com
Carcere Spoleto, marzo 2012
Cos’è l’ergastolo ostativo?
E’ una pena senza fine che in base all’art. 4 bis dell’Ordinamento Penitenziario, mod con Legge 356/92, nega ogni misura alternertiva al carcere e ogni beneficio penitenziario ai chi è stato condannato per reati associativi:
“Pochi sanno che i tipi di ergastolo sono due: quello normale, che manca di umanità, proporzionalità, legalità, eguaglianza ed educatività, ma ti lascia almeno uno spiraglio; poi c’è quello ostativo, che ti condanna a morte facendoti restare vivo, senza nessuna speranza.
Per meglio comprendere la questione bisogna avere presente la legge 356/92 che introduce nel sistema di esecuzione delle pene detentive una sorta di doppio binario, nel senso che, per taluni delitti ritenuti di particolare allarme sociale, il legislatore ha previsto un regime speciale, che si risolve nell’escludere dal trattamento extramurario i condannati, a meno che questi collaborino con la giustizia: per questo motivo molti ergastolani non possono godere di alcun beneficio penitenziario e di fatto sono condannati a morire in carcere.
L’ergastolano del passato, pur sottoposto alla tortura dell’incertezza, ha sempre avuto una speranza di non morire in carcere, ora questa probabilità non esiste neppure più.
Dal 1992 nasce l’ergastolo ostativo, ritorna la pena perpetua, o meglio la pena di morte viva.”
Insomma l’ergastolo ostativo è stare in carcere per tutta la vita, è una pena che viene data a chi ha fatto parte di un’associazione a delinquere e che ha partecipato a vario titolo a un omicidio, dall’esecutore materiale all’ultimo favoreggiatore. Non è invece previsto l’ergastolo ostativo agli stupratori, ai pedofili e a tutti coloro che ledono una persona fino ad ucciderla. Ostativo vuol dire che è negato ogni beneficio penitenziario: permessi premio, semilibertà, liberazione condizionale, a meno che non si collabori con la giustizia per l’arresto di altre persone. Chi invece non collabora, per paura di vendette omicide sulla propria famiglia, per non mettere un’altra persona in carcere al proprio posto o perché non è in grado di dimostrare che non può aggiungere altro a quanto già emerso sull’associazione di cui ha fatto parte, queste persone sono condannate a restare per tutti i giorni della propria vita in carcere.
Si continua a parlare di “pentiti”, mentre in realtà si dovrebbero chiamare semplicemente “collaboratori di giustizia”, perché è evidente che la collaborazione è una scelta processuale, mentre il pentimento è uno stato interiore. La collaborazione permette di uscire dal carcere, ma non prova affatto il pentimento interiore della persona. In realtà sono gli anni di carcere, nella riflessione e nella sofferenza, che portano ad una revisione interiore sugli errori del passato. Tutto questo nonostante un sistema carcerario che abbandona i detenuti a se stessi e che non agevola affatto la rieducazione e, nel caso degli ergastolani ostativi, esclude completamente ogni speranza di reinserimento sociale.*
Noi incontriamo ogni settimana decine e decine di persone condannate all’ergastolo, senza speranza, ostative ai benefici penitenziari, persone che sono in carcere dal 1979, ragazzi di 40 anni che sono stati condannati all’ergastolo a 18 anni e che non sono mai usciti, neanche per il funerale del padre. Ragazzi che hanno vissuto più tempo della loro vita in carcere che fuori.
In Italia ci sono più di 100 ergastolani che hanno alle spalle più di 26 anni di detenzione, il limite previsto per accedere alla libertà condizionale. La metà di questi 100 ha addirittura superato i trent’anni di detenzione.
Al 31 dicembre 2010 gli ergastolani in Italia erano 1.512: quadruplicati negli ultimi sedici anni, mentre la popolazione “comune” detenuta è “solamente” raddoppiata
Al 31 dicembre 2010 i detenuti presenti nelle carcere italiani erano 67.961 e quelli in semilibertà poco più di 900 e di questi solo 29 sono ergastolani. 29 su 1.512, a fronte di quasi 100 in detenzione da oltre 26 anni: non esiste, eccome, in Italia la certezza della pena?
Paolo Canevelli, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia ha rilasciato questa dichiarazione:
(…) Per finire, e qui mi allaccio ai progetti di riforma del Codice penale, non so se i tempi sono maturi, ma anche una riflessione sull’ergastolo forse bisognerà pure farla, perché l’ergastolo, è vero che ha all’interno dell’Ordinamento dei correttivi possibili, con le misure come la liberazione condizionale e altro, ma ci sono moltissimi detenuti oggi in Italia che prendono l’ergastolo, tutti per reati ostativi, e sono praticamente persone condannate a morire in carcere.
Anche su questo, forse, una qualche iniziativa cauta di apertura credo che vada presa, perché non possiamo, in un sistema costituzionale che prevede la rieducazione, che prevede il divieto di trattamenti contrari al senso di umanità, lasciare questa pena perpetua, che per certe categorie di autori di reato è assolutamente certa, nel senso che non ci sono spazi possibili per diverse vie di uscita.
(Roma 28 maggio 2010, intervento al Convegno Carceri 2010: il limite penale ed il senso di umanità).
Aldo Moro nelle sue lezione universitarie avvertiva gli studenti, ma forse anche il legislatore e i politici:
«Ricordatevi che la pena non è la passionale e smodata vendetta dei privati: è la risposta calibrata dell’ordinamento giuridico e, quindi, ha tutta la misura propria degli interventi del potere sociale, che non possono abbandonarsi ad istinti di reazione e di vendetta, ma devono essere pacatamente commisurati alla necessità, rigorosamente alla necessità, di dare al reato una risposta quale si esprime in una pena giusta».
*Dall’introduzione di Angelini Giuseppe e Bizzotto Nadia, Ass. Comunità Papa Giovanni XXIII, al libro “Gli Uomini Ombra” di Carmelo Musumeci- Ed. Gabrielli 2010
Colpevole e cattivo per sempre
“Serbare rancore equivale a prendere un veleno e sperare che l’altro muoia” (William Shakespeare)
Il Tribunale di Sorveglianza di Perugia scrive di me: (…) l’impegno del detenuto verso forme di partecipazione alla vita detentiva che denotano capacità espressive non comuni e la determinazione dallo stesso dimostrata per promuovere una campagna di informazione e di riflessione sul tema dell’ergastolo c.d. ostativo ( tendenzialmente perpetuo, salvo collaborazione con la giustizia), (…) evidenziandosi a livello culturale, politico e giurisdizionale. (Ordinanza udienza del 6 ottobre 2011).
Il gruppo trattamentale del carcere di Spoleto scrive di me:
-Una prevalenza di aspetti positivi. Concretamente coinvolto in tutte le iniziative ricreativo-culturali organizzate. Per il particolare impegno mostrato lungo tutto il percorso di studi, ha ricevuto un encomio in data 19.05.2011 e uno in data 24.05.2010 per l’impegno mostrato nel corso di una rappresentazione teatrale. La partecipazione a vari concorsi letterari in ambito nazionale ha prodotto note di apprezzamento, riconoscimenti e premi da parte di esponenti della comunità esterna. Recentemente il Musumeci ha pubblicato un suo racconto all’interno di una antologia intitolata “Racconti da carcere”, pubblicata dalla Arnoldo Mondadori Editore. Sensibilmente interessato a tematiche di carattere sociale, egli si relaziona da tempo con diverse associazioni, vicine al “sistema Carcere”. Dimostra un grande interesse per i temi di rilevanza sociale e per le problematiche legate all’esperienza detentiva. Il detenuto ha da tempo avviato un percorso di revisione critica non manipolatorio né riduttivo: certamente favorito dallo studio delle materie giuridiche, da una diversa consapevolezza del concetto di legalità, dalla disponibilità ad azioni riparatorie all’interno della Comunità Papa Giovanni XXIII, da un forte investimento positivo verso gli affetti familiari. (…)
Giudizio di affidabilità individuale
(Relazione di sintesi, ottobre 2011).
Eppure, nonostante tutte queste belle parole dei miei “giudici” e dei miei “educatori”, non potrò mai uscire se non collaboro con la giustizia e se non metto in cella un altro al posto mio. E domando: ha senso scrivere e sprecare risorse istituzionali per un uomo colpevole e cattivo per sempre che deve morire in carcere? Credo che la non collaborazione dovrebbe essere una scelta intima, un diritto personalissimo e inviolabile, e non dovrebbe assolutamente portare conseguenze penali (o di trattamento) così gravi e perenni. Penso che la non collaborazione dovrebbe essere una scelta da rispettare e non dovrebbe essere punita con una conseguenza penale così grande e smisurata per un ergastolano ostativo, a tal punto che sembra che la non collaborazione sia ancora più grave del reato commesso. Credo che un uomo abbia il diritto di scegliere di non collaborare per le proprie convinzioni ideologiche, morali, religiose, o di protezione dei propri familiari.
Sto cercando di migliorarmi e di cambiare rimanendo me stesso, probabilmente per i “buoni” questa è una colpa grave e mi costerà vivere in carcere fino all’ultimo dei miei giorni, colpevole e cattivo per sempre, ma in carcere si soffre di più quando si viene perdonati, per questo, sotto un certo punto di vista, molti di noi non possono che essere felici che i "buoni" non ci perdonino.
Carmelo Musumeci
Carcere Spoleto, Gennaio 2012
Concerto dei 99 POSSE a Bologna
Live de “MORIRE TUTTI I GIORNI”
testo di CARMELO MUSUMECI
condannato all’ergastolo ostativo,
ossia PENA DI MORTE VIVA…
http://www.youtube.com/watch?v=Xl9LrSeI2mE&feature=youtu.be
Carmelo Musumeci nasce il 27 luglio 1955 ad Aci Sant’Antonio in provincia di Catania. Si trova ora nel carcere di Padova. Entrato con licenza elementare, mentre è all’Asinara in regime di 41 bis riprende gli studi e da autodidatta termina le scuole superiori.
Nel 2005 si laurea in giurisprudenza con una tesi in Sociologia del diritto dal titolo “Vivere l’ergastolo”.
L’11 maggio 2011 discute la tesi specialistica di Laurea Magistrale in Diritto Penitenziario dal titolo “La ‘pena di morte viva’: ergastolo ostativo e profili di costituzionalità”, con relatore il Prof. Carlo Fiorio, docente di Diritto Processuale Penale, e Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia e Sociologia del Diritto e Presidente onorario dell’Associazione Antigone per la difesa dei diritti dei detenuti.
Nel 2007 conosce don Oreste Benzi e condivide il progetto “Oltre le sbarre”, programma della Comunità Papa Giovanni XXIII.
Ha pubblicato i libri “Gli Uomini Ombra”, “Undici Ore d’Amore” e “Zanna Blu” "editi da Gabrielli Editori, è promotore della campagna “Mai dire mai” per l’abolizione della pena senza fine.
Collabora con diverse testate e blog su internet come:
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